Gasparini Ercole

Gasparini Ercole

27 Febbraio 1771 - 1829

Note sintetiche

Occupazione: Architetto

Scheda

Ercole Gasparini nasce a Bologna il 27 febbraio 1771 da Carlo Antonio Gasparini e da Rosa Maria Francesca Frati e vi muore il 27 novembre 1829, fu battezzato nella chiesa parrocchiale di Santa Maria del Tempio ed ebbe come padrino il filosofo e medico Luca Sartoni e come madrina la contessa Isabella Ranuzzi Tanari. Era il secondo di undici figli e si sposò con Gaetana Ceruti di Mantova dalla quale ebbe due figli di nome Teresa e Angelo che intraprenderà la carriera del padre diventando professore all'Accademia di Belle Arti, di cui sarà anche socio onorario. Sappiamo che viveva con la sua famiglia in via Altabella al numero 1628, era parrocchiano della chiesa Metropolitana di San Pietro e che era di condizione agiata in quanto viveva assieme ad una numerosa servitù. Nella Gazzetta di Bologna alla data del 5 dicembre 1829 viene dedicato all'architetto un lungo necrologio da parte del corpo docente dell'Accademia il quale riporta che il giorno 27 di novembre l'Accademia perse “un attento e diligentissimo professore ...tanto compianto dai suoi colleghi, dai suoi studenti e da tutto il corpo accademico che prese parte alle esequie il 1° di dicembre”. Le parole di questo necrologio sono di sincero affetto e stima in quanto la figura dell'architetto non viene ricordata solo nella duplice veste di professore e architetto, infatti le parole più sentite si riferiscono alla sua persona laddove si dice che fu “ottimo marito e padre di famiglia, nonché uomo veramente onesto e religioso”.

Fu sepolto il 2 Dicembre nella cella di famiglia posta all'interno posta in una delle sue architetture più famose, la Cappella dei Suffragi, poi ampiamente trasformata nell’attuale Galleria degli Angeli da Antonio Zannoni. Per quanto riguarda il suo nome, Ercole, esso trova conferma in tutte le fonti compresa la sua epigrafe ad eccezione che nel testo di Baldassarre Carrati dove, nella sezione dedicata ai battesimi, alla data 27 febbraio 1771 viene nominato un certo Girolamo Maria Francesco Gaetano di Carlo Antonio Gasparini e di Rosa Maria Francesca Frati, genitori dell’architetto. Si pone a questo punto un quesito sul suo nome di battesimo che potrebbe essere quello riportato dalla fonte, mente quello con cui venne comunemente conosciuto può essere stato frutto di una scelta personale, un nome d'arte che sarebbe perfettamente in linea con lo stile neoclassico che si riflette in tutte le sue opere.

Per quanto riguarda gli anni della formazione sappiamo che fu studente presso Giovanni Calegari e che alla soglia dei 17 anni ottenne alcuni riconoscimenti pubblici all'interno dell'Accademia di Belle Arti, che in quegli anni organizzava alcune competizioni accademiche come il Premio Fiori e il Premio Marsili Aldrovandi. Il primo fu vinto dall'architetto il 25 maggio 1788 e nello stesso anno vinse anche il secondo con il disegno rappresentante la “Borsa dei Mercanti”, mentre nel 1791 vinse nuovamente il premio Fiori. Sappiamo che strinse amicizia con l'architetto Giuseppe Nadi, col quale intraprese un viaggio di studi che li condusse dapprima a Roma e in seguito a Napoli, luoghi che costituirono una importante occasione che arricchì entrambi dei concetti del bello e del sublime, incarnati dai grandi esempi del mondo classico. Vengono citate dalle fonti due testi che l'architetto avrebbe scritto intitolati: “Memorie per servire alla storia dè monumenti sepolcrali” e “Annotazioni al Milizia”, testi che purtroppo non sono stati fino ad ora rintracciati ma che avrebbero potuto fornire informazioni preziose sulla sua concezione dell'architettura e sulla sua formazione artistica e culturale che resta tutt'ora colma di lacune.

