Il Carnevale 1868

Il Carnevale 1868

febbraio

Scheda

Dalla seconda metà dell’Ottocento - nell’era della diffusione della fabbrica, del consolidarsi dei mercati nazionali e internazionali, dei grandi collegamenti ferroviari, navali, postali e telegrafici, della diffusione della stampa quotidiana che plasmava l’opinione pubblica, dell’esaltazione delle nazionalità, del “trionfo della borghesia” - si assistette in Italia a una trasformazione del costume, che diede luogo a rituali collettivi, fondanti nuove dimensioni del tempo e dello spazio nella nascente società di massa del XIX secolo.

In quell’epoca di transizione che stava sconvolgendo i modi di vivere, di produrre e di relazionarsi con gli altri, la ricerca di una dimensione rituale collettiva, capace di integrare gli atomi di una società civile in fase di formazione, fu cercata e ritrovata anche e soprattutto in alcune pratiche folcloriche che, adeguatamente trasformate e rivitalizzate dal ceto politico, divennero un sostegno vitale a identità collettive che rischiavano di disgregarsi, perché rituali di stato o religiosi non risultavano adeguati a rappresentare l’esperienza storica che la società stava vivendo.

Tra le ritualità collettive assunse grande importanza il Carnevale: tolto dalla sua arcaica collocazione nel tempo dell’anno scandito dalle cerimonie cristiane, perdute le funzioni propiziatorie stagionali, e forse anche il senso di periodica trasgressione, la festa modificò i suoi consueti significati, per ridisegnarsi, nella sua dimensione ludica ed estetica, come rito in cui si delineavano moderne identità borghesi e popolari. Protagonisti di questa metamorfosi furono reti locali di notabili e associazioni politiche e sociali che, attivamente partecipi dei linguaggi festivi tradizionali, cercarono di usarli allo scopo di rifondare nuove identità sovralocali, senza rinunciare tuttavia a valorizzare quelle municipali o regionali, comunicando forme espressive e valori propri ad una comunità più vasta (M. Fincardi, 1995, pp. 11-12).

Anche Bologna non si sottrasse a questi mutamenti collettivi e nel 1868 il Carnevale, per la prima volta, venne organizzato non più dalla municipalità ma dalla “Società del Dottor Balanzone”. L’associazione - che prese il nome della maschera bolognese per eccellenza, una canzonatura dei Dottori dell’antico Studio - era stata costituita nel 1867 da «un eletto novero di persone» (fra i quali il conte Agostino Salina, il conte Pompeo Aria, il marchese Domenico Rusconi e il conte Giuseppe Massei) allo scopo di promuovere e dirigere «i divertimenti pubblici del Carnevale», curandone la realizzazione in accordo con le autorità municipali, e di favorire «occasioni d’incoraggiamento all’industria, di lavoro ed occupazioni alle arti e agli operai», devolvendo gli utili in beneficenza, guadagni destinati soprattutto «ai pii istituti degli asili infantili e al ricovero di mendicità» (“Il Monitore”, 20 marzo e 22 aprile 1867; 6 gennaio 1868; E. Bottrigari, III, 1961, p. 468).

Un articolo, apparso sul maggiore quotidiano cittadino dell’epoca, bene illustrava le finalità dell’istituzione: l’assoluta necessità delle singole individualità di “farsi corpo sociale” per il conseguimento di interessi comuni; l’aumento di ricchezza - il carnevale visto come possibile veicolo di espansione dell’economia cittadina - che da ciò derivava, con un calcolato tornaconto che ne costituiva un essenziale incentivo; e, infine, la possibilità di ovviare ai disagi derivanti dalla povertà tramite la beneficenza, esercitando così una determinante “funzione di filtro” nei confronti di possibili tensioni sociali e attribuendo con ciò una finalità etica al proprio operare. «Il Re del Carnevale, il Dottòur Balanzòn, ha pensato che uno dei primi mali che rendono impotente l’Italia si è la mancanza assoluta dello spirito di Associazione, senza del quale una nazione, a cui pure non manchino le fonti della ricchezza, è sempre povera, ed è come l’avaro, che muore di fame in mezzo al proprio oro. Il Re del Carnevale ha veduto che in molti incontri le Associazioni per cose serie sono state impossibili, perché non è ancora giunto il tempo in cui il solo bene della patria valga a frenare ogni partito, e a renderlo possibilmente tollerante: ed egli ha pensato di abituare gli uomini all’Associazione mediante il piacere, che è la calamita irresistibile, cui corre dietro l’intera umanità. […] Ho detto che conseguenze dello spirito d’Associazione è la ricchezza, e le feste attuali ne danno la prova. La classe povera, dal facchino all’artigiano e all’artista, è quella che intasca la maggior parte del denaro che si spende, senza enumerare i molti vantaggi del piccolo commercio, che riconosce in queste feste una risorsa non indifferente. Il Dottòur Balanzòn ha poi voluto che ovunque si faccia sentire la forza dello spirito d’Associazione, ed anche i poveri non atti al lavoro saranno beneficati, perché a loro profitto andrà il ricavato delle Fiere e delle lotterie di beneficenza. Il povero, il quale senza spesa ha anche il modo di far divertire la sua famiglia, sarà il primo ad accogliere il mio evviva al Dottòur Balanzòn» (“Il Monitore”, 20 febbraio 1868).

