Il governo delle provincie unite e la sua concezione politica

Il governo delle provincie unite e la sua concezione politica

4 Febbraio - 26 marzo 1831

Scheda

Il Governo provvisorio di Bologna del 1831 era impersonato, come è noto, da Giovanni Vicini, aiutato da egregie persone e da probi cittadini, ma impari l'uno e gli altri ai bisogni del momento. L'insurrezione era scoppiata per un lungo e lento lavorio di uomini facenti capo a Modena e a un'idea di ribellione assai profonda, diffusasi un po' in tutta Italia, ma più specialmente in Romagna, nello Stato Pontificio e in Toscana. Questa idea non aveva per scopo suo soltanto quello di liberare singole regioni dal dispotismo con una costituzione liberale, ma di creare una condizione per tutta l'Italia, tale da poter essere avviamento ad una unità nazionale voluta e imposta ormai dai cittadini più colti ed evoluti. Per Bologna e per la Romagna avvenne questo fenomeno, che del resto si spiega assai facilmente: che il potere provvisorio, il quale divenne poi, sebbene per breve tempo, definitivo, non passò in mano a coloro i quali avevano preparato il movimento e possedevano perciò idee adeguate al movimento stesso, ma a delle persone anziane, sensate senza dubbio, e probe, elevate per sapere, le quali godevano buon nome di galantuomini e di egregi uomini, nella città. Non parrà strana la cosa, quando si pensi che proprio queste persone e questo Governo provvisorio fu scelto e, con un manifesto, annunziato al popolo, la stessa sera del 4 febbraio, dallo stesso rappresentante del Papa, il pro-legato Paracciani-Clarelli. Lo stesso pro-legato avvertiva che nominando tale Commissione provvisoria dava ad essa la facoltà di usare “ogni miglior mezzo affine di conservare la pubblica tranquillità nella città e nella provincia e di tutelare la vita e le proprietà dei cittadini”, e soprattutto di ricondurre la calma nei cittadini e “preservare questa florida provincia dai mali gravissimi dell'anarchia”. Era in sostanza un mandato di fiducia che il Vicini e gli altri accettavano dal rappresentante del Papa.

Una tale Commissione provvisoria, data la sua origine e dati specialmente gli uomini, tutti moderati e tutti lontani e ignari della preparazione politico-sociale, che si era andata più o meno segretamente formando in Italia, avrebbe dovuto, dopo i primissimi giorni, costituito un ordine qualsiasi, ritrarsi, come si era fatto a Modena, e lasciare il posto ai veraci interpreti del nuovo movimento. Questo non avvenne, onde il carattere tutto speciale per il lato politico, che ha l'insurrezione bolognese, quando si guardi all'opera e alle idee dei suoi capi. Giovanni Vicini e la maggior parte dei suoi collaboratori si credettero in dovere di limitare l'azione loro soltanto ed esclusivamente alle provincie dello Stato Pontificio che volessero unirsi a Bologna, in particolar modo alla Romagna. Il concetto che domina l'opera loro non è italiano o nazionale, ma ostinatamente regionale. Lo stesso famoso decreto dell'8 febbraio 1831, che contiene l'abolizione del potere temporale del Papa, esprime la volontà con queste precise parole: «Il Dominio Temporale, che il Romano Pontefice esercitava sopra questa città e provincia, è cessato di fatto, e per sempre di diritto». La motivazione e le parole Città e provincia e l'articolo 3 col quale si annunziavano norme da seguirsi e per l'unione imminente di «altre città vicine» (intendi Romagna), tolgono al significato del decreto stesso quasi tutta l'importanza e confermano l'idea ristretta e regionale che domina il Governo provvisorio. Tutto ciò che segue, nella vita e nell'opera del Governo bolognese, è uno sviluppo di questo pensiero fondamentale. Lo stesso poeta, più o meno ufficiale, dell'insurrezione bolognese, Gaetano Bonetti, che quasi ogni giorno mette fuori un carme, è sempre bolso e retorico, parla di Felsina, di Reno, di Romagna e anche di libertà, di patria e d'Italia, ma la libertà è quell'antica bolognese, la patria è la regione o il paese natio, l'Italia è un'espressione retorica di rigore per la tradizione poetica. Allorchè poi Giovanni Vicini volle, in un lungo, dottissimo, elaboratissimo discorso, parlare della rivoluzione ai suoi concittadini il 25 febbraio, per esprimere in una forma volutamente elevata e anche erudita il diritto che lo avevano di insorgere, si limita sempre per il diritto al popolo di Bologna o al più a quello di Romagna. Per lui il diritto all'insurrezione deriva dall'applicazione che deve rifarsi degli antichi patti convenuti tra il papa Niccolò V e il Senato bolognese nel 1447, patti che garantivano alla città di Bologna una sua indipendenza, che fu poi ingiustamente abrogata dai Papi che seguirono; deriva dalle persecuzioni che i Cardinali legati avevan fatto contro il popolo bolognese-romagnolo, deriva infine dalla cattiva amministrazione della giustizia papale che portarono Bologna e le Romagne all'estrema rovina.

