I volontari italiani nella Terza Guerra di Indipendenza

I volontari italiani nella Terza Guerra di Indipendenza

1866

Scheda

Durante la Terza Guerra di Indipendenza il Regno d’Italia accettò nelle proprie file corpi di volontari, presentatisi in massa all’annuncio dell’imminente guerra, come era avvenuto in precedenza nel 1848 e nel 1859. A fronte dei 15.000 uomini previsti se ne presentarono 38.000, che dopo pesanti scremature vennero ridotti a 33.000 effettivi, organizzati in un Corpo d’armata indipendente, affidato a Giuseppe Garibadi, il cui compito era di cooperare con l’esercito regolare.

Mal organizzati e mal equipaggiati i volontari, il 19 giugno 1866, ebbero l’ordine di difendere il lago di Garda, insinuarsi nella valle dell’Adige, e prenderne saldamente il controllo al fine di tagliare le comunicazioni austriache tra il corpo d’armata stanziato in Veneto e il Tirolo. Trattandosi di un Corpo d’armata a sé stante, il teatro delle operazioni era enormemente aumentato rispetto alle occasioni precedenti: dallo Stelvio al lago di Garda, presidiando le valli che dal Trentino portano alla Lombardia, i volontari si trovarono impegnati a fronteggiare i Cacciatori tirolesi, meglio equipaggiati e riforniti, e soprattutto dotati di una rete di forti eretti a presidio di valli e passi montani, cosa che sicuramente non avrebbe avvantaggiato i garibaldini. La guerra non iniziò sotto i migliori auspici: l’iniziale avanzata sul Caffaro e verso il Trentino fu bruscamente interrotta dopo la disfatta di Custoza (24 giugno 1866), poiché il nizzardo ricevette l’ordine di ripiegare su Lonato, al fine di difendere Brescia da una possibile avanzata nemica. Potendo contare ancora su solo metà delle sue forze complessive, Garibaldi si trovò impegnato a respingere le forze austriache, galvanizzate dalla recente vittoria, lungo tutto il confine: le cannoniere austriache sul lago di Garda cannoneggiavano le rive italiane, Bormio in Valtellina ed Edolo in Val Camonica erano minacciate dalle truppe del generale Franz Kuhn von Kuhnenfeld, che però non fu abbastanza veloce. Fra il 29 giugno e il 6 luglio, Garibaldi aveva infatti ricevuto non solo le truppe volontarie provenienti dal sud del paese ma anche le artiglierie da montagna e da campagna del 15° Reggimento, e con queste truppe respinse gli attacchi nemici e iniziò a pianificare il contrattacco. Non si possono non citare i combattimenti a Vezza in Val Camonica, dove i garibaldini dovettero arretrare il 4 luglio nonostante le azioni gloriose compiute dai difensori del 2° Bersaglieri volontario (che subirono perdite pari al 20% degli effettivi) o quelli dell’11 luglio quando i Cacciatori tirolesi, ben armati ed equipaggiati, attaccarono il Ponte del Diavolo in Valtellina, ma vennero respinti grazie all’abnegazione dei volontari (molti dei quali provenienti da quelle zone) che ricacciarono gli austriaci fino allo Stelvio.

La vittoria di Sadowa ottenuta dai prussiani contro gli austriaci il 3 luglio 1866 e il progressivo ritiro a metà luglio dell’arciduca Alberto dal Veneto, costringevano il generale Kuhn ad una posizione difensiva. Fissato il Quartier Generale il 14 luglio in Trentino a Storo, in Val Giudicaria, Garibaldi aveva intenzione di raggiungere il lago di Garda dalla Val d’Ampola e dalla valle di Ledro al fine di ricongiungere le sue forze con quelle del generale Giacomo Medici, in quel momento comandante della 15ª divisione nel IV corpo d’armata dell’Esercito Regio. Il generale Kuhn attaccò allora Garibaldi al Ponte di Cimiego, ma l’eroica resistenza dei garibaldini (che contarono 290 perdite) bloccò l’assalto austriaco e permise a Garibaldi di risalire in sicurezza la Val d’Ampola e ottenere la resa del forte austriaco che la presidiava. Kuhn, preoccupato dall’avanzata di Garibaldi e Medici, decise di concentrarsi sul primo, lanciando un doppio assalto alle postazioni nemiche; inviò una colonna di 6.000 uomini sulla sinistra dello schieramento italiano a Condino con l’ordine poi di proseguire fino a Storo e una di 4.500 con 12 cannoni sulla destra con l’ordine di passare per la Val di Concei e ricongiungersi con l’altro Corpo d’armata a Storo. Fu questo secondo Corpo ad entrare in contatto con il Generale e il grosso delle sue truppe. Garibaldi aveva infatti ricevuto il 20 luglio l’ordine di abbandonare la Val di Ledro, portarsi in Val Giudicaria e giungere su Trento da ovest, poiché il generale Medici stava risalendo la Valsugana e sarebbe giunto a Trento da est. Fu a Bezzecca che i due eserciti entrarono in contatto: l’avanguardia italiana, distaccata a poche centinaia di metri dal villaggio, a Locca, fu attaccata da preponderanti forze austriache e nonostante l’eroismo dei suoi combattenti fu costretta a ripiegare fino al villaggio di Bezzecca dove, dopo ore di intensi combattimenti ed ingenti perdite, arrivò Garibaldi in persona attirato dai rumori della sparatoria. La calma ed il carisma di Garibaldi permisero agli italiani di rimettersi in linea e mantenere le posizioni. Fu verso mezzogiorno, dopo sei ore di combattimento, che la fisionomia della battaglia cambiò: Montluisant, il comandante austriaco, temendo di restare senza munizioni e vedendo i suoi uomini esausti, convinto di aver arrestato l’avanzata garibaldina, iniziò la ritirata, lasciando la retroguardia a continuare lo scontro. Giunti i rinforzi italiani, alle 14 Garibaldi ordinò il contrattacco. I volontari, lanciati alla carica in colonna contro le posizioni austriache, sfondarono mettendo in fuga il nemico e costringendolo a ripiegare fino a Locca in Val di Concei, mentre anche la spedizione austriaca lanciata sulla sinistra contro Condino falliva. Nonostante la vittoria ottenuta a Bezzecca, le perdite italiane furono ingentissime: solo in quella giornata si ebbero il 61% di tutte le perdite dei volontari durante l’intero conflitto, 1.570 uomini. Ma nonostante le vittorie ottenute dai volontari, l’Italia propose all’Austria il 23 luglio una tregua, che sarà poi prolungata e porterà all’abbandono del Trentino da parte dei volontari con il dispaccio n.1073 del 9 agosto a cui Garibaldi rispose con il famoso “Obbedisco”.

Emiliano Pino

Bibliografia di riferimento in: Hubert Heyriès, Italia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta, Bologna, Il mulino 2016.

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