Louise Colet visita Bologna

Louise Colet visita Bologna

1860

Scheda

Louise Colet, pseudonimo della francese Louise Révoil (1810 – 1876 ), fu poetessa e scrittrice dal carattere forte e vicina agli ideali risorgimentali italiani. Amica di Victor Hugo, fu tra le animatrici di uno dei salotti letterari più noti di Parigi, dove erano ospiti anche Gustave Flaubert e Alfred de Musset. Con Flaubert instaurò una relazione sentimentale di otto anni. Tra il 1859 e 1861 si data il suo viaggio in Italia, partendo da Genova. Tra le numerose tappe del suo Tour vi fu anche Bologna, dove vi sostò nel 1860. Raffaele Belluzi nella pubblicazione Bologna, Album - Storico, edito a Bologna nel 1882 dallo Stabilimento Tipografico Successori Monti, ha raccolto la parte riguardante la città felsinea, che la Colet aveva pubblicato nel volume L’Italie des italiens (1862). Trascrizione a cura di Lorena Barchetti.

La diligenza che ci condusse da Ravenna a Bologna non fu migliore di quella che ci avea condotte da Firenze a Forlì. Io aveva fermato il cupè per me e per mia figlia: un cupè angusto, inaccessibile, posto sopra un affusto così alto che ci occorse una scala per potervi salire. Il conduttore ci aveva giurato per tutti i santi del calendario e per tutti gli Dei del paganesimo che saremmo almeno rimaste sole in quella gabbia fino a Bologna prendendo a testimoni le illustrissime eccellenze del prof. Fabbri e del conte Cappi, che ci aveano accompagnate alla vettura, che le due amabili signore potevano essere quiete come su un altare. La notte era fosca e la strada poco sicura almeno quanto l'altra degli Apennini; non solo la diligenza era stata aggredita una settimana innanzi, ma avea anche rovesciato due giorni prima e molti viaggiatori erano rimasti feriti nel disastro; uno anzi di diceva fosse morto. Le strade sfondate e il brigantaggio erano la doppia eredità che il governo papale lasciava all'Italia……

Arrivammo a Lugo verso l'ora dopo mezzanotte; e mentre si cambiavano i cavalli, vedemmo uscire da un caffè quasi buio, sotto le logge del mercato, un uomo tutto avvolto nel mantello, il quale si avvicinò alla vettura e reclamò il posto ch'egli si era accapparrato nel cupè. Noi facemmo vive rimostranze al conduttore, il quale con la sua voce melliflua ci rispose: state quiete care signore, e fece installare il nuovo arrivato al nostro fianco. Confesso che questi fu ricevuto da noi con tanta irritazione che ci saremmo meritate una risposta poco garbata, la fatica ci avea rese feroci e l'atmosfera opprimente pesava sopra di noi. - Si stava già abbastanza incomode in due; questo nuovo compagno di viaggio ci metteva addirittura tra l'incudine e il martello. I miei rimbrotti indirizzati al conduttore in barbaro italiano e i lagni che ci scambiavamo con mia figlia persuasero lo sconosciuto che l'avea a fare con la furia di due parigine, laonde si scusò con dolcezza e con la più grande squisitezza di modi dell'incomodo che ci recava; e si fece piccolo piccolo, stringendosi all'estremità del sedile, per lasciare a noi maggiore spazio. Egli si esprimeva in così buon francese ch'io lo presi per un compatriota e gli dissi ridendo: “Spero, signore, che vorrete addebitare il conduttore della nostra cattiva accoglienza. Convenite che in Francia non sarebbe possibile farsi pagare due volte lo stesso posto” - Sono Italiano, rispose egli allegramente, ma mi guardo bene dal difendere tutte le cose mal fatte da' miei cari romagnoli; queste cattive abitudini sono il prodotto di un cattivo governo e l'era novella deve estirparle per sempre”. Compresi da queste parole che era un liberale e gli dimandai subito se conosceva il marchese Pepoli e le sue sorelle. “Abito a Bologna e mi trovo soventi con loro” replicò.

Così continuammo a parlare tutta la notte fino a Bologna. Quando si fece chiaro egli mi presentò il suo biglietto da visita: lo sconosciuto era Angelo Marescotti professore di Economia Politica all’Università di Bologna, uomo di spirito quanto scienziato. Alla mia volta gli dissi il mio nome ringraziandolo ancora di aver risposto con tanta cortesia alla nostra brusca arroganza. Arrivammo a Bologna alle cinque del mattino e il sig. Marescotti ci procurò una vettura e fece caricare il nostro bagaglio dicendoci “a rivederci. Oh! Certamente soggiunsi io che ci sta a cuore di rivedervi; tutta la nostra galanteria ci è impegnata, perché sarebbe orribile che conservaste di noi la brutta e impertinente immagine delle due donne che vi sono apparse questa notte; un francese od un inglese ci avrebbe bellamente sgridate; voi Italiani, fate meglio: con la vostra imperturbabile amenità date una tacita lezione a tutte le sfuriate”. E Marescotti sorridendo mi rispose. “Diventando un gran popolo prenderemo presto i difetti delle nazioni libere”.

In pochi minuti fummo al grande Albergo Brun e non pensammo più che a dormire tutto il resto del giorno. Verso sera, mentre mia figlia riposa ancora, io esco a fare qualche visita. Vado anzitutto dal sig. Protche, Direttore della Ferrovia del centro e fratello del comandante Protche che ho conosciuto a Milano. Egli mi fa quella cordiale accoglienza che lega bentosto i francesi in paese straniero. Mi esprime il proprio rincrescimento perché sua moglie e sua figlia sono assenti e si mette a mia disposizione per farci vedere Bologna il giorno appresso. Il Protche, già allievo della Scuola Politecnica, matematico e ingegnere eminente, è uno degli uomini più seri e più simpatici ch'io abbia incontrato, egli riunisce in sé, cosa ben rara, la forza e la bontà, la fermezza dello stoico e la dolcezza dell'apostolo. Dirigendo i lavori delle ferrovie che debbono fra poco allacciare Ferrara a Bologna e Bologna a Firenze alla testa di una immensa schiera d'impiegati e di operai egli è piuttosto il padre che il generale di questa armata. Non ha nemici se non gli infingardi e i farabutti che formavano i bassi fondi tenebrosi delle città già soggette al potere temporale dei papi; e contro costoro egli si mostra inflessibile armato sempre del revolver: preservativo indispensabile per tenere al dovere uomini che non indietreggiano dinanzi l'agguato e l'assassinio.

Partendo da casa Protche mi faccio condurre al Palazzo della giovane contessa Carolina Pepoli Tattini, nipote della principessa Murat Rasponi; ma la contessa è in villa nelle vicinanze di Bologna ed io lascio al portinaio la lettera di sua zia (la Rasponi) e il mio biglietto da visita. Appresso mi reco dalla contessa Rossi Martinetti che fu già tanto celebre a Bologna pel suo spirito e per la sua straordinaria bellezza. Da giovane Ella avea ispirato un sentimento assai vivo a Napoleone I, la sua grazia insinuante, lo splendore de' suoi occhi, la dolcezza del suo sorriso turbarono il cuore del vincitore d'Italia. Sua nipote, la marchesa Florenzi Waddincton, mi aveva data una cortese commendatizia per lei e l'avea anche avvertita del mio prossimo passaggio per Bologna. La contessa abita un bel palazzo in mezzo ad un giardino ombreggiato da alberi e adorno di statue, di un tempietto greco e di portici. I boschetti e i viali più alti hanno come prospettiva la torre Asinelli.

