Galliera, (BO)

Galliera, (BO)

1943 | 1945

Scheda

Dopo la firma dell'armistizio con gli Alleati angloamericani, l'esercito italiano si sfaldò: la popolazione di Galliera aiutò soldati in fuga offrendo abiti civili e cibo. In località San Prospero si fecero quattro infornate di pane in più per i militari che si erano buttati giù dai finestrini di un treno proveniente da Bologna, che, in quei pressi, aveva rallentato. Anche a Galliera, seguendo gli indirizzi diffusi dall'organizzazione comunista provinciale, venne dato l'assalto al deposito del grano (v. Bologna). Si fecero promotori ed organizzatori della distribuzione alcuni vecchi oppositori al regime, che, nonostante la gran ressa delle donne accorse, riuscirono a procedere con ordine.
Verso la fine del 1943, cominciò a organizzarsi un primo nucleo di partigiani intorno alle figure degli antifascisti più autorevoli, grazie anche alla vasta azione di propaganda svolta da alcuni di essi fra tutta la popolazione. Tra i giovani si distinse particolarmente Giorgio Malaguti "Marco", figlio di Onorato, che aveva vissuto nel clima democratico della Francia, dove il padre era espatriato. Le prime basi partigiane sorsero nelle borgate di Borgo e Cucco. Le prime azioni partigiane furono di sabotaggio come tagliare i fili del telefono, invertire o distruggere le segnalazioni stradali, ecc. A queste attività ne seguirono altre di disarmo dei così detti "polizai".

Nel corso del 1944 molti gallierini fra cui anche dei partigiani, furono reclutati dalla "Todt" che li impiegò a rafforzare gli argini sul Reno, a costruire fortificazioni e a chiudere le buche provocate dai bombardamenti. Anche in questo caso da parte degli oppositori venne praticato il sabotaggio che consisteva nel non lavorare e nel dare informazioni alle organizzazioni clandestine. Alla fine di maggio i partigiani, in base alle disposizioni date dall'organizzazione provinciale, cominciarono ad organizzare uno sciopero generale delle mondine a cui le risaiole di Galliera parteciparono e che investì tutti i comuni risicoli (v. Bentivoglio).
Le 550 lavoratrici, gallierine e "forestiere", ingaggiate dalle due aziende presenti nel comune, quella dei "Fratelli Bersani" e quella di Enea Venturi, si astennero dal lavoro sia in preparazione della agitazione, il giorno 10 giugno, e poi per sette giorni dal 12 al 19 seguenti. Il giorno 15 le scioperanti della "Bersani" si recarono nell'altra azienda per fare opera di convinzione nei confronti di una ventina di "crumire", sul cui lavoro lo stesso padrone aveva sorvegliato a mano armata. Venturi le minacciò con la rivoltella, ma ciò non valse ad impedire che nei giorni seguenti lo sciopero diventasse totale. Il 17 un gruppo di scioperanti si recò al municipio dove protestò contro la chiamata alle armi restituendo le cartoline precetto pervenute ai propri figli e chiedendo una maggior quantità di generi alimentari. Negli ultimi giorni appoggiarono l'azione delle mondariso anche gli oltre 200 braccianti che iniziarono la mietitura del grano. Lo sciopero generale, oltre ad essere vittorioso sotto il profilo economico, ebbe il merito di allargare il consenso alla lotta partigiana e di sviluppare la coscienza politica nelle donne.
Durante la mietitura si attuò anche a Galliera un'altra importante lotta, quella detta "battaglia del grano". La mietitura andò a rilento e così anche il trasporto dei covoni dal campo all'aia. La trebbiatura fu ritardata. Quando il grano fu trebbiato, i partigiani vigilarono perché non venisse consegnato all'ammasso, con il rischio di essere razziato dai tedeschi: molto fu nascosto, altro distribuito, altro ancora rimase nei depositi dei contadini. Molti giovani della zona si erano aggregati nel Fronte della Gioventù e, prima o poi, passarono nelle SAP formando un battaglione della 2a Brigata "Garibaldi" e "alla fine del 1944 i partigiani erano circa un centinaio, fra gappisti, sappisti e staffette".
I contadini, con l'appoggio dei loro Gruppi di difesa, alla scadenza annuale dei contratti di mezzadria, iniziarono una lotta per ottenere nuovi "riparti" dei prodotti agricoli. Gli sviluppi della vertenza rafforzarono il legame esistente fra partigiani e contadini. Questi ultimi furono sempre più disponibili a collaborare e a mettersi a disposizione di coloro che combattevano, tanto che, in poco tempo, si riuscì a sistemare nelle loro case una novantina di partigiani che avevano dovuto lasciare la propria abitazione in quanto ricercati dalle brigate nere. Nel mese di ottobre il CLN, in accordo con i Gruppi di difesa della donna, riuscì a far ritardare le operazioni della mietitura del riso, poiché sembrava che la liberazione fosse ormai prossima. La mietitura si fece più avanti e si protrasse fino "a sotto le feste di fine d'anno" poiché il riso, immerso nell'acqua, si era salvato. Inoltre i lavoratori ebbero riconosciuti i miglioramenti economici richiesti.

