Teatri | Teatranti | Spettatori

Teatri | Teatranti | Spettatori

1802 | 1900

Scheda

Un incendio distrusse il glorioso teatro Formagliari, di recente passato di proprietà alla famiglia Zagnoni. Le fiamme levatesi la sera del 5 settembre 1802 distrussero ogni cosa, lasciando in piedi solo i muri perimetrali anneriti di quello che era stato il prototipo architettonico della struttura a palchetti, detta “all’italiana”. Non si registrarono vittime ma il danno fu incalcolabile(1). Per non annullare le scritture, entro la fine del mese gli spettacoli già programmati vennero dirottati sia al teatro Comunale sia al teatro Marsigli, che aveva ripreso il nome originario dopo il triennio giacobino, dove tornarono ad alternarsi drammi giocosi, compagnie comiche e dilettanti(2). Sorse il sospetto che l’incendio fosse doloso perché, poco prima che esso avvenisse, era stato presentato ed approvato dalla Municipalità il progetto per un nuovo teatro da edificarsi in via Santo Stefano sull’area di un ex palazzo senatorio comperato apposta dal ricco possidente Giuseppe Badini, ed era stato elaborato il piano per la copertura finanziaria dell’impresa tramite la prelazione di 40 palchi che in pochi giorni vennero assegnati, consentendo ai facoltosi e fortunati acquirenti di assicurarsi il possesso perpetuo dei migliori palchi. I lavori vennero avviati subito, e il bel progetto neoclassico dell’architetto Francesco Santini fu portato a compimento nei tempi preventivati. Solido, elegante e di capacità proporzionata alla città, perfettamente inserito nel contesto, il nuovo teatro costituiva un rilevante contributo al nuovo assetto architettonico che la città aspirava ad assumere. Venne chiamato teatro del Corso perché, lungo la via su cui si affacciava, si teneva ogni anno la sfilata o ‘corso’ dei carri mascherati a carnevale.

Fu inaugurato la sera del 19 maggio 1805 con la messa in scena del dramma serio Sofonisba musicato da Ferdinando Paer, unito ad un ballo eroico, e venne “consacrato” il 20 giugno alla presenza di Napoleone durante il suo soggiorno in città, e proprio all’Imperatore dei Francesi e re d’Italia venne dedicata la lussuosa pubblicazione descrittiva della fabbrica(3). Drammi seri e giocosi proseguirono per tutto il 1805 sul palcoscenico del Corso e un intenso calendario di spettacoli era pronto per il 1806 nel quale alle opere in musica si sarebbero alternati corsi di recite(4). A ottobre era prevista la messa in scena del dramma Ines de Castro musicato da Nicola Zanichelli, con un cast vocale prestigioso, scenografie e costumi nuovi, e l’immancabile ballo eroico, ma i finanziamenti si esaurirono e si rischiò il fallimento. Il nuovo Prefetto di Bologna, Francesco Maria Mosca, corse ai ripari salvando l’impresario ma, per scongiurare il pericolo di analoghi fallimenti causati spesso dalla concorrenza, emanò in data 15 novembre 1806 il Regolamento teatrale del Dipartimento del Reno che doveva assicurare il buon funzionamento dei tre teatri pubblici di Bologna: Comunale, Corso e Marsigli. Si stabilì che due potevano restare aperti tutto l’anno, uno solo a quaresima e avvento, tutti e tre a carnevale. Però se uno avesse programmato l’opera seria con ballo (cioè la tipologia spettacolare più costosa) avrebbe potuto avvalersi della “privativa”, ovvero pretendere che gli altri teatri rimanessero chiusi nei giorni in cui questa andava in scena. Venne poi predisposto un calendario per i Veglioni, a tutto vantaggio del teatro Comunale, fissati gli orari di apertura e chiusura, e l’organico delle forze di polizia per garantire l’ordine pubblico. Il rispetto delle disposizioni, ma anche la tutela sul decoro dei locali e sulla decenza delle rappresentazioni, infine, venne affidato ad una onnipresente Deputazione agli Spettacoli. L’apertura di due arene, quella di S. Lorenzo, fatta di legname, in via Castellata nel giugno 1809 e quella chiamata Arena del Sole, eretta in pietra l’anno successivo, non richiese sostanziali modifiche al Regolamento in quanto si trattava di teatri diurni, in funzione solo di giorno e nel periodo estivo, offrì semmai al pubblico nuove opportunità di assistere agli spettacoli a prezzi modici, e non solo a quelli circensi. Dal 1811 infatti si stabilì un tacito accordo con il teatro del Corso le cui compagnie drammatiche, nella stagione estiva passavano a recitare all’Arena del Sole(5). Del resto anche l’amministrazione comunale si trovò a gestire un teatro diurno perché, per accontentare i tanti tifosi di gioco del pallone col bracciale, aveva autorizzato la costruzione di un edificio idoneo detto Sferisterio o Gioco del Pallone, progettato dall’ing. Tubertini, sull’area un tempo della chiesa di S. Giovanni Decollato, nei pressi Montagnola. Il Gioco del Pallone venne inaugurato nel maggio del 1822 ma sua manutenzione a lungo andare risultò onerosa per il Municipio, e lo spazio venne utilizzato, in concorrenza con l’Arena del Sole, anche per dare spettacoli di arte varia a pagamento.