La contessa Martinetti un po' fiacca pel calore delle giornata non riceveva quella sera; ma, all'annunzio del mio nome, mi fa richiamare da un cameriere e viene ella stessa ad incontrarmi nel vestibolo. Parmi che una statua antica siasi slanciata dal suo piedistallo; ella è tutta vestita di bianco, e la veste ampia ricade in armoniche pieghe intorno alla sua figura sottile e diritta; i suoi capelli, vere piume di cigno, ondeggiano sulla fronte e sulle gote incorniciati da un fazzolettino di tulle. Ella è ancora meravigliosa a vedersi; la sua bellezza incancellabile resiste alla longevità; ella ha saputo invecchiare armonicamente, per dirla con una frase della signora Rècamier, - il suo sguardo è sempre vivace, il suo sorriso affascinante, il suo naso greco flessibile e grazioso. Io non ho mai visti dei lineamenti più corretti e più dolci: “Vi aspettavo da più giorni”, mi diss'ella tendendomi la piccola e bianchissima mano, “e quantunque un po' stanca non ho voluto privarmi della vostra prima visita. Io sento ormai il peso degli anni e non mi riesce di scuoterlo se non quando il mio spirito s'interessa a qualcuno o qualche cosa” e, aggiunse con bontà, “voi m'interessate di molto”. Ella parla il francese sobrio e chiaro del secolo decimosettimo col tono squisito delle grandi dame di una volta. A vent'anni ha scritto un romanzo che si ricorda ancora, ma che Ella non vuol sentirsi ricordare dicendo che quelli furon peccati di gioventù; velleità d'applausi e di nomea buone solo a guastare la vita. Conversammo a lungo quella prima sera e, se mia figlia non mi avesse aspettato, non l'avrei lasciata così presto tanto la sua affabilità mi tratteneva. M'invitò a pranzo per uno dei giorni successivi e soggiunse: “Quantunque io non esca quasi mai verrò anche prima a trovarvi, chè mi tarda di conoscere la vostra cara ragazza”. La supplicai di non si affaticare per me e le promisi di condurle la figlia.

Il giorno appresso venne a prenderci il sig. Protche verso il mezzodì e insieme ci demmo a percorrere i più bei quartieri di Bologna. Io era meravigliata vedendo quelle lunghe strade fiancheggiate di portici tanto propizi alla sicurezza dei pedoni, ai quai è così permesso di passeggiare con tutto comodo al sicuro dal sole, dalla pioggia e dai venti, che soffiano sovente assai rigidi dall'Apennino. Ci fermammo da prima nella Piazza Maggiore. Da un lato di queste sorge la fontana sormontata dal superbo Nettuno del Gian Bologna - ; posano intorno alla vasca quattro voluttuose sirene, le quali, premendosi le mammelle, ne fanno sprizzare l'acqua. Il vecchio Nettuno le guarda con occhio lascivo, e più d'un Legato deve aver fatto altrettanto dal balcone del Palazzo del Governo che s'innalza in faccia alla fontana. Sopra questo palazzo del secolo XIII più volte restaurato e rifatto s'innalza la torre dell'orologio (secolo XV). Adorna la facciata di questo palazzo una bella Madonna in terra cotta, la quale sorridendo ai passanti sembra dire: entrate. E noi entrammo per la grande porta monumentale sopra la quale è una statua in bronzo di papa Gregorio XIII, la quale, per salvarla dal furor popolare, nel 1798 fu trasformata in S. Petronio. Il popolo bolognese ha una grande venerazione per i santi, ma non serba alcun rispetto pei pontefici, i quali non furono per lui, durante molti secoli, altro che i rappresentanti della tirannia. Noi traversammo la vasta corte interna, salimmo l'ammirabile scalone del Bramante e girammo la grande sala dell'Ercole in fondo alla quale s'innalza una statua di questo Nume; appresso visitammo la sala farnese le cui pareti sono adorne di affreschi del Cignani, Scaramuccia e Pasinelli e nella quale si conserva una statua di papa Alessandro VII.

Poi fummo a San Petronio, vasta basilica del secolo XIV la cui facciata non fu mai terminata; le tre porte tutte rivestite di bassorilievi sono un capolavoro dell’arte cristiana; quella di mezzo (di Iacopo della Quercia) era sormontata da una statua colossale in bronzo di papa Giulio II, modellata da Michelangelo, che il popolo atterrò nel 1511, la fece in pezzi e ne fuse un cannone che chiamò: il Giuliano. Il destino di tutte queste malaugurate statue di papi mi richiama alla mente le parole che l'illustre Farini mi disse a Firenze: “a Bologna l'amore per Vittorio Emanuele è raddoppiato dall'odio che ispirava il potere dei papi”. E le date provano che quest'odio non è recente! - Entrando in San Petronio si rimane stupiti dall'arditezza delle arcate che sostengono le tre navate; l'interno dovea avere 608 piedi di lunghezza; ma non ne ha che 350. Quantunque il piano primitivo sia rimasto a mezzo, questa chiesa resta pur sempre una delle più importanti d'Italia; dessa è ornata di affreschi e di quadri eccellenti della scuola bolognese, non che di magnifici bassorilievi in marmo, fra' quali sono meravigliosi l'Adamo ed Eva e l'Annunciazione di Alfonso Lombardi.

In faccia San Petronio, al Nord della piazza, s'innalza l'antico palazzo del Podestà, in mezzo al quale si slancia una torre di architettura antica e di magnifico effetto incoronata da quattro statue di terra cotta. Un giovane re (Enzo, re di Sardegna, figlio dell'imperatore Federico II) fu lungamente prigioniero in questo palazzo e una graziosa bolognese veniva a confortarlo col suo amore. Le donne di Bologna, dopo quelle di Ravenna, sono le più belle d'Italia. L'energica razza romagnola ha conservato il germe primitivo del sangue orientale. Il quarto lato della piazza Maggiore è occupato dal portico dei Banchi, lunga galleria dietro la quale torreggia la cupola della vicina chiesa di Santa Maria della Vita. Belli ed eleganti negozi si aprono sotto questi vecchi archi e noi li seguiamo fino alla strada maggiore che attraversa la città per quanto è lunga. Qui troviamo il movimento e la vita, in questa parte Bologna mi appare popolata quanto Genova: gli abitanti affaccendati s'incalzano e si urtano, i compratori si pigiano nei magazzeni e nei caffè; numerose sono le botteghe dei barbieri, che aprendosi sulla via, lasciano, vedere i bolognesi di tutte le età seduti in poltrone col collo cinto di una larga tovaglia e il viso coperto di spuma di sapone, sotto la quale i figari abili e vivaci fanno scorrere il rasoio. Tutte queste botteghe di barbieri sono eleganti e invitano gli oziosi a fermarvisi; vi si chiacchera di politica o vi si fa la cronaca galante della città; sono insomma piccoli centri di conversazione borghese, come le farmacie di Napoli. Passando notiamo il bel palazzo Sampieri, del quale fu già venduta la splendida collezione di quadri, ma che conserva ancora dei buoni affreschi dei tre fratelli Carracci. Ci fermiamo anche sotto il portico dei Servi per osservare gli affreschi, mezzo perduti di Elisabetta Sirani e l'Ecce homo di sua sorella Barbara. In capo alla strada maggiore troviamo le due torri pendenti esse sono quadrate e in mattoni; la più alta, la torre Asinelli: misura duecentocinquantasei piedi; la sua sorella cadetta, la Garisenda che ebbe l'onore di essere cantata da Dante, è alta centotrenta piedi. Di fianco alle torri sorge una bella fabbrica ogivale che chiamano Foro dei Mercanti, e una piccola chiesa, S. Bartolomeo, celebre per una madonna di Guido Reni, che fu rubata nel 1855 e venduta in Inghilterra. Il compratore, per amore verso l'Italia indipendente l'ha rimandata a Bologna, or sono pochi mesi; lo che ha fatto dire al popolo che gli Inglesi eretici hanno maggior cura delle madonne che non il Santo Padre.

