Nella Tipografia Galvani di Medicina

Nella Tipografia Galvani di Medicina

Scheda

Adesso fai tutto da solo seduto nella poltroncina con davanti a te il video e la tastiera. Predetermini il formato, scegli i caratteri ed i colori ed ecco che il disegno grafico come l’hai ideato nasce sotto i tuoi occhi. Ma se in corso d’opera non ti aggrada, e nemmeno alla fine, pigi una serie di tasti e lo trasformi, costruisci tutt’altro o anche solo in parte il risultato. In pochi secondi o in qualche minuto. Inoltre, in meno che non si dica, correggi gli errori, annulli interi periodi imperfetti e riscrivi in meglio. Al termine il prodotto esce bello e impaginato, pronto per la stampa. Scrivo tale ovvietà semplicemente per retrodatare di almeno sessant’anni lo stesso lavoro, che ho avuto la straordinaria fortuna di compiere da Galvani, avendo come maestro di mestiere Ricco, cioè Enrico Pasquali. Una esperienza affascinante, breve ma formativa, che non in poca misura ho potuto utilizzare nel corso della vita.

Dico breve con Enrico, un paio di anni circa, perché lui (era nato nel 1923), a diciotto o diciannove anni, aveva preferito andare nei vigili del fuoco a Bologna. L’alternativa era attendere la chiamata sotto le armi, essendo il nostro paese trascinato nella disastrosa guerra (10 giugno 1940) scatenata l’anno prima dalla Germania. Lo rividi un giorno, dopo la liberazione, scendere da un camion in piazza Garibaldi – l’approdo di reduci, ex prigionieri e deportati in Germania, partigiani -, vestiva una uniforme americana e portava uno zaino rigonfio. Ma torniamo al dunque. Fu Alberto Galvani, al quale facevo la saponata nella bottega da barbiere di Meo Corazza, presso la fontana di piazza, ad imbarcarmi nella sua Fotografia-Tipografia-Rilievografia di via Saffi. Avevo undici anni. C’era un motivo: aveva bisogno di un fattorino per l’estate, quando la parte foto si trasferiva, famiglia compresa, a Cattolica, con agenzia a Gabicce Mare, per il lavoro in spiaggia nell’arco dell’intera stagione balneare. Toccava ad Aldo Stignani percorrere avanti e indietro la battigia con la Leica per catturare clienti. Galvani, uomo del suo tempo, aveva aperto anche un negozio foto a Dobbiaco (italianizzato da Toblach, come tutti i toponimi tedeschi, dal fascismo dopo la Grande Guerra) affollato, significativamente, di gerarchi del regime. Entrare da Galvani era un privilegio mai immaginato. La tipografia, rispetto alla sommaria descrizione iniziale di questa nota, era una vera e propria officina. Nello stanzone principale, che prendeva luce solo da una porta a vetri, c’erano mezza dozzina di banconi contenenti ognuno sette-otto pesanti casse a nido d’ape con i diversi caratteri: l’elegante bodoni, il misterioso gotico, il veltro, l’inglese, il dattilografico; il tondo, il corsivo, il capoverso, gli spazi di separazione delle parole. Il tutto – così come i margini, le interlinee – in una polvere nera, dannazione dei tipografi perché velenosa, che sanità dell’epoca consigliava di contrastare bevendo latte. Accanto, la scansia con i caratteri grandi di legno usati per i manifesti. Il macchinario: la rumorosa, lenta stampatrice piana con carrello su rotaie e tamburo a cilindro orizzontale su cui venivano fatti scivolare a mano uno per uno i fogli; la monopolina per la stampa dei piccoli formati (biglietti da visita, annunci di nozze, cartoncini funebri, buste intestate, ecc.); il maestoso torchio per la stampa di manifesti, la cui barra di pressione doveva essere “tirata” in due. Collegata al procedimento di stampa, diciamo così, normale, vi era la rilievografia: consisteva nella spolveratura di pece greca, del colore voluto, sulla carta stampata ad inchiostro ancora fresco e subito infilata in un fornetto con tapis roulant e resistenza elettrica accesa che provocava lo scioglimento della pece, determinando così l’effetto rilievo delle lettere. Enrico, che era entrato nella tipografia come fattorino a tredici anni, conosceva a fondo tutti i segreti dell’arte. E pazientemente mi insegnò a tenere in mano il compositoio, a tarare le misure delle righe, a pescare dai cubicoli delle casse i caratteri, ad usare le interlinee, i margini, i filetti in ottone a segno continuo e punteggiato. E seppi così del minuscolo corpo 6, del corpo 8, corpo 10, corpo 12 ed oltre, cioè l’ordine di grandezza dei caratteri metallici, fino a quelli in legno per manifesti. Si capisce dunque la epocale differenza tra i tempi di lavorazione: quelli comprensibilmente lunghi di allora rispetto agli ultrafulminei ottenuti con le nuove tecnologie. Infine la sala di prova e la camera oscura dello studio fotografico, il quale segnerà il destino professionale di Enrico Pasquali. E anche di Aldo Stignani, anch’esso nato fotografo, oltre che tipografo, da Galvani. (Con lui frequentavo la scuola serale di musica del Comune, diretta dal maestro Walter Grandi, medicinese docente al Conservatorio di Bologna: Aldo suonava il flicorno, io il trombone in chiave di basso. Gli eventi della guerra si incaricarono di dissolvere la promettente, numerosa banda musicale).