L’applicazione del Regolamento si fece più ardua quando il dott. Antonio Contavalli, un ricco e fortunato immobiliarista, ebbe portato a termine i lavori per il proprio teatro costruito utilizzando una porzione dell’ex complesso monastico di S. Martino, avvalendosi di un geniale progetto di Giuseppe Nadi e delle decorazioni plastiche e pittoriche di Antonio Basoli(6). Il nuovo teatro, che prese nome dal suo proprietario, venne inaugurato un poco in sordina, il 3 ottobre 1814, con la messa in scena di Matilde o sia la selvaggia, dramma eroico musicato da Carlo Coccia; l’affluenza del pubblico aumentò con i successivi drammi giocosi l’ultimo dei quali, L’Italiana in Algeri di Rossini, mai udito a Bologna, e cantato dall’ottima Maria Marcolini, ebbe tanto successo da essere riproposto in teatri più capienti, come il Comunale e il Corso. Antonio Contavalli, visto il buon esito dell’impresa nella quale aveva investito un capitale, chiese ed ottenne che, in deroga al Regolamento, gli fossero assegnati due veglioni del prossimo carnevale, con cui contava di rifarsi almeno in parte delle spese, sottraendoli al teatro del Corso, il cui proprietario prontamente fece sentire le proprie rimostranze. L’insorgere di ulteriori vertenze legali si bloccò poiché, con il ritorno di Bologna al Governo Pontificio nell’estate del 1815, il parroco di S. Martino, dichiarando che la contiguità di un edificio sacro con un teatro era inammissibile, fece chiudere il teatro Contavalli. Il proprietario fece ricorso alla Segreteria di Stato, e solo nel maggio del 1816 ottenne la facoltà di riaprire il teatro, appena in tempo per mettere in piedi una breve stagione estiva con due titoli di richiamo, L’Italiana in Algeri e il Barbiere di Siviglia, mai udito a Bologna, cantati da Geltrude Righetti Giorgi, e che malgrado il caldo soffocante riempirono il teatro(7).

