Granarolo dell'Emilia (BO)

1919 | 1943

Scheda

Già nel 1910 e nel 13 agosto 1914 il PSI aveva conseguito maggioranze socialiste al comune. Il conflitto, nel quale l'Italia era stata trascinata il 24 maggio 1915 e che cessò il 4 novembre 1918, colpì duramente Granarolo.
Strappò dalle famiglie almeno 600 uomini (circa 450 mezzadri e coltivatori diretti e 150 braccianti) e costrinse a lavori nuovi e più duri le donne; ridusse intere famiglie alla miseria (tanto che i bisognosi di soccorso e di sussidi furono 1.800). I militari morti in combattimento furono 40 e i deceduti per malattia 46, i dispersi 15; 52 rimasero mutilati ed invalidi. Ventotto delle vittime che erano ammogliati, lasciarono 28 vedove e 60 orfani.
Il ritorno alla pace ripropose i vecchi problemi degli anni che avevano preceduto il conflitto mondiale. Anzi, a seguito delle promesse rivolte particolarmente ai contadini che costituivano la grande massa dei soldati portati in trincea, si accentuò l'urgenza di soluzioni che andassero in profondità nel rinnovamento delle strutture agricole e delle situazioni remunerative e di libertà dei lavoratori della terra. Le due categorie maggiormente coinvolte nell'azione furono quelle dei mezzadri e dei braccianti.
Il nocciolo dell'agitazione divenne la questione del Capitolato colonico per la mezzadria, essendo tale forma di conduzione la più estesa e le famiglie mezzadrili le più numerose.
Nel corso della primavera e, poi, nella stagione dei raccolti si intensificò progressivamente ogni forma di lotta, fino a giungere, nelle aziende mezzadrili, alla cura ed al raccolto di una sola metà dei prodotti (fieni, grano, uva, ecc).
Il 25 ottobre del 1920, la lunga lotta agraria si chiuse con un concordato, che di fatto sottoscriveva il Capitolato colonico sottoposto dalla Federterra agli inizi della vertenza; capitolato che sancì il principio cardine che la ripartizione dei prodotti doveva avvenire al 60% e al 65% a favore dei mezzadri e, inoltre, la condirezione dell'azienda e l'abolizione delle regalie.
Il 7 novembre 1920 si svolsero le elezioni per la designazione del nuovo Consiglio comunale. Le due liste socialiste per la conquista della maggioranza (16 consiglieri) e della minoranza (4 consiglieri), ottennero un suffragio altissimo. I 20 consiglieri eletti furono tutti socialisti. Il 21 successivo, nella sua prima seduta, il consiglio elesse a sindaco Giacomo Cocchi.
Dopo aver provocato l'eccidio di Palazzo d'Accursio (v. Bologna), lo squadrismo fascista dilagò nelle campagne. Granarolo fu tra i centri che subirono nel tempo una lunga catena di violenze. Il 9 gennaio 1921, mentre era in corso una trattativa con l'agrario Italo Brazzetti, che doveva regolare l'applicazione del Capitolato colonico nuovo, giunsero davanti al municipio molti fascisti, su due camions, comandati dal tenente Zanetti, ben noto avversario delle organizzazioni dei lavoratori, e compirono un'azione per intimorire la popolazione e far recedere dalle loro posizioni le Leghe.
Il 28 febbraio, a Granarolo, venne arrestato Luigi Castaldi, segretario della CdL e 7 coloni membri del Comitato della Lega furono denunciati. Il 21 seguente «una squadra di fascisti devasta la Camera del Lavoro, perché i dirigenti non hanno voluto accettare delle imposizioni riguardanti la lotta dell'agitazione agraria» (Fascismo, 286).
Nei giorni successivi gli scontri fra le parti si acuirono. Nella serata del 9 agosto, un gruppo di fascisti accertatosi che era in corso una seduta del Consiglio comunale, si apprestò per un agguato. Sciolta la riunione l'assessore Umberto Pelotti " venne improvvisamente e senza scambio di parola alcuna, colpito da colpi di bastone inferti da due persone improvvisamente sbucate dal margine della strada".
Nell'aprile 1922 dei lavoratori aderenti alle Leghe confederali furono oggetto di rivoltellate sparate dai fascisti impiattati dietro delle siepi. Un analogo attacco venne sferrato il giorno 19, contro un gruppo di lavoratori che tornava da Lovoleto dopo una festa. Mario Bettini, comunista diciannovenne, restò gravemente ferito: il maresciallo dei carabinieri, tuttavia, rifiutò di soccorrerlo. Il sindaco mentre si recava sul posto, venne aggredito e percosso dai fascisti.
Finita l'"occupazione di Bologna" (v.), squadre fasciste ferraresi, sulla strada del ritorno, a Lovoleto incendiarono i mobili della Cooperativa di consumo, dopo aver asportato quantità consistenti di generi alimentari e, in oltre 500, invasero l'abitato di Granarolo e appiccarono il fuoco alla Casa del popolo.
