Scena allegorica con Marte e la Fama

Scena allegorica con Marte e la Fama

1792 - 1794

Scheda

Prova elegante della scelta maniera di Filippo Pedrini (1763 - 1856), uno dei migliori tra gli allievi e seguaci dello stile raffinatissimo e internazionale di Gaetano Gandolfi, il bozzetto si qualifica come significativa aggiunta alla conoscenza della grande decorazione bolognese di fine Settecento, l’epoca in cui accanto al gusto neoclassico ormai trionfante anche per ragioni politiche - siamo nel 1792/94 – ancora era apprezzato l’antico lessico fondato su ritmi accentati da movimento e colore, linee spezzate e diagonali, forme di grazia delibata immerse nella più limpida e solare atmosfera: niente di più lontano dalla solenne retorica delle nuove poetiche, interpretate, in Bologna, dal Palagi, che in breve farà dimenticare l’ineguagliabile bellezza della pittura degli ultimi eccellenti intrepreti della grande scuola locale, destinata, con l’Ottocento, al definitivo tramonto.

Il dipinto è preparatorio per la decorazione della sala, certo la più affascinante di un ciclo qualitativamente pregevole, del senatorio palazzo Tanari, che presenta al centro la Verità svelata dal Tempo tra personificazioni della Pace e l’Abbondanza, la Giustizia, e divinità quali Apollo, Minerva, Mercurio ed altre ancora, raffigurazione complessa e di non chiara iconografia.

Palazzo Tanari, sito in via Galliera, fu dimora di una delle famiglie più importanti del coté politico, economico e sociale di Bologna, proprietaria di vasti possedimenti nel territorio di Monteveglio e di Bazzano dove ha sede la villa, la Ca’ Rossa, che alle stesse date del palazzo di città fu riammodernata e decorata “alla moderna” per volere del marchese Sebastiano, che in entrambi i casi affidò il rinnovamento architettonico ad Angelo Venturoli, già attivo per la ristrutturazione della villa La Cavallina della Croce del Biacco. Per il palazzo, eseguirono le decorazioni a soffitto i pittori Vincenzo Martinelli, paesista, Filippo Pedrini e Giuseppe Valiani, figuristi (perdute quelle di Pietro Fancelli), e i bassorilievi e gli ornamenti plastici alle pareti Giacomo De Maria, opere sconosciute sino al 2002, allorchè le ricerche svolte da Giusi Vecchi hanno fatto conoscere alcune delle belle e sensuali immagini dipinte in quella sede dal dotatissimo Filippo Pedrini, allievo dapprima del padre Domenico, buon pittore attento alla cultura veneziana alla cui conoscenza avviò il figliuolo e poi attivo all’ombra di Ubaldo e Gaetano Gandolfi: fu la loro arte fulgente ad influenzare segnatamente quella del secondo, il giovane artista, sinché l’incalzare dei tempi non lo costrinse a recedere dalla sua disinvolta e felice maniera per accomodare la sua pittura su stilemi mutuati da un classicismo di maniera, affaticato affatto e lontano dalla grazia sfuggente dell’opera sua prima, della quale il dipinto in questione è esempio di rilievo.

Dei molti suoi interventi in palazzi e case bolognesi e del contado, dei quali è rimasta notizia nella letteratura odeporica, decorazioni di soffitti e pareti raffiguranti antichi miti e antiche deità irrispettose della filologia imposta invece all’età barocca e poi ai fautori del neoclassicismo, si è presa coscienza in tempi recenti ed in maniera asistematica, nuocendo al Pedrini come al sodale Pietro Fancelli ed altri della loro generazione la scarsa stima riservata dalla critica ottocentesca ai pittori non allineati alle mode imperanti; della sua attività vasta e sino agli anni venti del XIX secolo condotta secondo i caratteri di stile indicati sopra, restano a illustrarne il crescere dell’ideazione gli schizzi e i disegni preparatori, essendo rari allo stato attuale degli studi bozzetti o modelli preparatori. Tanto più significativa, dunque, questa tela, dipinta secondo la verve e facilità esecutiva che distingue, sino all’epoca indicata, il brillante pittore; eseguita per essere sottoposta all’autorevole committente, reca caratteri di festosità, brio, grazia nel timbro del colore e leggerezza del segno che sono testimonianza della freschezza della sua immaginativa e dell’equilibrio della tavolozza.

Gli esiti più felici della produzione, certo assai più vasta di quanto ad oggi si conosce, risalgono dunque ai tempi in cui poté lasciare che si espandesse la sua vena migliore, il gusto raffinato e insieme divertito per mitologie, favole profane, racconti amorosi, alla cui resa adottò un lessico spiritoso e vivace, franto nella definizione delle forme che il tono acceso e per contrasto delle tinte smaglianti rinterza sino ad esiti di brillante piacevolezza, sensuose immagini di tenera grazia, ultime testimonianze di un mondo che si avvia al finire.

Donatella Biagi Maino

Bibliografia: D. Biagi Maino, scheda firmata, in Quadri da collezione. Dipinti emiliani dal XIV al XIX secolo, catalogo della mostra, Bologna 2013, pp.110-112 (come Allegoria profana). Courtesy Galleria Maurizio Nobile, Bologna.

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