Nerina o Nerina al bagno

Nerina o Nerina al bagno

1834 | 1841

Scheda

Il Bagno di Nerina è forse una delle più celebri sculture di Cincinnato Baruzzi, al punto che viene collocata sullo sfondo del ritratto dello scultore, dipinto da Karl Brjullov (Bologna, Collezioni Comunali d’Arte). L’interesse di Baruzzi per il soggetto, tratto da una poesia estemporanea composta dall’improvvisatore Francesco Gianni nel 1806 a Parigi, compare per la prima volta nel 1834, quando lo scultore lo propone a Antonietta Fagnani Arese per la statua che gli aveva commissionato, offrendolo in alternativa ad un Fillide e Demofoonte, tratto dalle Eroides di Ovidio. Evidentemente la nobildonna milanese non gradì la proposta e Baruzzi creò per lei la Timpanista, ma qualche anno dopo lo ripropose ad un altro committente, il collezionista torinese Gaetano Bertalazzone d’Arache, che nì con l’accettarla in alternativa ad un soggetto biblico, probabilmente Ruth. L’accordo economico stabilito tra scultore e committente, che lasciava a Baruzzi la massima libertà per la scelta del soggetto della statua, prevedeva un pagamento di 6500 franchi, escluso il trasporto, articolato in tre rate (1838-1839). I contatti tra i due furono probabilmente merito di Pelagio Palagi, a quell’epoca già residente a Torino, ma legato sia all’ambiente delle esposizioni di Brera, dove D’Arache individuava spesso i suoi artisti di fiducia ed esponeva le sue nuove acquisizioni, sia a Cincinnato Baruzzi, che nel 1835 gli aveva donato un bel busto ritratto, oggi disperso. Nel febbraio 1839 il modello in creta della Nerina era già pronto e Carlo Chelli era impegnato nelle fasi successive di realizzazione del marmo.

Apprezzata dai duchi di Sutherland che visitano lo studio bolognese di Baruzzi nell’aprile 1839, la Nerina comincia ad essere tradotta in gesso da Chelli in questo periodo, riscuotendo molti pareri positivi, «idolo di quanti l’hanno veduta». Viene esposta a Brera nel 1841 ottenendo un notevole successo, rispecchiato dalla sua presenza nell’Album Canadelli di quell’anno, con una illustrazione a piena pagina e un commento critico di Giambattista Rosini, che giunge a paragonarla alla Venere Italica di Canova. Da Milano la statua fu probabilmente trasportata a Torino dallo stesso Baruzzi per deciderne la collocazione più idonea nella casa del D’Arache, secondo una consuetudine che gli era abituale, e nel luglio 1841 il collezionista, complimentandosi con lui per la commissione ricevuta da Carlo Alberto di Savoia, gli ricordava come «Madamigella Nerina, che riceve molte visite, ed infiniti complimenti mi incarica di salutare il Papà, e la cara Mammina». Questa visita era stata preceduta da un’altra nell’aprile 1839, in occasione della quale Baruzzi aveva visitato la casa del committente per una prima idea sulla disposizione. In attesa del riemergere della Nerina, dispersa in un’asta alla fine dell’Ottocento, ne conserviamo la traduzione incisoria e un bozzetto in terracotta recentemente segnalatomi da Roberto Martorelli sul mercato antiquario, oggi in una collezione privata. Posto di fronte alla possibilità di declinare in modi diversi il soggetto tratto dalla poesia, Baruzzi ne propose almeno due, uno più drammatico, con il gruppo del pastore Filinto che ha sottratto le vesti a Nerina e la pastorella che lo prega di restituirgliele, ed uno più elegiaco, con la sola Nerina che si prepara ad entrare nell’acqua del laghetto. Questo soggetto venne preferito, ma il bozzetto rimane a ricordarci una delle occasioni che Baruzzi cercò di cogliere per rappresentare una figura maschile mitologica nuda, che mancava del tutto al suo repertorio. Interessante la ripresa di un tema già svolto da Baruzzi, quello della bella donna seminuda che si acconcia i capelli vicino ad uno specchio d’acqua. Già trattato con successo nella Silvia, opera giovanile che replicherà molte volte, il tema permette di far coincidere il punto di vista dell’osservatore con quello del personaggio poetico, Aminta nella Silvia e Filinto nella Nerina, che contemplando non visto la sua bellezza più intima e privata se ne invaghisce. A questa illusione di contemplazione voyeuristica, ben consonante con il pensiero dell’epoca, si accompagnava la collocazione di statue di questo tipo, spesso destinate ai giardini d’inverno o alle serre dove erano al riparo dagli sguardi troppo indiscreti e dal provocare scandalo nel pubblico femminile. Seduta su un masso che si affaccia sul lago, in cui tuffa un piede, Nerina si è già tolta le vesti che le ricadono in grembo. Le braccia, sollevate come nella Silvia nel gesto di raccogliere i capelli, mettono in evidenza il seno e conferiscono alla figura un movimento aggraziato, accentuato dalle molte linee curve che si vengono così a determinare.

Antonella Mampieri

Testo tratto dalla scheda realizzata dall'autrice per il volume 'Cincinnato Baruzzi (1796 - 1878)', secondo numero della Collana Scultori bolognesi dell'800 e del '900, Bononia University Press, Bologna, 2014

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