La Carboneria e altri movimenti politici a Bologna

La Carboneria e altri movimenti politici a Bologna

Politico 1815 | 1831

Scheda

I profondi mutamenti subiti durante l’epoca napoleonica segnarono in maniera profonda Bologna, che per anni aveva gravitato verso le regioni del nord e faticava ad accettare di ritornare all’interno dello Stato pontificio. Dopo il Congresso di Vienna, anche se lo stato d’animo prevalente era quello della rassegnazione e dell’attesa, in città furono attivi movimenti ed associazioni politiche di diverso orientamento. Fra questi, la più vivace e rivoluzionaria era la Carboneria, società segreta sviluppatasi in Italia meridionale e che a Bologna si era diffusa soprattutto con l’arrivo in città delle armate napoletane di Gioacchino Murat (1815).

Dalla Massoneria essa aveva mutuato il gusto per i complicati rituali, molti dei simboli utilizzati, il carattere internazionale e la struttura rigidamente gerarchica. Il suo scopo supremo era la libertà e l’indipendenza dei popoli soggetti, tuttavia non venivano definite con chiarezza né la forma più conveniente di governo (monarchico o repubblicano) né la scelta dei mezzi per assicurarne l’attuazione (pacifici o violenti), né l’assetto sociale dello stato ideale che si voleva attuare. A partire dalla repressione dei carbonari marchigiani (1817), i bolognesi cercarono di sostituirsi ad essi nella direzione del movimento, in modo che la città potesse diventare "quel centro nel quale raccogliere si possono tutte le notizie degli altri stati e particolarmente delle altre provincie dello Stato". A tal fine il capo carbonaro Luigi Zubboli, cospiratore attivo ed ambizioso affiliato anche alla Massoneria, cercò l’appoggio dei ceti più elevati, ma senza ottenere grandi risultati. Molte delle persone più influenti e distinte della città temevano infatti le intemperanze rivoluzionarie dei carbonari e non si opponevano in linea di principio al potere temporale della Chiesa, che avrebbero voluto avviare ad una politica di riforme e di progressiva laicizzazione. Costoro seguivano una linea di riformismo moderato, che trovava espressione, stando almeno ai rapporti della polizia pontificia, nella società segreta dei Guelfi (o Adelfi).

Infine, tra i moderati non mancavano quanti si sarebbero accontentati di tornare alle forme di autonomia cittadina e municipalistica precedenti l’arrivo dei Francesi. Esistevano infine alcune sette minori, quali il Latinismo, la Spilla Nera, l’Enotria, i Federati e la Loggia degli Imberbi, diffuse soprattutto in ambito universitario. Durante i moti in Italia meridionale del 1820-21, Bologna divenne comando di piazza per i numerosi eserciti inviati a Napoli dagli Stati della Santa Alleanza e rimase sostanzialmente tranquilla. Dopo la morte di Pio VII, lo Stato pontificio abbandonò la politica di ralliement con i moderati espressa dal cardinal Consalvi. La radicalizzazione dello scontro tra carbonari e reazionari, tuttavia, si espresse con particolare vigore soprattutto in Romagna, con attentati politici, processi, repressioni. Bologna rimase apparentemente abbastanza tranquilla, anche se il malessere sotterraneo aumentò, fino al punto da esplodere con la rivoluzione del 1831.

Partita dai moti modenesi promossi da Ciro Menotti, essa si estese ben presto a tutta la parte settentrionale dello Stato Pontificio: il 4 febbraio a Bologna, studenti e popolani manifestarono in piazza, mentre un "fremito universale" percorreva la città. Nella commissione provvisoria che il pro-legato aveva costituito per "frenare il popolo, metterlo alla ragione, indirizzarlo", formata da elementi politicamente piuttosto eterogenei, prevalsero gli orientamenti più radicali e l’8 febbraio venne dichiarato decaduto il dominio temporale del Papa e costituito un Governo Provvisorio. Anche le altre città della Romagna, delle Marche e dell’Umbria insorsero e il 26 febbraio i loro rappresentanti costituirono a Bologna il Governo delle Province Unite, di cui assunse la presidenza Giovanni Vicini. In realtà, mentre molti dei giovani che avevano aderito erano animati da forti sentimenti patriottici ed erano pronti all’azione, il gruppo dirigente, composto prevalentemente da ex funzionari napoleonici, esprimeva un moderato riformismo e non aveva l’obiettivo della rivoluzione nazionale.  Così il Governo rifiutò l’alleanza coi modenesi e fece di tutto per impedire che prendessero il sopravvento le posizioni più radicali. Così il 21 marzo l’esercito austriaco, chiamato in soccorso del pontefice, entrò in città senza combattere. I patrioti si ritirarono verso la Romagna e, dopo un breve scontro avvenuto a Rimini, il loro esercito fu sciolto, tra la "desolazione indescrivibile" di molti giovani, che invece avrebbero voluto combattere. Il repentino fallimento della rivoluzione del 1831 segnò l’inizio del tramonto della Carboneria e delle altre società segrete ad essa analoghe. Proprio dalla riflessione sui motivi profondi di quel fallimento, Giuseppe Mazzini prese le mosse per procedere alla creazione di un’associazione politica di tipo nuovo, che egli, in polemica non troppo velata con quelle precedenti, volle chiamare "Giovine Italia".

Otello Sangiorgi

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Documenti
Bolognesi prigioni politici a Venezia (I)
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Fulvio Cantoni; I bolognesi prigioni politici a Venezia nel 1831 e un breve carteggio inedito tra i fratelli Conti Rangone; Bologna, Stabilimenti Tipografici Riuniti, 1931

Bibliografia
Cospirazioni e moti risorgimentali dal 1831 al 1845 nei ricordi di Augusto Aglebert
Cavazza G.
2000
Movimenti politici a Bologna dal 1815 al 1859
Berselli A.
1960
Storia di Bologna
Ferri A., Roversi G.
2005 Bologna Bononia University Press
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