Quel giorno pranzammo in casa del Protche in compagnia di uno de' suoi impiegati il marchese Pietra Mellara discendente da antichissima famiglia bolognese, il quale nella fortuna avversa non ha disdegnato lavorare sotto la direzione dell'eminente ingegnere, diventandone l'amico. Il marchese Pietra Mellara ch'io rividi il giorno appresso, mi tratteggiò, con modi spiritosamente mordaci, la cronaca della società bolognese. V’era nel suo racconto del Tallemond des Rieux e del Brantome; la finezza della perifrasi gettava un velo sulla crudità del fondo; il marchese con la sua faccia pallida e aristocratica diceva le gaie cose con aria grave, sicché l'avresti preso per un asceta in atto di ripetere le allegre favole del medio-evo. Qualche mese appresso m'incontrerò di nuovo con questo marchese Pietra Mellara a Napoli, dove egli, alla testa di un battaglione della Guardia Nazionale Mobile di Bologna proverà col suo ardente patriottismo che solerti italiani dalla intelligenza vivace sanno accoppiare il serio al faceto; - ciò che i nostri padri chiamavano: lo spirito Galico. Questo spirito incisivo è stato presso di noi sommerso, ahime! Da un morbo elegiaco, che nasconde la corruzione senza sopprimerla.

Dopo il pranzo, pieno di cordialità, il Protche ci condusse in carrozza scoperta a S. Michele in Bosco, che fu altra volta convento dei benedettini, fra i più sontuosi dell'Italia, e che i Legati del papa trasformarono in palazzo di piacere. Adesso è una Villa Reale e ancora echeggia dei viva che vi salutarono Vittorio Emmanuele or sono pochi mesi. Uscimmo da porta Castiglione (una delle dodici porte di Bologna) e salimmo i bei viali che serpeggiano sul dorso ombreggiato del colle, che è una ramificazione del versante Apenninico. Non conosco residenza reale più attraente e più invidiabile di S. Michele in Bosco; dalle sue terrazze e da' suoi giardini si domina lo splendido panorama di Bologna con le sue cupole, le sue torri, i suoi bastioni, le sue porte monumentali e quel titanico porticato di 640 arcate che va dalla città fino al sommo del monte della Guardia su cui si erge il tempio della Madonna di S. Luca. Entriamo per una porta, guardata dai soldati piemontesi, in due superbi chiostri cinti intorno da svelte colonnette di marmo bianco; le celle hanno le finestre al di sopra di questi portici e vien voglia di possederne una per abitarvi fantasticando in pace. I cortili contornati di vasi di agrumi fioriti sono selciati di pietre rosse; degli affreschi dei Carracci e del Reni, alterati dal tempo, rappresentano sui muri la vita di S. Benedetto e di Santa Cecilia. Noi percorriamo la chiesa in cui si trovano delle pitture del Tiarini e del Canuti non che il magnifico medaglione di Carlo Cignani; poi la sacrestia, l'antico refettorio e una immensa galleria adorna dei ritratti di cardinali e di papi, di bassorilievi, di statue e d'armi antiche. In seguito entriamo nell'appartamento dei Priori, adesso trasformato in appartamento Reale. Il general Cialdini col suo stato maggiore abita in questo momento, a San Michele in Bosco.

La notte serena e luminosa ci sorprese in quel dedalo di stanze, la luna si alzava sopra i giardini fioriti spargendo tinte opaline e noi li visitiamo al suo chiarore. I cigni nuotano in un laghetto nel quale si sprofondano i rami di grandi salici piangenti, i ruscelletti serpeggiano fra le sinuosità della collina boschiva, che forma quasi un parco naturale al di là delle aiuole e dei viali del giardino. Noi ci sediamo sopra un sedile di marmo per gustare tutto l'incanto di quella bella sera e di quel bellissimo paesaggio; le corolle degli svariati fiori sembrano respirare ed aprirsi per mandarci i loro profumi. Questi luogo mi fa comprendere gli amari rimpianti dei frati e dei preti per la perdita del potere temporale! - I favoriti del Sultano non lascieranno senza disperarsi i loro palazzi sul Bosforo. Ma esistettero mai le penitenze claustrali a S. Michele in Bosco? Era proprio un convento questa poetica solitudine che sembra fosse creata per servire di quadro ai più ridenti amori della giovinezza?

Io dimandai al Protche il nome dei monti e dei fiumi del bel paese che si distendeva sotto di noi. “Cosa strana, mi rispose, vi sono in queste contrade d'Italia molti fiumi, che portano il nome dei nostri. Così il Taro, grande torrente, che passa vicino a Parma, corrisponde al nostro Tarn; il Rodano che scorre presso a Reggio è il Rodano nostro meno la grandezza; la Ghironda è la Gironda e finalmente il Reno qui nei pressi di Bologna porta il nome italiano del nostro Reno. Siamo noi che abbiamo battezzati questi corsi d'acqua o furono i romani antichi che diedero quei nomi ai fiumi della Gallia?”. Il custode dell'orto reale venne a dirci che bisognava partire; io gettai un lungo sguardo di rimpianto a quelle ombre armoniose che la luna, al dissopra della cima degli alberi, sembrava amorosamente contemplare. La notte era di un sereno così dolce che io espressi il desiderio di continuare lo nostra passeggiata. Potremo fare il giro dei bastioni, mi rispose M. Protche, io non esco mai se non armato e le mie abitudini sono conosciute in Bologna.

- Ma dunque v'è qualche pericolo anche così vicino alla città dimandai io?
- I vagabondi notturni ed i malfattori diminuiscono, ma ve ne sono ancora, replicò M. Protche (montando in vettura); era ben peggio al tempo del governo papale; voi sapete la curiosa storia di una banda di briganti, cui era capo il famoso Passatore, la quale invase tutto ad un tratto una città della Romagna nell'ora appunto dello spettacolo, apparve dessa sul palcoscenico nel più bello dell'opera; gli attori se ne fuggirono gettando grida, fra le quinte: il Passatore tenne agli spettatori una breve allocuzione persuasiva per ottenere una forte taglia; tutti si tassarono di buon grado felici di liberarsene col loro denaro. In quel tempo benedetto, aggiunse egli, i proprietari dei castelli circonvicini erano ridotti a pagare un tributo annuale ai briganti per non essere disturbati. Seguitando sullo stesso tono compimmo il giro dei bastioni senza colpo ferire: le guardie nazionali facevano pattuglie ai piedi delle mura. L'indomani mattina ebbi un'amabile lettera dalla contessa Carolina Pepoli Tattini, la quale ci invitò a pranzo ed a passare una parte della giornata nella sua villa. Prima di recarci da lei facemmo una visita alla contessa Martinetti; ella ci accolse nel suo poetico giardino, degni di una Musa o di una Grazia come fu doppiamente chiamata nella sua giovinezza. Noi la lasciammo verso le tre ed arrivammo ben presto fuori di porta Castiglione. A piedi di un poggetto presso la collina di S. Michele in Bosco, al disopra di una terrazza coperta di fiori, ci apparve la graziosa villa Tattini.

