Sant'Agata Bolognese, (BO)

1907 | 1945

Scheda

Le organizzazioni dei lavoratori nel comune ebbero notevole sviluppo a partire dagli inizi del secolo. Fin dal 1907 i socialisti ebbero il sindaco: Quinto Sola. Nel 1911 i lavoratori san-tagatesi scioperarono contro l'impresa italiana per la conquista della Libia. Nelle elezioni comunali del 28 giugno 1914 prevalse la lista socialista. Il 31 luglio successivo, nell'adunanza del nuovo consiglio, fu rieletto a sindaco Quinto Sola. Fu espresso anche un voto unanime contro la guerra che era scoppiata tre giorni prima. Questo il testo: «Il Consiglio Comunale di Sant'Agata Bolognese nella sua prima adunanza per l'insediamento dei nuovi eletti; Ritenuto che la civiltà abbia a procedere verso le sue ultime indeprecabili finalità senza armi e senza guerre; Ritenuto che la dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia tende ad una conflagrazione di tutti gli Stati Europei, la quale sarà un'immane distruzione di ricchezza ed uno dei più grandi massacri umani; Certo di interpretare il pensiero della grande maggioranza della popolazione, manifesta il suo più irriducibile orrore verso la guerra, ed augura che il proletariato, sappia imporre la pace in nome della Fratellanza di tutti i popoli». Nelle elezioni amministrative del 10 ottobre 1920, il PSI presentò liste concorrenti per la maggioranza e la minoranza, entrambe risultate vincenti. Nell'adunanza del 28 successivo fu eletto a sindaco Pietro Degli Esposti.
Poco dopo l'eccidio di Palazzo d'Accursio a Bologna (v.) si scatenò anche a Sant'Agata lo squadrismo. Il 30 novembre, un gruppo di fascisti intervenne con fare minaccioso e provocatorio ad una festa danzante organizzata da giovani socialisti al Teatro Comunale e solo l'arrivo dei pompieri mise fine alla rissa che era divampata. Nei mesi successivi, consiglieri comunali, sindacalisti e quanti operavano nelle associazioni democratiche dovettero subire minacce, vessazioni, percosse. L'ex sindaco Sola, direttore tecnico della Cooperativa braccianti di San Giovanni in Persiceto, fu tra i più bersagliati.
La sera del 1° maggio 1921, alcuni fascisti locali e persicetani, aggredirono Umberto Zambelli, che rimase in ospedale in pericolo di vita per parecchie settimane e, poi, entrati nella sala cinematografica, bastonarono a destra e a manca gli spettatori, costringendoli a fuggire.
Nella riunione consigliare del 2 maggio 1921, dopo che il sindaco ebbe illustrato la "situazione difficilissima creata all'Amministrazione in seguito all'ostilità dei fascisti locali: ostilità che ha culminato nella giornata di ieri, con imposizioni e minacce di guai seri qualora l'Amministrazione non si dimetta entro il termine di 24 ore" e dopo lunga discussione prevalse il parere delle dimissioni immediate. Il sindaco allora propose il seguente o.d.g, che riscosse l'unanimità: «La Giunta Comunale, Riunita in adunanza il giorno 2 Maggio 1921;Ritenuto che alla richiesta verbale di immediate dimissioni presentate giorni addietro da una Commissione del Fascio locale, ebbe a rispondere con un reciso rifiuto, poiché non intendeva disertare senza un giustificato motivo il posto che le era stato liberamente assegnato dalla massa elettorale; Ritenuto però che in seguito alle minaccie, imposizioni e violenze, dirette più particolarmente alla persona del Sindaco, la incolumità personale dei membri dell'Amministrazione s'è resa precaria; Ritenuto che la fòrza pubblica ha assistito impassibile ai gravi fatti di ieri, lasciando che inermi cittadini fossero colpiti a sangue e ridotti in pietose condizioni; Ritenuto che in siffatte condizioni di momento e di ambiente e senza tutela della pubblica Autorità, l'Amministrazione non è in grado di funzionare; Protesta contro l'asservimento dei poteri governativi a una infima minoranza; E rassegna indignata le proprie dimissioni; che intende immediate e irrevocabili» (dagli Atti di Giunta del Comune). A dirigere l'amministrazione comunale il Prefetto di Bologna inviò un commissario prefettizio.
Alla vigilia delle elezioni politiche del 15 maggio, «i fascisti si recano nelle case dei nostri compagni [i socialisti] minacciandoli con le rivoltelle e intimando loro di non recarsi a votare il giorno dopo. Pena la vita» (Fascismo, 290). La sera dei 22 maggio 1921 numerosi squadristi si presentarono armati davanti all'abitazione di Adriano Guiduzzi, consigliere comunale e dirigente sindacale (che era stato più volte minacciato di morte) e gli intimarono di uscire in strada. Quando la madre, Agata Pizzi (classe 1852), socialista, si presentò alla finestra per dire che il figlio era assente, i fascisti cominciarono a sparare e la colpirono in pieno. Dopo avere sfondata la porta, penetrarono nell'abitazione, cercarono invano il Guiduzzi e se n'andarono senza soccorrerla. Per le gravi ferite riportate morì all'ospedale il 26 seguente (Fascismo, 292-293). Gli assassini, quando furono processati, vennero assolti.
Per il 7 gennaio 1923 vennero indette elezioni comunali per le quali furono presentate unicamente liste di candidati fascisti e loro apparentati. Dopo il 1933 l'atmosfera propagandistica e bellicosa delle avventure militari si fece risentire e provocò anche a Sant'Agata manifestazioni, seppure clandestine: apparvero manifestini e scritte sui muri, contro il regime ed il podestà. Quando in Spagna scoppiò la rivolta capeggiata dal generale Francisco Franco, Roberto Bicocchi (classe 1892), ferroviere, più volte arrestato ed espatriato in Francia nel 1923, e Quinto Pietrobuoni (classe 1899), bracciante, parteciparono nelle file degli antifascisti in difesa di quella repubblica. Bicocchi militò nella compagnia italiana della 15° brigata internazionale e cadde in combattimento a Morata de Tapina il 12 febbraio 1937 (Spagna). Quinto Pietro-buoni il 29 novembre 1941 fu condannato a un anno di confino per essere stato combattente antifranchista; al confino furono pure condannati, nel settembre 1941, Agostino Pietro buoni (classe 1894) fratello di Quinto, bracciante, per attività antifascista e, nell'ottobre 1942, Cesare Bicocchi (classe 1894), erboraio, per vilipendio delle camicie nere e dei soldati tedeschi (Dizionario). Un nativo di Sant'Agata, Arturo Fiorini (classe 1882), più volte aggredito dai fascisti nel 1921-22, emigrato in
Francia e, poi, rientrato in Italia nel 1938, arrestato e deferito al TS che lo assolse (Aula IV), parteciperà alla lotta di Liberazione nel bolognese dal maggio 1944.
Dopo il 25 luglio 1943, i fascisti locali impauriti - ha scritto Renato Campagnoli - «riconoscono errori e colpe del regime, rinnegano il passato e chiedono clemenza. Gli antifascisti, nonostante abbiano sofferto per tanti anni, assumono un atteggiamento generoso e responsabile. I fascisti dichiarano e promettono, verbalmente, un comportamento nuovo. Nessuna minaccia, nessun atto di vendetta antifascista si verificò».