E quando, sul finire del famoso discorso, parla della insurrezione delle altre provincie, si rivolge precisamente e solamente a quelle «con cui avemmo comune il servaggio, comune il bisogno, comune il desiderio di riscattarci», e vuol dire le Romagne e le Marche. E quando poco pone la questione se sia più utile la Federazione o lo Stato Unito, egli sta per questo; ma lo Stato Unito, non è già lo Stato italiano, bensì quello delle provincie insorte unite, già facenti capo allo Stato pontificio. Modena, che era pure insorta e che procedeva con altro sentimento, è chiamata dal Vicini una vicina potenza. Il discorso, il quale, secondo il criterio del Vicini, doveva rappresentare il suo trionfo e doveva essere la prova maggiore del suo liberalismo e dei suoi patriottici sentimenti, costituisce, più che l'accusa, la sentenza di condanna di un sistema e di un'idea la quale era infinitamente lontana da quello spirito che aveva mosso gli italiani lungimiranti a promuovere la insurrezione. La mancanza nel Governo delle provincie unite di ogni sentimento nazionale unitario e la difesa risoluta e ostinata del piccolo Governo regionale di fronte a tutti gli Stati vicini, perfino dinanzi ai popoli insorti dell'Italia centrale, sono messi in piena luce dal Libro Bianco, pubblicato il 10 marzo 1831 contenente tutti i documenti e verbali riferentisi alla proibizione fatta ai soldati modenesi, reggiani e parmensi, comandati dal generale Zucchi, di entrare nella provincia di Bologna, come essi volevano, per combattere ancora per la libertà d'Italia. Fanno realmente impressione le parole che si contengono in un rapporto di Francesco Brunetti del 9 marzo da Castelfranco, ove il generale Zucchi, avendo letto il dispaccio del Governo bolognese in cui veniva intimato che non sarebbe stato accordato nè a lui nè ai suoi 300 uomini d'entrare nel territorio delle provincie unite se non avessero deposte e consegnate le armi, dopo di aver fatte diverse considerazioni, rispose risoluto che non avrebbe mai accettata una «condizione così disonorevole». Ma poichè inflessibile fu, sotto questo rispetto, il ministro Orioli, a nome del Governo bolognese, il disarmo dovette avvenire a Borgo Panigale, vicino a Bologna, il giorno dopo. E’ rimasto celebre il manifesto del Governo provvisorio del 6 marzo, nel quale non poteva mostrarsi più chiaramente l'incoscienza del Governo e la persistenza in una fiducia di non intervento che erasi già mostrata inesistente per l'invasione stessa di Modena e di Ferrara. Di fronte ai liberali modenesi che cercavano d'unirsi con Bologna, il Governo provvisorio notificava: «Concittadini! le circostanze de' Modenesi non sono le nostre; il sacro principio della non intervenzione impone le sue leggi non meno a noi che ai nostri vicini. Guardiamoci dal pregiudicare al pubblico interesse operando improvvidamente... Concittadini! ricordate che noi non siamo in guerra conchicchessia degli Esteri».

Il Governo visse tra il 10 e il 18 marzo in una continua alternativa sull'intervento o no degli Austriaci, che ormai era parso ovvio ad ogni persona, per tutti i preparativi e i movimenti di truppe che stavano facendosi. Quando, poco dopo la metà del mese, non ci fu più speranza, allora il Governo, il quale, aveva prima costretto all'inazione il generale Sercognani, nominò a capo delle milizie dello Stato delle provincie unite il generale Zucchi e riconsegnò le armi ai modenesi e reggiani, all'evidente scopo di coprire la ritirata del Governo verso Ancona e delle autorità e delle persone che più si erano compromesse nella insurrezione. Cómpito che lo Zucchi svolse e adempì con coscienza e fermezza, per quel che le popolazioni scorate potessero permettere, avendo anche il coraggio, a Rimini, di opporsi, sebbene sfortunatamente, alle milizie stesse austriache. Questa fu la linea infelice seguita dal Vicini e da molti dei suoi collaboratori di Governo, tutti troppo vecchi, troppo saggi, troppo parlatori, troppo formalisti, troppo lontani da quel profondo e nazionale e unitario movimento che aveva avuto, non per merito loro, uno scoppio così improvviso e travolgente.

Albano Sorbelli

Testo tratto da “Strenna storica bolognese”, 1929. In collaborazione con il Comitato per Bologna Storica e Artistica.

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