Il conte e la contessa circondati dai loro leggiadri fanciulli, ci fecero una graziosa accoglienza; la contessa Tattini nipote di Murat è di una meravigliosa freschezza; la sua rosea bocca coi bianchissimi denti di perle ed i suoi occhi pieni di fuoco restano sempre nella memoria: si può dire di lei ciò che madame Rècamier diceva di sua madre; Ella è bellissima e senza affettazione. “Essa aveva invitato in nostro onore alcuni uomini distinti fra i quali fui felicissima di incontrare il deputato Minghetti, spirito fine, eloquenza greca; amico intimo del sig. di Cavour egli difendeva la politica di Lui dalla tribuna e nella stampa, adoperandovi il più puro ed il più saggio patriottismo. Noi parlammo lungo tempo insieme del gran Ministro. “Per far trionfare le dottrine di Cavour io darei la vita” mi diceva Minghetti. Nella serata giunsero alla villa il sig. Bignami, un banchiere patriotta, ufficiale dell'ordine di San Maurizio e Lazzaro, amico di M. Protche col quale ci legammo maggiormente nei giorni di poi; poscia il generale Cialdini, già celebre, il cui nome doveva sì gloriosamente risuonare qualche mese più tardi. Poi alcuni Professori dell'Università di Bologna fra i quali il sig. Angelo Marescotti nostro compagno di viaggio; egli mi venne incontro ridendo io gli presi la mano e gli dissi allegramente “Noi non siamo più due barbare Galle”. Ben presto una giovane signora, svelta, dal volto espressivo, dallo sguardo penetrante, dai capelli finissimi, bruni, ondati entra nella sala - portava un vezzo di corallo rosa che le stava a meraviglia. Questa cara persona era la contessa Paolina Pepoli – Zucchini sorella minore della contessa Tattini. Noi facemmo sull'istante conoscenza; mi disse con una grazia squisita che ella sarebbe venuta a prenderci l'indomani per farci vedere l'università, la biblioteca ed il museo. La contessa Zucchini vedova da parecchi anni in quella sera aveva l'aria di una giovinetta. Non si era rimaritata per non separarsi da un figlio che adorava; una legge papale, non ancora abrogata, toglieva alla vedova la tutela dei loro figli in caso di seconde nozze. E' curioso osservare come la Chiesa ha tentato di prorogare con ogni mezzo la legge del celibato, legge, a mio avviso, sì profondamente immorale. Le due Nipote di Murat sono musiciste perfette; hanno ambedue una voce superba, l'una di contralto l'altra di soprano; ci cantarono parecchi duetti di Verdi con una maestria senza pari. Mentre queste voci sì espressive e sì belle riempivano d'armonia il salone della villa; io considerava la figura marziale del generale Cialdini che si stava ritta al disotto di un ritratto in piedi di Murat, il futuro vincitore di Lamoricière era fiero di gioventù e di forza, la sua figura slanciata si designava in un soprabito nero chiuso alla cintura; la sua bocca incorniciata fra i suoi sottili mustacchi e la sua barba a punta, sorridea fremendo ai canti, che echeggiavano; i suoi occhi arditi gettavano lampi; sulla sua fronte larga ed aperta coronata di neri capelli passavano fantasie subitanee; si sarebbe detto che cotesta musica ispirata di Verdi era per lui una fanfara che lo chiamava alla battaglia; da ogni suo movimento traspariva il coraggio. Finito il canto la contessa Tattini mi presentò al generale; passammo insieme una parte della serata ed io trovai nel suo spirito altrettanto vigore e fuoco che né suoi sguardi. Mi promise una visita, ma due giorni dopo dovette lasciare Bologna ed io ebbi il rammarico di non aver potuto stringere un'ultima volta quella mano marziale. M. Protche aveva avuta l'amabile premura di venirci a cercare nella Villa Tattini affine di guardarci, ci disse, da uno di quegli attacchi notturni che si ripetevano ancora nelle vicinanze di Bologna.

Quando giungemmo alla Locanda era passata mezzanotte. “Se voi avrete il coraggio di essere in piedi domani a sette ore del mattino noi faremo l'ascensione alla Chiesa della Madonna di S. Luca e visiteremo il Campo-Santo” mi disse M. Protche. Accettai senza esitare e partimmo l'indomani all'ora indicata; il sole abbracciava di già l'orizzonte. Andammo in vettura sino alla porta di Saragozza, ove il portico che conduce al Monte della Guardia si biforca con quello che conduce al campo-santo; là scendemmo e cominciammo a seguire questa via trionfale dedicata alla Vergine. Ho detto che si compone di seicentoquaranta arcate; i volti ed i muri sono coperti di affreschi di pittori della scuola bolognese; quindici cappelle formano altrettante stazioni o fermate che invitano alla preghiera od al riposo; madonne scolpite o dipinte ci sorridono di tanto in tanto per darci coraggio. La campagna rutilante di luce si stende a traverso le arcate che ne incorniciano dei tratti come tanti bei paesaggi; alcune contadine in costume pittoresco sono qua e là inginocchiate davanti la Vergine, ed il bambino; donne eleganti che portano mazzi di fiori montano senza fermarsi davanti le sante immagini. Esse vanno nei campi su la montagna, mi disse M. Protche, per vedere i loro mariti e i loro amanti. Man mano che noi avanziamo il portico si eleva più ripido verso la sommità del monte, noi facemmo sosta in un piccolo Caffè che fu probabilmente un oratorio; le padrone di casa vendonvi delle immagini, delle corone, delle medaglie e la storia autentica della madonna di San Luca. Mentre fanno il loro commercio pietoso vendono dei bicchierini ai passanti; in questo momento servono della frittura e dei maccheroni agli ufficiali piemontesi seduti attorno a tavole preparate sotto i portici. La maggior parte delle giovani che noi abbiamo incontrato nella strada fanno allegramente colazione all'ombra dei portici coi difensori della patria; il panorama immenso della città e dei campi su cui domina il sole continua le sue prospettive attraverso le arcate. Ci sedemmo un momento in questa aerea sala da pranzo alla quale la natura ha composto un apparato abbagliante. Il caldo s'interna sotto i portici, imporpora tutti i volti. Beviamo del caffè per animarci un poco a vincere l'ascesa della montagna; giunti alla cima facemmo il giro della piattaforma prima di visitare la chiesa; dei cannoni sono allineati su un ridotto; piramidi di palle di cannone giacciono sopra una spianata; soldati in manica di camicia costruiscono, cantando, lavori di difesa; altri fanno la siesta al sole colla testa appoggiata agli affusti od agli obici, letto marziale che a loro sembra soffice. Ciò che resta di fabbricato dell'antico e magnifico convento di donne (che governavano le abbadesse nobili e potenti le quali non dipendevano che dalla Santa Sede) fu trasformato in caserma; da questa parte la cima del monte della Guardia, coronata di un forte al tempo dei Romani, domina delle gole boscose. E' giorno di festa: si dice la messa nella chiesa al momento della nostra entrata, donne della campagna e soldati sono inginocchiati sul pavimento e pregano divotamente; molti soldati si accostano alla comunione; una specie d'estasi splende nei loro volti. Ebbene! Questi stessi uomini profondamente credenti si slanceranno ad un tratto pieni d'ardore e di patriottica fede se si udrà un appello di fuori che loro ordini di marciare su Roma per rovesciare il potere temporale dei Papi. La chiesa di forma rotonda, la tinta e le successive riparazioni le hanno fatto perdere ogni carattere: è stata spogliata delle sue migliori tele e non conserva più che qualche quadro della giovinezza di Guido Reni. Dietro l'altar maggiore si trova una specie di tabernacolo; al quale si accede per una scaletta angusta e là si conserva l'immagine miracolosa della madonna bizantina dipinta dall'evangelista San Luca. Dessa è circondata di voti e una cortina di seta rossa cela l'armadio dorato nel quale sta rinchiusa e che un sagrestano apre per danaro. Due sportelli dorati e splendenti di pietre preziose aprendosi ci lasciano vedere la madonna nel suo quadro d'oro. Ella è seria e pensosa; il volto il collo, le mani sono di una tinta scura, quasi nera; la testa è coperta di un velo e cinta di un' aureola; la mano destra sostiene le spesse pieghe del manto che tutta l'avvolge, il resto del corpo si dilegua come in una nube. Il Divino Bambino, seduto sul braccio sinistro di sua madre, è coperto dell'abito dei leviti, sotto il quale sporgono i piedi nudi; la testa coronata di raggi, è bruna e magra. Mentre noi stiamo osservando questa vecchia immagine tutti i presenti si precipitano su per la scaletta e riempiono il tabernacolo. Essi ci prendono almeno per delle Altezze e parecchi van mormorando: “sono felici questi principi”. Poi vogliono avere la loro parte nello spettacolo e nei favori che accorda la madonna e baciano con compunzione la base del quadro e gli sportelli dell'armadio. I soldati mettono la loro vita sotto la protezione della Vergine, i contadini le raccomandano i loro raccolti, ed io leggo la vecchia canzone stampata sotto l'immagine che ci vende il sacrestano.

