URBANO VIII

URBANO VIII

5 Aprile 1568 - 29 luglio 1644

Note sintetiche

Scheda

URBANO VIII – MAFFEO VINCENZO BARBERINI (1568 – 1644)

Il cartiglio papale recita: VRBANVS VIII PONT MAX / OLIM BONONIÆ LEGAT

I Barberini erano originari di Ancona ove si erano arricchiti con il commercio. Essi in origine si chiamavano Tafani e questo spiega la presenza delle 3 vespe sullo scudo (arma parlante) con evidente allusione al cognome. Le 3 vespe poi con i l tempo, si trasformarono in api.
La famiglia prese poi il nome dal castello Barberini sito in Val d'Elsa. Essi si trasferirono nel XIII sec. a Firenze e vennero ascritti a quella nobiltà partecipando alla vita pubblica e dando alla città 4 priori dal 1490 al 1511. Un Francesco Barberini fu notaio e poeta ai tempi di Dante (1260).

Nato il 5 aprile del 1568 a Firenze da Antonio e Camilla Barbadori.
I suoi avi, provenienti da Barberino dell’Elsa, avevano da tempo affiancato il loro nome al commercio della lana e dei tessuti, con un discreto successo, e nel 1540 a causa di sentimenti antimedicei trasferirono la loro sede da Firenze ad Ancona, estendendo il loro commercio verso Oriente e verso il nord Europa.

Alla morte del padre nel 1571, l’educazione dei figli fu affidata allo zio Francesco, allora attivo nella Curia romana.
Maffeo iniziò studi umanistici nell’università di Firenze e li implementò, su richiesta e invito dello zio, al Collegio Romano.
Dopo un breve periodo a Pisa, di ritorno a Roma si occupò di faccende famigliari e della gestione dei beni e affari dello zio.
Nel 1592 il neoeletto Clemente VIII lo nominò governatore di Fano ove Maffeo si occupò per quattordici mesi soprattutto di banditismo.
Lo stesso anno riceveva i quattro ordini minori mentre il successivo, grazie all’aiuto dello zio, prendeva possesso della prestigiosa carica di protonotario apostolico.

Dopo aver comprato nel 1597 la carica di Chierico della Camera, passò diversi anni svolgendo compiti e incarichi che lo tennero distante dalla capitale.
Si recò due volte nel Ferrarese, prima per accompagnare il cardinale Pietro Aldobrandini, poi per raccogliere informazioni sui Veneziani e verificare dei problemi idrogeologici nel Po.
Nel 1600 era a Firenze in occasione del matrimonio di Maria de’ Medici ed Enrico IV di Francia e l’anno successivo fu inviato a Benevento.
Nel 1602 fu nominato commissario Pontificio con l’incarico di risolvere i problemi idrogeologici del Trastevere che causavano continui danni alle costruzioni adiacenti.

Ma quello che può essere considerato uno dei momenti di svolta nella vita di Maffeo è la morte dello zio nel 1600 e il fatto che Francesco avesse nominato come unico erede proprio il Barberini, lasciandolo come depositario di una ricchezza non indifferente, anzi.
Anche per questo dal 1600 Clemente VIII gli affidò missioni tanto dispendiose quanto prestigiose al di fuori della penisola che gli permisero di stabilire ottimi contatti con la corte di Parigi.
Dopo diversi viaggi in Francia, nel 1604 venne promosso agli ordini maggiori, ottenne la nomina di arcivescovo titolare di Nazaret e la consacrazione episcopale, insieme alla nomina pubblica di nunzio ordinario presso la corte di Francia.
I compiti di Maffeo consistevano nel mantenere la pace fra le potenze cattoliche, compito che ovviamente a volte poteva apparire facile, spesso non lo era.
Se i rapporti fra Francia e Savoia si dimostrarono piuttosto semplici da gestire, molto più impegnativo era il fronte spagnolo e il mantenimento della pace del 1598.
Sotto ordine del papa (Clemente VIII nel 1605 era stato sostituito da Leone XI) il Barberini doveva mostrare il dissenso dello Stato Pontificio nei confronti degli aiuti mandati dal re francese Enrico IV ai ribelli delle Province Unite nel loro conflitto con gli spagnoli. Enrico affermava di comportarsi così in seguito al sostegno spagnolo agli ugonotti.
In tutto ciò il contenzioso apertosi fra Paolo V (nuovo papa eletto sempre nel 1605) e Venezia nel 1606 rischiava di incrinare i rapporti con la Francia.
Il monarca francese infatti non aveva intenzione di prendere posizione troppo prematuramente, privandosi di eventuali commerci con la Serenissima, e fu più volte tentato anzi di prendere le difese dei Veneziani.
Furono le abilità diplomatiche e persuasive di Maffeo che fecero inclinare il giudizio di Enrico verso lo Stato Pontificio, insieme a un durissimo confronto tenutosi fra il monarca e un ambasciatore veneziano.
Alla corte del re di Francia dovette anche combattere, con scarsi risultati, per far sì che venissero applicate le novità decise nel Concilio di Trento (1545 – 1563).

