Gli alberghi di Bologna

Gli alberghi di Bologna

1204 - 1915

Scheda

L’albergo bolognese più venerando per antichi ricordi non è certo, come fu affermato anche recentemente, il “Pellegrino “, la cui origine sembra risalire, tutt’al più, alla fine del secolo XV. Ben più antico di questo, forse il più antico fra tutti, come io ritengo, è evidentemente un albergo, che trovo menzionato nel libro delle spese del vescovo di Passavia, Wolfgor von Ellenbrechtskirchen, il quale pernottò a Bologna al principio di giugno (in vigilia Ascentionis) del 1204. Questo singolare documento del viaggio di Wolfger, munifico prelato e diplomatico, che aveva percorso l’Italia dagli ultimi anni del secolo XII, offre più d’una notizia degli alberghi italiani del tempo, chiamati non “hospitia” o “diversoria” ma costantemente “coquinae”, e contrassegnati, oltre che dalla nota spese, da espressioni tali (“nocte in coquina, mane in coquina” ), che non lascian dubbio alcuno: si trattava di “alberghi”, veri e propri, nel senso moderno della parola; vale a dire, dove si dormiva, si mangiava e si pagava il conto. La “coquina” di Bologna, nel Diario di Wolfger, è la più interessante fra tutte; perché è l’unica, delle varie città italiane, contrassegnata col nome dell’albergatore. Il quale è rivelato da questa noticina: “Nicolao hospiti marc.” ossia: “All’albergatore Nicolò 1 marca (marco)” corrispondente a circa 2 talleri imperiali del tempo. Ecco altri particolari delle spese di questo nostro viaggiatore nel suo albergo di Bologna, anno di grazia 1204: “In nocte aput Bononiam pro gramine vj sol. Bon. Pro cera xviij sol bon. Pro balneo iiij den”. Vale a dire: “Per l’addobbo dell’appartamento con rami e fiori (allora si usava così per gli ospiti d’alto affare) 6 soldi bolognesi; per candele e torce, 18 soldi; per il bagno, 4 denari.
Non molto chiara, invece, appare dai miei appunti la notizia che del suo alloggio a Bologna ha lasciato un vetusto pellegrino in Terra Santa, Hans Porner di Braunschweig, sotto la data del febbraio 1419. Egli dice, letteralmente, d’aver preso stanza “in die Pietri”. Che vuol dire? Nell’albergo, o nella camera locanda di un certo Pietro? O non piuttosto in un ospizio o convento di S. Pietro? Chi sa? Certo era consuetudine diffusa, come appare manifesto da più di un Diario, edito ed inedito, dei viaggiatori stranieri dei secoli XV-XVI, quella di prendere alloggio, oltre che nei Conventi bolognesi, anche nelle abitazioni private degli scolari o dei professori connazionali, e per fino dei bidelli. L’umanista Johannes Cochlaeus, per addurre un esempio illustre, precettore a Bologna di alcuni giovani tedeschi, fra i quali i nipoti del Pirkheimer di Norimberga, dirigeva una vera e propria pensione privata, con sei stanze, ad uso sia degli studenti, sia dei loro parenti di passaggio. Fra gli ospizi, non sempre e non del tutto gratuiti, il più spesso citato dagli stranieri è il Convento, o Spedale di S. Domenico, dove ogni anno alloggiavano migliaia di forestieri, non fra i più ricchi certamente. Non fa meraviglia che un agiato negoziante in seta di Douai, Caques Les Saige, gran bevitore e crapulone, le cui tappe del viaggio in Italia (1518) sembrano e sono altrettante insegne di osteria, racconti di essere stato trattato assai male in questo Convento, eccessivamente affollato, e dove pure dovette sborsare, per un giorno e una notte, 16 grossi.