Venti giorni dopo Alberto Bellei fu bastonato da un gruppo di squadristi locali. Dopo l'assalto fascista contro lo sciopero generale "legalitario" promosso dalla Alleanza del Lavoro, l'1 e il 2 agosto, le aggressioni contro i socialisti e i comunisti si ripeterono più numerose.
Il 24 agosto 1922 la giunta e poi i consiglieri furono costretti a dimettersi. Al comune venne nominato un Commissario prefettizio, pel "mantenimento dell'ordine pubblico", sopprimendo definitivamente il Consiglio comunale espresso democraticamente col voto dell'autunno 1920.
Il 19 settembre quella che era stata la sede delle organizzazioni d'ispirazione socialista venne occupata di fatto dai militi del Fascio di combattimento: per 200 lire all'anno fu data loro in affitto dietro richiesta di Italo Brazzetti.
Tra la fine del 1922 e gli inizi del 1923, furono indette nuove elezioni per il rinnovo delle amministrazioni comunali e dell'amministrazione provinciale (quest'ultima e molte delle prime, sciolte ed abbattute con la violenza da parte delle squadre fasciste) tutte poste a termine per cancellare la situazione che si era determinata alla fine del "biennio rosso".
Il partito socialista in segno di protesta, non presentò alcuna lista. Ovunque parteciparono solo liste fasciste e in esse furono inglobati in molti casi rappresentanti liberali e uomini cattolici del Partito Popolare.
A Granarolo le elezioni si svolsero il 14 gennaio 1923. Da esse scaturì la prima amministrazione comunale fascista: il capo di questa divenne Oreste Calari (che, poi, quando i consigli vennero soppressi dal fascismo, venne nominato primo Podestà, con Regio Decreto il 13 marzo 1927).
La violenza squadrista, prima, e le persecuzioni messe in atto dal governo fascista, poi, contro le opposizioni, provocarono un profondo disfacimento delle organizzazioni ispirate dal partito socialista da oltre due decenni ed impedirono il dispiegarsi di una attività piena ed aperta dei piccoli gruppi comunisti locali aderenti alla federazione bolognese (costituitasi il 19 marzo 1921). Questa difficile situazione delle masse lavoratrici si rispecchiò nel voto espresso dai granarolesi nelle elezioni politiche del 6 aprile 1924 (accompagnate particolarmente da minacce, incursioni violente contro gli elettori antifascisti fin dentro ai seggi), che risultò il seguente: voti al "listone fascista-liberalpopolare", 75,11%; al partito comunista, 11,49%; al partito socialista, 5,18%; al partito socialista unitario, 4,95%; al partito popolare, 2,59%.
Anche nei momenti gravissimi che seguirono, dopo la promulgazione delle leggi eccezionali fasciste (culminate nel novembre 1926), restarono, sotto la cenere della semiclandestinità, prima, e nel segreto, poi, le braci accese, per alimentare la speranza e le condizioni della ripresa antifascista e democratica.
Durante gli anni del regime dieci nativi di Granarolo furono deferiti, processati e condannati dal Tribunale Speciale (Aula IV); tre furono assegnati al confino di polizia per atti d'opposizione (Confinati).
Verso la fine del 1934 la polizia fascista giunse all'arresto di diversi comunisti residenti ed attivi da alcuni anni: Armando Di Maria, Francesco Marciatori, Giacomo Masi e Enrico Paonazzi, i quali furono poi processati dal TS assieme ad altri loro compagni e condannati ad 8 anni di carcere ognuno i primi tre ed a 20 anni il Bonazzi. Quando in Spagna scoppiò la rivolta capeggiata dal generale Francisco Franco, Gaetano Trigari partecipò nelle file degli antifascisti internazionali in difesa di quella repubblica (Spagna).
Gli antifascisti sfuggiti al carcere continuarono la loro azione sotterranea negli anni in cui il consenso al fascismo diminuì.
Crollato il regime di Benito Mussolini il 25 luglio 1943, nonostante le misure restrittive del governo militare del maresciallo Pietro Badoglio, gli antifascisti da lunga data allacciarono contatti con gruppi più estesi di cittadini, stanchi della guerra, illuminati dalle notizie diffuse dalla stampa e dalla radio sulle malefatte del regime, in attesa della fine della dittatura e soprattutto della pace.

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Antifascismo e lotta di Liberazione
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Luigi Arbizzani, Antifascismo e lotta di Liberazione nel bolognese Comune per Comune, Bologna, ANPI, 1998