Dal 1816 fino alla sua morte, Gasparini ottenne la cattedra d'architettura all'Accademia, al posto dell'Antolini, che fu il suo maestro che aveva dimostrato posizioni troppo repubblicane durante il periodo della restaurazione pontificia. A questo proposito si può avanzare una riflessione sulla posizione politica dell'architetto durante questo periodo così delicato: egli non fu volutamente coinvolto nelle esperienze giacobine del tempo, oppure si potrebbe ipotizzare che appartenesse allo schieramento opposto, cosa che potrebbe avergli facilitato l'ingresso in Accademia. Bisogna rilevare che nonostante l'importanza della continuazione del braccio porticato che dal Meloncello conduceva alla Certosa che vide la sua realizzazione nel 1811, approvata e sostenuta dal neonato Dipartimento del Reno, l'architetto non ebbe la possibilità di ricoprire cariche di rilievo durante il governo italico. Gasparini seguì un percorso piuttosto originale anche se il classicismo archeologizzante fu la sua linea di condotta appresa dopo il soggiorno a Roma e a Napoli ed, in primis, dal suo maestro Antolini. Bisogna evidenziare che l'inserimento della figura dell'architetto nell'urbanistica bolognese a cavallo fra i due secoli sembra trovare spazio nel contesto di una serie di interventi che concepivano un'architettura di servizi, quindi maggiormente coinvolta con lo spirito pubblico, con la collettività, come testimoniano i progetti per il portico di collegamento tra i portici di San Luca e la Certosa, le numerose proposte per i teatri e non ultimo l'edificio destinato ad ospitare locali ad uso commerciale e ricreativo, il cosiddetto “Ridotto”, progetto che si poneva all'interno dei lavori di sistemazione del parco della Montagnola avviati nel  1805.

Il portico della Certosa è un'opera che si colloca fra le migliori soluzioni dell'architetto che si inserisce nel piano di rinnovamento urbanistico della città avviato in età napoleonica. Il progetto ebbe inizio il 16 settembre 1811 e fu accolto con clamore dalla popolazione che contribuì con lasciti testamentari come quello di Luigi Valeriani, con finanziamenti e donazioni quali quelli del conte Prospero Ferdinando Ranuzzi Cospi o del nobile Andrea Pesci insieme a spontanee offerte per far fronte alla spesa prevista di 1.800 lire di Bologna, di cui 600 destinate alla realizzazione dei 220 archi del portico e 1.200 per ciascuno dei 18 capi-archi. Un arco maggiore venne eretto a porta Sant'Isaia, l'arco Guidi, poi demolito nel 1934 e un altro sopra al canale della Certosa, oggi ridotto in un semplice loggiato aperto. Tutta la struttura era affiancata da una strada carrozzabile di larghezza di 20 “piedi di Bologna”, come voluto dal Podestà. Tante furono le difficoltà incontrate dall'architetto nel compimento di quest'opera che venne ultimata nel 1834, dopo la sua morte, senza vedere rispettato il progetto originario soprattutto per ragioni economiche.

Altre due opere all'interno del “cantiere” della Certosa meritano attenzione: la Cappella dei Suffragi e la Cancellata d'ingresso. La prima, realizzata nei primi anni dell'800, era posta ai lati del chiostro rinascimentale col fronte aperto verso il campo centrale. La pianta si rifaceva agli esempi dei classici romani per l'accostamento della forma semicircolare al prospetto, composto da frontone e timpano triangolare sostenuto da sei imponenti colonne corinzie, mentre all'interno l'altare rimaneva separato dal coro da quattro colonne. L’edificio fu talmente ammirato e lodato che trova posto anche nella collezione di vedute pittoresche della città incise da Antonio Basoli. Oggi non rimane quasi più nulla della cappella, poiché fu quasi totalmente demolita nel 1863 da Antonio Zannoni, e trasformata nell'attuale Galleria degli Angeli, anche se rimane visibile il pronao che introduce alla galleria. Per quanto riguarda l'elegante cancellata d'ingresso, essa fu progettata nel 1802 e si compone da tre eleganti cancellate delimitate da quattro imponenti pilastri dei quali quelli centrali ospitano due lapidi che ricordavano la fondazione del cimitero avvenuta nel 1801 e la sua consacrazione compiuta da Monsignor Rusconi il 17 luglio 1802. I due pilastri centrali sono sormontati da due enormi statue in terracotta chiamate “Piagnoni”, che ritraggono due donne in atteggiamento dolente appoggiate in stato d'abbandono a due urne funerarie, realizzate dallo scultore Giovanni Putti. I due pilastri laterali nel progetto originario erano sormontati da due vasi cinerari che sono stati invece sostituiti con due statue in terracotta, delle quali ne rimane soltanto una raffigurante un genietto funebre, mentre il pilastro di destra oggi risulta completamente inglobato nell'esedra del braccio di portico. Nell’insieme il progetto si rivela di grande raffinatezza stilistica, molto armonico e curato in ogni dettaglio, dalle cancellate di ferro agli elementi scultorei.