I teatri pubblici bolognesi, passati intanto da tre a quattro, avrebbero reso l’alternanza di aperture e chiusure, prevista dal Regolamento, piuttosto complicata se l’incertezza politica ed economica del momento non avesse limitato l’attività teatrale, tanto fiacca nel biennio 1817-1818 che il Municipio ne approfittò per sottoporre la sala del Bibiena ad un necessario restauro (per pagare il quale il Municipio tassò albergatori, trattori, osti, caffettieri e fabbricanti di liquori). Il teatro del Corso si mostrò in grado di sostituire egregiamente il rivale offrendo due drammi seri con ballo a primavera, due spartiti nuovi in estate seguiti da una Gazza ladra, inedita per Bologna, con ottimi cast vocali e suggestive scene del Basoli. Ma alla fine dei restauri del Comunale nel 1820, il Municipio stipulò un contratto quinquennale con l’impresario Carlo Redi che promise un rilancio in grande stile ma pretese l’applicazione rigorosa della “privativa” e la scelta dei giorni migliori per i propri veglioni. La riapertura avvenne il 20 aprile 1820 con la Semiramide riconosciuta di Meyerbeer, seguita dal dramma serio Aureliano in Palmira di Rossini, ambedue abbinati a balli creati da Salvatore Viganò. Le repliche proseguirono per due mesi e innescarono pure un acceso dibattito tra classicisti e romantici, ma nel frattempo gli altri teatri, a causa della “privativa”, furono costretti a forzate chiusure, e i rispettivi proprietari si unirono per fare ricorso contro la famigerata “privativa”, mettendo in discussione la validità di un Regolamento che era stato emanato durante il passato regime. Il Municipio, allarmato, passò all’intimidazione, inviando una ispezione tecnica nei tre riottosi teatri, ma non trovò nulla da eccepire per il nuovo Contavalli, segnalò vari lavori di manutenzione per il Corso mentre per il Marsigli accertò la pericolosità dell’intera struttura. Angelo Marsigli che ne era il proprietario, rinunciò a restaurare il suo teatro e nel 1821 decise di chiuderlo; nel 1823 il dottor Contavalli morì all’improvviso lasciando erede una disorientata figlia minorenne che non riuscì a dare continuità alla programmazione del teatro. Rimase pertanto solo Giuseppe Badini a difendere sia il diritto di disporre liberamente del proprio locale sia di dare i veglioni nei giorni stabiliti dallo stesso Regolamento dei quali l’impresario Redi si era appropriato. La vertenza, che approdò in Consiglio di Stato a Roma, finì per dare ragione al Badini e condannò il Municipio al risarcimento, ma per cominciare a pagare si attese la scadenza del contratto quinquennale col Redi e si scelse una forma di pagamento tanto dilazionata che alla morte del Badini, avvenuta nel 1832, figlio Gaetano ereditò un bel teatro con ottima reputazione ma oberato dai debiti. In tutti i casi, tra il Comunale e il teatro del Corso non ci fu più concorrenza poiché al primo rimase l’onore e l’onere di allestire esclusivamente spettacoli musicali mentre il secondo, pur libero di dare qualche stagione d’opera, puntò tutto sul teatro recitato, assicurandosi semmai l’esclusiva per esibizioni di celebri maghi come il cav. Bartolomeo Bosco, insuperabili prestigiatori come il cav. Velle, e improvvisatori o meglio ancora improvvisatrici come Rosa Taddei e Giannina Milli, in grado di riempire per settimane il locale(8). Perché un teatro per mantenersi produttivo doveva attrarre in ogni modo il pubblico e ridurre al minimo le chiusure.

