Palazzo Vescovile | Museo e Pinacoteca Diocesani di Imola

Palazzo Vescovile | Museo e Pinacoteca Diocesani di Imola

Scheda

Il palazzo vescovile di Imola fu edificato a partire dal 1187 insieme con la nuova cattedrale. Nel 1271 quest’ultima veniva consacrata, ma i lavori per il palazzo non erano ancora compiuti. Nel 1452 e nel 1511 l’edificio fu ampliato e ornato. Dopo il 1518 si edificò l’ala nord-ovest verso il giardino, mentre dopo il 1585 venne aggiunta l’ala sud “dalla banda della Rocca”. Per volontà del cardinale Stefano Donghi (1655-1664), nella seconda metà del XVII secolo, si edificò la parte sud-ovest del palazzo, che doveva servire per ospitare i personaggi illustri in visita.

Il cardinale Ulisse Giuseppe Gozzadini (1710-1728) provvide a far decorare queste sale con tele a soggetto sacro dipinte da Prospero Pesci e Nicola Bertucci. Il cardinale Gian Carlo Bandi (1752-1784) nel 1766 pose mano al grandioso rifacimento di buona parte dell’edificio, affidando il progetto a Cosimo Morelli che costruì lo scalone, l’atrio e il monumentale salone d’onore. Papa Pio VII, vescovo di Imola dal 1785 al 1816, quando era prigioniero di Napoleone a Parigi, ordinò di chiudere la galleria annessa all’anticamera dell’appartamento nobile e la fece decorare a fresco da Antonio Villa e Angelo Gottarelli. Il cardinale Antonio Rusconi (1816-1826) sostituì le tele di Pesci e Bertucci che decoravano l’appartamento nobile con damaschi rossi e lo abbellì con raffinati e preziosi arredi, tuttora ivi conservati. Il cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti, vescovo di Imola dal 1832 al 1846, poi papa col nome di Pio IX, fece restaurare tutto il palazzo, rinnovò le tappezzerie in damasco dell’appartamento rosso e ne fece ridipingere le volte facendovi raffigurare il suo stemma. La facciata del palazzo, nell’attuale forma monumentale solenne ed austera, fu completata nel 1845 per sua volontà. Occorsero cioè oltre seicentocinquanta anni di lavori, compiuti a più riprese, perché l’edificio assumesse le dimensioni e le caratteristiche architettoniche tuttora visibili. Il cardinale Giustiniani nel primo ’800 fece aggiustare le retrocamere dell’appartamento nobile e fece anche eseguire lavori alle stanze degli ospiti verso il giardino, che portano nei soffitti il suo stemma. A lui si debbono le tempere di gusto neoclassico che ornano le volte dell’ufficio del vicario generale a pian terreno e delle sei sale dell’appartamento verde, oggi facenti parte del Museo Diocesano. Inoltre, al centro della parete sinistra della sala grande dell’appartamento domestico, dietro un telaio mobile su cui è montato uno dei teleri settecenteschi con scene bibliche, opera di Prospero Pesci e Nicola Bertucci, troviamo affrescato il suo stemma. Il vescovo Bandi curò anche la decorazione della cappella del palazzo, affidandola a Giovanni Rambaldi da Budrio (i puttini furono eseguiti da Giuseppe Righini). L’opera, a trompe-l’oeil architettonico, fu compiuta prima del 1775, anno in cui il Bandi divenne cardinale: infatti il suo stemma è caricato delle sole insegne vescovili. Anche le prime due stanze attigue alla cappella furono fatte decorare e il lavoro fu eseguito dal cappuccino fra’ Ferdinando. Al cardinale Gozzadini si deve la decorazione delle quattro sale dell’appartamento nobile con tele dipinte rappresentanti disegni della sacra scrittura antica con cornici velate attorno. Sono le tele di Pesci e Bertucci, che ritroviamo nel 1816 nell’appartamento giallo, nel 1832 parte decorano le sale dell’appartamento verde, verso il giardino, e parte in due stanze salita la scala dell’anticamera rustica nella cucina. Queste tele emigrarono poi ancora e se ne trovano ora nella sala grande dell’appartamento domestico e nella Pinacoteca Diocesana. Al cardinale Rusconi, poi, si deve fra l’altro la decorazione della stanza contigua allo studio del vescovo, in uno dei sovraporta è visibile il suo stemma.