Nei giorni seguenti l'armistizio dell'8 settembre 1943, a seguito degli indirizzi diffusi dall'organizzazione comunista provinciale, i cittadini santagatesi, duramente razionati in seguito al regime di guerra, parteciparono allo svuotamento dell'ammasso del grano. La reazione del podestà, Emilio Sassoli Tomba, non tardò a venire tramite un manifesto del 12 settembre che ordinava la restituzione di quanto prelevato minacciando gravi provvedimenti contro gli inadempienti. Già dall'autunno 1943 alcuni antifascisti santagatesi (tra cui Agostino Pietrobuoni) furono promotori della costituzione di un comitato clandestino, il cui obiettivo immediato fu quello di prestare aiuto a coloro che dovevano sfuggire dalle mani dei tedeschi e, più tardi, quello di mettere in contatto giovani, uomini e donne con le formazioni patriottiche già in armi. Vennero poi organizzati gruppi legali e illegali. Coloro che appartennero a questi ultimi durante il periodo invernale furono ospitati presso i fienili (i "tiz") delle case coloniche e in abitazioni della campagna e dei paese che fungevano da base e da nascondiglio, elove le donne curavano vitto, alloggio e assistenza.
Nella primavera del 1944 erano presenti sul territorio comunale 19 basi in altrettante case e le azioni partigiane andarono crescendo. La maggior parte furono attuate di notte, soprattutto quelle indirizzate al sabotaggio di linee elettriche, telefoniche e telegrafiche, al trasporto eli armi e munizioni, ma anche al volantinaggio.
La Questura di Bologna, nella Relazione settimanale sulla situazione politica ed economica. Settimana dal 24 al 30 Aprile, inviata al Ministero dell'Interno, Direzione Generale della PS. Valdagno (Vicenza), in data 1° Maggio 1944 (Prot. N. 018496), a firma di Giovanni Tebaldi, denunciò: «Il giorno 26, verso le ore 21,40, nel Comune di Sant'Agata Bolognese, presso la sede del Dopolavoro annesso alla Casa del Fascio, attualmente occupata da sfollati, é esploso un ordigno collocato da ignoti. Lievi danni e nessuna vittima». Nel "Mattinale" il Col. Giuseppe Onofaro, della GNR, il 30 luglio 1944 denunciò che il «28 corrente ora imprecisata, abitato San Agata Bolognese, ignoti affiggevano 5 diversi tipi di manifestini sovversivi invitanti allo sciopero, al sabotaggio e all'insurrezione».
Nell'estate 1944, quando iniziò la "grande razzia" da parte dei tedeschi, i partigiani decisero di intensificare le iniziative di sabotaggio per ostacolarla e rallentarla. II 9 luglio, per impedire l'asportazione del grano da parte dei tedeschi, la trebbiatrice di proprietà Cavana venne incendiata. I partigiani presero accordi con le persone precettate dai nazifascisti per la vigilanza di installazioni belliche e di depositi di armi allo scopo di raccogliere informazioni sulla loro ubicazione e per collaborare alle azioni di sabotaggio (taglio di fili di comunicazione, dispersione della benzina raccolta nei fusti, ecc.). Ad agosto, mentre si stava trebbiando il grano, nel podere dei fratelli Borsari giunse la notizia della rappresaglia compiuta alle Larghe di Funo (v. Argelato) il giorno 9 e, immediatamente, tra personale di macchina, contadini e partigiani venne deciso di far avere, tramite il mulino Broglia, quintali 50 di grano alle famiglie dei fucilati e a quelle che avevano avuta bruciata la casa. Sempre in agosto, durante la trebbianda, i contadini contrari a consegnare il grano all'ammasso ne accantonarono 700 quintali, che, dopo la liberazione, furono venduti a famiglie santagatesi bisognose a L. 1.200 il quintale.