Nel 1606 ottenne la porpora cardinalizia e l’anno successivo lasciò la Francia per tornare a Roma. L’esperienza a Parigi era valsa il rispetto da parte di tutta la Curia e la benevolenza di Enrico IV, oltre a un ottimo numero di beni e ricchezze.
Nel 1608 venne nominato vescovo di Spoleto, ma lasciò la città soltanto nel 1610 in seguito alla sua nomina a prefetto alla Segnatura di Giustizia, supremo tribunale della Curia Romana.
Nel 1611 venne nominato legato a Bologna, con facoltà quasi illimitate, sia spirituali che temporali.
Qui realizzò una riforma monetaria e risolse controversie di confine con il ducato di Modena evitando anche che la controversia fra i Gonzaga e il duca di Savoia per il possesso di Mantova influenzasse il territorio della città.
Verso la fine del mandato però le modalità con cui gestì certe dispute fecero storcere il naso ai piani alti romani.
Nonostante fosse riuscito, come richiesto da Roma, a imporre la propria volontà sui magistrati di Bologna riguardo alle competenze del Tribunale della Grascia, discussi furono i modi con cui procedette contro certi membri della famiglia Pepoli.
Questi ultimi erano stati sì accusati dell’assassinio del senatore Aurelio dell’Armi, ma il modo inflessibile e intransigente con cui portò avanti il processo gli valse il ritorno a Spoleto.

Negli anni successivi, comunque, il patrimonio di Maffeo aumentava vertiginosamente e nel 1620 aveva più entrate di molto signori italiani.
Quando nel 1623 iniziava il conclave per l’elezione del successore di Gregorio XV, Maffeo era fra i tre candidati principali per essere eletto pontefice. Dopo quindici giorni di conclave, il 6 agosto 1623 nell’afa più cocente, condita da una febbre che aveva colpito il conclave, Maffeo veniva votato papa (con cinquanta voti su cinquantaquattro) e prendeva il nome di Urbano VIII.

I suoi anni di governo rientrano tutti nel periodo della Guerra dei Trent’anni e come sempre gli equilibri fra le varie potenze europee influenzarono moltissimo il suo pontificato.
La questione delle fortezze della Valtellina, per esempio, lasciata in sospeso da Gregorio XV, rischiò di incrinare quelli che erano gli ottimi rapporti fra il Barberini e la Francia.
L’ultimo papa aveva ricevuto in deposito, momentaneamente, per conto di Francia e Spagna, queste fortezze. Nel 1624 vennero conclusi a Roma due trattati che includevano la protezione degli interessi cattolici all’interno della Valtellina e il passaggio militare per le truppe spagnole attraverso la valle.
La Francia a questo punto chiese la restituzione delle fortezze e la risposta al rifiuto papale fu quella di un esercito in direzione della Valtellina, che venne sgombrata dalle truppe pontificie.
Urbano era piuttosto arrabbiato ma voleva evitare gli estremi di una guerra in Italia, nonostante le spinte che venivano da parte della Spagna. Mandato un legato a Madrid per calmare gli impulsi di Filippo IV, gli arrivò la notizia che Spagna e Francia avevano risolto da soli il problema che coinvolgeva anche il papa.
Nonostante l’esclusione dalle trattative, aveva eliminato la prospettiva di una guerra in Italia e mantenuto vivi gli interessi pontifici in Valtellina.
Gli spagnoli rimasero però nei territori occupati, suscitando il timore di Francia e del papa, che provvidero a cacciarli dalla Valtellina nel 1635. La Valtellina fu ceduta dalle forze straniere ai precedenti possessori definitivamente nel 1639, ponendo fine alla controversia.