D’altra parte, la vasta popolarità raggiunta nell’Ottocento dal melodramma non provocò la disaffezione del pubblico nei confronti del teatro recitato che continuò ad essere preponderante sia per numero di spettacoli che per diffusione presso tutti i ceti sociali. Rimasero semmai due mondi differenti per organizzazione, distribuzione sul territorio e per destinatari: il teatro lirico continuò a ricevere sovvenzioni da parte delle amministrazioni comunali e a disporre di teatri prestigiosi e frequentati da una elite, come il Comunale, mentre la compagnie drammatiche dovettero sempre auto finanziarsi, soprattutto quando venne sciolta l’ultima compagnia sovvenzionata, la Reale Sarda. Il pubblico tuttavia, espresse le proprie predilezioni sia che si trattasse di prime donne, sia di grandi attori, sia di eteree ballerine, non solo applaudendo ma anche inondando i palcoscenici di fiori e le platee di applausi poetici stampati su fogli volanti. Finora il Regolamento non aveva preso in considerazione i teatrini privati, ritenuti non venali, in quanto gestiti da gruppi di dilettanti senza fini di lucro, come il teatro Felicini, il Legnani, il teatro della Concezione(9) o il S. Francesco Saverio in via Cartoleria Vecchia, ufficialmente chiuso ma mai smantellato. Quando infatti l’ingegner Antonio Brunetti acquistò nel 1822 l’immobile un tempo appartenuto al Collegio dei Nobili S. Francesco Saverio con l’intenzione di ricavarne degli appartamenti, trovò all’interno ancora agibile il teatrino usato per le recite dei convittori. Dapprima lo affittò, poi lo ristrutturò ricavando una sala rettangolare, tre ordini di balconate e un palcoscenico attrezzato. Lo chiamò teatro Brunetti, lo aprì al pubblico il 15 gennaio 1831 con recite di bravi dilettanti e in autunno partecipò alle manifestazioni di solidarietà a favore degli esuli politici che coinvolsero tutti i teatri bolognesi, poi allo slancio libertario fu posta la sordina e quando Antonio Brunetti fece domanda perché il suo teatro fosse inserito tra i teatri pubblici a pagamento ricevette un rifiuto, il primo di una lunga serie, e solo a fatica ottenne d’essere collocato tra i teatri da marionette. Nei primi decenni dell’Ottocento le marionette da filo manovrate da abili marionettisti erano in grado di riprodurre in scala ridotta e a basso costo, il meglio del repertorio dato nei grandi teatri: azioni spettacolose, balli pantomimici, opere buffe, melodrammi, collocando una piccola orchestra davanti al palco, cori e solisti dietro le quinte. I marionettisti erano artisti girovaghi riuniti in compagnie, avevano in dotazione un consistente numero di pupazzi, costumi, attrezzeria, fondali, quinte mobili, copioni, spartiti, ecc., piacevano molto, attiravano una buona fetta di pubblico, compivano regolari tournées in varie città, e disponevano di apposite sale. A Bologna le sale autorizzate erano tre: in via Nosadella, in via del Poggiale e in via Mascarella, dove era stato aperto nel 1831, col nome di Teatro Antico delle Maschere, un locale elegante e confortevole che presto dovette chiudere per fallimento(10) e il suo posto fu preso dal teatro Brunetti. L’elezione al soglio pontificio di Pio IX e la concessione dell’amnistia rianimarono la vita dei teatri dove riprese la gara di solidarietà per sostenere gli esuli tornati in patria, la recita di drammi storico patriottici e l’esecuzione di melodrammi verdiani(11). Tutti i teatri rimasero aperti non solo a carnevale ma anche a quaresima nel 1848 mentre in estate all’Arena del Sole si vissero settimane esaltanti ma l’illusoria libertà durò poco, e a maggio del ’49 ritornarono gli Austriaci(12).

Solo alla partenza del Legato Apostolico e del presidio austriaco nel giugno 1859, il potere assunto dalla Giunta provvisoria si mostrò benevolo coi teatri cittadini, abolendo l’ormai anacronistico Regolamento del 1806 che per più di 50 anni aveva imbrigliato vita teatrale bolognese e finalmente al Brunetti fu concesso il passaggio a teatro venale, a condizione che si effettuassero i necessari restauri che vennero avviati nel 1863 dai fratelli Cesare ed Emilio Brunetti, nipoti di Antonio, e che costarono molto più del previsto ma risultarono funzionali e innovativi. La capienza fu aumentata e l’acustica migliorata, il locale venne dotato di un impianto di riscaldamento a termosifoni, di illuminazione a gas e di un inusitato sistema di copertura, consistente in un lucernario mobile a cristalli, pensato per dare spettacoli diurni e in piena estate. Venne chiamato trionfalmente Nuovo Brunetti e inaugurato il 18 febbraio 1865 con un veglione in maschera, mostrandosi subito un agguerrito concorrente per il vicino teatro del Corso che presto avviò, per reggere al confronto, lavori di migliorie e per introdurre in sala l’illuminazione a gas (seguito in ciò dal teatro Contavalli), per pagare i quali fu necessario alzare il costo dei biglietti che il Brunetti continuava invece a mantenere basso. Il direttore del Corso, Petronio Carletti era convinto che fosse necessario aumentare la capienza del suo locale, trasformando il terzo e quarto ordine di palchi in due ampie gallerie ma avendo incontrato la netta opposizione dei palchettisti, diede le dimissioni nel 1876, tanto più che nel frattempo aveva acquistato dagli eredi di Pietro Bonini l’Arena del Sole che nel 1888 venne a sua volta ristrutturata in concomitanza con il completamento di via Indipendenza.