Il contesto teatrale fu fonte di costante interesse come testimoniano le diverse proposte elaborate in questo campo, la prima delle quali riguarda la ricostruzione dell'ex teatro Zagnoni distrutto da un incendio nel 1802 e situato nelle vicinanze di via Castiglione e via del Ponte di Ferro. La proposta dell'architetto non fu approvata in quanto si decise di procedere alla definitiva demolizione dell'edificio a causa della generale condizione di precarietà della struttura. Altro progetto fu quello per il teatro del Corso, situato nelle vicinanze di via Santo Stefano e il convento di via San Giovanni in Monte, per il quale l'architetto pensò a un edificio funzionale che prevedesse l'integrazione di ambienti destinati allo svago e alla ricreazione come sale da biliardo e da caffè. A questo progetto l'architetto concorse con Francesco Santini e nonostante i due progetti non differissero molto a livello formale, il committente scelse la proposta di quest'ultimo in quanto maggiormente economica: il teatro fu inaugurato nel 1805 e dedicato a Napoleone. Fra i progetti che videro una realizzazione pratica vi furono la facciata e il portico della chiesa di Santa Caterina, iniziati nel 1828 e ultimati dopo la morte dell'architetto nel 1832 e il Casino Pignalver. Per la realizzazione delle statue dei santi che sormontano il portico si avvalse della collaborazione degli scultori Alessandro Franceschi, Giovanni Putti e Luigi Roncagli, quest'ultimo autore del bassorilievo del timpano della facciata. Per quanto riguarda il casino Pignalver, di proprietà di Diego Giuseppe Pignalver, era situato all'interno di Villa Davia che si trovava fuori l'odierna porta San Felice e fu progettato dall'architetto nel 1818 e demolito verso la fine del secolo per far posto a una caserma tutt'ora esistente, che conserva ancora al suo interno alcune parti murarie originarie. All'interno del parco della villa l'architetto progettò anche un’agrumeria che si sviluppava in senso longitudinale e che prevedeva una zona superiore a terrazza e una serra coperta sottostante che poteva essere utilizzata anche come luogo di passaggio.

Ercole Gasparini incarnò appieno lo spirito dell'artista neoclassico, così attento al recupero dei grandi modelli greci e romani, l'eredità che ci ha lasciato lo conferma come personalità di grande interesse nel panorama dell'architettura neoclassica bolognese testimoniata anche dai 277 disegni e progetti conservati al Gabinetto di Disegni e Stampe dell’Archiginnasio, caso eccezionale all'interno delle raccolte bolognesi.

