Musolesi Mario

Musolesi Mario detto Lupo

13 gennaio 1914 - 29 settembre 1944

Note sintetiche

Titolo di studio: Licenza elementare
Causa della morte: In combattimento
Occupazione: Operaio/a

Riconoscimenti

  • Partigiana/o ( 9 settembre 1943 - 29 settembre 1944)

Onorificenze

  • Medaglia d'Oro al Valor Militare

    Comandante di brigata partigiana, paralizzava con ogni mezzo il transito nemico nella zona da lui occupata. Animatore instancabile, con la sua formazione rintuzzava vittoriosamente innumerevoli attacchi condotti dal nemico, per oltre un anno, in forze prevalenti. Attaccato infine da schiaccianti forze di SS. tedesche si difendeva disperatamente e cadeva da eroe alla testa dei suoi uomini.
    Cadotto di Marzabotto, 29 settembre 1944 

Scheda

Mario Musolesi, nome di battaglia "Lupo", da Emilio* e Adolfa Giunchiglia; nato il 13 gennaio 1914 a Monzuno; ivi residente nel 1943. Licenza elementare. Operaio metallurgico.
Prestò servizio militare nei carristi in Libia. Quando scoppiò il conflitto era convinto che l'Italia lo avrebbe vinto e lo disse agli amici, anche se non era favorevole alla guerra. Nel 1942 fu fatto prigioniero dagli inglesi in Libia, ma riuscì a fuggire e a rientrare nelle linee italiane dopo tre giorni di marcia nel deserto. Nell'estate 1943 venne rimpatriato, essendo rimasto ferito in combattimento.
L'8 settembre 1943 si trovava a Roma, in una unità corazzata. Fu tra i primi a prendere parte ai combattimenti che si svolsero a Porta San Paolo contro i tedeschi. Da quell'eroico e sfortunato fatto d'arme trasse la consapevolezza - soprattutto dopo la fuga del re e la dissoluzione dell'esercito - che spettasse al popolo il compito di risollevare la bandiera dell'onore nazionale e combattere una guerra patriottica e di liberazione contro l'invasore tedesco e la rinata dittatura fascista. Appena rientrato a Vado (Monzuno), dove abitava a Cà dei Veneziani, riunì alcuni amici ai quali propose di costituire una banda armata e di iniziare la guerriglia contro i nazifascisti. Tra i primi che aderirono alla sua iniziativa vanno ricordati il fratello Guido, Giancarlo Beiti, Cleto Comellini, Umberto Crisalidi, Sugano Melchiorri, Giovanni Rossi, Guido Tordi, Giorgio Ugolini e Alfonso Ventura. Quasi contemporaneamente gli fu offerto l'incarico di segretario del PFR di Monzuno, subito rifiutato.
Nell'ottobre picchiò pubblicamente un fascista che lo aveva accusato di avere diffuso manifestini antifascisti a Monzuno. Arrestato, venne liberato da Giovanni Rossi e altri. In seguito i fascisti arrestarono numerosi suoi familiari e gli bruciarono la casa.
I gruppi armati operanti lungo le valli del Reno e del Setta si costituirono sin dall'autunno nella brigata Stella rossa, della quale divenne il comandante. Fu una delle più grosse e combattive della provincia di Bologna, anche se era un'altra la sua caratteristica: fu la sola a nascere su basi territoriali, espressione di una comunità civile che, unanime, aveva deciso di combattere contro l'invasore. Anche se ebbe importanti apporti di uomini provenienti da altri comuni, la brigata potè contare su una forte maggioranza di partigiani reclutati nei comuni di Marzabotto, Grizzana e Monzuno. Per questo ebbe sempre l'incondizionato appoggio della popolazione. Fu una brigata indipendente, anche se il suo comandante era nato in una famiglia socialista.
La base principale era su Monte Sole e la sua zona di operazioni spaziava dalla valle del Reno a quella del Setta da un lato e da quella del Lavino a quella del Samoggia dall'altro. Sotto la sua guida la brigata divenne l'incubo dei nazifascisti, i quali avevano posto grosse taglie sulla sua testa. Nel febbraio 1944, mentre dormiva, una spia tentò di pugnalarlo e l'avrebbe ucciso se non fosse stata uccisa a sua volta da Alfonso Ventura. Dotato di una grande capacità militare e di un coraggio divenuto presto leggendario, guidò i suoi uomini in decine di combattimenti. Conosceva la tecnica della guerriglia e l'applicava alla perfezione. Sorretta dalla solidarietà popolare - praticamente ogni famiglia aveva uno o più giovani tra i partigiani - la brigata divenne la spina nel fianco dell'esercito tedesco i cui trasporti stradali e ferroviari, tra Bologna e Firenze e Pistoia, erano continuamente sottoposti ad attacchi. Il primo di una lunga serie di convogli ferroviari militari venne fatto saltare il 23 novembre 1943 lungo la Direttissima. Per questo, tra maggio e settembre 1944, i tedeschi organizzarono una mezza dozzina di rastrellamenti nella zona di Monte Sole. Per non coinvolgere la popolazione nelle rappresaglie nazifasciste, la brigata si spostava continuamente, per poi tornare alle basi di partenza.