Il primo programma ideato per celebrare il Carnevale del 1868 corrispondeva perfettamente alle funzioni sociali assolte dalla associazione: veglioni nei maggiori teatri cittadini - al Brunetti, con fiera di beneficenza «diretta al nobil fine che dalle lietezze delle più agiate classi abbian pure profitto i poverelli»; al Contavalli con «gratuita lotteria di oggetti preziosi, eleganti od umoristici»; al Comunale con «premi di 10 sontuose cene per 8 persone» - un ballo popolare nella piazza del Pavaglione e i grandi corsi mascherati, clou delle manifestazioni, che si tenevano nei giorni “grassi” di giovedì e martedì con premiazione per i carri allegorici «più eleganti e fastosi» (“Il Monitore”, 16 febbraio 1868).

La città rispose con entusiasmo soprattutto a quest’ultima iniziativa: il 20 febbraio, lungo le vie, migliaia di spettatori gremivano i molti palchi eretti, tutti addobbati, aspettando l’arrivo del “Re del Carnevale”: a presiedere la festa, infatti veniva nominato un uomo che raffigurava con modi buffoneschi una tipica maschera locale, nel nostro caso il Dottor Balanzone, appunto, che venne impersonato, negli anni, prima da Filippo Cuccoli, celebre burattinaio, e poi dal figlio Angelo (A. Testoni, 1972, p. 109). «Alle 3 pomeridiane entrava per la Barriera di S. Stefano, sopra un bel legno da viaggio tirato da sei cavalli, il Re del Carnevale. Al suo ingresso la banda Municipale, ita ad incontrarlo, suonava un Inno a lui espressamente dedicato, nel mentre che mortari e fuochi si accendevano in segno di gioia. […] Grande folla di popolo curioso assisteva all’ingresso. Al seguito venivano molti equipaggi con maschere. La banda precedeva il cocchio del Balanzone e lo accompagnava fino alla Piazzetta di S. Tecla ove è eretto un grandioso palco che serve direi quasi a di lui trono. Ivi sono invitate le autorità civili e militari della città, ed ivi stanno i componenti la direzione della Società che prende il nome dalla maschera suddetta. Appena giunto il Balanzone e suo corteggio sull’accennato ponte, grande copia di poesie in carte colorate furono gettate dalle circostanti finestre, nel mentre che il Dottore arringava il popolo. Dopo ciò, risalito in cocchio, faceva alcuni giri nel corso che dalla Barriera di S. Stefano giunge alla nuova piazza Cavour, ove le carrozze giravano intorno per ripigliare la via che conduce alla Barriera di S. Stefano. […] Le persone a piedi erano affollatissime, essendosi recate per curiosità a migliaia què del contado» (E. Bottrigari, IV, 1962, pp. 11-12).

L’avvenimento più atteso, la premiazione dei carri mascherati, ideati ed eseguiti dai migliori artisti locali, avvenne «dal palco appositamente costruito sulla piazza di Santa Tecla (ora via S. Stefano, slargo di fronte all’accesso di piazza S. Giovanni in Monte), al suono della banda e con illuminazione di moccoletti». Qui i membri della giuria, composta dalla migliore società bolognese, conferirono il primo premio all’Idra infernale «il cui carro era tirato da sei cavalli bianchi. Entro al mostro vedevasi Belzebù contornato da diavoli armati di tridenti, mentre altri diavoli a cavallo precedevano il carro» e il secondo alla «Pagoda chinese, sotto al cui baldacchino sedeva un mandarino al quale facevano corona i grandi del regno» (E. Bottrigari, IV, 1962, p. 13). Come ricorda Alfredo Testoni, che ben esprime il clima che dominava la manifestazione, a quegli spettacoli veramente grandiosi, «era in tutti una gara, un’eccitazione, un entusiasmo perfino fuori misura» (A. Testoni, 1972, p. 110).

Rossella Ropa

Testo tratto da Cent'anni fa Bologna: angoli e ricordi della città nella raccolta fotografica Belluzzi, Bologna, Costa, 2000.

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