L'avanzata alleata si arrestò e il 13 novembre il generale Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, invitò alla smobilitazione. I tedeschi, allora, si accanirono con rinnovata violenza contro la popolazione, operando deportazioni, rastrellamenti e saccheggi. Concertando un'azione di "brigantaggio" con i partigiani, i contadini riuscirono a sottrarre una parte del bestiame ad una requisizione indetta dai tedeschi per il 23 novembre. "Il bestiame, i suini, i cavalli, e tutte le altre cose a voi indispensabili, vengono tacitamente strappati dalle vostre mani. Contadini! Resistete, insorgete con qualsiasi mezzo...". Così si era espresso Giorgio Malaguti nel primo numero del foglio clandestino dal titolo "Battaglia" da lui fondato e uscito il 21 novembre 1944. Il foglio anzidetto ebbe il sottotitolo "Organo della massa operaia di Galliera approvato dal C.d.L.N, fondato da Marco e Regolo".
Nato con l'intento di fare educazione politica e propaganda al movimento partigiano, ciclostilato nella base di Cucco e diffuso dalle staffette, uscì per sei numeri, l'ultimo dei quali datato 29 dicembre 1944. Le razzie di bestiame da parte dei tedeschi non cessarono ed ebbero come conseguenza un rastrellamento. Esso venne effettuato il 7 gennaio 1945 a Bisana perché in quella borgata, notti prima, i partigiani avevano giustiziato dei tedeschi che erano andati a prelevarne alcuni capi. Gli abitanti furono raggruppati e tenuti sotto la minaccia continua di essere fucilati, mentre i soldati saccheggiavano le abitazioni rimaste vuote. Alla fine trattennero una ventina di persone che, nei giorni successivi, in parte rilasciarono e in parte inviarono in campo di concentramento.
Il 19 febbraio 1945 si svolse una grande manifestazione popolare che si concluse con l'assalto alla sede municipale sita a San Venanzio. I partigiani e i GDD chiamarono particolarmente le donne affermando che sarebbe stato distribuito sale. Gruppi di donne marciarono verso San Venanzio da San Vincenzo, da Bosco, da San Prospero, da Galliera. Maria Gervasio ha così descritto il fatto: "Mentre i partigiani delle SAP bloccavano le strade d'accesso, circa duecento persone si concentrarono nella piazza del Municipio manifestando contro fascisti e tedeschi, chiedendo la distribuzione di sale e zucchero, che in quel comune mancava dall'agosto. Un gruppo, composto soprattutto di donne, prese d'assalto il Comune, mettendo sottosopra gli uffici e gettando carte e documenti dalla finestra. Poiché quel giorno c'era un vento molto forte, la piazza fu letteralmente coperta dai documenti: registri di leva, carte annonarie, licenze pubbliche, delibere, ruoli delle tasse...".
Il 25 febbraio 1945 ancora a S. Venanzio, fu fatto saltare un camion tedesco davanti al comando di presidio.
Nelle settimane precedenti la liberazione, i tedeschi, che si preparavano alla ritirata, intensificarono rastrellamenti e saccheggi, mentre per i partigiani divenne sempre più importante difendersi dalle requisizioni, oltre a colpire il nemico in punti strategici. Vennero quindi organizzate azioni finalizzate al sequestro degli elenchi dei depositi di grano. Ad una di queste prese parte Albertina Girotti di Castel Maggiore, rifugiatasi in casa delle vedova Garuti, una delle basi partigiane del comune. La giovane, che era diventata la staffetta "Bruna" ed era l'unica donna nei GAP di Galliera, cadde il 22 marzo 1945 a Sant'Agostino di Ferrara nell'attacco a una caserma della GNR.
Il giorno dopo sempre nel ferrarese, a Porotto, in un agguato fascista, cadde, ventenne, Giorgio Malaguti; gli altri partigiani che erano con lui e che furono catturati, fra i quali il bolognese Luciano Gualandi, vennero fucilati, dopo essere stati a lungo torturati, all'indomani. Avvicinandosi il momento della ritirata sotto l'incalzare delle truppe angloamericane, i tedeschi della Kommandantur, presi dalla paura degli interventi partigiani, esagerarono ogni minaccia di rappresaglia. Lo attesta l'avviso diffuso dal Commissario prefettizio in data 12 aprile 1945, che iniziava con questo capoverso: "Il locale Comando di piazza rende noto: Nel caso dovessero essere commessi atti inconsulti nei riguardi delle Forze Armate Germaniche tutti i giovani esistenti nel paese verranno passati per le armi e tutte le case verranno rase al suolo. La stessa sorte toccherà al Commissario prefettizio il quale è considerato responsabile morale dell'ordine pubblico e di tutto quello che dovesse accadere. Quanto innanzi rientra nei diritti del Comandante in base al proclama Kesserling (sic)" (Archivio comunale di Galliera).
Galliera fu definitivamente libera il 23 aprile 1945.

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Documenti
Antifascismo e lotta di Liberazione
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Luigi Arbizzani, Antifascismo e lotta di Liberazione nel bolognese Comune per Comune, Bologna, ANPI, 1998

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