Il modello industriale bolognese: una metamorfosi dalla tradizione agricola all’industria meccanica

Il modello industriale bolognese: una metamorfosi dalla tradizione agricola all’industria meccanica

1796 | 1953

Scheda

1. Una base agricola e artigianale
All’indomani del Congresso di Vienna, con il quale si chiudeva la stagione napoleonica e si sanciva il ritorno all’ordine restaurato, la situazione economica di Bologna era in una fase di passaggio. L’industria bolognese aveva conosciuto un rapido e rigoglioso sviluppo economico tra i secoli XII e XV, con la città centro degli scambi, della produzione industriale, della vita culturale e la campagna principale produttrice di materie prime e di generi di sussistenza. Le due colture principali, base di un’arte e di una relativa produzione industriale, erano la seta e la canapa. L’industria serica, fiorente fra XV e XVII secolo, già alla fine del XVIII secolo cominciò la sua decadenza, derivata principalmente dal periodo di instabilità causato dalla rivoluzione francese e dalle successive guerre napoleoniche, che determinarono un calo delle esportazioni. A ciò si aggiunse la crescente concorrenza straniera: in vari paesi, primi fra tutti la Francia e la Svizzera, si era sviluppata una produzione di veli meno costosa di quella bolognese. «In Bologna – afferma Luigi Dal Pane – si sono affermate fino dal Medio Evo, specie nel ramo serico, le prime forme dell’industria capitalistica con lo sviluppo dell’industria a domicilio e con la riunione di un certo numero di operai nei così detti filatogli. Prima ancora si erano avuti nella campagna bolognese quei grandi rivolgimenti, che avevano spezzato i vincoli feudali». Nel passaggio alla forma tipica della grande fabbrica capitalistica – aggiunge Dal Pane – importante fu la presenza di un mercato «capace di determinare, con la [sua] accresciuta domanda, una spinta decisiva alle invenzioni nel campo tecnico e alle trasformazioni delle forme di produzione». Nella prima metà dell’Ottocento il quadro economico di Bologna presentava un forte frazionamento dell’attività produttiva e un mercato limitato all’area locale. Nel periodo napoleonico e durante la Restaurazione un terzo dei bolognesi era occupato nel settore dei servizi (domestici, facchini, cocchieri, stallieri, governanti, ecc.) e prestava la propria opera al servizio di un ristretto numero di proprietari terrieri (nobili ed ecclesiastici). La restante parte della popolazione si divideva tra operai, artigiani, imprenditori, professionisti, impiegati e commercianti. Numerosi erano inoltre i bisognosi e i mendicanti. L’Almanacco del Dipartimento del Reno del 1808 riporta l’elenco delle principali fabbriche e case di commercio del Dipartimento, consentendo di ricavare un quadro generale della struttura economica di Bologna. Le principali attività erano: “Argentieri, Banchieri, Cappelli, Carta, Stamperie, Fonderia di caratteri, Librerie venali, Cera, Cioccolata, Corami e pelletterie, Giargioli, tele, cordami, Olio e sapone, Ottonerie, Pannine, Piombi, Rosoli e acquavite, Sete, bavelle e veli, Tele cerate, Terraglie, Vetri”. Fatta eccezione per le manifatture tessili, le altre industrie mantenevano un carattere limitatamente locale. Nella campagna prevaleva l’allevamento dei bachi da seta, controllato dai proprietari terrieri. Nella città era invece concentrato il ciclo di lavoro che, se per la maggior parte delle sue fasi aveva luogo in edifici appositamente attrezzati, dove affluivano operai e maestranze, per la tessitura assumeva al contrario una distribuzione di carattere domiciliare, sia urbana sia rurale. Entro il primo decennio del XIX secolo, nello Stato pontificio, vennero abolite le corporazioni, il cui ricordo rimase unicamente in alcuni toponimi cittadini. Per gli anni successivi il quadro dell’attività professionale si ottiene dall’analisi dei registri della Camera di Commercio, da cui risulta una predominanza delle attività rivolte al fabbisogno giornaliero: fornai, lardaioli, merciai e beccari, mentre nel ramo tessile vi era una prevalenza di “gargiolari”, impiegati nella lavorazione della canapa. Notevoli capitali erano poi impiegati nella lavorazione e commercio di cuoi e pellami, in quella del ferro e dei saponi e anche nel commercio delle stoffe. Tuttavia l’elemento di maggiore spicco sembrava essere la staticità: mancavano quasi completamente denunce per l’apertura di nuove industrie, segnale questo della perdurante crisi del settore. Per tutta la stagione che dagli anni francesi portò alla nascita del Regno d’Italia l’economia bolognese rimase dunque caratterizzata dalla preminenza dell’artigianato e della piccola e media industria prevalentemente legata alla produzione di beni di prima necessità, ed ai principali prodotti delle campagne (seta, canapa e riso) ma che di fatto si mostrava statica a causa anche di una mancanza di capitali investiti. Nonostante la decadenza di quelle che erano state le principali industrie bolognesi fino alla fine del XVIII secolo, e il carattere prevalentemente agricolo che la città e il suo territorio mantennero almeno per tutta la prima metà del XIX secolo, fu in questo secolo che vennero gettate le basi di uno sviluppo economico – e in particolare di quello industriale – che rimase pressoché immutato almeno fino allo scoppio del primo conflitto mondiale. Il lungo Ottocento fu caratterizzato da elementi di conservazione, cui si andarono progressivamente affiancando spunti di modernità, determinati dalle riforme napoleoniche (vendita dei beni ecclesiastici, codici napoleonici) che contribuirono alla formazione di una nuova classe sociale borghese, che pur mantenendo almeno