La sua tendenza a ritornare sempre a Monte Sole, fu criticata da una parte dei comandanti dei battaglioni, uno dei quali, Melchiorri, era del parere che la formazione dovesse spostarsi definitivamente in altra zona. Quando il dissidio divenne insanabile - il che avvenne il 27 giugno, mentre la formazione si trovava a Monte Ombraro (Zocca - Modena) - Melchiorri lasciò la brigata con un centinaio di uomini. Musolesi ebbe un difficile rapporto anche con il CUMER, al quale contestava il diritto di nominare i commissari politici perché, a suo parere, dovevano essere eletti dalla base e non inviati dall'esterno.
Il contrasto più grosso con il CUMER l'ebbe tra agosto e settembre, quando venne reso noto il piano per l'insurrezione popolare. Il CUMER aveva deciso di dividere le forze partigiane in due grossi gruppi. Le brigate della città e della pianura e alcuni reparti di quelle della montagna avrebbero dovuto concentrarsi a Bologna e insorgere all'arrivo - ritenuto imminente - degli alleati. Le altre brigate della montagna, compresa la Stella rossa, avrebbero dovuto concentrarsi in punti prestabiliti dell'Appennino, alle spalle della Linea gotica, e attaccare i tedeschi nel momento in cui gli alleati avessero sferrato l'offensiva, per favorirne l'avanzata. A lui sarebbe spettato il compito di guidare le brigate della montagna nella difficile operazione.
Rifiutò il comando e criticò il piano insurrezionale, con una lettera in data 14 settembre 1944. In essa, tra l'altro, si legge: "Io non accetto di assumere il comando della zona per i seguenti motivi: 1) Dati incerti sull'armamento, munizionamento e sul numero degli effettivi delle altre Brigate; 2) Pratica impossibilità di un collegamento rapido e sicuro con le altre Brigate che nel momento attuale riesce sempre più difficoltoso per il controllo delle strade che, con l'avvicinarsi della fronte, aumenta sempre più d'intensità; 3) Situazione delle munizioni della mia Brigata (vedi foglio del giorno 12 corrente) che per la scarsità delle stesse non mi consentono un'azione di fuoco della durata superiore alla mezza giornata rendendomi oltre che impossibile quasi un'azione offensiva, schiavo (come sono) della difesa".
Alla fine di settembre - quando erano ancora in corso le trattative tra le brigata e il CUMER - grossi reparti di SS accerchiarono Monte Sole e iniziarono l'orrendo massacro, nel quale persero la vita circa un migliaio di persone. Guidate da fascisti locali, le SS si scatenarono contro la popolazione, uccidendo donne, vecchi e bambini, bruciando le case, le chiese e le scuole di Monte Sole. Come disse nel 1951, quando fu processato a Bologna, il comandante nazista Walter Reder aveva avuto l'ordine di distruggere la brigata "senza considerare le perdite che sarebbero avvenute da ambo le parti".
La mattina del 29 settembre 1944 Musolesi restò accerchiato con una decina di partigiani in una casa colonica a Cadotto (Marzabotto). Perse la vita in una sortita disperata per rompere l'accerchiamento.
Riconosciuto partigiano con il grado di maggiore dal 9 settembre 1943 al 29 settembre 1944.
Il suo nome è stato dato alla brigata Stella rossa, a una strada di Bologna, Monzuno e Marzabotto, e alla sezione del PSI di Marzabotto.
Gli è stata conferita la medaglia d'oro alla memoria. [Nazario Sauro Onofri]

Note

E' sepolto nel Monumento Ossario ai Caduti Partigiani della  Certosa di Bologna ed è ricordato nel Sacrario di Piazza Nettuno.

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Bibliografia
Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919- 1945)
Albertazzi A., Arbizzani L., Onofri N.S.
1985 Bologna ISB