Marco Minghetti ministro di Cavour

Marco Minghetti ministro di Cavour

1856 | 1861

Scheda

Nel marzo del 1856 Cavour e Minghetti lavoravano insieme, a Parigi, per preparare una esposizione del vero stato delle Romagne e un progetto di governo autonomo nelle Legazioni, che dovevan servire di base ad una discussione nel Congresso. “Minghetti est ici, nous tra-vaillons ensemble, c'est un homme charmant. Quel excellent ministre il serait”, scriveva ammirato il Cavour al fedelissimo Michelangelo Castelli. Egli intuì sin d'allora di aver trovato nel liberale bolognese un efficace collaboratore per i tremendi compiti che lo attendevano e non mancò, nei momenti più difficili, di far ricorso a lui. Così lo volle al suo fianco come segretario generale degli Affari Esteri in quella primavera del '59 che fu uno dei momenti più impegnativi nella vita politica del grande statista. Quando sopravvenne la pace di Villafranca, il Minghetti seguì il Cavour nelle dimissioni. La collaborazione era durata pochi mesi, ma aveva stretto vieppiù i legami fra i due ed aveva accresciuto la fiducia del Cavour nelle capacità del Minghetti. "...Io Le devo siceri ringraziamenti", scriveva il Cavour il 15 luglio, "per la devozione di cui fece prova, e per l'assidua, intelligente e attiva collaborazione nella Direzione del Ministero degli Affari Esteri in questi ultimi mesi pieni di gravi preoccupazioni, di continuo lavoro e di grandi avvenimenti. I destini d'Italia non furono, all'infuori d'ogni nostra speranza e previsione, interamente compiti. Non bisogna però perdersi d'animo. Giova anzi ripigliare l'opera con fermezza e risoluzione. In questo nuovo periodo, come nel passato, non mancherà all'Italia, ne son certo, la di Lei valida cooperazione, in qualsiasi posto Ella si trovi...". Anche il Lamarmora, nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, ringraziava il Minghetti "per le tante dimostrazioni di devozione non meno illuminata che generosa date alla causa nazionale e alla Monarchia di Savoia". Esse, continuava il Lamarmora, "se fanno vieppiù rincrescere al governo di andar privo per ora del concorso, dei lumi e dell'opera sua, ne lasciano però la grata persuasione che il paese ha acquistato in Lei un cittadino non meno distinto per ingegno, che per altezza di sentimenti". Questo riconoscimento è tanto più significativo, poichè il Lamarmora apparteneva al gruppo dei Piemontesi che guardavano con scarsa simpatia al Minghetti, ex ministro di Pio IX, che aveva abbandonato tardi (forse, in maniera netta e precisa, solo nel 1857, dopo l'udienza pontificia) il federalismo e il pacifico riformismo, che aveva sì aiutato il Comitato bolognese della Società Nazionale, ma, seguendo anche il consiglio di Cavour, non era voluto entrare a farne parte, uomo libero da ogni spirito di consorteria e, direi, più dei Piemontesi da spirito municipale.

Ritornato al potere Cavour, fatti i plebisciti, il Minghetti fu eletto deputato nel collegio di Bologna e, il 10 aprile, vice presidente della Camera. Si ebbe poi la fortunata spedizione dei Mille, culminata nella battaglia del Volturno (1-2 ottobre), l'invasione delle Marche e dell'Umbria, le annessioni dell'Italia meridionale coi plebisciti del 21 e 22 ottobre. Farini, ministro dell'Interno, aveva seguito il Re nella sua marcia di avvicinamento alle provincie meridionali, ed a Torino svolgeva le sue funzioni, come ministro dell'Interno ad interim, il Cassinis. Nel giomo stesso in cui, attraverso i plebisciti, le popolazioni del Mezzogiorno esprimevano la volontà di far parte della monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele II, il Cavour telegrafava a Farini: «De Paris on considère l'attitude de l'Autriche comme très menaçante. Nous pouvons être attaqués d'un jour à l'autre. Impossible de faire partir la Brigade d'Aoste. Nous prenons toutes nos mesures pour une resistance désespérée. Impossible de pouvoir faire marcher sans un Ministre de l'Intérieur. Comme vous êtes absolument indispensable à Naples, nous avons pensé vous remplacer provisoirement par un de vos amis, par Minghetti. Dites le au Roi et dissipez les préventions injustes qu'il a à son egard”.