Tu sei bella Aurora
Che porti in grembo il Sole;
A te s' inchina,e adora,
Ogni più gran beltà.
Noi della notte oscura
Siamo le frigid'ombre
Di noi prenditi cura!
Di noi abbi pietà!

L'immagine della Madonna dipinta da San Luca era già nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli. Un buon eremita greco, di nome Teoclo Kmaie, che vivea nel secolo XII, vide in sogno il Signore, che gli apparve nel Deserto e gli comandò di andare a visitare Santa Sofia. L'eremita si mise tosto in viaggio ed entrando nel tempio fu colpito di meraviglia vedendo l'imnagine miracolosa sotto la quale stavano scritte queste parole: Questa è l'opera di San Luca, apostolo del Cristo. Questo quadro deve essere portato nella Chiesa di San Luca innalzata sopra il Monte della Guardia e collocata al disopra dell'altare. Il buon eremita s'informò dai preti di Santa Sofia dove poteva essere il Monte della Guardia, ma costoro, ignorando la geografia al pari di lui, non seppero insegnarglielo. Teoclo non si sconcertò per questo, ma supplicò quei preti di volergli consegnare l'immagine, giurando che egli era pronto a fare il giro del mondo per iscoprire quel monte e dare così compimento all'ordine del cielo. I preti, commossi da tanta fede, gli dettero l'immagine miracolosa e l'eremita, chiusala in una grande cassa, che si caricò sulle spalle, si mise in marcia. Traversò così la Grecia, la Morea, l'Albania, il Golfo di Venezia e, lungo il litorale Adriatico, venne a Roma. Colà, passando dinanzi alla basilica di Costantino; l'ambasciatore di Bologna, sig. Passipovero, che era alla finestra del suo palazzo, lo vide camminare curvo sotto il suo fardello e gli gridò: “Dove vai buon eremita?” - “Vado in cerca del Monte della Guardia” – rispose l'eremita. “Fermati allora”, soggiunse l'ambasciatore, “che il Monte della Guardia è presso Bologna ed io vi ti farò condurre”. Come poi l'ambasciatore apprese sotto qual prezioso peso piegava il dorso il povero eremita lo fece accompagnare da uno splendido corteo fino a Bologna. L'immagine della Madonna fu portata con gran pompa sul monte e deposta nella cappella del Convento fondato da due gran dame della città. Ogni anno, per le Rogazioni l'immagine, cinta di una corona d'oro e pietre preziose, era portata a Bologna sotto un baldacchino. L'Arcivescovo alla testa del suo clero si recava sul monte a prendervi la madonna quando un giorno, nel discendere della processione, si scatenò un uragano, il Reno allagò la strada e il corteggio dovette procedere in mezzo all'acqua. L'immagine miracolosa si bagnò; l'Arcivescovo e i suoi chierici si bagnarono ancora di più e decretarono che sarebbe un mancare di rispetto alla Madre di Dio l'esporla di nuovo alle intemperie della stagione. Tosto fu deciso che s'inalzerebbe un portico dalla città fino al sommo del monte; poiché se i bolognesi si erano fabbricati per loro uso i portici in tutte le strade era ben giusto che ne facessero uno, che tutti gli altri avanzasse per la divina Maria. I fedeli di tutta Italia concorsero, con le loro oblazioni, a costruire questa via sacra, che cominciata nel 1675 fu quasi compiuta nel termine di un anno. Stando alla notizia sopra i fatti e le gesta autentiche della Madonna, dessa non cessò mai, fino ai nostri giorni, di fare miracoli. L'ultima volta che fu portata pubblicamente in giro fu per celebrare il ritorno da Gaeta di Pio IX al quale la buona Vergine promise un regno eterno sulle Romagne: oh! Gli aruspici!

Seguitando a leggere la Leggenda della Madonna di S. Luca e la storia del Portico, ridiscendiamo fermandoci alle Stazioni, osservando gli affreschi e sentendoci opprimere dal caldo sempre più intenso. Finalmente troviamo la nostra vettura che in pochi minuti ci conduce al camposanto. Il Cimitero di Bologna è il più bello d'Italia; esso è situato nell'antico convento della Certosa: uno di quei sontuosi edifizi che i monaci possedevano un tempo a migliaia. Attraversando il vecchio chiostro, vasto e maestoso, visitiamo per la prima la Chiesa. Ivi si trova un bel Giudizio del Canuti e il Battesimo del Cristo, capo lavoro della bella Elisabetta Sirani, morta avvelenata a soli ventisette anni. La contessa Tattini mi avea date alcune biografie di questa celebre pittrice ed altri scritti riguardanti il famoso processo che ne seguì la morte, ed io ho passata una parte della notte rileggendo questo dramma. Ho vista rivivere la giovane Elisabetta, poetessa, e musicista, che incide i quadri di suo padre e quelli di Guido Reni; poi, creatrice a sua volta, che dipinge con entusiasmo quelle grandi tele che ancora colpiscono di ammirazione pel movimento, la naturalezza e la felice disposizione delle figure: avea un eccesso di calore e di facilità che il tempo avrebbe moderato. Se fosse vissuta di più avrebbe aggiunta alla spontaneità dell'ingegno suo quella meditazione, che porta le arti alla loro perfezione; e già si disponeva a partire per Roma dove avrebbe studiati Raffaello, Michelangelo e la sublime antichità, quando morte la colse. Ella vivea pura e modesta nell'umil casa del padre fidanzata ad uno degli scolari di lui ma più vaga della gloria che della felicità. L'imperatore e l'imperatrice d' Austria e tutti i principi d' Italia vennero a visitarne lo studio; comprarono i suoi quadri; la regalarono di splendidi gioielli e le ordinarono il proprio ritratto. Ella, per così dire, improvvisava tutte le sue composizioni. Ci resta un suo ritratto, fatto da lei stessa e che ce la presenta in atto di ritrarre il proprio padre; il buon Andrea Sirani che l'adorava. La musa incurante del denaro, lasciava al vecchio economo tutto quanto guadagnava, e non serbava per sé che qualche piccola somma, che poi regalava alla madre, affinché, come ella diceva, si procurasse qualche dolcezza. In questo bel ritratto che la fa sopravvivere, le sue mani pienotte stringono il pennello e la tavolozza; il seno e le spalle, di una perfetta purezza di linea, si disegnano sotto la veste accollata; due fila di perle girano intorno al collo scultorio, una specie di reticella copre i suoi fini capelli al sommo della testa lasciandoli poi ricadere ai due lati in lunghi ricci leggermente ondati; la fronte alta è ispirata; gli occhi grandi splendono di genio -, il naso è diritto e grosso, la bocca, un po' larga, esprime fermezza e umor lieto, il mento, fermo e grazioso a un tempo, e tutto l'insieme della sua fisionomia esprimono forza e bontà. Ella avea degli slanci di sdegno contro tutto ciò che era ignobile, volgare o cattivo e li traduceva in vivaci caricature alla penna, che faceva quasi giuocando. E fu appunto uno di questi epigrammi, secondo si dice, che ne cagionò la morte. Avendo rappresentato in modo grottesco e ripugnante, colla faccia schiacciata e l'occhio feroce, un vecchio ricco e di mala fama, certo Reali; cui si attribuiva di aver assassinata in casa propria la moglie, costui comprò la giovane servente dei Sirani, ben voluta e ben trattata da tutti i suoi padroni, ma specialmente dalla Elisabetta, e Lucia Tolomelli le versò il veleno in una zuppa di pane la sera stessa in cui, senza ragioni, lasciava la casa Sirani. Il dramma è evidente: par di vedere quella cena, le sorelle, il giovinetto fratello, il padre, malato di gotta, e coricato nella stanza vicina a quella in cui la famiglia mangia, la piccola Lucia che gli dimanda il suo congedo, i cugini di lei che vengono a prenderla. La madre un po' stanca lascia i suoi figli, ma poi tosto, udendo i gemiti della Elisabetta, si slancia dal letto esterrefatta e vi depone la figlia, che, già fredda, va ripetendo: “Mi sento morire”. Sopraggiungono i preti e le amministrano gli ultimi sacramenti, Elisabetta spira e tosto il suo corpo si decompone.