inizialmente i tratti caratteristi dell’aristocrazia (in particolare una ricchezza legata alla proprietà terriera), cominciò a introdurre elementi di progresso in ambito economico e di formazione delle élites. Fu in particolare la vendita dei beni ecclesiastici a contribuire al rinnovamento della classe possidente: la nobiltà cominciò a perdere potere sociale ed economico fino a confondersi con la ‘borghesia’, che più di ogni altro ceto guadagnò dalla vendita dei beni dei religiosi, e anche se queste vendite non portarono a una “rivoluzione fondiaria”, vi fu comunque una parziale ridistribuzione della proprietà. Nel Bolognese, ad esempio, le proprietà borghesi passarono dal 24-26% al 40-42%; ma ad aumentare non furono i piccoli possessi quanto “il nucleo di grandi proprietà borghesi, destinato ad espandersi”. Era il 1841 quando il dottor Carlo Frulli dedicava al marchese Gaetano Pizzardi un breve libello dal titolo Sull’avvenire dell’industria, in cui interpretava alcune recenti innovazioni in ambito economico come fondamentali per l’avvenire della città di Bologna, innovazioni che derivavano da un “nuovo ordine di cose, che nascer deve dalla riapertura delle grandi comunicazioni dell’Europa coll’Oriente per le vie dé seni Persico ed Arabico”. Ma quali erano stati quei “mattutini albori del periodo economico in cui l’Europa sta per entrare” che vedeva il Frulli e di cui aveva avuto percezione nella città felsinea? In primo luogo era unanimemente riconosciuta la necessità di un ampliamento del mercato e ciò non sarebbe stato possibile senza una nuova e moderna rete di comunicazioni. Fu infatti in questi anni che si aprì in Italia, sul modello di quanto già avviato in Europa, la “questione ferroviaria”. L’ampliamento della rete ferroviaria era per il Piemonte Sabaudo e in particolare per il conte di Cavour uno dei punti cardine della politica liberale progressista e la strada privilegiata verso la rivoluzione industriale. Analoghe iniziative vennero prese nel Lombardo-Veneto e negli altri Stati italiani, in una logica che univa la costruzione della strade ferrate con l’idea dell’unificazione politica e dell’indipendenza nazionale. Fu lo stesso Cavour ad esprimere sulle pagine de «Il Risorgimento», nel 1847, la sua convinzione che esistesse un nesso tra risorgimento politico e rinnovamento economico, tra liberalismo e liberismo. Nello Stato Pontificio l’iniziativa per l’ampliamento della rete ferroviaria fu affidata a un gruppo di privati cittadini che si fecero promotori del progetto della realizzazione di una “Società” allo scopo di realizzare una strada ferrata, “una linea che da Padova scenda appoggiandosi alla sinistra sponda del Po”, che avrebbe sicuramente favorito anche i commerci e gli scambi dell’intero Stato Pontificio e in particolare per la città di Bologna “che per le strade aperte da più anni, prima non esistenti necessariamente decadde da quella floridezza che in altri tempi la faceva più prospera” e che sarebbe invece divenuta “il centro di questa linea di preziosa comunicazione tra l’Adriatico e il Mediterraneo”. Tutte queste iniziative dovevano poi necessariamente essere sostenute da un solido sistema finanziario e da un moderno sistema creditizio. A Bologna fu proprio nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento che vennero gettate le basi di un moderno sistema bancario, che culminò con la creazione della Cassa di Risparmio e della Banca pontificia per le quattro Legazioni. La Cassa di Risparmio di Bologna cominciò il suo esercizio nel 1837, e rappresentò un primo tentativo di infondere una nuova energia al sistema economico e finanziario del bolognese.18 Venne allora avviata una Società anonima con un capitale di 5.000 scudi e stabiliti accordi di reciprocità per i depositi in conto corrente con la Cassa di Risparmio di Roma e con alcuni banchi privati. L’esperimento riuscì e negli anni successivi si ebbe un continuo aumento dei depositi e degli investimenti. La banca, che accettava depositi di denaro e concedeva prestiti dietro determinate garanzie, uscì indenne dal periodo rivoluzionario del 1848 e il suo successo contribuì anche ad animare il dibattito intorno alla necessità di ampliare le basi del credito cittadino in modo da consentire una maggiore circolazione dei capitali. Ciò fu dovuto inoltre dalla fondazione, nell’aprile 1850, di una moderna banca di sconto, che prese il nome di Banca dello Stato Pontificio. Questo progetto nasceva all’interno del gruppo dei moderati liberali bolognesi, per la maggior parte proprietari terrieri, desiderosi da un lato di ottenere una maggiore autonomia dal governo romano in ambito economico e dall’altro di creare un’istituzione che avrebbe garantito una più ampia possibilità di finanziamento per le loro attività e per eventuali progetti di investimenti agricoli e industriali. In realtà fin dalle sue origini la banca mostrò la sua debolezza fondativa e cioè quella di essere sorta per desiderio di un gruppo di uomini legati principalmente all’agricoltura. Prestiti e investimenti furono infatti rivolti principalmente a finanziare le attività di quel gruppo ristretto di nobili e notabili bolognesi – otto dei dieci fondatori della banca erano grandi proprietari fondiari – promotori della creazione dell’istituto bolognese. Tali prestiti corrisposero a circa il “40% dell’ammontare complessivo dei conti correnti ed erano destinati per l’80% almeno al miglioramento e allo sviluppo delle colture della canapa e del riso”, ed erano stati accordati soprattutto a grandi proprietari terrieri. Una debolezza che decretò la fine dell’esperimento bolognese nel 1861 e la fusione con la Banca Nazionale Sarda.