Entrando nel palazzo dal portone che si apre sulla piazza della cattedrale ci troveremo nel primo cortile, lateralmente contornato da un bel chiostro. Il restauro di questo grande spazio di rappresentanza è stato realizzato nel 2005. Degne di nota sono le cinquecentesche architravi in arenaria scolpita, murate sopra le tre porte d’accesso agli uffici di curia, recanti i nomi dei cardinali Girolamo Dandini (1546-1552) e Alessandro Musotti (1579-1607), i quali negli anni di episcopato compirono grandi lavori di riparazione ed abbellimento del palazzo. Sul lato destro del chiostro sono stati recentemente collocati un sarcofago in marmo greco (sec. VII d.C.) proveniente dalla chiesa di San Lorenzo di Imola e un coperchio in pietra porosa (sec. VIII-XIX d.C.) anticamente nel monastero imolese delle clarisse. Sul piccolo campanile del palazzo, visibile dal centro del cortile, è ancor oggi collocata la quattrocentesca campana, opera del fonditore Bartholomeus de Imola (1438), che anticamente segnalava coi suoi rintocchi l’uscita dal palazzo del vescovo. Oltrepassato un breve andito a volta, si apre il secondo cortile “delle scuderie”, fondamentale luogo di transito dalla via Garibaldi e di sosta dei cavalli, funzionale dal XVIII secolo alle scuderie vescovili e al deposito delle carrozze di gala. Il complesso intervento di restauro di questo grande spazio – che ospita il Museo delle carrozze e l’Archivio Diocesano – è stato inaugurato nel 2013. Il centro del cortile è occupato da una grande vera da pozzo quattrocentesca in marmo bianco. Sotto il loggiato, che sorge sul lato al giardino, trova posto il lapidarium. Tra i materiali lapidei in esso esposti – lastre tombali, mostre di tabernacoli, modiglioni, frammenti architettonici, stemmi. Nello stesso corpo di fabbrica dell’archivio, sul lato sinistro, all’interno di uno degli spaziosi locali adibiti a rimessa, dal 1962 è posto il Museo delle carrozze. In esso sono custodite due fastose berline di gala settecentesche di proprietà dei vescovi imolesi, poi utilizzate – almeno dal 1765 – anche per il trasporto in caso di maltempo, dal suo santuario sino a Imola, della venerata immagine della Madonna del Piratello. Pur nell’incertezza su chi sia stato il primo proprietario di queste carrozze, larga parte degli studiosi locali le ha ritenute appartenenti al vescovo Ulisse Giuseppe Gozzadini (1710-1728). Insieme alle carrozze, complete di tutti i finimenti in cuoio, è giunta sino a noi una pregevole serie di livree sette-ottocentesche originalmente indossate dal personale di servizio nel palazzo vescovile, da alcuni anni trasferite nell’appartamento cardinalizio del Museo Diocesano.