L’albergo del “Pellegrino” gode una fama, a mio credere, alquanto esagerata. Per tutto il secolo XVI non riesco a rintracciare un solo straniero, che ne faccia espressa menzione, mentre l’albergo dell’ “Angelo”, del “Montone”, e più tardi il “S. Marco” vantano ospiti ben più antichi e più numerosi. Il “Pellegrino” appare ricordato ne’ miei appunti solo da tre viaggiatori stranieri, tutti e tre ancora inediti, e soltanto alla fine del secolo XVII.
E’ giusto dire, d’altra parte, che l’albergo del “Pellegrino” – fugacemente rammentato alcuni anni prima (maggio 1661) sotto il nome di “Albergo della Posta” dall’anonimo autore di una “Route de Rome”- non poteva lasciare ai conti palatini von Neuburg e a’ loro compagni di viaggio, che vi furono ospiti dal 13 al 22 dicembre 1684, un’impressione più favorevole. Nella relazione di questo viaggio, che si conserva del pari manoscritta nella Biblioteca monacense, il “Pellegrino” è vantato come pochi altri alberghi; non solo perché “bell’edificio” ma anche perché “allestito con tutte le comodità” per i forestieri. L’albergatore stesso, un milanese, era “un gran galantuomo e cortesissima persona”. Il “Pellegrino” è inoltre favorevolmente ricordato in questo secolo in un “viaggio da Treviri a Roma nel 1693” redatto in pittoresco italiano da un prete di Treviri, che vi prese alloggio con tutta una schiera di alunni del Collegio Germanico, nell’aprile e poi nell’ottobre 1693. Primo e cospicuo cliente del “Pellegrino” nel secolo successivo, trovo il landgravio di Hessen, Carlo, il quale, durante il suo soggiorno a Bologna nel gennaio 1700, ebbe per Ciceroni alcuni famosi professori dello Studio. A mezzo il secolo, vi scese l’intellettuale sorella di Federico II di Prussia, Sofia Guglielmina landgravia di Bayreuth (22-24 luglio 1755). Pochi mesi dopo, il Winckelmann; nel febbraio 1782 il Granduca, poi imperatore, Paolo di Russia col poeta e suo precettore Max Klinger; nell’ottobre 1795 il poeta Friedr. Matthisson, che accompagnava in Italia la principessa Luisa di Anhalt-Dessau.
Dove abbia alloggiato il Goethe a Bologna nella seconda metà d’ottobre del 1786, non si può dire con certezza. Certo è che l’albergo del “Pellegrino” appare in questi anni il più frequentato ed anche lodato dai conterranei del Poeta: come il giovine letterato J. G. Jacobi, che fu compagno di viaggio di Leop. Zu Stolberg e di G. H. Nicoloaius, e che del suo alloggio rimase assai soddisfatto; come il conte Herm. Packler-Muskan, che un po’ più tardi (1809) lo confermò “eccellente albergo”; come anche quella povera vittima degli alberghi italiani, che fu Augusto Kestner, il figlio della “Lotte” del Werther, il quale pure lo dovette lodare come uno dei migliori alberghi de’ suoi viaggi in Italia. Naturalmente, fra tanti inni non può mancare la nota stonata, che si deve appunto a un musicista: a Louis Spohr, rimasto a lungo inconsolabile, come confessa nelle sue Memorie, per un conto “spudorato” dovuto saldare al “Pellegrino” (14-15 aprile 1817).