Altre arene o piuttosto politeama, cioè ibride e capienti strutture adattabili a tutti i tipi di spettacolo, spuntarono nell’immediato fuori porta, per accogliere anche gli abitanti della periferia, dall’arena Garibaldi fuori Galliera al politeama Massimo di porta Zamboni, dal Teatro Eldorado fuori S. Vitale, all’Arena Rappini a porta Castiglione, fino a giungere all’elegante e quasi prestigioso Politeama D’Azeglio fuori porta S. Mamolo che prendeva il posto di una malandata Arena S. Mamolo. Infine, entro il 1882 anche al teatro del Corso si giunse ad un ragionevole accomodamento per cui almeno il quarto ordine di palchi fu trasformato in galleria, e nel 1895 pure il Cinematografo Lumière vi fece un timido esordio, a conclusione di una recita della compagnia Benini. Il Nuovo Brunetti invece, pur potendo contare sempre su un pubblico fedele, a dieci anni dall’apertura, non era riuscito ancora ad estinguere l’ipoteca accesa nel 1863 e aveva anzi accumulato ulteriori debiti per aggiungere una terza galleria. Fu una situazione contabile poco chiara a causare la lite tra i due fratelli Brunetti, a seguito della quale il teatro passò sotto amministrazione controllata, senza per altro che l’attività, vivace e quasi frenetica, ne risentisse(13). Era sempre stato un notorio covo di “repubblicani”, facile agli schiamazzi e ai tafferugli, dove l’inno a Garibaldi era di gran lunga preferito alla Marcia Reale, malgrado ciò, nel novembre del 1878, il re Umberto e la regina Margherita durante la loro visita alla città, vollero visitarlo e per l’occasione fu scoperta una lapide collocata nell’atrio del teatro.

Se si esclude il teatro Comunale i cui splendori a intermittenza dipendevano dall’orientamento politico dell’amministrazione municipale, la concorrenza tra i due maggiori teatri bolognesi Corso e Brunetti, in questo scorcio di secolo fu solo formale in quanto gli spettacoli che vi si rappresentavano venivano scelti sul mercato teatrale nazionale ed erano distribuiti dalla medesima potente agenzia teatrale diretta da Alarico Lambertini, con sede in via dei Foscherari. Proprio Alarico Lambertini, fondatore, assieme ad Antonio Fiacchi, di un popolare giornale teatrale intitolato “Il Piccolo Faust” e dell’omonima agenzia teatrale, assunse la direzione prima del Brunetti quindi del Corso, avviando le pratiche per l’acquisto di entrambi i teatri, fortemente indebitati. Per quanto riguarda il Brunetti poi, avrebbe voluto subito intitolarlo alla grande attrice e sua amica, Eleonora Duse, ma non gli fu facile inserire, nel fitto calendario degli impegni artistici della ‘divina’, una breve sosta a Bologna e solo tra il 12 e il 14 giugno del 1898 la Duse arrivò applauditissima in teatro, recitò La Locandiera di Goldoni e il Sogno di un mattino di primavera scritto apposta per lei da Gabriele D’Annunzio, e in fine serata fu scoperto un busto che la ritraeva, collocato nell’atrio. Lambertini aveva in serbo per quei due i teatri dei grandi progetti che non poté realizzare poiché la morte lo colse il 9 ottobre 1901.