Il 17 agosto venne catturato Quinto Pietrobuoni assieme a Giovanni Barbieri e Medardo Bettini che lo ospitavano nella loro casa colonica. Portati a Crevalcore i tre furono torturati ferocemente e, alle 9 del mattino del 26 successivo, in piazza a Sant'Agata, alla presenza della popolazione, da "brigate nere", su ordine del Comando delle SS di Bologna, vennero fucilati contro la Torre Civica. Tre giorni dopo fu fucilato al Poligono di tiro di Bologna Agostino Pietro-buoni, che era stato arrestato il 27 agosto a Persiceto. Su il Resto del Carlino, del 31 agosto, con la notizia dell'esecuzione si lesse che era stato processato il 30, ossia dopo la morte. Il 5 dicembre, nel teatro comunale di Sant'Agata, furono raccolti e "selezionati" molti dei rastrellati ad Amola di San Giovanni in Persiceto (v.), chi avviato in campo di concentramento in Germania e chi alla fucilazione. Nel mezzo del durissimo inverno, un gruppo di .30 donne, il 27 gennaio 1945, manifestò contro le autorità comunali, contro la scarsità di generi alimentari, contro i fascisti e i tedeschi, rivendicando la fine della guerra. Lunedì 5 febbraio, giorno dedicato alla patrona Sant'Agata, i fascisti operarono un rastrellamento nel capoluogo per sorprendere nelle loro case molti partigiani. Dopo alcune ore, la retata ebbe termine col fermo di una "staffetta" e di undici giovani, tre dei quali vennero avviati a Mirandola per essere deportati in Germania. Un gruppo di partigiani, con un'azione tempestiva e coraggiosa, nei pressi della città modenese liberarono i tre santagatesi e diversi altri destinati ai campi di sterminio.
Nel marzo, una delegazione di donne si recò dal reggente del fascio lamentando ritardi e abusi nella distribuzione dei viveri spettanti al paese. Poiché la situazione ancora persisteva, il 19 aprile, un folto gruppo di donne santagatesi invase l'ufficio annonario e distrusse carteggi e schedari. Mancando la protezione delle SS e delle "brigate nere" già in fuga, non ci fu alcun intervento repressivo.
Umberto Bianchi, vecchio antifascista che diresse la fase finale della lotta in luogo, ha così descritto il 21 aprile 1945, giorno della Liberazione: «...eravamo ... rimasti senza collegamenti col CUMER, ma sapevamo che il compito in questa fase era di occupare edifici pubblici e impianti e disturbare la ritirata dei tedeschi verso il Po. Gli Alleati d'altra parte stavano rovesciando sulla zona il fuoco delle loro artiglierie che veniva diretto da una "Cicogna" che ronzava di continuo sul paese. La gente era tappata nei rifugi e nelle case... incaricai di metter fuori il segnale dell'insurrezione, cioè di issare sul campanile della chiesa parrocchiale la bandiera rossa e quella tricolore. Io, intanto, cominciai a percorrere le vie deserte gridando alla gente di uscire. In poco tempo la piazza fu piena di popolo. I gruppi armati occuparono il municipio, la scuola, la caserma dei carabinieri. I tedeschi, sparsi nei campi attorno, abbandonarono i loro appostamenti ...Alla vista di tanta gente la "Cicogna" si abbassò e da lì a poco l'artiglieria alleata allungò il tiro... Gli alleati giunsero a S. Agata il giorno dopo, il 22, quando i partigiani avevano già restituito il paese all'operosità della ricostruzione». Dopo la Liberazione venne nominata una Giunta comunale e fra i membri il sindaco nella persona di Ottavio Pietrobuoni (classe 1908), partigiano, fratello di Quinto ed Agostino, trucidati dai fascisti.

Fonte: L. Arbizzani, Antifascismo e lotta di Liberazione nel Bolognese, Comune per Comune, Bologna, ANPI, 1998

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Antifascismo e lotta di Liberazione
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Luigi Arbizzani, Antifascismo e lotta di Liberazione nel bolognese Comune per Comune, Bologna, ANPI, 1998

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