2. Alle origini dell’industria meccanica
Rimane tuttavia evidente l’effetto positivo che la presenza di questi nuovi istituti di credito ebbe su un primo sviluppo economico della città felsinea, che faceva sottolineare agli osservatori presenti all’Esposizione Industriale del 1857 come fosse: “fuori dubbio che senza l’aiuto di nuovi ed appropriati congegni e dei raccolti capitali nessuna delle nostre industrie avrebbe dato segno di uscire dallo stato umile ed oscuro nel quale erano cadute”. Per il settore industriale, i crediti concessi alle imprese bolognesi, se da un lato ebbero il merito di innovare la produzione industriale, non riuscirono tuttavia ad incidere profondamente sul tessuto economico della città e della provincia e ad avviare il passaggio da una società prevalentemente agricola ad una di tipo moderno ed industriale. Esemplare a riguardo la fondazione nel 1851, su iniziativa di quello stesso gruppo di notabili cittadini che erano impegnati nella Società Agraria e nel sistema bancario, di un opificio per la lavorazione della canapa a Casalecchio di Reno, in località Canonica, che venne gestito dalla Società anonima per la filatura della canapa. Lo stabilimento, dotato di macchinari moderni – per la maggior parte di fabbricazione inglese – fu uno dei primi in Italia per dimensioni e disponibilità finanziaria. L’esperienza della “Canonica” (come era da tutti conosciuto il canapificio) si inserisce all’interno di una nuova visione ed azione economica nel bolognese: quella delle società per azioni, pensate in un’ottica di spirito associazionistico che superando le visioni individualistiche, avrebbe dovuto portare a un ulteriore sviluppo economico e sociale. Un esempio fu la Società mineralogica bolognese, la quale aveva ottenuto il privilegio perpetuo da parte del governo per poter compiere degli scavi nel territorio della Legazione e avviare “un ramo di industria in quel luogo ancora sconosciuto, ma che tanti vantaggi aveva arrecato invece, da tempo, alla economia e alla finanza del vicino Granducato di Toscana”. Unitamente a quella della Società delle miniere solfuree di Romagna, sorta a Bologna il 21 febbraio 1844 allo scopo di incrementare la lavorazione, la raffinazione e il commercio degli zolfi. Sempre nella forma della società per azioni sorgeva a Castel Maggiore la Società Anonima Officine Meccaniche e Fonderia di Bologna. Non vi ha dubbio che le industrie da alcun tempo in questa Provincia vanno con alacrità estendendosi e tentano a tutta possa di superare le difficoltà che ne attraversano il naturale e prospero sviluppo. Fra le quali difficoltà è da annoverarsi non per ultima quella che mancanti noi di Officine Meccaniche non solo ci obbligava di ricorrere all’estero per fare incetta di tutte le macchine ed ordigni necessari ad ogni industria perfezionata, ma ci teneva digiuni di quelle utili riforme e di quelle migliorie che altrove, con grandissimo vantaggio dell’universale, sono state adottate in fatto di maccina. Né solo era da computarsi la spesa grave e la perdita lunga di tempo nelle commissioni all’estero. Con questa lettera datata 24 marzo 1853, Luigi Pizzardi, proprietario terriero e nobile bolognese, si rivolgeva all’allora Ministro del Commercio, Industria, Lavori Pubblici chiedendo l’approvazione di una Società Anonima per la creazione di “uno stabilimento meccanico e fusorio, atto a creare quelle macchine di cui le nostre industrie potessero abbisognare, non che a riattare e riformare quelle che già fossero in uso”. Lo statuto che sanciva la nascita della Società Anonima Officina Meccanica e Fonderia di Bologna veniva approvato il 9 giugno 1853 e vi si leggeva che la Società era sorta in seguito “all’incremento delle industrie in questa Provincie» che aveva reso «manifesto il bisogno di uno stabilimento adatto in ispecial modo a costruire le Macchine e gli utensili occorrenti alle industrie medesime”. Le Officine “sì per la fusione del ferro che per la costruzione delle macchine, sono in Castel Maggiore, nei locali appositamente costrutti dal signor marchese Gaetano Pizzardi, da cui la Società li conduce in affitto”. Il capitale della Società era di 24000 scudi, diviso in 24 azioni. L’attività dell’Officina si rivelò subito proficua e in pochi anni giunse ad essere uno stabilimento chiave del Bolognese ottenendo diversi premi in occasione delle Esposizioni agricola e industriale che si svolsero a Bologna nel corso degli anni Cinquanta. Anche l’industria tessile fu coinvolta in questa nuova fase, grazie alla creazione di società in accomandita quali la Tessitoria Meccanica Felsinea, sorta nel 1850 per la produzione di filati e tessuti in lana e seta; la fabbrica di lanerie di Filippo Manservisi e Compagni, del 1854, specializzata nei tessuti di lana e cotone misto a lana; quella di Giulio Sabatini del 1856, “per la filatura della seta e la produzione di passamanerie”. Ulteriore elemento di modernizzazione, che incise in modo uguale sulla politica e sull’economia della Bologna della stagione risorgimentale, fu l’affermarsi della Società Agraria, fucina di quegli uomini che avrebbero “fatto” la Bologna del dopo unità. Sorta nel 1807 per impulso delle idee illuministiche di scienza e progresso, la società rimase nei primi anni un luogo di discussione su temi scientifici e improntati principalmente al miglioramento delle colture e delle tecniche agrarie. Ne facevano parte i proprietari terrieri dalle idee più innovative, affiancati da docenti dell’Ateneo bolognese e da uomini di studio. Sciolta con la Restaurazione dello Stato Pontificio, ottenne il permesso di ricostituirsi solo