Di controversie, intrighi e tradimenti ne è invece piena la Guerra dei Trent’anni, che come detto caratterizzò tutto il pontificato di Urbano VIII.
Questa è una guerra iniziata con delle ragioni religiose, con la famosa defenestrazione di Praga nel 1618, che lentamente si trasformò in una valvola di sfogo per le tensioni fra le varie potenze europee, soprattutto Francia e Asburgo, finendo per perdere la connotazione religiosa e trasformarsi semplicemente in un conflitto di enormi dimensioni. Il paradosso fu quando negli anni 30 del XVII secolo la religiosissima Francia entrò nella coalizione protestante piuttosto che lasciare che gli Asburgo e la Spagna vincessero la guerra.
Guerra che finirà nel 1648 (si chiama dei trent’anni per un motivo) con la vittoria dei protestanti e della Francia, il ridimensionamento degli Asburgo e della chiesa cattolica nell’Europa del Nord e la libertà per i protestanti, luterani e calvinisti, di professare la propria religione.
Urbano negli equilibri fra le potenze cercò ovviamente sempre di mantenere tutti gli Stati più dotati militarmente dalla parte cattolica, cercando però di non far dominare nessuno di questi in maniera particolare.
In ogni caso, l’influenza che un papa nel 1600 poteva avere sull’andamento di una guerra è decisamente differente da quello che poteva avere nel 1200.
Le possibilità di Urbano VIII di influenzare la Guerra dei Trent’anni erano decisamente minori rispetto a quelle di Urbano II di influenzare le crociate e l’apporto dei sovrani a quest’ultime.

Urbano VIII è anche stato testimone e fautore del famoso processo a Galileo Galilei.
Galileo nacque nel 1564 e quasi vent’anni prima, nel 1543, Nicolò Copernico aveva pubblicato il “De revolutionibus orbium”, formulando la teoria eliocentrica.
Da qui si mosse Galileo, che già nel 1616 era stato obbligato al silenzio da papa Paolo V. Ma probabilmente nel 1623 con l’elezione di Urbano VIII Galileo aveva sperato in un cambio di rotta.
Maffeo infatti era suo stimatore dal 1611, quando l’aveva incontrato più volte a Roma e a Firenze. Si era stabilito fra di loro un contatto di corrispondenza e anche durante il primo processo a Galileo il Barberini aveva fatto di tutto per difendere lo scienziato.
Galilei fece dedicare il suo “Saggiatore” (trattato fondamentale sul metodo sperimentale) al neoeletto papa nel 1623, e l’anno successivo venne accolto ben sei volte in udienza.
Dopo vari anni di studi, nel 1630 pubblicò il “Sistema del mondo” e ricevuto ancora una volta dal papa, venne intimato da quest’ultimo di chiamare il libro “Dialogo sopra i massimi sistemi” e imprimere al libro una cornice molto più ipotetica.
L’anno dopo Galileo fece stampare “Dialoghi sopra i due massimi sistemi mondiali Tolemaico e Copernicano” a Firenze, senza le conferme ecclesiastiche (come nei casi precedenti).
I Dialoghi sono portati avanti da tre personaggi, il portavoce di Galileo, un ex allievo di Galileo e il terzo personaggio, di nome Simplicio, personaggio non particolarmente acuto, che porta avanti le argomentazioni di Urbano VIII. Un affronto non da poco, che infatti portò Galileo a processo e lo costrinse ad abiurare le sue teorie nel 1633.

Maffeo Barberini morì il 29 luglio del 1644, dopo quasi ventun anni di pontificato.
Veniva descritto uomo di ferrea salute e di bella presenza, esperto nel mondo delle arti e delle lettere. Solito a mantenere uno stile di vita ordinato, modesto e moralmente rigido, ottimo conoscitore della liturgia della Chiesa osservò con rigore le regole e le forme tradizionali.

Dal momento che prima di essere eletto Papa, Maffeo Barberini fu Legato di Bologna, nella Sala Urbana è presente anche ilsuo stemma araldico.

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Lo stemma araldico è presente in Sala Urbana:
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