Fra le opere funerarie realizzate dell'architetto in Certosa, ci sono 5 monumenti situati all'interno dei chiostri più antichi della Certosa (I e III) ad eccezione del monumento del barone Strick de Menehim, situato invece nel Cimitero degli Acattolici, commissionati dagli esponenti di quelle famiglie facoltose che avevano il privilegio di ottenere una sepoltura all'interno dei portici dei chiostri. Questi monumenti seguono la tendenza tipica della decorazione cimiteriale ottocentesca, influenzata dall’arte del Canova, che vide il netto sopravvento della scultura sulla pittura. Elementi ricorrenti in questi sepolcri sono infatti il sarcofago, collocato solitamente sulla sommità o al centro della rappresentazione, il vaso e l'urna funebre, più o meno ornati a seconda della scelta stilistica e le figure di immagini femminili piangenti e afflitte che evidenziano il dolore dei congiunti. Il monumento Strick, è situato all'interno del piccolo cimitero Cristiano Evangelico, fu progettato dall'architetto nel 1810 e realizzato nel 1822. La tomba è visibile dal cancello d'ingresso e per questo sembra fungere da fondale scenografico al piccolo chiostro. Fu realizzata in scagliola dipinta e raffigura su di un alto basamento decorato in finto marmo policromo e ornato da due festoni, due figure, una dolente che volge lo sguardo verso il basso e un giovane con abiti classici che guarda l'urna funeraria sono entrambe appoggiate alla lapide. Un tempo policromo di color rosso mattone in tutte le sue parti decorative e strutturali. Il monumento per l'avvocato Giovanni Donati “cavaliere della corona ferrea e presidente del Tribunale d'Appello nei dipartimenti Cispadani” fu commissionato intorno al 1813 dal fratello e dalla sorella del defunto. La tomba, per la quale si valse della collaborazione dello scultore Giacomo De Maria, attivo a quel tempo in Certosa, fu progettata come un monumento articolato, composto da una struttura che contiene al centro una nicchia dove trovano posto un piedistallo decorato con un festone che sorregge l'urna del defunto, purtroppo l'urna è stata sottratta in data imprecisata. Due angeli funebri dolenti sono posti ai lati della nicchia, mentre sulla sommità è collocato il busto del defunto, fiancheggiato da sculture che ricordano la sua professione:dei libri, un calamaio e delle penne. Il monumento Ranuzzi Cospi venne realizzato nel 1815 circa, e si presenta col busto del defunto, Ottavio Prospero Ranuzzi al centro della composizione, sorretto da un alto piedistallo e sormontato da una lunetta che raffigura un angelo funebre che volge lo sguardo in basso in atteggiamento contemplativo e tutto l'insieme è compreso all'interno di un arco decorato con fregi in tutte le facce e sorretto da due grandi colonne con capitelli corinzi. La commissione dell'Accademia di Belle Arti che aveva il compito di giudicare ed approvare i monumenti realizzati in città, diede indicazione affinchè il busto del defunto e il bassorilievo fossero realizzati in marmo dallo scultore Giacomo De Maria.

Una tomba importante ed elegante che rifletteva lo stato agiato dei committenti e fu realizzata con marmi preziosi sia nello sfondo della parete, sia negli elementi decorativi, come le colonne in marmo rosa “lumachella”. Una lettera datata 2 agosto 1819 si riferisce al progetto per la tomba di Giovanni Rinaldi e si legge che la commissione dell'Accademia, attestò che dei due disegni presentati dall'architetto, fu scelto il secondo in quanto risultavano più proporzionati i rapporti di altezza della struttura oltre ad aver semplificato sia il piedistallo, sia i vasi. Il monumento è contenuto all'interno di una nicchia e composto da un basamento ornato da un fregio che rappresenta un motivo a festone e sopra di esso un alto piedistallo che contiene l'urna funebre, fiancheggiato da due vasi cinerari. Il progetto originale non è stato rispettato in alcuni punti al momento della realizzazione, infatti è stato realizzato omettendo la ricca decorazione a festoni del basamento e rivestito semplicemente dalle lapidi di famiglia. Il monumento a Giacomo Giro fu realizzato intorno al 1822 e fra i disegni dell'architetto si conserva una tavola che si riferisce al progetto iniziale di questo sepolcro, che prevedeva una distribuzione diversa dei familiari del defunto in quanto i personaggi femminili erano stati concepiti a gruppi e disposti intorno alla figura del congiunto che era rappresentato seduto con la testa appoggiata a una mano in atteggiamento di disperazione e abbandono. Questa figura nel monumento è assente e ritratta soltanto attraverso il suo busto, collocato nella sommità della composizione. Il monumento Giacomelli fu dedicato ai fratelli Francesco e Gianpietro che furono, il primo avvocato e l'altro negoziante. Fu commissionato all'architetto nel 1822 dai figli del cugino dei due defunti. In questo caso Gasparini fece realizzare le sculture che adornavano la tomba allo scultore Francesco Franzoni di Carrara. Si può notare che a differenza degli altri monumenti funebri non è dotato né del busto del defunto, né dall'urna funebre, due elementi tipici di questo tipo di rappresentazione. Si compone di un grande basamento sopra al quale si colloca un sarcofago adornato da motivi decorativi e al centro della composizione trova posto un medaglione con i busti dei defunti. In una lettera datata 1817 e conservata all'archivio storico del Comune, si legge che la commissione dell'Accademia di Belle Arti rilevò che il progetto per Paolo Spada, presentato dall'architetto “...non sembra di idea nuova” segnalando le modifiche che avrebbe dovuto apportare all'opera e affidando la realizzazione allo scultore Luigi Acquisti, attivo anch'egli in quegli anni in Certosa. La proposta dell'architetto rimase solo a livello progettuale come testimonia un disegno conservato all'Archiginnasio che riporta il prospetto per un monumento funebre che contiene alcuni riferimenti che rispetterebbero le condizioni dettate dalla commissione.