nel 1822, ma non ebbe mai la giusta libertà di azione e di parola. Fu solo in seguito alla rivoluzione del 1831 che gli incontri vennero ripresi con regolarità sotto la presidenza del marchese Francesco Guidotti Magnani e grazie all’impulso di nuove forze intellettuali: uomini che andarono progressivamente a costituire il nucleo di quella rinnovata borghesia agraria bolognese, capace di assumere un ruolo di primo piano nella vita locale e nazionale. Complice la mutata situazione politica e il nuovo impulso delle idee liberali e progressiste, la Società Agraria si diede un organo di espressione pubblica delle proprie idee: il giornale «Il Felsineo», diretto da Carlo Berti Pichat, i cui temi centrali vertevano sull’economia, ma che con il progredire degli anni cominciò ad accogliere anche tematiche più strettamente legate alla causa risorgimentale e la Conferenza Economico-morale, riunioni che si tenevano il lunedì in casa Berti Pichat e avevano come moderatore Marco Minghetti. Le conferenze segnarono l’entrata della politica nella discussione economica e divennero la sede in cui i moderati bolognesi cominciarono a tracciare il loro programma politico generale. Ora non solo si ragionava di materie strettamente agrarie, ma eziandio dei problemi economici che coll’agricoltura hanno attinenza, e nonostante la severità della censura non pochi accenni all’idea nazionale vi facevano capolino; ma in queste conferenze soprattutto ci abituavamo a discutere liberamente di argomenti seri, e acconci a migliorare le sorti della nostra patria. Una delle questioni intorno a cui ruotava la discussione tra i membri della Società, aperti e attenti alle idee provenienti dall’Europa, era il tema del libero scambio: Minghetti e i liberali moderati bolognesi ritenevano che solo l’abolizione delle dogane, unita a un moderno sistema di comunicazioni, avrebbe consentito di migliorare la crescita produttiva dello Stato. Una scelta che univa il desiderio di raggiungere al più presto un’unificazione nazionale economica prima e politica in un secondo momento. L’unione doganale tra gli Stati italiani (che avrebbe potuto avere come modello lo Zollverein tedesco del 1834) propugnata dal Minghetti si rivestiva infatti di una forte connotazione politica oltre che economica: una volta ottenuta una lega doganale fra gli Stati della penisola, sarebbe stato forse più facile il passaggio a quella federazione di Stati proposta dal Gioberti. In tale ottica la sera del 4 maggio del 1847 a palazzo Baciocchi, venne organizzato un banchetto in onore di Richard Cobden, in occasione del quale il moderatore della Conferenza, l’avvocato Andrea Pizzoli, accolse l’economista inglese con un discorso in cui ripercorreva i momenti fondanti della storia d’Italia, unendo politica ed economia, inneggiando alla libertà di commercio e a quella nazionale. E allora Voi, che quella libertà predicando e vittoriosamente persuadendo alla savia e pensatrice Inghilterra, avete renduto il vostro nome glorioso al pari di quelli di Watt e di Guttemberg, alle durate fatiche vi avrete un premio, che al vostro cuore gentile e nobile tornerà caro, speriamo, quant’altro mai: la riconoscenza di tre milioni d’Italiani, che, come ora noi, grideranno – Viva Riccardo Cobden propugnatore della libertà commerciale – dopo avere gridato – Viva Pio IX padre de’ sudditi, faro d’Italia, proteggitore di tutta la cristiana famiglia. Per rimanere nell’ambito della cultura e dell’istruzione tecnica non si può non citare la fondazione, nel 1844 – a seguito dei lasciti testamentari di Giovanni Aldini e Luigi Valeriani, entrambi docenti dell’Ateneo bolognese – delle Scuole tecniche bolognesi (dal 1878 Istituto Aldini Valeriani per Arti e Mestieri), il cui compito era di formare “buoni artigiani”, “buoni capi bottega”, “buoni piccoli industriali”, a riprova del sentimento comune che nel corso di tutto il XIX secolo unì gli uomini della cultura e quelli della politica in un unitario desiderio di sviluppo anche economico della città. L’esperienza delle Scuole, chiuse nel 1869, proseguì nel 1878 con la nascita nel 1878 dell’Istituto Aldini Valeriani per le Arti e i Mestieri, che univa alla preparazione teorica, quella pratica grazie all’annessa “scuola-officina”. Nonostante questi tentativi per tutta la prima metà del XIX secolo la situazione economica di Bologna e della sua provincia continuò a mostrare un quadro dove a prevalere fu di fatto la grande proprietà terriera e dove il commercio e anche l’industria, pur considerando i significativi esempi sopra citati, restarono ancorati principalmente all’agricoltura e anche i capitali tesero di fatto ad essere investiti in questo settore. Poche furono dunque le industrie premiate in occasione dell’Esposizione Agraria-industriale della Provincia di Bologna nel 1852, ma tra queste spiccava l’impresa (rinomata in tutta Europa) dei fratelli Carlo e Paolo Lollini “che esposero varie collezioni di strumenti chirurgici, nei quali si riconobbero perfetta qualità di acciaio, adatta tempera, ottimo pulimento, forma ed esecuzione artistica, così da reggere ai migliori confronti”. Modernità e conservazione furono dunque i tratti caratteristici della stagione che dalla restaurazione dello Stato pontificio condusse all’entrata di Bologna nello Regno unitario, una stagione dove in ambito economico, pur restando prevalente l’agricoltura, si assistette alla nascita di piccole e medie industrie – in particolare la meccanica e l’alimentare, futuri settori di punta – si posero le basi per una professionalizzazione degli studi e si aprì a un mercato più ampio di quello cittadino. 