In queste dispaccio è il quadro della situazione e delle grandi difficoltà che il Cavour doveva superare. Anzitutto, all'interno, era necessario sostituire il Farini assolutamente indispensabile a Napoli, e scegliere un efficiente collaboratore poichè, scriveva il Cavour al Farini stesso, "il ministero, ad onta della buona volontà del Cassinis, non cammina". Ma il compito non era facile: non si poteva ricorrere al Rattazzi, che nel breve ministero Lamarmora non aveva dato prove di capacità, non si poteva ricorrere a San Martino, ritenuto anche lui inadatto. Inoltre, aggiungeva il Cavour, scrivendone all'Audinot, "mi basti l'accenarli che entrambi solleverebbero nel Piemonte stesso un'opposizione vivissima in un partito che non convien irritare". L'uomo adatto, "l'eccellente ministro", preconizzato tale, come abbiam visto, fin dal 1856, non poteva essere che il Minghetti. Egli ha vaste relazioni internazionali, soprattutto in Inghilterra. E' amico del Farini, è "il più bell'ingegno dell'Italia Centrale; è vice-presidente della Camera, ha largo censo", scrive il Cavour a re Vittorio Emanuele. E ribadisce all'Audinot capacità organizzative, sulla competenza amministrativa del Minghetti il Cavour insiste. Scrive al re: Minghetti "ha uno spirito eminentemente organizzatore, ed è ciò di cui abbiamo maggiore necessità"; al Farini: "Minghetti ha mente eminentemente ordinatrice"; a Ricasoli: "Minghetti assume oggi il Ministero dell'Interno. Mente eminentemente ordinata, spirito largo, lo reputo il più adatto fra gli uomini politici per attuare il nuovo sistema d'amministrazione che l'Italia unita richiede su larghe basi, sode, neutralizzatrici, senza essere disordinatrici". 

Ma c'è un ostacolo: il Minghetti non è gradito al re: il Cavour ha però fiducia di riuscire a vincere le "ingiuste prevenzioni". Scrive infatti al sovrano: "Ho telegrafato a Farini onde proponesse a V. Minghetti che è amico suo quanto e più che amico mio. V. M. non lo ama molto. Ma io sono certo che, quando lo avrà conosciuto, renderà giustizia alle sue qualità di cuore e di mente". Magnifica perorazione della propria causa! E, a vincere ogni più tenace resistenza, aggiunge molto abilmente: "...Può fare il Ministro sei mesi e tornarsene quindi a casa senza che ciò muti in nulla la sua posizione". entre il Cavour scriveva da Torino questa lettera al re, arrivava da Isernia il dispaccio del Farini: "...J'ai communiqué au Roi proposition Minghetti et il n'a rien en contraire". Il sovrano sa di non poter resistere al Cavour ed intuisce anch'egli le difficoltà della situazione che richiede uomini superiori, ancorchè poco "simpatici". Infatti, in questi giorni, se l'Inghilterra è molto ben disposta, tutti gli atti compiuti dall'Austria accennano ad un pensiero di guerra, e di guerra immediata. "...les correspondances de Vienne sont toutes à la guerre", scrive il Cavour al Farini il 23 ottobre. Nello stesso giorno spedisce un dispaccio al Minghetti a Bologna. "Ieri sera ero a pranzo", scrive, a questo proposito, il Minghetti all'amico Pasolini, quando ricevo un telegramma di Cavour che mi chiama a Torino. "Parto stamane, smonto al ministero e mi si offre a bruciapelo il Ministero dell'Interno. E' stato per me un fulmine: ho detto che non era possibile che io rispondessi subito, ma che ne ero spaventato. Accetterei piuttosto qualunque altro incarico, fosse il più faticoso, e il più ingrato, anzichè questo: far la polizia". E' noto che il Minghetti era incapace di rapide e improvvise decisioni, ed il Cavour dovette insistere non poco, senza per altro riuscire a smuoverlo, almeno in un primo tempo. "Dopo un giorno di lotta e di resistenza", scrive ancora il Minghetti a Pasolini il 26 ottobre "mi sono trincerato in questo punto di voler consultare prima i miei amici politici tu conosci l'insistenza di Cavour, e mi è voluto del bello e del buono per conservare ancora la mia libertà in naufragio, all'ancora dell'opinione dei miei amici...". Il giorno stesso parte per Bologna, senza aver data ancora una risposta affermativa. E appena giunto nella sua villa di Mezzaratta che lo raggiunge un nuovo e pressante appello scritto dal Cavour poche ore dopo la sua partenza:

26. 8bre, mezzanotte

Carissimo amico.

Ho ricevuto questa sera un telegramma del Principe Napoleone molto grave. Dice essere l'Imperatore in uno stato di grande irritazione contro di noi, ch'egli crede prodotta da un'ultimatum portato da Varsavia dal Principe di Metternich. L'Imperatore non vuole lasciare attaccare Gaeta dal lato di mare. Il Principe è sbalordito e spaventato. Non sono per conto mio sgomentato, ma nulla meno non posso dissimularmi farsi la condizione nostra gravissima, e poter essere noi da un momento all'altro posti in seríssimo cimento. E' perciò che ho reputato poter fare un appello al vostro patriotismo, onde posto in sesto i più urgenti vostri affari veniate senza indugio ad assumere il portafoglio dell'interno. Urge il prepararsi ad ogni evento. Senza un ministro dell'interno stabile, ed un ministro come voi non si fa niente. Se il pericolo svanisce potrete ritornare a Bologna due o tre giorni, ma intanto venite e venite subito, ve ne scongiuro

vostro af

C.Cavour

Di fronte a questo nuovo pressante invito ("venite, e venite subito ve ne scongiuro") il Minghetti, esortato anche dall'Audinot e dal Pasolini, accetta l'incarico. "Dopo una lotta di tre giorni, sono convinto", scrive al Pasolini il 30 ottobre. "Prenderò la mia croce e salirò il calvario". Il 1 novembre è già a Torino ed inizia la sua opera di collaborazione col Cavour, che doveva durare fino alla morte del grande statista. L'attività vasta, intensa, intelligente svolta per tutta la durata del l'incarico è documentata nel Diario, scritto dal Minghetti e recentemente edito. Questa nuova importantissima e preziosa fonte dà la misura esatta del valore del ministro bolognese, della sua quasi perfetta unità di visioni, di intenti e di sentimenti col Cavour. Che questi si fosse vieppiù convinto di aver trovato nel Minghetti un collaboratore capace di svolgere funzioni di responsabilità ancor maggiori, ed un uomo preminente fra quanti annoverava la Destra, ci è dato arguire da questa annotazione che troviamo nel Diario, in data 7 luglio 1861: "...Conosco il signor Marsh ministro degli Stati Uniti a Torino in onore del quale Ricasoli dà un pranzo. Ivi conosco ancora Tourte. Sua sovvenzione dell'ultimo colloquio avuto con Cavour la vigilia della sua malattia. Parole sopra di me per succedergli si une colique l'emportait". Il Cavour era stato felice profeta, Il Minghetti non fu il suo immediato successore, ma divenne due volte Presidente del Consiglio dei Ministri e sempre dimostrò di essere fra i più degni continuatori e interpreti dell'opera e dello spirito del grande statista.

ALDO BERSELLI

Testo tratto da "Marco Minghetti ministro di Cavour",  in "Strenna storica bolognese", 1955. In collaborazione con il Comitato per Bologna Storica e Artistica.

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Io sono l’Italia grande e una
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Io sono l’Italia grande e una: dialogo tra storia e memoria a 160 anni dall’unificazione, conferenza con Elena Musiani, Mirtide Gavelli, Roberto Balzani. Un dialogo tra storia e memoria, biografie note e meno note, di uomini e donne che hanno “fatto l’Italia”.