Fra gli alberghi bolognesi ricordati dagli stranieri prima del “Pellegrino”, il posto d’onore spetta all’ “Angelo”, l’albergo preferito nel secolo XVI dai diplomatici e dagli alti prelati. Qui pernottò, il 22-23 agosto 1547, un monsignor de Llia, “imbassadore del re di Faenza”, come scrive un cronista petroniano contemporaneo; e qui, nel novembre dello stesso anno, l’eminentissimo signor cardinale di Medon. “Apud Angelum” ci informa pure d’aver pernottato l’abate di Salem, Matthias Rolh, dal 27 al 28 febbraio 1554; all’osteria di “Santo Ansolo” il barone austriaco Lupold von Wedell con due studenti renani dal 26 al 30 marzo 1579; ivi stesso, circa il 1590, Georg Kranitz von Wertheim, che si vide comparire all’albergo un bidello dell’Università offertosi per Cicerone. Più tardi, sempre all’ “Angelo” prese sua stanza l’umanista olandese Justus Rycquins (dic.1624); e in fine l’autore del citato manoscritto “ Voyage de Rome etc.” (1618), il quale narra che, per essere accolto in questa “bonne hostellerie”, dovette munirsi d’un regolare permesso di soggiorno a firma del Legato. Non conservo fra le mie notizie alcuna traccia di ospiti stranieri dell’ “Angelo” nel sec. XVIII.
Un famoso mercante di Norimberga, Baldassarre Paumgartner jun., riferisce d’aver preso alloggio a Bologna, nel giugno 1584, “inn des Paulus Prauns hauss”, che era una vecchia “herberg” (Locanda) tedesca. Anche l’Albergo del “Leone” fu in quel secolo condotto per qualche tempo da albergatori tedeschi.
Al “Leone” o “Leon d’oro”, che nel 1547 aveva ospitato un cardinal de Jouvri (seguo anche nell’ortografia del nome la prelodata cronaca petroniana) scavalcava nel gennaio 1600 il duca di Wurthemberg und Teck con grande seguito di cavalieri e servitori. Ma in questo secolo, tanto il “Leone” quanto gli altri alberghi nominati fin qui dovevano cedere il posto al “San Marco”, che divenne l’albergo ufficiale della Posta e tenne il grido per tutto il Seicento. Qui scese nel maggio 1661 l’autore della citata Route de Rome; qui nel maggio 1664 il signor de Monconys con altri gentiluomini francesi; nel febbraio 1675, Carl Sigm. Muffel, e dieci anni dopo i due giovani conti von Neuburg , nel cui Diario è notato che l’albergatore era un loro connazionale. Raccomandato anche dalla vecchia Guida del Keyssler, che ben raramente nomina un albergo, il “San Marco”, appare alquanto decaduto verso la metà del secolo XVIII, sia per gli scarsi ospiti che vi si incontrano, sia per i giudizi poco benevoli di alcuni di loro; Karl Jorg, che vi pernottò il 30-31 gennaio 1751, lo trovò senz’altro “cattivo albergo”. Fu ancor prescelto tuttavia, fino al secolo scorso, per alloggio di non pochi personaggi principeschi di passaggio a Bologna. Anche il principe ereditario, poi re Giovani di Sassonia, il noto dantista, nell’aprile 1838 aveva il suo alloggio al “San Marco”.
Più modesti alberghi, menzionati talvolta da stranieri, sembra siano stati quello all’insegna dei “Tre Pellegrini”, gradito soggiorno di Joh. Jac. Leiprect nella primavera del 1613; la locanda dei “Tre Mori”, dove fra gli altri trovo il barone Leop. von Egloffstein dal 21 al 30 nov. 1791; la “Villa di Parigi”, l’albergo dell’ “Aquila Nera” ed altri ancora.
L’odierno “Hotel Brun” appare con questo nome soltanto nel secondo decennio del secolo scorso. Esisteva però alcuni anni prima col nome di “Pensione svizzera”, detta poi anche “Pensione Brun”. Innumerevoli sono i viaggiatori moderni, specialmente tedeschi, che ricordano con simpatia l’albergo del bravo svizzero “Brun “ o di “madama Brun”, quest’ultima ricordata anche dopo la metà del secolo passato. A. G. C. Carus, compagno di viaggio di Federico Augusto di Sassonia, l’albergo di madama Brun parve il migliore di tutta l’Italia. Fra gli ospiti più recenti ricorderò Frdr. von Bodenstedt, l’autore dei “Canti di Mirza Schaffy” (fine marzo 1848) e re Federico GuglielmoIV, in compagnia dello storico Alfredo von Reumont (21-22 ottobre 1858).