1) Questo teatro, posto all’incrocio tra via Castiglione e via Santo Stefano in un immobile preso in affitto, fu fatto costruire dal marchese Filippo Guastavillani su progetto di Andrea Seghizzi che con audaci accorgimenti architettonici garantì buona visuale anche ai palchetti più lontani dal palcoscenico. Venne inaugurato nel 1640 con la rappresentazione dei primi drammi in musica veneziani ma alla morte del Guastavillani avvenuta nel 1657, rimase ai Formagliari che erano i legittimi proprietari dell’edificio. Dopo un secolo di continua attività, fu acquistato dalla famiglia Zagnoni che ne curò il restauro. 2) Il teatro Marsigli Rossi, posto in stabile al quale si accedeva attraverso una porta carraia sotto il portico di Strada Maggiore, venne aperto nel 1710. Dotato di buona acustica ma con un palcoscenico poco profondo, si rivelò ottimo per i drammi giocosi e per il teatro recitato. Durante il triennio giacobino venne ribattezzato Teatro Civico e fu dato in gestione a titolo gratuito dal proprietario Angelo Marsigli alla Società Patriottica, costituita da giovani dilettanti di varia estrazione sociale che negli anni successivi avrebbero dato origine a più formazioni dilettantesche di buon livello. Dal 1800 il locale venne ridipinto, riprese il nome originario e la consueta attività ma venne chiuso nel 1821 poiché il proprietario, Angelo Marsigli che aveva ripreso il titolo di marchese ma prosciugato il patrimonio, si rifiutò di restaurarlo. 3) Cfr. Pianta Facciata e Spaccato del Nuovo teatro eretto in Bologna sulla via di Santo Stefano, Bologna, Tipografia Marsigli ai Celestini, 1805. Il programma dei festeggiamenti predisposti per l’arrivo e soggiorno di Napoleone è riportato sulla “Gazzetta di Bologna”, n. 49 (1805). 4) Nell’autunno del 1805 il giovanissimo Rossini fece il suo esordio in scena come cantore nel dramma serio Camilla o il sotterraneo. Ritornò al Corso nell’autunno del 1811 con l’incarico di maestro al cembalo e si fece conoscere come compositore con L’Equivoco stravagante ma non ebbe troppa fortuna perché il libretto non piacque, litigò con gli strumentisti e venne ammonito dalla Deputazione agli Spettacoli, però strinse amicizia con la prima donna Maria Marcolini. 5) L’Arena S. Lorenzo fatta costruire in legname da Vittorio Nicola Brighenti sul prato dell’ex monastero di via Castellata, bruciò nel 1813, ricostruita in seguito col nome di Arena della Fenice deperì in poco tempo. L’Arena del Sole fatta erigere in solida pietra da Pietro Bonini, utilizzando il chiostro e il prato dell’ex convento di S. Maria Maddalena, poco distante dalla Piazza del Mercato e dalla Montagnola su progetto dell’architetto Carlo Aspari, si ispirava agli anfiteatri romani, priva di copertura centrale, con cavea ellittica e sei file di gradoni sormontati da un loggiato. Aveva il palcoscenico ampio e attrezzato, boccascena fisso, sipario e quinte laterali, i posti a sedere non erano numerati e chi prima arrivava stava meglio. Per l’apertura a primavera erano i cavallerizzi a dare spettacolo, venivano poi la compagnie drammatiche, in media tre o quattro per annata, mentre in autunno, prima della chiusura, tornavano le esibizioni dei cavallerizzi e le ammirate acrobazie dei Guillaume, Guerra, Averino, ecc. 6) Cfr. Descrizione del Teatro, allegata al libretto di sala intitolato Matilde, dramma serio per musica da rappresentarsi in Bologna nel nuovo Teatro Contavalli l’autunno dell’anno 1814, Bologna tipografia Masi, s.a. 7) Anche negli anni successivi i giocosi spartiti rossiniani furono il punto di forza di questo teatro e non vi è dubbio che buona parte della popolarità goduta da Rossini si dovette all’ attività di questo locale frequentato dalla piccola e media borghesia. Luogo ideale per la briosa opera buffa, il Contavalli era destinato a prendere il posto del malandato Marsigli, anche per quanto riguarda il teatro recitato, dedicando l’intero carnevale alle recite dell’accademia dei Concordi. 8) L’arte della declamazione unita all’improvvisazione poetica su argomenti proposti dagli spettatori costituì un intrattenimento di grande presa sul pubblico. Tra l’ottobre 1834 e il febbraio 1835 la bella Rosa Taddei diede al teatro del Corso un ciclo di nove esibizioni a pieno teatro e seguitissime dalla stampa periodica. Altrettanto attesa fu nel 1858 Giannina Milli la cui comparsa a teatro provocò un piccolo incidente diplomatico avendo fatto cenno all’attuale situazione politica. 9) Il teatro della Concezione, ricavato dal negoziante Pietro Privat nel 1808 all’interno della chiesa dell’ex monastero delle Agostiniane di via Saragozza, venne dato in affitto ai dilettanti che qui continuarono a recitare fino al 1824 quando il locale fu trasformato in esercizio commerciale. I dilettanti trovarono invece ospitalità nel teatrino dell’ex palazzo Calderini di recente acquistato dal facoltoso liberale Emilio Loup, che dal 1828 divenne sede di una scuola di ‘declamazione’ e di una a carattere musicale. 10) Il più antico e frequentato teatrino per marionette fu quello ricavato dall’ex chiesa di S. Maria Egiziaca in via Nosadella; del teatro S. Gregorio in via del poggiale si sa che dal 1840 al 1858 venne gestito dal marionettista Onofrio Samoggia che si avvalse di un attore dilettante, Leonardo Scorzoni detto Persuttino, per creare un ‘burattino in persona’ che interagiva in vernacolo colle marionette; si ognora invece l’esatta ubicazione del Teatro Antico Corso delle Maschere in via Mascarella, che rimase in funzione meno di un decennio. 11) Questo tipo di drammi traevano liberamente spunto da episodi della storia italiana o sceneggiavano vite di artisti nostrani con l’intento di infondere un barlume di coscienza nazionale ed ebbero, al pari dei contemporanei libretti d’opera, l’indubbio merito di predisporre gli animi alle imminenti insurrezioni del ’48. 12) All’indomani dello scontro armato dell’8 agosto 1848, Agamennone Zappoli aveva scritto di getto una efficace cronaca drammatizzata degli avvenimenti dal titolo La memorabile vittoria del popolo bolognese nell’ 8 agosto nella Montagnola, che fu recitata dalla compagnia Etrusca all’Arena del Sole e più volte replicata. 13) Al teatro Brunetti si ammirarono i melodramma più popolari, i grandi mattatori della scena, le principali compagnie di operette, ma anche il circo Guillaume, i Nani Americani, gli Acrobati Giapponesi ecc., si tennero i concorsi di teatro dialettale e si promossero i benemeriti Concerti Popolari che il lunedì pomeriggio avvicinavano i lavoratori alla musica sinfonica.