3. Un’unificazione politica
Senza mutamenti economici L’unificazione nazionale determinò un mutamento: gli anni che immediatamente seguirono il 1861 segnarono l’inizio di una fase di stagnazione per l’industria bolognese, dovuta principalmente alla scelta liberale della classe dirigente italiana. In particolare fu l’industria tessile a risentire in maniera negativa della politica libero scambista del post 1861 e della conseguente concorrenza straniera. Furono colpite in particolare la ditta Manservisi, le ditte Pasquini e Matteuzzi, mentre la sola fabbrica a conservare un livello attivo di produzione fu il canapificio della Canonica. Diversamente, l’agricoltura conobbe un periodo di crescita (sino alla crisi degli anni Ottanta) e la produzione di granoturco, frumento, riso, canapa e foraggi aumentò a un ritmo costante, rafforzando quel legame ormai consolidato tra proprietà terriera, rendita e capitalismo, evidenziato anche dall’inchiesta agraria Jacini, che per l’intera regione mostrò una quasi totale assenza di una cultura industrialista. I risultati dell’inchiesta industriale, condotta tra gli anni 1870-1874, evidenziarono per l’Emilia Romagna una condizione in cui persistevano le produzione di tipo artigianale tradizionale o la piccola e “piccolissima” industria, e dove a prevalere era ancora la lavorazione a mano con scarso utilizzo di motori (a vapore), in grado di servire un mercato quasi esclusivamente locale. Quanto al settore industriale si contavano poco più di una dozzina di realtà, concentrate nel settore tessile, metalmeccanico, estrattivo ed alimentare. Si dovette perciò attendere la crisi agraria degli anni Settanta ed Ottanta dell’Ottocento, che portò in Europa un ritorno generalizzato a politiche protezionistiche, per assistere anche in Italia al ripristino di condizioni più favorevoli per la penetrazione del capitalismo nell’agricoltura e nell’economia emiliana in generale. In ambito industriale sono questi gli anni in cui prese l’avvio una “seconda industrializzazione” incentrata non più sul settore tessile, ma su quello della meccanica e dell’agro-alimentare. La svolta protezionistica, se da un lato non mutò i rapporti di potere – i grandi proprietari ed affittuari agricoli continuarono a detenere i capitali necessari a imporre le scelte economiche generali – determinò alcuni indirizzi nuovi all’industria bolognese e delle regione in generale. In primo luogo, come accennato, si assistette al definitivo declino dell’industria tessile il cui ruolo venne assunto dall’industria alimentare, un’industria che, se da un lato mantenne quei connotati tipici che aveva avuto il tessile (piccoli e medi opifici, capitali limitati e distribuzione perlopiù territoriale) dall’altro contribuì a segnare una nuova impronta per Bologna e la regione ed a connotarla secondo nuovi canoni: non più la seta e la canapa, ma la mortadella e i tortellini (senza contare i prodotti caseari). Si trattava di stabilimenti moderni, dotati di motori a vapore o a gas, con lavorazione continua destinata all’esportazione. Lo sviluppo della produzione alimentare portò verso nuove forme di confezionamento e conservazione dei prodotti, che avviarono la crescita di quella che sarebbe divenuta uno dei rami più fiorenti dell’industria bolognese: quella del packaging. La fine del XIX secolo vide invece lo sviluppo di un ulteriore settore alimentare: quello delle conserve e delle distillerie. Da segnalare infine il progressivo incremeto, in questo ventennio di fine secolo, di un settore destinato a divenire fondamentale per l’intera regione: quello dell’industria dello zucchero. La coltivazione della barbabietola aveva preso l’avvio dalle bonifiche che a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento videro coinvolte molte terre tra il bolognese e il ferrarese e proprio qui si assistette, all’inizio del nuovo secolo, al decollo di questo settore industriale. Vetrina di questi nuovi sviluppi intrapresi dal settore industriale regionale fu l’Esposizione regionale di industria e agricoltura che aprì i battenti a Bologna nel 1888. La scelta di far coincidere la data con i festeggiamenti per l’Ottavo Centenario dell’Università di Bologna fu determinata dalla volontà di evidenziare i progressi economici e sociali della regione, senza dimenticare la cultura. L’Esposizione si sviluppava in due sedi distinte: a San Michele in Bosco furono esposte le Belle Arti, mentre i Giardini Margherita – inaugurati pochi anni prima – avrebbero ospitato l’esposizione agraria e industriale. Qui i visitatori poterono assistere ai progressi dell’industria locale: alle matasse di canapa che ancora rappresentavano il legame con un passato non troppo lontano, erano affiancate l’esposizione delle cioccolate di Majani e una mortadella di 150 kg.

4. Una prima dinamica industriale
La seconda metà del XIX secolo e il primo decennio del Novecento furono caratterizzati, per quanto riguarda l’industria bolognese, da un lato dal rafforzamento delle attività che si erano create a partire dagli anni Quaranta del secolo e dall’altro dall’aumento del processo di meccanizzazione di quelle attività da tempo centrali nel processo industriale bolognese come il tessile e l’alimentare. Significativo l’esempio di Luigi Zamboni che nel 1906 fondò, insieme a Giuseppe Troncon, un’officina meccanica che produceva macchine per la fabbricazione di pasta alimentare. In particolare si deve a lui il merito di aver creato quella per il confezionamento del famoso “tortellino” bolognese; nel 1911 vendeva macchine non solo in Italia, ma anche in Europa e in America. Ma fu soprattutto l’alba del nuovo secolo a determinare un nuovo impulso allo sviluppo industriale della città, sviluppo che corrispose, anche sul piano nazionale, alla seconda rivoluzione industriale. Un elemento significativo di questa nuova fase fu l’introduzione progressiva dell’energia elettrica sia per uso privato che per quello industriale, che andò progressivamente imponendosi come forza motrice. Alla fine del XIX a Bologna operavano ancora solo tre centraline di dimensioni ridotte che distribuivano energia elettrica ai privati. Solo nel 1900, su iniziativa della milanese Società per lo sviluppo