Bologna è in lutto al terribile annunzio e fa reali esequie alla sua cara pittrice. Archi trionfali, trofei, urne lacrimali, bandiere e pennoni s'innalzano e sventolano dalla casa mortuaria fino alla Chiesa di San Domenico; un maestro di musica compone una marcia funebre che accompagna la morta fino alla cappella dei Guidotti; il capo di questa illustre famiglia vuole che Elisabetta riposi a lato di Guido Reni e la fa deporre nell'avello de' suoi maggiori come già vi fu sepolto quel celebre pittore; sulla tomba della giovane immortale sono scolpite queste parole: Elisabeth Siranae una cum Guidano Reno tumulatae. In questo mentre comincia il processo e la servente subisce la tortura senza fare alcuna rivelazione; mani potenti la proteggono; è assolta e fugge da Bologna. Il vecchio Andrea muore di dolore; la madre languente poco appresso viene a morte anche lei; i figli si disperdono qua e là; la famiglia Sirani ha perduta la propria anima. La tragedia è avvolta nelle tenebre, e, se non si scopriva a Firenze la caricatura rivelatrice di quell'orribile Reali, sulla quale una mano misteriosa avea scritto il delitto di lui si sarebbe ancora alle ipotesi. In Italia con la libertà si fa la luce che rischiara tutta una serie di cronache sinistre e commoventi: sorgente inesauribile pel romanzo e pel dramma: la storia della Cenci non più copre il mistero e quella della Monaca di Monza ci viene adesso svelata. Commossa al racconto della sua morte, ammiro la grande tela della nobile fanciulla che si trova in questa chiesa della Certosa. San Giovanni è in piedi sulla riva del Giordano, il Cristo, con le sue mani giunte e il volto estatico sta in ginocchio dinanzi al precursore che gli versa il battesimo; due angeli, dietro il Salvatore, spiegano i lini che asciugheranno l'acqua benedetta; alcuni gruppi di spettatori che guardano d'intorno; su nel cielo Dio Padre e lo Spirito Santo campeggiano in mezzo ad un nimbo d' angioletti.

Uscendo dalla Chiesa, percorriamo le camere e le gallerie mortuarie che s'aprono dinanzi a noi a perdita d'occhio. Il Campo Santo di Bologna è una vera città della morte. I busti le statue, gli emblemi, le iscrizioni si sforzano di rianimare tutta questa polvere umana che non si cura più delle nostre vanità. Vi sono dei sepolcri molto belli; ma i più rimarchevoli sono quelli che, tolti dai chiostri e dalle Chiese, furono trasportati in questa Certosa. Passando per una piccola sala più raccolta delle altre mi fermo di botto davanti al busto di una giovinetta che si stacca dal marmo come se la morta che raffigura fosse lì per uscire dalla tomba; vi sorride e sembra dirvi: guardatemi dunque! Sono bella! - Il collo grazioso, contornato da alcuni giri di perle, esce fuori da un collare di pizzo; sui capelli ricciuti posa da un lato un fiorellino soave come la testa che adorna; i lineamenti sono squisiti e giovanili (la gentile defunta avea appena vent'anni) e al basso di questa grazia fuggitiva io leggo: Maria Barberini, nipote di Urbano VIII (1621). E' stato il felice scalpello del Bernini che l'ha fatta sopravvivere. Ma i morti non partecipano ai vivi la loro quiete né la serena astensione dai bisogni animali; e noi usciamo dal Campo Santo, affamati e affranti dalla fatica, di null'altro desiderosi che di una buona colazione e di un po' di riposo.

Rifocillato il corpo, subito la curiosità si ridesta, e verso le quattro esco per visitare San Domenico. Sulla piazza in cui si trova questa chiesa s'innalzano due colonne sopra le quali son poste le statue della Madonna e di s. Domenico; a lato stanno due tombe gotiche del secolo XIII coperte di bassorilievi e sostenute da colonnette. La facciata e l'interno della Chiesa hanno perduto ogni carattere. La chiesa primitiva del secolo XIV è stata quasi per intero rifatta, ma fortunatamente la tomba di San Domenico (fondatore dei Domenicani) e qualche altra non meno preziosa, sfuggirono alla distruzione. Entrando mi colpisce un quadro di Luigi Carracci rappresentante San Raimondo che cammina sul mare: i piedi del santo posano sui lembi del proprio mantello che con un bastone si regge sopra il suo capo. Quindi entriamo nell'ammirabile cappella in cui riposa il corpo di San Domenico: la tomba, opera di Giovan da Pisa è rivestita di bassorilievi raffiguranti episodi della vita del Santo; ed è uno dei meglio lavori di Giovan da Pisa. Qualche scultura fu aggiunta più tardi e un angiolo con la faccia sorridente ed espressiva fu eseguito da Michelangelo nella sua giovinezza. Noto un bassorilievo di marmo che rappresenta S. Petronio con in mano la città di Bologna cinta di mura e di torri. Mi fermo poi dinnanzi al sepolcro di Enzo; quel giovane re di Sardegna, di cui ho parlato, e che, morto dopo ventidue anni di prigionia, ebbe qui splendida sepoltura; l'iscrizione attesta ancora la fierezza repubblicana degli antichi bolognesi. Nella cappella vicina si trova la tomba di Taddeo Pepoli, il quale governò Bologna, coniò moneta con la sua effige, ma che, quanto a patriottismo, non valse la sua illustre discendenza. Già sono i tempi che influiscono sugli uomini e tal cattivo principe del Medio-Evo sarebbe oggi, per forza, un grande e onesto cittadino. Di fianco a questo bel monumento di Taddeo Pepoli sorge la Cappella in cui si ammira il ritratto autentico di San Tomaso d'Aquino fatto da Simon Bolognese; poi segue la splendida cappella del Santo Rosario adorna di belle pitture del Reni e di Luigi Carracci. Torno a passare per il coro affine di osservarvi ancora l'affresco di S. Domenico, che sale al cielo, con angeli e beati che gli sorridono e l'accolgono come un fratello aspettato; questa superba pittura è di Guido Reni. Prima di uscire dalla chiesa mi fermo un momento dinanzi alla pietra sepolcrale che copre le ceneri di questo grande maestro, e mi inchino commossa alla vicina tomba di Elisabetta Sirani salutandone in lei la sorella ideale. Appresso vado a Santa Cecilia, chiesa che fu per lunghi anni abbandonata e che ora si restaura. Dessa racchiude un affresco del Francia assai bello, che rappresenta il martirio di Santa Cecilia immersa in un bagno d'olio bollente.