Ho dato qualche saggio delle spese d’Albergo a Bologna in epoca a dirittura patriarcale (1204). Eccone qualche altro di tempi meno remoti. Il conte Ludwing von Hanau, nel suo albergo bolognese, non nominato, dove si trattenne dal 14 al 16 dicembre 1484, spese per se, per due persone del seguito e tre cavalli, 2 ducati, compresa la mancia. Carl S. Muffel, che abbiam già visto ospite del “San Marco”, trasferitosi poi dal 5 febbraio al 7 marzo 1675 nell’ “Albergo della Simia”, - come è registrato accuratamente nel manoscritto del suo viaggio – fissò qui la sua stanza per mezza doppia al mese, riservandosi la libertà di pranzare e cenare anche altrove. Il principe Carlo Alessandro di Ansbach, che nel febbraio 1753 alloggiava al “San Giorgio”, vi spendeva, a quanto riferisce il suo segretario Hirsch, 8 lire al giorno per 4 stanze; 4 lire a persona per il pranzo e 2 per la cena. Ernst Moritz Arndt “benissimo alloggiato” nel popolare albergo del “Moro” (10-16 ott. 1798), spendeva giornalmente 4 paoli per il vitto, vino compreso, e 2 paoli per la stanza. Al “Pellegrino” la stanza costava fino a circa un secolo fa, un carlino; ai “Tre Pellegrini”, 4-5 carlini per una settimana. Nei primi tempi di “madama Brun” la pensione, tutto compreso, importava nel suo albergo un fiorino austriaco al giorno, ossia circa 2 lire. Con un carlino, fino a ottant’anni fa, si poteva avere un pasto discreto in quasi tutti gli alberghi bolognesi.

SULL’APPENNINO
Le notizie intorno agli alberghi e le stazioni di posta lungo tutte le vie fra Bologna e Roma – sia per Firenze e l’Umbria, sia per Siena e Viterbo, sia per Loreto e Tolentino – forniteci da viaggiatori d’ogni tempo, sono altrettanto imprecise quanto, in generale, poco edificanti; eccezzion fatta, affrettiamoci a dirlo, per le due città toscane. Lungo questi percorsi, i viaggiatori eran costretti a sostare e a pernottare nelle locande più famigerate, forse, del Continente, sempre mantenute in condizioni primitive, e spesso covo di predoni e di osti manutengoli. Le loro impressioni, le loro descrizioni si somiglian tutte: dal tempo di que’ prelati diplomatici che nei primi anni del sec. XIII dovevan gettar l’offa di pochi soldi nelle fauci del cerbero albergatore “ab ira sua mitigando”, al tempo dell’umanista Fabricius, che percorse gran parte di que’ “vilia loca” nelle calende del luglio 1543, fino ai giorni del Goethe, che li ricalcò quasi due secoli e mezzo dopo.
Locande e stazioni di posta eran tutt’uno; per cui l’insegna: “Locanda della Posta” si ripete dalle origini del servizio postale ai tempi nostri con desolante monotonia. Eran vecchie case di piccoli centri solitari, situate quasi sempre sulla via maestra, mangiate dal polverone e da ogni intemperie, munite di finestre a inferriata ma di regola senza vetri, con l’insegna di ferro battuto pendula sopra il portone enorme, sotto il quale la più voluminosa e sgangherata carrozza di posta poteva benissimo passar di corsa, facendo rintronare l’ampio cortile sonnacchioso, inondato di un eterno puzzo di stalla. Il forestiere, dopo il suo primo ingresso in uno di questi nostri tradizionali alberghi di paese o di campagna, poteva dire di aver fatto la conoscenza di tutti, senza per questo sentirsi eccessivamente lusingato. Unica consolazione, quella d’imbattersi nel pubblico viaggiante più vario e più pittoresco di tutta Europa. Non era raro incontrarvi. Alla rinfusa, l’ambasciatore e il bandito, il monaco e la canterina, l’artista straniero e l’avventuriero cosmopolita. Di quadretti come questo, non solo i vecchi libri di viaggio, ma buona parte della letteratura europea del periodo romantico è ancor piena.