delle energie elettriche, in Italia venne realizzato un primo impianto lungo il canale Navile, il quale nel 1906 passò alla Società Bolognese di Elettricità che provvide al suo potenziamento. Negli anni successivi la Società realizzò la costruzione della diga del Brasimone, in grado di sostenere i consumi privati e quelli industriali. Il panorama industriale bolognese di inizio Novecento era destinato a mutare nelle sue coordinate di fondo: se l’industria alimentare, che aveva rappresentato un tratto importante del secolo precedente, cominciò a declinare, altri settori iniziarono a svilupparsi secondo tratti e caratteristiche moderne e concorrenziali sul mercato europeo. Il primo censimento industriale italiano eseguito nel 1911 evidenziava infatti un panorama che per il comparto industriale bolognese era assai mutato. Accanto alle tradizionali industrie alimentari si sviluppò il settore chimico – significativa in questo ambito la nascita nel 1903 dell’impresa di Arturo Gazzoni, con la produzione della “Pasticca del Re Sole” e dell’Idrolitina. Il settore di punta, quello che nel censimento contava il maggior numero di addetti, rimase tuttavia quello della meccanica, che si andò sviluppando sulla base delle premesse che erano state poste nel secolo precedente: a prevalere era infatti ancora la produzione di macchinari ed attrezzi per l’agricoltura. Quattro erano gli stabilimenti che superavano il centinaio di occupati: accanto alla Calzoni, fondata nel 1834, risultavano la Società Italo-Svizzera e la Gaetano Barbieri. Entrambe queste industrie traevano la loro origine dalle Officine meccaniche di Castel Maggiore. Nel 1865 gli ingegneri Edoardo De Morsier e Giovanni Mengotti rilevarono le Officine e trasferirono la produzione a Bologna. Nel 1877, De Morsier, rimasto unico proprietario, cominciò la produzione di motrici e caldaie a vapore per l’agricoltura. Nel 1893 cambiò nome in Società Italo-Svizzera e cominciò a diversificare la produzione specializzandosi in turbine idrauliche e macchinari per l’industria alimentare. Nei capannoni di Castel Maggiore, lasciati liberi dalla De Morsier si installò invece la ditta di Gaetano Barbieri, fondata nel 1870, che inizialmente produsse caldaie a vapore e macchine utensili, ma che in età giolittiana fu tra le prime a specializzarsi negli impianti frigoriferi. Attiva nel settore della meccanica era poi la Società per le strade ferrate meridionali, che contribuì a rafforzare il ruolo di Bologna come nodo ferroviario centrale e pose le basi per lo sviluppo di altri settori negli anni Venti. Lo sviluppo industriale di Bologna in età giolittiana rimaneva caratterizzato da un misto di modernità e conservazione, dovuto anche alle caratteristiche del personale che era impiegato nelle industrie, che derivava ancora in massima parte dal comparto della vecchia tradizione artigiana, mentre i caratteri di innovazione erano frutto di un sapere tecnico moderno fornito dagli allievi delle Scuole tecniche. A ciò occorre aggiungere che il mercato cui si rivolgeva questa industria era ancora fortemente ristretto: a prevalere era ancora un’economia di auto-consumo, con salari bassi e una forte presenza della lavorazione a domicilio. Per queste ragioni, nonostante gli elementi innovativi, la crescita dell’economia bolognese all’inizio del XX secolo fu ancora “orizzontale, lenta, fisiologica”, “non determinata dall’intervento di agenti nuovi e straordinari, bensì connessa più all’evoluzione della vita economica e sociale del bolognese, con mutamenti quindi molto lenti e il permanere di molti elementi tradizionali”. Fu il primo conflitto mondiale a determinare un incremento significativo della produzione industriale bolognese, grazie a un rafforzamento della domanda pubblica in particolare nel campo della meccanica. L’intervento del Comitato Centrale di Mobilitazione Industriale e in particolare dei comitati regionali favorì la mobilitazione – e in alcuni casi anche la conversione – dell’industria privata per la produzione di armamenti bellici. Esemplare la storia della ditta Maccaferri, sorta da una piccola impresa di stampo quasi artigianale che a fine Ottocento si era specializzata nella produzione di oggetti in ferro e serrande, fino a trasformarsi nel 1907 in una ditta  specializzata nella sistemazione di argini e strade. In tempo di guerra la produzione delle reti per gabbioni venne riconvertita nella fabbricazione di filo spinato. Sorte analoga “subirono” numerosi comparti dell’industria alimentare – notevole impulso ebbe l’industria conserviera e quella dei prodotti in scatola – e di quella specializzata nel confezionamento di beni di consumo, come il tessile. Tuttavia il comparto ad essere maggiormente interessato dallo “sforzo bellico” fu sicuramente quello della meccanica. Accanto alle ditte già presenti, che cominciarono a produrre materiale bellico – la Calzoni ad esempio si specializzò nella produzione di macchine per il confezionamento delle cartucce – sorsero nuovi complessi industriali. Mentre da una piccola azienda creata nel 1915 per la produzione di materiali di ricambio per le ferrovie sarebbe nata nel 1933 la SASIB. Molte delle imprese che avrebbero caratterizzato i decenni successivi sorsero poi negli ultimi anni del conflitto. Nel 1914 Ettore Menarini decise di aprire una piccola officina, che fu tuttavia costretto a chiudere perché richiamato dall’esercito. Nel 1919, a conflitto terminato, aprì la Carrozzeria Menarini e C. che dal 1925 cominciò a produrre carrozzerie per trasposti collettivi e industriali: furgoni, ambulanze, autobus. In quegli stessi anni anche Giuseppe Minganti apriva un’officina poi destinata a trasformarsi in stabilimento nel 1924. Non originario della città fu invece Carlo Regazzoni, fondatore delle Officine di Casaralta, specializzate nella produzione di materiale ferroviario. Questi impianti industriali dovettero confrontarsi nel periodo bellico alla scarsità di forza lavoro richiamata al fronte e per questo fecero ricorso alla manodopera femminile; questo fenomeno che ebbe grande rilevanza a livello nazionale, si verificò anche nel bolognese anche se in misura minore rispetto ad esempio alle regioni del “triangolo industriale”.