Dopo i due cortili e alcuni dei locali che in esso insistono, la visita prosegue alla volta del piano nobile del palazzo a cui si accede percorrendo lo scalone morelliano. Il cardinale Gian Carlo Bandi (1752-1784) durante il suo episcopato pose mano al rifacimento di una consistente porzione dell’edificio, su disegno di Cosimo Morelli. Villa così descrive i lavori: “Alla cattedrale avvi di fronte il palazzo vescovile ridotto in buon ordine e sufficiente simetria dalla B.M. dell’E.mo Vescovo Bandi colla direzione del sig. Cav. Morelli, da cui si rinnovò la scala, l’atrio, la sala dei appartamenti con un’anticamera nuova, che guarda la piazza di San Cassiano, e si fece anche la Cancelleria civile e tutto quel pezzo di fabbricato che guarda al secondo cortile coll’altri; e posteriormente, prima del ritorno del papa da Vienna, quelle retrocamere al giardino dell’appartamento sud, o che guarda il piazzale”. Lo scalone, di eleganti linee neoclassiche, con volta a botte sostenuta da colonne culminanti con capitelli corinzi, è decorata da vaghi ornamenti in stucco: sull’arco d’ingresso alle rampe lo stemma episcopale alle armi del vescovo Bandi contornato da due figure femminili simboleggianti la Fortezza e la Prudenza; sulla parete di fondo del pianerottolo lo stemma di papa Pio VII; mentre sulle pareti laterali, entro due nicchie, sono collocate altrettante sculture – opera di Luigi Morelli – raffiguranti la Giustizia e la Carità.

Il Museo e la Pinacoteca Diocesani dal 1962 trovarono una prima collocazione nelle sale dell’appartamento rosso, nel salone d’onore e nella galleria. Le collezioni erano composte prevalentemente da arredi recuperati da chiese e canoniche distrutte o danneggiate nell’ultimo conflitto bellico. Dal 2000 ad oggi il Museo Diocesano ha ampliato ulteriormente la sua superficie espositiva attraverso il restauro complessivo e l’apertura delle sale dell’appartamento verde: in esso trovano posto i tessuti liturgici (secc. XV-XIX), la collezione numismatica (secc. IX-XXI), le opere d’arte sacra contemporanea (tra cui spiccano il modello della Porta Santa di Santa Maria Maggiore in Roma. Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, annota: “Naturalmente il museo raccoglie anche gli oggetti appartenenti alla categoria delle cosiddette arti minori: tessuti liturgici, vasi sacri, reliquiari (magnifico quello regalato da Pio VII al termine dell’esilio napoleonico), documenti della devozione popolare. La raccolta degli exvoto, delle statue in terracotta legate alla pietà domestica, le targhe devozionali in ceramica, fanno di questo settore del museo uno dei più importanti e meglio documentati d’Italia”. Nelle quindici sale del museo-pinacoteca (secondo museo ecclesiastico italiano per fondazione dopo il diocesano di Bergamo) sono raccolte ed esposte in permanenza significative e preziose collezioni d’arte (dipinti, sculture, ceramiche, oreficerie, corali miniati, arredi, tessuti, monete, medaglie, ecc., per un totale di oltre 2000 pezzi) databili tra il IX e il XXI secolo.