In simili “locande” o stazioni di Posta, pernottava il Goethe a Lojano, a Perugia, a Foligno, a Terni, a Civita Castellana. Solo sull’Appennino dopo Lojano, potè riposarsi in una Locanda che, per eccezione, portava l’insegna “delle Maschere”; la quale, e non altra, come ho avuto occasione di mostrare altrove, vuol essere identificata con quel “nido sull’Appennino”, che il Poeta chiama erroneamente Giredo: paese, o luogo di posta, che non è mai esistito. La locanda, in bella posizione, e memorabile perché ivi, in data del 22 ottobre 1786, il Goethe accenna per la prima volta all’abbozzo di “Ulysses auf Phaa” e dell’ ”Ebreo errante”, si può veder tuttora sulla postale aperta nel 1762 fra Bologna e Firenze, non lungi dalla più antica stazione di posta, Montecarelli, e da un decrepito ponte, chiamato anche nelle carte topografiche contemporanee, “del Ghieretto”.
Quanto alla precedente locanda di Lojano, essa era apparsa al Goethe (21-22 ott. 1786) semplicemente “miserabile”: a lui, sempre così mite e sereno giudice di ben altre miserie osservate. La stessa impressione ne aveva riportato nel nov. 1780 J. G. Chr. Adler, la stessa più tardi Augusto Kestner (marzo 1817), amareggiato anche dalle pretese del più “insaziabile” albergatore, in cui si fosse mai imbattuto. Le altre misere stazioni appenniniche, che pure accolsero, in tanti secoli, tante migliaia di ospiti volenti o nolenti, erano: Scaricalasino (oggi Monghidoro), Filigare, Covigliaio – “pessima locanda” come la saluta il Metternich (12-13 giu. 1817) – e in fine Pietramala, che nei ricordi di Karl Morgenstern (sett. 1819) tiene senz’altro il primo posto “fra i peggiori alberghi d’Italia”. Questo, pei tempi moderni. Ma la locanda di Lojano – la cui fama del resto impallidisce al confronto di quanto i viaggiatori han lasciato scritto della locanda di Pianoro, quasi alle porte di Bologna – può gloriarsi di fasti ben più remoti. Tanto che vien voglia di abbracciare il principe Luigi di Anhalt-Kothen, nell’Accademia della Crusca “l’Acceso”, il quale, dopo un rinfresco a Lojano, potè dettare, beato lui, dei versi stupendi (c. 1600-1601) e ordinare al suo segretario e storiografo di immortalarli assieme al nome della fortunata stazione.
Le altre stazioni di posta fra Bologna e Firenze per l’Apennino non godettero mai fama più lusinghiera. Lungo tutto il cammino, un negoziante in seta di Douai, Jacques Le Saige, “gran vuotatore di fiaschi e di bottiglie” (è lui stesso, che si presenta così), che di alberghi e di cucina se ne intendeva, non trovò che pessimi alloggi, mala gente e brigands (1518). Che più? Konrad Pellikan, il minorita e gran podista, cliente assiduo di tutti i suoi confratelli in S. Francesco, osservava qui malinconicamente che il tratto Bologna-Firenze era l’unico in Italia, in cui non avesse trovato un Convento. E, dal 1504, l’aveva passeggiata per ben quattr’ anni!

E. ZANIBONI

Testo tratto da “La vita cittadina  - Rivista mensile di cronaca amministrativa e di statistica del Comune di Bologna". Anno sesto – Numero dieci - Ottobre 1920. Trascrizione a cura di Lorena Barchetti.

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