5. La motocicletta: nuovo cuore dell’industria bolognese
All’indomani della fine del primo conflitto mondiale l’economia bolognese si presentava di fatto mutata nelle sue linee fondamentali rispetto a tutta la stagione del “lungo Ottocento”. Nonostante il consolidamento degli interessi e delle proprietà di quei grandi affittuari terrieri che, rilevandone le proprietà, avevano sostituito i grandi proprietari aristocratici nella gestione delle terre, l’agricoltura era destinata ad assumere una posizione di secondo piano rispetto al nuovo comparto industriale. L’industria italiana dei primi anni Venti trasse profitto dal periodo di inflazione che immediatamente seguì la fine del conflitto favorendo la crescita industriale e l’estinzione del debito di guerra contratto dalle imprese. Questa crescita rimase tale fino alla rivalutazione della lira a “quota 90”, seguita poi dalla crisi del ’29. In particolare nel bolognese gli anni Venti furono caratterizzati, nonostante gli effetti della politica fascista della “bonifica integrale”, da un ristagno della produzione agricola, che aveva ormai “raggiunto la sua frontiera” in termini di produzione di posti di lavoro. Al contrario si assistette all’esplosione dell’industria meccanica, grazie anche allo sviluppo del settore motoristico e radiotecnico. Tra le industrie “storiche” ancora presenti a Bologna non si può non citare la ditta Calzoni che nel dopoguerra si specializzò nella realizzazione di turbine per l’industria idroelettrica e la Maccaferri & Pisa, che affiancò alla produzione di gabbioni ed altri manufatti metallici anche altre attività, come nel caso della Hatù, a partire dal 1922, azienda specializzata in prodotti in lattice. Nel 1926 sorgeva invece, grazie a un brevetto di Adriano Cavalieri Ducati, l’omonima impresa, specializzata nel settore radio-elettrico. Molte di queste nuove ditte sorsero poi per impulso dello sviluppo dell’industria automobilistica nazionale: per la Fiat, ad esempio, lavoravano infatti le bolognesi Weber, specializzata in carburatori, Menarini, produttrice di carrozzerie, Minganti, per varie componenti, e BB (Brevetti Baroncini) per le candele. Tuttavia fu un settore in particolare a caratterizzare il “boom” dell’industria bolognese degli anni Venti: quello delle moto. Unendo in sé la caratteristica di mezzo di locomozione a costo ridotto e la “passione” di molti sportivi, la motocicletta fu uno degli emblemi dell’economia e della società della prima metà del XX secolo. Per queste ragioni diversi artigiani bolognesi si cimentarono nella realizzazione di modelli “nostrani” in grado di fare concorrenza alle marche straniere. A Bologna nel 1923 sorgeva la G.D di Mario Ghirardi e Guido Dall’Oglio (nel 1939 sarebbe poi subentrato Enzo Seragnoli), nel 1924 la M.M. di Mario Mazzetti ed Alfonso Morini, mentre nel 1925 era la volta della C.M di Mario Cavedagna. Nel 1924 era sorta invece in città, da una piccola officina di riparazioni, la Fabbrica Automobili Maserati specializzata in auto sportive, che nel 1937 fu venduta e trasferita a Modena. Sempre negli anni Venti venne affermandosi un altro dei settori che avrebbe contribuito alla crescita dell’industria bolognese: quello del confezionamento. Pioniere in questo ambito fu Gaetano Barbieri che nel 1924 fondò la ditta A.C.M.A., specializzata nella fabbricazione di macchine per l’imbustamento automatico, che in breve tempo ottenne un successo mondiale. Nel comparto alimentare i maggiori successi si ebbero nell’ambito della torrefazione del caffè: è allora che emersero alcuni dei grandi nomi che ancora si trovano sugli scaffali dei supermercati o nei bar cittadini: Filicori e Zecchini (1919) e Segafredo (1922). La modernità e la specializzazione raggiunta in questi anni dall’industria bolognese determinano una novità in un panorama economico che per tutto il secolo precedente era rimasto “ancorato” a tecniche e modelli di produzione legati di fatto alla produzione agricola. L’industria bolognese degli anni Venti e Trenta fu dunque caratterizzata da una modernizzazione e specializzazione della produzione e da un duplice carattere di fondo che è stato rilavato da studi recenti. Da un lato l’elevato carattere tecnologico delle grandi imprese meccaniche, favorito anche da una ormai “diffusa cultura tecnica” derivante dall’Istituto tecnico Aldini-Valeriani. Dall’altro questa industria poteva contare ancora su un terreno di piccole e medie aziende dal carattere ancora artigianale e semi artigianale, collegate alle grandi imprese, che consentirono una forma particolare di collaborazione e decentramento industriale sul territorio. Questo particolare sistema di produzione fu uno dei fattori che contribuì a far sì che l’industria bolognese avvertisse in maniera limitata degli effetti della grande crisi del ’29. “Nacquero a Bologna piccole e medie imprese flessibili, divenute centrali nell’assetto economico cittadino qualche decennio più tardi; esse ebbero come principale caratteristica quella di specializzarsi in prodotti particolarmente adattabili alle esigenze del mercato e nel contempo furono capaci di creare strutture produttive particolarmente snelle”. Per questo motivo nonostante la gravità della crisi economica e il fatto che alcuni settori, come ad esempio il tessile e l’alimentare risentirono della frenata del mercato nazionale e internazionale e nella meccanica molte imprese dovettero ridurre produzione e personale “nessuna azienda di una qualche importanza fu costretta alla chiusura”. Quello bolognese era “un sistema produttivo estremamente flessibile e in grado di articolarsi positivamente rispetto sia alle necessità del mercato, sia alle congiunture della politica nazionale e internazionale”. Una “flessibilità” che garantì all’industria bolognese di “adeguare senza difficoltà e con successo la propria progettualità e le proprie capacità operative alle nuove esigenze della politica autarchica prima, e dell’intervento militare nella seconda guerra mondiale dopo”. La produzione riprese infatti a crescere a partire dalla metà degli anni Trenta grazie alla spinta delle commesse belliche: la Calzoni ad esempio avviò la fabbricazione di impianti idrodinamici per sommergibili ed aerei; la Weber, che nel 1940 inaugurò un nuovo e più grande stabilimento in via Timavo, oltre ai carburatori cominciò a produrre pompe e iniettori, mentre l’A.C.M.A. spostò la produzione di macchine dosatrici dalle bustine per l’Idrolitina alla polvere da sparo per riempire le munizioni. La Ducati infine, dichiarata azienda ausiliaria, potè contare su un vero e proprio “boom” grazie alla vendita di apparecchi radio. Questo grande impegno bellico ebbe come controparte un rischio elevato di bombardamenti aerei a partire dall’estate del 1943. Già da ’42 alla Ducati si era avvertito questo pericolo e gran parte degli impianti erano stati trasferiti in località periferiche della campagna bolognese. Gli intensi bombardamenti del 1943 colpirono, oltre alla popolazione civile, una parte degli impianti della Moto Morini e della SABIEM.