Marina Calore

G. Cosentino, Un teatro bolognese del XVIII secolo. Il teatro Marsigli Rossi, Tipografia Garagnani, Bologna 1900; G. Cosentino, L’Arena del Sole, Tipografia Garagnani, Bologna 1903; O. Trebbi, Il teatro Contavalli di Bologna. Cronaca riassuntiva, “Strenna delle Colonie Scolastiche Bolognese”, XLII, 1939, pp. 83-183; Due secoli di vite musicale. Storia del teatro Comunale di Bologna, a cura di L. Trezzini, Alfa, Bologna 1966, 2 voll.; M. Calore, Bologna a teatro. L’Ottocento, Guidicini e Rosa, Bologna 1982; M. Calore, Il teatro del Corso (1805-1944), 150 anni di vita teatrale bolognese tra aneddoti e documenti, Editrice Lo Scarabeo, Bologna 1992; A. Antonelli, C. Ferretti, R. Pedrini, Storia del teatro “E. Duse”, Editrice Lo Scarabeo, Bologna 1997; Risorgimento e teatro a Bologna (1800-1849), a cura di M. Gavelli, F. Tarozzi, Patron, Bologna 1998; In scena a Bologna a cura di P. Busi, “Biblioteca de L’Archiginnasio”, s.III, 3, 2004; Sonata a tre (1867-1871), Verdi, Wagner e Bologna, a cura di P. Mioli, Libreria Musicale Italiana, Lucca 2013.

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"Dietro le quinte", testo di Alfredo Testoni con illustrazioni di Augusto Majani, ne "La Lettura - rivista mensile del Corriere della Sera", Milano, 1910. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa.

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Emilio Roncaglia, Il teatro Bolognese, in Bologna, Album - Storico. Bologna, Stabilimento Tipografico Successori Monti, 1882.

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Ugo Pesci, Nel primo centenario del Liceo musicale Rossini in Bologna. Estratto da "Ars et Labor - Musica e musicisti - rivista mensile illustrata", Ricordi, Milano, 1906. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa.

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Ugo Pesci, "Anche il Duse restaurato". In "Musica e musicisti - Gazzetta musicale di Milano", Ricordi, Milano, 1905. Collezione privata. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa.

Feste per il centenario del Liceo Musicale di Bologna (Le)
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Ugo Pesci, "Le feste per il centenario del Liceo Musicale di Bologna". In "Musica e musicisti - Gazzetta musicale di Milano", Ricordi, Milano, 1905. Collezione privata. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa.