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Votare a Medicina

1796 | 2004

Schede

Se è vero che il voto è l’espressione fondamentale della democrazia e che l’‘800 segna l’inizio del processo democratico in Italia, ho trovato curioso ricordare alcune votazioni “storiche” nel nostro Comune […] : dal confronto fra di esse, dalle condizioni in cui si svolsero e dai loro esiti ciascuno può ricavare riflessioni sul valore del voto, sul concetto di democrazia, sull’ampiezza e libertà del diritto di voto, sulla aderenza dei risultati delle consultazioni alle convinzioni reali della popolazione.

1) L’1 novembre 1798 la Repubblica Cisalpina, sorta l’anno precedente a seguito dell’occupazione dei nostri territori da parte delle truppe francesi di Napoleone, indisse un Comizio Popolare per sottoporre ad approvazione la nuova Costituzione. Medicina era allora capoluogo di un Distretto che comprendeva anche Villa Fontana, Sesto Imolese e Castel Guelfo, per un totale di circa 15000 abitanti. Il Comizio si tenne nella chiesa del Carmine e vi parteciparono soltanto 325 “liberi cittadini” (notabili giustamente li definisce Giovanni Parini), poco più del 2% della popolazione: la Costituzione fu respinta praticamente alla unanimità, con ben 319 voti contrari ed un solo voto favorevole. Risultato abbastanza sorprendente se si pensa che il nuovo regime aveva a Medicina molti sostenitori, specie fra i giovani, che il partito dei giacobini locale contava numerosi seguaci, che le feste attorno all’albero della libertà, piantato nell’attuale piazza Garibaldi, raccoglievano folle entusiaste di medicinesi. È certo che gli aventi diritto al voto, scelti evidentemente per censo fra le famiglie benestanti del Distretto, espressero il pensiero conservatore ed antigiacobino della classe di appartenenza che aveva concreti motivi di opposizione al regime della Repubblica Cisalpina: le troppe nuove tasse, la coscrizione obbligatoria, il rischio che la Partecipanza fosse incamerata fra i beni comunali a disposizione di tutti e non dei soli partecipanti, la soppressione dei potenti Ordini ecclesiastici e la requisizione dei loro beni, addirittura l’incarcerazione dell’Arciprete di Medicina Bertuccini. In ogni caso, nonostante il voto contrario di Medicina, la Costituzione andò in vigore.

2) L’11 e il 12 marzo 1860 si svolse a Medicina un’altra storica votazione: il Plebiscito per l’annessione delle Romagne alla Monarchia di Vittorio Emanuele II, prima occasione di espressione della volontà popolare della Italia unita. La convocazione parlava di “suffragio universale e segreto”: in realtà gli aventi diritto al voto, almeno ventunenni, furono 2901 su una popolazione di circa 10000 anime, quasi il 30%. Fu comunque un bel passo avanti rispetto sia ai 325 del 1798, sia ai 435 iscritti alle elezioni del Comune di Medicina del settembre 1859 (votarono appena in 218, il 50%). Nel 1860 al Plebiscito votarono in 2446 (l’84,3% degli aventi diritto) e, meraviglia, l’annessione ottenne la unanimità! E i contrari?! Forse tutti in quel 15,7% che non votò. Voto bulgaro, diremmo oggi, a meno che a Medicina non sia successo quello che si racconta ne “Il gattopardo” in Sicilia, dove nell’analogo referendum il voto a favore fu unanime ma un personaggio del romanzo, molto scandalizzato, chiede al conte di Salina dove sia finito il proprio voto contrario. Certo che dalla Restaurazione del 1815 e dalla conseguente repressione dei giacobini, specie a partire dalla metà degli anni ‘20 a Medicina lo scontro fra le due parti politiche (i liberali, che comprendevano anche i repubblicani e i mazziniani di Ignazio Cuscini da un lato; i papalini filogovernativi, definiti sanfedisti dal Simoni, dall’altro) era stato aspro e spesso sanguinoso, con molti volontari degli uni e degli altri a combattersi nelle sollevazioni e nelle guerre, specie nel 1831, nel 1848 e nel 1849. A partire dal 1849 però in paese, riferisce il Simoni, i liberali, contrari allo Stato pontificio e favorevoli all’unità d’Italia, non ebbero più avversari: il partito filopapale sanfedista parve essersi liquefatto, probabilmente anche per la politica inizialmente aperturista e riformatrice del Papa imolese Mastai Ferretti, salito al soglio nel 1846 come Pio IX, e per le molto ascoltate predicazioni a Medicina del frate Ugo Bassi nel ‘48.

3) Per tutto il primo periodo successivo all’Unità d’Italia, dal 1861 alla fine della prima guerra mondiale nel 1918, nelle varie tornate elettorali che si succedettero, il diritto di voto a Medicina restò sempre faccenda di pochi privilegiati: gli aventi diritto, maschi ultraventunenni con censo e istruzione, furono sempre non più del 10% della popolazione; i votanti quasi sempre meno del 50% degli iscritti, così che poche centinaia di persone, decidevano per tutti. Nelle elezioni per il Consiglio Comunale a lungo prevalsero le liste di centro-destra, espressione da noi della grande proprietà terriera aristocratica e della borghesia locale, con l’eccezione del periodo 1895-1901 in cui vinse una coalizione di centro-sinistra, la “Lista Democratica”, composta da socialisti, radicali e alcuni moderati, che espresse come Sindaco Antonio Brini, noto poi come “L’Umarèn Giost”. Non valse granchè ad aumentare il numero dei votanti la decisione del Governo Crispi nel 1884 di abbassare a 5 lire il limite di censo per accedere al voto: da noi i votanti raramente superarono il migliaio su una popolazione di 12.575 (censimento del 1901). Il 24 settembre 1905, a 44 anni dall’Unità d’Italia e nel pieno dell’esplosione della questione sociale, a Medicina si votò per il Consiglio Comunale: la data è storica perché per la prima volta i socialisti da soli (il P.S.I. era stato fondato tredici anni prima) prevalsero sulla destra. Si presentarono due liste, una di sinistra sostenuta dai socialisti, dalle leghe operaie e contadine e da artigiani, l’altra di destra il cui nerbo erano i proprietari terrieri e la borghesia locale. La contesa fu dura e combattuta; alla fine solo 91 voti separarono la prima lista, che, grazie alla legge in vigore fortemente maggioritaria, ottenne 24 consiglieri, dalla seconda che ne ebbe 6. In tutto i voti validi furono 1311, appena il 10% circa della popolazione: nullatenenti, analfabeti, donne, la gran massa della popolazione restavano esclusi. Guardando le liste dei candidati si coglie come praticamente tutti, in entrambe le liste, provenivano dai ceti benestanti o borghesi: intellettuali, proprietari terrieri, commercianti, funzionari. Il maggior numero di suffragi, 701, andò per i socialisti all’ing. Attilio Evangelisti e per la destra, 610, all’ing. Alfredo Santi. Da allora in poi fino al fascismo la prevalenza dei socialisti si confermò e si allargò ad ogni elezione locale.

4) Il 16 novembre 1919, finita la Prima Guerra Mondiale, si tennero le elezioni politiche nazionali; il suffragio si allargò decisamente e con esso la partecipazione: gli iscritti al voto furono 4586 su una popolazione di circa 13000 persone, votarono in 2936 (il 64% degli aventi diritto, circa il 22% dei residenti). Il maggior voto dei ceti popolari favorì i socialisti che con 2203 voti conquistarono ben il 75% dei voti validi, lasciando alle altre liste (combattenti, popolari e liberali) appena 684 voti. Medicina si confermava, insieme a Molinella, Budrio e l’intera “bassa” bolognese, una zona “rossa”. Il 3 ottobre 1920 alle elezioni comunali la tendenza si confermò, i socialisti ottennero ancora più voti, 2589, il totale di quelli validi non essendosi presentate altre liste.

5) Il 6 aprile 1924, appena poco più di quattro anni dopo, si rivotò per le elezioni politiche nazionali in un clima molto diverso: Mussolini Primo Ministro, il Comune amministrato dai fascisti, le organizzazioni socialiste (partito, leghe, cooperative) distrutte con la violenza e la sopraffazione, i relativi dirigenti ridotti al silenzio, costretti lontano dal paese, alcuni eliminati fisicamente, assolutamente non garantita la libertà e la segretezza del voto. Si assistette così ad un totale ribaltamento degli esiti precedenti e il “Listone” fascista ottenne a Medicina addirittura il 93% dei voti validi; nel Capoluogo il “Listone” ebbe 1770 voti e tutti gli altri (socialisti libertari, socialisti unitari, comunisti, popolari e repubblicani) appena 129 voti di coraggiosi che sfidarono le condizioni proibitive ed i rischi personali di un diritto di voto ridotto ad una tragica parodia della democrazia. Tanto pleonastico per il fascismo tale diritto che poi per oltre venti anni, fino alla sua caduta, ogni espressione di voto elettorale fu soppressa.

6) Il 24 marzo 1946, passate la Seconda Guerra Mondiale e in Italia quella civile con l’enorme carico di lutti e devastazioni materiali e morali si tornò a votare per il Consiglio Comunale. Parteciparono al voto finalmente per la prima volta anche le donne: il termine “suffragio universale” assumeva infine un senso compiuto. I partiti antifascisti tutti vollero l’estensione del diritto di voto alle donne, anche se nei partiti della sinistra si temette che esso avrebbe favorito più le componenti conservatrici che quelle innovatrici. A Medicina non fu così. Su 15180 abitanti i voti validi furono 8672, quasi il 60% dei residenti. La lista dell’Orologio, formata da P.C.I. e P.S.I. (non c’era ancora stata la scissione del P.S.D.I. di Saragat) ottenne l’83,2% dei voti e la lista formata dalla D.C. il 16,8%. Il primo dei ventiquattro eletti della lista Pci-Psi fu Orlando Argentesi con 7216 voti, gli altri ventitré 7198 e 7197. Il primo dei sei eletti della lista Dc fu Celeste Adversi con 1456 voti, gli altri cinque 1455. Poco più di due mesi dopo, il 2 giugno 1946, si tenne il Referendum per scegliere la forma dello Stato; ancora più ampio, plebiscitario, fu il voto dei medicinesi a favore della Repubblica, con l’87,51% e 7579 suffragi (una delle più alte % della Provincia di Bologna), solo 1082, il 12,49%, votarono per la Monarchia. Si può ritenere che anche una parte degli elettori che nel marzo avevano scelto la Democrazia Cristiana votarono per la repubblica. Nella contestuale elezione per l’Assemblea Costituente, il P.C.I. risultò partito di maggioranza relativa con il 48,31%, il P.S.I.U.P. ebbe il 35,03% e la D.C. L’11,87%; gli altri partiti (P. d’Azione, P.R.I., U.D.N. e Uomo Qualunque) fra tutti il 4,79%.

7) Inizia col voto del 1946 un lungo periodo, durato circa un cinquantennio, in cui in tutte le elezioni, locali, provinciali, regionali e nazionali, si afferma a Medicina il Partito Comunista Italiano (e le formazioni politiche che ne raccoglieranno l’eredità maggioritaria dopo il suo scioglimento nel 1991, P.D.S. e D.S.) come forza di maggioranza relativa che arriverà anche in qualche occasione a superare la metà del suffragio popolare, governando il Comune per lo più con il Partito Socialista e/o con altri partiti e personalità indipendenti di sinistra. Una novità politica significativa e un rimescolamento sostanziale nella composizione del voto si avrà soltanto nel 1999, quando la maggioranza riformista dell’ex PCI, i D.S., consumata la separazione definitiva dalla parte massimalista di Rifondazione Comunista, assieme ad altre formazioni della sinistra (il Movimento per l’Ulivo, i Socialisti Democratici e i Verdi) avvia una inedita alleanza con la componente più autenticamente popolare e vicina alle istanze sociali della ex Democrazia Cristiana, il Partito Popolare Italiano, poi Margherita, alleanza che prevale alle elezioni per il Consiglio Comunale con il 57,24%. Oltre alla ricomposizione della frattura secolare fra la componente socialista e comunista e quella di matrice cattolica nelle organizzazioni sorte per il riscatto delle parti più deboli del corpo sociale (sindacati, cooperative, mutua assistenza, volontariato), si realizza una efficace gestione della cosa pubblica locale, apprezzata dalla cittadinanza. Così alle elezioni del Consiglio Comunale del 12 e 13 giugno 2004 la lista di centrosinistra, capeggiata dal primo Sindaco donna della storia di Medicina, Nara Rebecchi ottiene ben 6415 voti, il 66,59%; risultato tanto più significativo se rapportato ai 1111 voti (11,53%) di Rifondazione Comunista (a dimostrazione del persistere a Medicina di una storica consistente componente massimalista che viene dalla fine dell’‘800), che relegò le componenti di centrodestra della Lista Civica ad appena 2107 voti (21,87%). In conclusione, risulta forse impossibile paragonare queste votazioni e queste fasi elettorali, così diverse fra loro per situazioni storiche, estensione del diritto di voto e partecipazione, significato di innovazione o di conservazione degli esiti, condizionamento della effettiva libertà di espressione; personalmente tuttavia non riesco a scacciare la sensazione che in questi oltre 200 anni in cui così spesso la vittoria di una parte si è espressa in termini plebiscitari o quasi, sovente il voto di tanti medicinesi (come peraltro è successo ovunque) abbia seguito soprattutto l’onda del momento, che abbia prevalso in molti lo stare dalla parte del probabile vincitore, a volte più per opportunismo che per reale convinzione.

Giuseppe Argentesi

Testo tratto da "Duecento anni di votazioni a Medicina" in "Brodo di serpe - Miscellanea di cose medicinesi", Associazione Pro Loco Medicina, n. 10, dicembre 2012.