A San Giacomo Maggiore, dove mi reco in seguito, si trovano la celebre madonna dello stesso autore e molti quadri dei Carracci. Ma il tempo mi manca per vedere e descrivere tutte le opere degli insigni maestri della scuola bolognese, che qui si conservano. Il Primaticcio, il Francia, i fratelli Carracci, il Domenichino, il Reni, l'Albani, il Guercino e tanti altri pittori ispirati e potenti nacquero a Bologna: gli artisti, durante la Rinascenza, pullularono a spessi fiotti da questa feconda terra d'Italia, come un giorno uscirono dal suolo le legioni romane. La sera la passiamo in casa del Protche che per farci piacere ha invitati alcuni amici ed io sono felice di ritrovarvi il marchese Pietra Mellara e il sig. Bignami, che lottano di spirito e di epigrammi. Il Bignami sotto un aspetto brillante nasconde un ottimo cuore; egli ha una figlia ancor bambina e prende una simpatia paterna perla mia che è un po' sofferente, facendo di tutto per tenerla allegra con que' modi spigliati e dolci che solo in Italia ho trovati. Quella sera faccio anche la conoscenza del signor Martinelli, deputato di Bologna, patriota integerrimo e autore di parecchi opuscoli politici che hanno contribuito alla emancipazione della Romagna. Il giorno appresso, in sul mezzogiorno, ci viene a prendere nella sua vettura la graziosa contessa Zucchini per condurci all'Accademia di Belle Arti, alla Università ed alla Biblioteca. Incominciamo dall'Archiginnasio (l'antica Università) tanto celebre durante il Medio-Evo e il Rinascimento per le sue cattedre di Diritto, di Filosofia, d'Anatomia e di Chirurgia. Alla porta troviamo l'amabile professor Marescotti che ci accompagna nelle sale. Nel gran cortile, circondato di portici, si trovano le tombe di professori illustri, e sui muri, come nell'Università di Padova, sono dipinti gli stemmi dei più celebri studenti di tutte le nazioni. In una sala del primo piano troviamo i blasoni delle nobili famiglie bolognesi: quello dei Pepoli porta una dama a scacchi argento e nero ed è sormontato dal berretto veneto. Noto, fra questi stemmi gentilizi, quello di uno scolaro distintosi nel Medio-Evo che portava il nome di D'Azeglio, e che certo fu un antenato dell'illustre genero del Manzoni.

La sala anatomica, tutta rivestita di quercia scolpita e adorna di statue in legno dei più illustri dottori, è veramente superba. Nella volta vi è un Apollo. Non mai in Italia la scienza sdegnò l'ispirazione della poesia e però non respinse le donne, ma anzi le accolse nell'insegnamento pubblico; e così parecchie di esse hanno professato con onore all'Università di Bologna. Nel secolo decimoquarto la giovane Novella Calderini sostituiva spesso il padre con grande plauso della folla, nascondendosi dietro una cortina per non distrarre con la propria bellezza l'attenzione degli uditori. Nel secolo decimottavo Clotilde Tambroni insegnò il greco, e Gaetana Agnesi la matematica, di questa seconda ha parlato il presidente De-Brosses. Ella morì a Milano, dopo aver consacrato gli ultimi anni della sua vita ad assistere i feriti nell'ospedale militare. In Francia per contro non sono ammesse le donne, neppure come uditori, alla Sorbona; e se avessero la tentazione di farsi udire (anche dietro un velo) al Collegio di Francia sarebbero fischiate dall’onnipotente gioventù mascolina; i Francesi sono rimasti barbari della Legge Salica; non amano il commercio delle donne che per degradarle. Attraversando di nuovo il Cortile, entriamo nella cappella che sta dietro il portico di faccia all'ingresso. Essa è piccola e raccolta sicché dispone alla meditazione; l'affresco della volta, dipinto dal Cesi, rappresenta la Fede Velata. Ahime! È la sola fede confessata dalla scienza, che cerca e scopre per mezzo del dubbio. Appresso ci rechiamo al Museo e salutiamo passando la bella facciata dei due palazzi Pepoli, il vecchio e il nuovo e quella del palazzo Bevilacqua uno dei più imponenti di Bologna. Io non descriverò i quadri dell'Accademia di Belle Arti, perché l'incisione ne ha riprodotti i più famosi e il catalogo di tutti è popolare, accennerò solo quelli che mi hanno fatta maggior impressione. Mi fermo dapprima dinanzi ad un Cristo al lapis di Guido Reni, che è una delle figure più sorprendenti di questo maestro; poi davanti a un Sansone dello stesso autore, che mostra la forza e la volontà; è nudo come un gladiatore antico e la sua mano robusta fa uscire dell'acqua dalla mascella dell'asino con la quale ha ucciso i Filistei. Poi ammiro di Annibale Carracci il Bambino Gesù circondato d'angioli e di santi e la famosa Assunzione. Dell'Albani sono in questa galleria quattro quadri di soggetto religioso, che sono poi i soli di questo genere che egli abbia fatti, ma destano piuttosto la curiosità che la meraviglia. Uno splendido ritratto di San Carlo Borromeo, eseguito dal Tiarini, sembra uscir fuori dalla tela e quasi parlare a quelli che passano. La Madonna della Pietà e la Strage degli Innocenti, due grandiose tele del Reni, sono divenute popolari per mezzo dell'incisione; ma io preferisco loro il suo abbozzo potente di San Sebastiano martire. La mia attenzione viene poscia richiamata sopra sei quadri di Elisabetta Sirani, dei quali soprattutto mi piace il Santo Antonio da Padova in estasi dinanzi al Bambino Gesù che gli angeli circondano. Contemplo ancora qualche quadro del Francia e mi fermo a considerare le tre tele grandiose del Domenichino: il Martirio di Sant'Agnese, la Madonna del Rosario e il Martirio di San Pietro da Verona. L'espressione e il movimento sono la caratteristica di queste celebri composizioni, le quali però impallidiscono e si eclissano tutte tre di fronte al capolavoro di Raffaello: di quella Santa Cecilia di cui tutte le figure sono pure come l'arte greca, vive come la stessa natura, armoniose come la musica che freme sulle labbra degli angeli e che la Santa ascolta in estasi. Si dice che il Francia morisse di tristezza e di sconforto, guardando questo quadro, miracolo dell'arte, che gli facea sentire l'inanità de' suoi sforzi umani. E' questo l'effetto opprimente che producono le statue greche e qualche affresco di Pompei. Per una strana analogia vi ha nell'Adone ferito una figura pensosa, la cui posa è simile a quella della Maddalena nel quadro della Santa Cecilia: vi è in tutte due lo stesso portamento della testa che esprime raccoglimento e passione, la stessa nobiltà di linee. Pompei era ancora sepolto sotto le sue ceneri al tempo di Raffaello, ma i marmi che si andavano dissotterrando a Roma gli aveano forniti i modelli di questi superbi atteggiamenti così naturali presso l'antichità.