Quando l’intero clan Galvani andò al mare, parlo dell’estate 1941, rimanemmo a Medicina Ricco ed io; in negozio il vecchio padre di Alberto, Pietro, sempre cordiale, allegro di indole. Il suo leit motiv canticchiato: “Piretto, bel Piretto, in cielo ti vuol Gesù, ma prima il borsellino poi anche tu”. Frequentemente, bisbigliato, un inno che terminava così: “corriamo ad espugnar i troni e gli altar, per la vita e l’ideal dell’ anarchi-i-ia”. Non abbiamo mai saputo se per convinzione ideologica. Il suo compito era di badare alla casa, gestire il negozio, ricevere ordinativi, vendere pellicole (Tensi, Ferraia, Agfa) e siccome poca gente possedeva macchine fotografiche dava a noleggio quelle in dotazione per lo scopo (l’autarchica Ferraia in bachelite beige, la scatola nera in compensato della stessa marca, la tedesca Voitglander a soffietto, tutte 6x9), la cui tecnologia consisteva unicamente in tre elementi: obiettivo, mirino, levetta del clic. Entra a questo punto nel racconto l’Enrico Pasquali fotografo. Suo il compito di lavorare anche in sala di posa e in camera oscura. Anch’io ho imparato da lui a dosare il mix di prodotti da sciogliere in acqua per comporre lo sviluppo ed il fissaggio, a stampare a contatto e con l’ingranditore verticale, contando a mente il tempo di esposizione dalla pellicola alla carta sensibile. Nella sala di posa, che aveva per fondale l’immagine di un improbabile giardino-boschetto, troneggiava una macchina di legno su treppiede: una volta inquadrato il soggetto, pigiando sull’otturatore esplodeva un abbacinante lampo di magnesio. Venivano a farsi fotografare a mezzo busto persone per la carta di identità, mamme con figli per cartoline a figura intera da mandare al congiunto soldato, soldatini di contingenti stanziati a Medicina di ritorno dal fronte o in procinto di andarci (per loro la ditta forniva allo scopo una giacca ed un berretto da ufficiale, per sopperire alle miserevoli divise della truppa: Enrico, un po’ per gioco, me ne volle scattare una così conciato, che conservo tutt’ora, e subito dopo, posizionata la macchina, mi incaricò di scattarne una a lui sempre in uniforme). Nell’estate seguente, siamo nel 1942, Ricco non era più in ditta, faceva il vigile del fuoco alle prese con città bombardate e vite distrutte già nel sud. Rimanemmo solo Piretto bel Piretto ed io. Le commesse tipografiche, munite di esemplari e schemi grafici, dovevo portarle ogni due o tre giorni in bicicletta a Castel San Pietro, nella tipografia Conti, con la quale Galvani aveva stabilito un contratto apposito. Lo stesso stampatore provvedeva poi a recapitare a Medicina il materiale prodotto. Per le urgenze veniva a lavorare di sera e nel fine settimana un giovane medicinese, Walter Trombetti operatore provetto presso la tipografia Nettuno di Bologna, essendo “pendolare” col treno della Veneta. In sostanza Alberto Galvani non voleva perdere la clientela a favore del concorrente Luciano Luminasi, titolare dell’altra, ugualmente prestigiosa tipografia del nostro paese, sempre in via Saffi verso la stazione. (Lì c’era, per così dire, l’alter ego coetaneo di Ricco, di nome Gianni. Il quale non si è mai scrollato di dosso quella famosa esortazione della madre ferrarese gridata dalla finestra mentre lui era in strada a giocare con amici: “Gianin vin d’sora che la papa l’è cota e al tu bab l’è strach”).

Noi adolescenti la sera e di domenica andavamo a nuotare nel canale al buriunzèn, un modesto slargo poco a monte del lavatoio coperto, dove l’acqua c’era sempre ed abbondante, proveniente dal Sillaro di Castel San Pietro. Abbiamo imparato a sbracciare a la cagnina, pochi sapevano farlo a la marinèra. In seguito ci siamo avventurati nei profondi canali di bonifica giù al Pant Ross e in tla Gherda alla chiesa di Buda. Dopo la guerra, tutt’altro scenario. Enrico non riuscì a rientrare da Galvani e si mise a fare lo stradino per il Comune; andando e tornando dal lavoro in Mosquito, ovvero la bici col piccolo motore appoggiato alla ruota retro, con la sua prima Leica scattava con cura e occhio partecipe le magnifiche foto di mondine, di braccianti, di muratori, di contadini nella loro vita, nelle manifestazioni alla ricerca di una vita migliore. Io nello stesso tempo e per sette anni sono stato manovale edile, come tantissimi di noi ragazzi. Poi lui è diventato un grande della fotografia, io giornalista professionista: ci siamo sempre incrociati nel rispettivo lavoro. Ma questa è un’altra storia.

Remigio Barbieri

Testo tratto da "IN TIPOGRAFIA DA GALVANI CON “RICCO” PASQUALI" in "Brodo di serpe - Miscellanea di cose medicinesi", Associazione Pro Loco Medicina, n. 5, dicembre 2007.

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