Valentina Begliossi

Bibliografia: Baldassarre Carrati, Battesimi Maschi 1763-1775 (vol.XXXIV), Bologna 1797-1809,XXX; Baldassarre Carrati, Nascite e battezzi di donne bolognesi e di altre destinate famiglie:cominciando dall'anno 1650...al 1810 il tutto estratto dai Libri esistenti nell'Archivio del Sacro Fonte di Bologna...da me Baldassarre A.M.Carrati, (1775-1786),(voll.XI), Bologna 1809-1810, IX; G. Zecchi, Collezione dei Monumenti Sepolcrali del Cimitero di Bologna, 2 voll, Bologna 1825-27; Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio (B879),(849-882), Compendio della storia della origine e progressi dell'Accademia Clementina delle Belle Arti in Bologna, Bologna metà XIX° sec.; M. Gualandi, Estratti d'archivi di Michelangelo Gualandi.Uomini illustri ed artisti sepolti nel Cimitero Comunale. (voll.XV), Bologna 1844-1858, I; F. Rangone, Memoria per servire d'istruzione intorno alla Certosa di Bologna stabilita ora a Gran Cimitero Comunale, Bologna 1826; Archivio Storico Comunale di Bologna, Fondo Certosa, Permessi di Sepellimento, C5 (1828-1830); Archivio Storico Comunale di Bologna, Registro dei Tumulati in Particolari Sepolcri,1801-1847; G. Bianconi, Guida del forestierre per la città di Bologna e suoi sobborghi, Bologna 1826; G. Bosi, Archivio patrio di antiche e moderne rimembranze felsinee raccolte e completate da Giuseppe Bosi, 4 voll,Bologna 1855-1859,III (1858); A. Gatti, Guida del Cimitero di Bologna, Bologna 1890; A.Gatti, Descrizione delle più rare cose di Bologna e suoi sobborghi compendiata e corretta da Giacomo Gatti bolonese, Bologna 1803; A. Gatti, Notizie storiche intorno alla reale Accademia di Belle Arti di Bologna, Bologna 1896; Gazzetta di Bologna n. 97, sabato 5 dicembre 1829; Pancaldi, Descrizione storica del braccio di portico che dal Meloncello conduce al Cimitero Comunale, Bologna 1835; M. Gualandi, Guida di Bologna, Bologna 1850-1865; G. Guidicini,Cose notabili della città di Bologna, vol.III,Bologna 1868-1877; C. Masini, Dell'arte e dei principali artisti di pittura scultura e architettura in Bologna dal 1777 al 1862, Bologna 1862; G. Pesci (a cura di), La Certosa di Bologna. Immortalità della memoria, Bologna, Editrice Compositori 1998; M. L. Giumanini, I premi Marsili-Aldrovandi (1727-1803), Bologna 2000; M. L. Giumanini, studenti in arte-il premio Fiori (1743-1803), Bologna 2001; La Certosa di Bologna - Un libro aperto sulla storia, catalogo della mostra, Bologna, Tipografia Moderna, 2009. I testi sono rilasciati sotto licenza CC-BY-SA.

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Dodici porte: Il portico della Certosa
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Documenti
Descrizione del Cimitero di Bologna
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Descrizione del Cimitero di Bologna (Description of the Certosa cemetery), fascicolo XLI, ultimo della Collezione. Giovanni Zecchi, Bologna, 1829. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa.

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Augusto Bastelli, Cenni storici della Certosa di Bologna, Tipografia Luigi Parma, 1934. Copia con annotazioni ed appunti autografi dell'autore. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa.

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Alle origini dello sport. Il gioco del pallone prima del calcio, Bologna, Museo del Risorgimento, 1995.

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Il Piccol Reno - Foglio settimanale. 1845-1846. Tipografia San Tommaso D'Aquino, Bologna. Repertorio dei testi sulla topografia della Certosa di Bologna. Trascrizioni a cura di Lorena Barchetti.