6. Alle origini del “miracolo economico” bolognese
Alla fine del secondo conflitto mondiale l’industria bolognese dovette fronteggiare un periodo di crisi relativa dovuta in parte alle distruzioni causate dai bombardamenti, ma soprattutto a un calo della domanda da addebitarsi in massima parte alla riduzione delle commesse pubbliche e militari. Il censimento industriale del 1951 evidenziava un calo nel numero delle aziende (quasi 3000 in meno) e una diminuzione in quello degli occupati di 4000 unità. A partire però già dall’inizio degli anni Cinquanta Bologna visse un particolare “boom economico”, che presentò caratteristiche differenti da quello nazionale. Uno dei principali elementi che caratterizzarono la capacità di ripresa dell’industria bolognese fu la decisione dei principali settori industriali di puntare non tanto sulla creazione di grandi fabbriche, quanto sulla “flessibilità e specializzazione in piccole e medie aziende”. Riprendendo un modello introdotto negli anni Trenta, i grandi industriali bolognesi scelsero di ristrutturare le proprie aziende e “decentrare” la produzione, continuando così a garantire una forte specializzazione che sembrava quasi assumere le caratteristiche di un artigianato altamente specializzato. Una “specializzazione flessibile”, costituita da “un tessuto di numerose piccole e medie imprese, modernamente attrezzate, dedicate a produzioni specializzate di beni di piccola serie o tendenzialmente personalizzati, di alta qualità ed accuratezza di lavorazione, e con una grande flessibilità di orientamento produttivo e di organizzazione del lavoro”. Questo sistema, che rimase inalterato per i decenni successivi, ha permesso di definire il bolognese come un “grande distretto policentrico, attraversato da un fittissimo reticolo di legami verticali e orizzontali nella produzione”. I settori primari di questo sistema restarono di fatto quelli dei decenni precedenti, con una maggiore diversificazione dei prodotti. A fare da guida restava l’industria meccanica, in particolare il packaging e la motoristica a cui si aggiunsero anche l’elettromeccanica e le macchine utensili. In calo, pur rimanendo presente, risultò invece l’industria alimentare, mentre crebbe ad esempio il settore calzaturiero. Il settore motoristico fu sicuramente quello che fece da traino al “miracolo economico” bolognese degli anni Cinquanta. Complice un’ormai solida tradizione e una “moda” sportiva, alimentata dalle corse trasmesse ormai anche attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, le commesse per le moto bolognesi aumentarono. Accanto alle ditte tradizionali, come la Moto Morini, che seppero ancora una volta riadattare la produzione all’indomani della guerra, se ne aggiunsero altre, come la Malaguti e la Italjet. Seguendo una tradizione ormai consolidata la maggior parte di esse sorgevano spesso a grazie all’intraprendenza e all’abilità di artigiani specializzati, che avevano lavorato per grandi aziende oppure trasformavano la loro conoscenza in nuova progettualità. Un caso speciale fu rappresentato dalla Ducati che per superare la crisi dell’immediato dopoguerra decise di diversificare la sua produzione e di sviluppare il settore motori. Cominciò nel 1946, con la realizzazione, su brevetto della torinese SIATA, del Cucciolo, un motore da applicare al telaio delle biciclette, per ampliare progressivamente la produzione. Nel 1953 il settore elettrotecnico e quello motoristico si separarono dando vita a due società distinte e l’anno successivo veniva presentata la Gran Sport 100 “Marianna”, progettata dall’Ing. Fabio Taglioni. Un altro dei perni dell’industria bolognese negli anni del miracolo economico fu il settore del confezionamento – in cui si specializzò la G.D di Enzo Seragnoli abbandonando così il settore motoristico – un comparto che conobbe un notevole sviluppo con l’aumento del consumo di massa dei prodotti confezionati. Anche nell’alimentare si potevano contare alcuni nomi di rilievo sul panorama nazionale come l’Alcisa e la Buton, ma in generale il suo sviluppo fu minore se comparato a quello della meccanica e dei motori. L’industria bolognese poté contare, per tutto il periodo del miracolo economico, su una stagione di sviluppo, grazie a quelle caratteristiche proprie qui sommariamente indicate e che traggono origine da quel lungo Ottocento che ne aveva posto le fondamenta. Un secolo prevalentemente agricolo l’Ottocento, certamente, ma anche una stagione in cui si fissarono le basi per uno sviluppo industriale che dall’agricoltura avrebbe tratto la sua forza, perché in funzione di essa si sviluppò una prima industria meccanica. Quei grandi proprietari terrieri che seppero “innovare”, “sperimentare” nuove macchine e investire nelle prime officine, non erano poi così lontani da quegli “spiriti” industriali che un secolo più tardi scelsero di investire nei motori e nella modernità. Centrale nello sviluppo del “modello” industriale bolognese fu anche la “comunione” tra una tradizione di mestieri artigianali, che fu per lungo tempo alla base dello spirito innovatore e produttivo degli industriali bolognesi, e la conoscenza tecnico-scientifica impartita nelle scuole tecniche bolognesi. Un impulso fondamentale venne in questo dall’Istituto Aldini-Valeriani, che rappresentò una vera e propria fucina di formazione di operai e tecnici specializzati. Nell’anno accademico 1877/1878 venne poi inaugurata dall’Ateneo bolognese la Scuola di Applicazione per gli ingegneri che contava due sezioni: una per la formazione degli ingegneri e l’altra per gli architetti. Nel 1899/1900 fu attivato l’insegnamento di Elettrotecnica, affiancato in seguito dalla costituzione di un Gabinetto scientifico di Elettrotecnica. Da questo nucleo sorse, solo nel 1935 la Facoltà di Ingegneria con due sezioni, Civile e Industriale. Quest’ultima rifletteva nelle due sezioni in cui era suddivisa, Meccanica ed Elettrotecnica, le principali specializzazioni dell’industria bolognese. Un modello, quello industriale bolognese, che si può dire mantenne di fatto un legame intenso con le strutture economiche, sociali e finanziarie della regione. I principali istituti di credito cittadini, la Cassa di Risparmio, la Banca del Monte, il Credito Romagnolo, con la loro fitta rete di filiali su tutto il territorio, rappresentarono una delle principali fonti di credito delle attività economiche del bolognese. Bologna poteva infine contare sulla sua posizione geografica centrale nel sistema di trasporti e comunicazioni della penisola, una posizione sottolineata e sostenuta dallo sviluppo delle reti di comunicazione: la ferrovia a partire dalla metà del XIX secolo e la rete autostradale per gli anni del “boom”. Un insieme di elementi che contribuirono a fare dell’industria bolognese un esempio particolare di modello industriale, in grado di competere con quelli del più noto “triangolo industriale” e che indubbiamente ne ha garantito la longevità fino agli anni del boom economico.

Elena Musiani

Testo tratto da "La Ruota e l’Incudine la memoria dell’Industria Meccanica bolognese in Certosa", Minerva, 2016

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