Tutti i libri della Biblioteca che ci rechiamo a visitare, uscendo dall'Accademia, furono regalati a Bologna da Benedetto XIV. Il dotto conservatore, signor Veggetti, ci fa da guida nelle varie sale. Ci fermiamo a lungo in quella dei manoscritti, adorna di ritratti, fra i quali attira la nostra attenzione quello di Benedetto XIV in mosaico di Roma: la carne e i capelli bianchi sono di una finitezza di una verità che la più bella pittura non saprebbe eguagliare. Questo ritratto fu mandato a Bologna, sua città natale, dallo stesso Benedetto. Mille manoscritti orientali occupano gran parte di questa sala e il signor Veggetti m'indica i più rari; poi mi mette sotto gli occhi la lettera autografa che Voltaire indirizzò a Benedetto XIV dedicandogli il suo Maometto, e infine mi mostrò una confutazione di Lutero scritta da Enrico VIII, e dedicata a Leone X, che porta la firma di quel Re. Quel giorno pranzammo a casa della Martinetti ed io fui ben contenta di trovare fra i convitati il signor Marliani che altra volta conobbi, a Parigi, console di Spagna. Sua moglie avea allora un salotto del quale l'arte e la letteratura si ricordano ancora. Il sig. Marliani, dopo i gloriosi avvenimenti d'Italia, ha ripresa la propria nazionalità e siede oggi deputato al Parlamento di Torino. Dopo pranzo ci fu ricevimento al Palazzo Martinetti. Ci riunimmo sotto un portico che guarda il giardino rischiarato da globi a tinte opaline. Una giovane madre cantò insieme a sua figlia un duetto del Rossini, mentre la luna splendeva sulla cima degli alberi e le sue statue sembravano ascoltare pensose. Finito il canto la contessa mi dimandò l'impressione che mi avea fatta Bologna.

“E' una città, risposi, molto caratteristica e che io credo destinata a diventare immensa. Bologna, ottenuta l'Unità, sarà per l'Italia ciò che è Lione per la Francia: una città centrale alla quale fanno capo il Nord e il Mezzogiorno; geograficamente parlando Bologna sarebbe anche più indicata che Roma per diventare la capitale d'Italia. Lo stesso si dice di Lione in Francia; ma le grandi tradizioni della storia sono sempre più potenti della posizione topografica per fissare la capitale di uno Stato; le glorie e gli splendori del passato non sono la Dio mercè, lettera morta all'imaginazione dei popoli; essi li curano più che le comodità materiali e d'altronde, compiuta la rete delle ferrovie, le distanze scompaiono.”

“Si, ripigliò la contessa, una capitale ha bisogno di annali eroici, che formino l'insegnamento delle generazioni che si succedono. Le città secondarie hanno per sé il prestigio dell'arte e dei fatti romanzeschi, e però voi non potete lasciare l'Italia senza aver visto Ferrara, Modena e Parma.” Il sig. Protche che era presente a questa conversazione interloqui dicendo: “Io potrò accompagnarvi, o signora, a Ferrara. Debbo dare alcuni ordini in rapporto alla ferrovia, che dovrà congiungere quella città a Bologna, così metterò doppiamente a profitto questa escursione.” Accettai quella cortese offerta e le mie gite a Ferrara e a Parma furono fissate pei giorni successivi. All'indomani non uscii per ricevere le visite che mi erano state annunziate, e fui felice di rivedere la signora De Franchis con suo marito, consigliere alla Corte di Cassazione di Bologna, e il loro figlio, giovane bello e intelligente. Io li avevo conosciuti a Parigi e la signora De Franchis si offerse di custodire mia figlia fino a che fossi tornata da Parma. Vennero anche in quel giorno i deputati Minghetti e Martinelli e mi portarono alcuni loro opuscoli intorno agli abusi del governo pontificio: erano luminose e concludenti confutazioni di tutti gli argomenti arbitrari che si portano a difesa del potere temporale. Una risposta del Minghetti ad una lunga nota del conte Rayneval contiene documenti che mi saranno di una utilità grandissima quando avrò a parlare della legislazione e dell'amministrazione dello Stato Romano. Quasi sempre manca il tempo ai viaggiatori per approfondire simili questioni ed è una vera fortuna che uomini eminenti gliele presentino per così dire concentrate e schiarite. Mentre io parlava di queste istituzioni in rovina con quei signori, entrarono il Bignami il Pietra Mellara e il Marescotti, sicché la conversazione divenne generale. Poi venne la contessa Tattini in tutta la sua grazia e bellezza, che, conosciuti i miei progetti di escursione, invitò mia figlia a rimanere presso di lei il giorno che io sarei andata a Ferrara. Il primo agosto di buon mattino partii sola da Bologna per Parma. Di ritorno non mi fermai più che tre giorni a Bologna. Pranzai di nuovo alla Villa Tattini e presso la contessa Martinetti. Appena ebbi il tempo di scambiare una visita con l'amabile marchesa Tanari (nata Fava-Ghisilieri) per la quale avea avuta una lettera dalla signora Beatrice Mancini. La marchesa mi fece girare tutto il suo magnifico palazzo in cui si conserva la collezione dei ritratti dei suoi gloriosi antenati. Alla vigilia della nostra partenza venne il signor Bignami verso sera per condurci alla Montagnola: passeggiata pubblica che sorge sopra una collinetta al Nord di Bologna. I suoi viali ombrosi si debbono all'occupazione francese. Noi lasciammo la Montagnola per andare a percorrerei fianchi boscosi dei primi contrafforti dell'Apennino disseminati di ridenti ville. Oh! Che serata dolce e carezzevole! Oh! Quanta cordialità nel nostro compagno in quella escursione di addio!

Il giorno appresso, in sull'alba, il Protche e il Bignami erano alla nostra porta per accompagnarci alla stazione, e noi lasciammo Bologna commosse! Per noi tutti aveano gareggiato di buone grazie e di ospitalità; e ci aveano procurata, per dieci giorni, una vita sempre in festa.

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Quadro socio politico della Bologna post unitaria nel periodo 1859-1900. Intervista ad Alberto Preti. A cura del Comitato di Bologna dell'istituto per la storia del Risorgimento italiano. Con il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. www.vedio.bo.it

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1814 | 1848 La restaurazione, i circoli e i salotti femminili. Il caso di Brigida Fava Ghisilieri. Intervista ad Elena Musiani. A cura del Comitato di Bologna dell'istituto per la storia del Risorgimento italiano. Con il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. www.vedio.bo.it

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Portici di Bologna (I)
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I portici rendono la città felsinea unica al mondo. Giochi di luci, prospettive architettoniche, colonne e capitelli sempre diversi regalano immagini affascinanti e insolite.

Descrizione del Cimitero di Bologna
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Descrizione del Cimitero di Bologna (Description of the Certosa cemetery), fascicolo XLI, ultimo della Collezione. Giovanni Zecchi, Bologna, 1829. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa.

Bologna d'oggi - 1928 - n. 1
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Bologna d'oggi - Rassegna bimestrale illustrata. Anno II n. 1 - gennaio febbraio 1928. Tipografia Vighi & Rizzoli, Bologna. Collezione privata.

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I legami tra la Francia e Bologna sono molteplici e diverse sono le tracce rimaste in città.

Lettura (La)
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