L’archivio della curia vescovile e della mensa vescovile, ubicati in episcopio, hanno subito dall’età moderna ripetute mutilazioni, legate alle tempestose vicende del palazzo. Dal secolo XVI l’archivio della mensa e l’archivio vescovile assumono gradualmente una fisionomia più strutturata. Nel palazzo operava pure il bargello della curia vescovile, cioè l’ufficiale di polizia incaricato di eseguire le disposizioni del tribunale ecclesiastico e di sovrintendere alle carceri vescovili, che si affacciavano lungo l’attuale via IX Febbraio. In esse venivano rinchiusi gli ecclesiastici e i laici condannati dal tribunale episcopale. Dimorano nel palazzo anche i membri della famiglia vescovile, che spesso è anche cardinalizia, perché dal secolo XVI alla prima metà del XIX i presuli imolesi sono spesso cardinali. Non si tratta di parenti dei prelati, ma dell’insieme di soggetti deputati al loro servizio personale, e si divide in famiglia nobile, anticamera, credenza, cucina e scuderia Nei secoli trascorsi accadeva a volte che un prelato venisse nominato vescovo di una diocesi in cui però non si stabiliva, governandola a distanza tramite i vicari generali da lui nominati, a causa di altri incarichi affidati loro dalla Santa Sede. Numerosi altri vescovi risiedono nel palazzo solo ad intermittenza, a causa principalmente di incarichi affidati loro dalla Santa Sede. Il più lungo periodo di assenza di un vescovo imolese dalla sua sede è quello del cardinale Gregorio Barnaba Chiaramonti, in carica dal 1785, eletto papa il 14 marzo 1800, durante gli anni della dominazione francese, mantiene per sé la titolarità della sede imolese, per evitare interferenze nella nomina del suo successore da parte delle autorità civili, che si arrogavano allora diritti di nomina. Perciò il palazzo vescovile in quegli anni è vuoto: il vescovo è ora papa, il pro vicario generale risiede nella propria dimora privata, la curia ed il tribunale vescovile sono stati soppressi. Solo dal 1816, dopo la fine dell’impero napoleonico, il palazzo torna ad ospitare un vescovo, nella persona del cardinale Antonio Rusconi (1816-1826), oltre a tutti gli uffici di curia. Dopo l’unificazione italiana il palazzo vescovile assiste ad altri eventi traumatici: il 20 giugno 1860 il cardinale vescovo Gaetano Baluffi viene posto agli arresti domiciliari in episcopio e deferito al tribunale di Ravenna per avere indotto il clero diocesano a non partecipare alle celebrazioni dell’unificazione, secondo gli ordini ricevuti da papa Pio IX. Il porporato viene processato ed assolto il 16 agosto seguente. Il processo al cardinale non fu l’unico episodio percepito dalla Chiesa imolese come oltraggioso per la religione cattolica. Il 13 aprile 1860, con preavviso di poche ore, il seminario vescovile viene requisito per alloggiarvi truppe piemontesi in transito, mentre seminaristi e superiori sono costretti a trasferirsi in vescovado. Nel novembre 1866 viene demolita la porta d’Alone della città e il cardinale Baluffi acquista la grande plastica di terracotta murata sulla cimasa della porta, raffigurante i santi protettori Cassiano e Pietro Crisologo e la Vergine e la fa murare nella sala grande dell’episcopio, dove tuttora si trova. Durante gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale il vescovo Paolino Tribbioli apre le cantine del palazzo per ospitare numerosi cittadini durante i frequentissimi bombardamenti da parte dell’aviazione alleata. Nel 1962 viene inaugurato il Museo Diocesano, dopo che don Antonio Meluzzi nell’immediato secondo dopoguerra ha posto in salvo nei locali dell’episcopio le opere d’arte lasciate incustodite in numerose chiese della diocesi. Nel 1992, dopo una lunga azione di riordino, le opere sono di nuovo esposte al pubblico. Il riordino, l’ampliamento e la valorizzazione del Museo Diocesano proseguono sino ad oggi. Negli stessi anni viene aperto al pubblico l’Archivio Storico Diocesano che custodisce documenti a partire dal XV secolo, con predominanza di materiali databili ai secoli XVIII e XIX.

In collaborazione con il Museo Diocesano di Imola. Testi tratti da Guida del palazzo vescovile e del Museo Diocesano di Imola - testi di Andrea Ferri, Sandra Manara, Marco Violi; Editrice Il Nuovo Diario Messaggero, Imola, 2014.

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Pio IX ad Imola e Roma | parte 01
Tipo: PDF Dimensione: 9.85 Mb

Antonmaria Bonetti; Pio IX ad Imola e Roma - memorie inedite di Francesco Minoccheri; Napoli, Salvatore Festa, 1892. © Museo Risorgimento Bologna.

Pio IX ad Imola e Roma | parte 02
Tipo: PDF Dimensione: 11.32 Mb

Antonmaria Bonetti; Pio IX ad Imola e Roma - memorie inedite di Francesco Minoccheri; Napoli, Salvatore Festa, 1892. © Museo Risorgimento Bologna.

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