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Pieve di Cento, (BO)

1919 | 1943

Insediamento

Schede

Pieve di Cento, che apparteneva prima alla provincia di Ferrara, entrò a far parte di quella di Bologna nel 1929 (nello stesso tempo la provincia di Bologna cedeva il comune di Castelfranco Emilia a quella di Modena).
Nelle elezioni amministrative del 1914 il comune vide il trionfo della lista socialista che ottenne oltre il 65% di voti. Il 1919 fu un anno di febbrile azione sociale e di profondi rivolgimenti politici anche nel piccolo comune pievese. Per le elezioni amministrative del 17 ottobre 1920 furono ripresentate nella lista socialista solo sette consiglieri uscenti ed i restanti facevano capo alla sinistra del PSI. La prevalenza socialista fu riconfermata ed a sindaco venne eletto Anselmo Covoni, cordaio.
Anche nel ferrarese, come nel bolognese, si scatenò in quei giorni lo squadrismo fascista. Dopo la vile aggressione all'onorevole Adelmo Niccolai, avvenuta a Bologna, il Consiglio provinciale di Ferrara decise di organizzare per il 20 dicembre un comizio di protesta nel teatro Verdi. Davanti a quel teatro, a seguito di una provocazione fascista, nacque uno scontro con militanti socialisti, voltosi in una sparatoria, che provocò la morte di tre fascisti e di un socialista. Il giorno dopo seguirono arresti di dirigenti socialisti e violente polemiche fra le parti politiche. Il Consiglio comunale di Pieve si occupò dei fatti di Ferrara il 16 gennaio 1921 ed approvò la solidarietà al Consiglio provinciale ed a quello comunale di Ferrara. Nell'ordine dei giorno conclusivo, fra l'altro, era detto: "L'atteggiamento del fascismo e dei partiti e delle classi che si appiattano dietro di esso, mira allo scopo, del resto apertamente confessato, di sconvolgere i vari organismi amministrativi, politici ed economici del Partito Socialista sì da annullare in effetti le conquiste nei comizi elettorali politici ed amministrativi." Il 23 febbraio 1921 il Govoni, avendo aderito al Partito comunista italiano, sorto il 21 gennaio, si dimise dalla carica pur restando consigliere. A succedergli venne eletto sindaco Alfonso Melloni, anch'egli cordaio.
Continuando gli attacchi e le violenze agli enti locali e ai loro consiglieri da parte degli squadristi, le amministrazioni della Provincia e del comune di Ferrara dovettero dimettersi. La Federazione del PSI invitò tutte le amministrazioni socialiste ad indire un referendum per stabilire se dimettersi o no in segno di solidarietà con i due consessi ferraresi. La giunta comunale eli Pieve, orgogliosamente, non accolse l'invito.
L'8 marzo 1921, anche Pieve fu sconvolta da un'incursione squadrista. La cronaca racconta che in quel giorno, «per eseguire le solite scorribande terroristiche, giunsero qui due camions di fascisti provenienti da Ferrara e da Bologna. Entrati nel paese cominciarono a sparare revolverate all'impazzata ingiungendo alla gente di ritirarsi in casa e di chiudere le porte e le finestre. Un'operaia, Toni Angelina, che stava rinchiudendo le imposte venne colpita da un proiettile fascista ed uccisa all'istante. Vi furono inoltre numerosi operai feriti» (Fascismo, 252).
Fra il 20 e il 24 aprile 1921 la giunta e il consiglio comunale pievesi, riconoscendo l'impossibilità di continuare ad amministrare, dichiararono di dimettersi. Pochi giorni dopo si insediò in comune un Commissario prefettizio. Anche qui si stava consumando l'agonia del sistema democratico liberale. Per aver festeggiato il Primo Maggio 1924, Romolo Cavicchi, per volontà del direttorio del fascio di Pieve, fu condannato a tre mesi di sorveglianza speciale (durante la lotta di Liberazione militerà nel battaglione pievese della 2a Brigata). Negli anni del regime fascista, cinque nativi di Pieve subirono condanne al confino di polizia per atti d'opposizione (Confinati). Tre fra loro, Oliviero e Vincenzo Alberghini e Fernando Govoni, "per istigazione di operai a scioperare contro i salari bassi" ebbero una pena iniziale di 5 anni, poi commutata in ammonizione. Quando in Spagna scoppiò la rivolta capeggiata dal generale Francisco Franco, due nativi di Pieve parteciparono nelle file degli antifascisti internazionali in difesa di quella repubblica. Giovanni Campanini (classe 1889), muratore, espatriato clandestinamente nel 1923 dopo essere stato diffidato per attività antifascista, ferito in terra iberica, ebbe il grado di tenente e, rientrato in Francia, divenne capitano nei FTP. Pietro Galli (classe 1903), muratore, emigrato in Francia nel 1925, espulso dal Belgio per attività politica, militò in Spagna prima nella formazione "Picelli" e poi nella Brigata Garibaldi (Spagna). 

Fonte: L. Arbizzani, Antifascismo e lotta di Liberazione nel Bolognese, Comune per Comune, Bologna, ANPI, 1998