D'Ajutolo Filippo

D'Ajutolo Filippo

24 gennaio 1902 - 1998

Note sintetiche

Titolo di studio: Laurea
Occupazione: Medico

Riconoscimenti

  • Partigiana/o (15 settembre 1943 - 21 aprile 1945)

Onorificenze

  • Croce di Guerra al Valor Militare

    Ufficiale medico di complemento sin dai primi giorni della resistenza disimpegnava con perizia e coraggio il servizio sanitario a favore delle locali formazioni partigiane organizzava la raccolta di informazioni, armi e munizioni e fondi per la costituzione di nuove unità partigiane. Con gravissimo cosciente rischio personale sottrasse alla preda nemica il radium dell'Università di Bologna e lo tenne nascosto fino alla liberazione.

Scheda

Filippo D'Ajutolo, da Giovanni e Gilda Vivante; nato il 24 gennaio 1902 a Bologna; ivi residente nel 1943. Medico chirurgo. Cognato di Mario Jacchia, notoriamente antifascista, aderì al movimento di GL. Con il cognato, Massenzio Masia, Armando Quadri, Pietro Crocioni, Luigi Zoboli, Mario Bastia, Ferdinando Rozzi, Romolo Trauzzi, fece parte, durante la lotta di liberazione, del gruppo dirigente ed esecutivo del PdA di Bologna.
La sua abitazione in via San Vitale, 57 fu una delle sedi delle riunioni clandestine del gruppo azionista, che si tennero, inoltre, nella casa di cura dove aveva il suo ambulatorio, situata tra via Torleone e via Broccaindosso, che «per le molte uscite di cui poteva disporre attraverso case e casupole adiacenti, offriva maggiori possibilità di scampo nel caso di perquisizioni o dei non infrequenti rastrellamenti della polizia repubblicana». Con Mario Bastia e la sorella Maria D'Ajutolo, ebbe un ruolo di primo piano nel portare a compimento l'azione «con la quale fu sottratto alla razzia dei tedeschi il radium dell'Istituto Radiologico dell'Università di Bologna», una delle iniziative «di maggiore risonanza, se non di maggiore importanza» della resistenza bolognese, ideata da Massenzio Masia, poi attuata per incarico del CLN dal gruppo azionista, noto per le sue «azioni spericolate». D'altronde, un'azione ad alto rischio e delicatissima, specie per la pericolosità e il valore economico del materiale, non poteva avere che protagonisti persone affidabili dal punto di vista delle competenza professionale e dell'insediamento sociale. Le ragioni dell'operazione, come le sue fasi di attuazione, furono molteplici, a cominciare dal giugno 1944, quando Masia riferì al gruppo dirigente azionista dell'intenzione, poi in parte attuata, dei tedeschi di requisire e asportare, in sostanza con la compiacenza del rettore dell'università Francesco Coppola, «l'intero quantitativo del preziosissimo ed allora insostituibile materiale (oltre un grammo) che ne costituiva la dotazione [dell'Istituto del Radio dell'ospedale S.Orsola], in quell'epoca una delle più cospicue d'Italia e forse anche del mondo». Allo «stupore» e allo «sdegno» suscitati dall'idea «che potessero essere preda di guerra materiali ospedalieri destinati alla cura dei malati», si unì la preoccupazione che la requisizione del radium potesse essere collegata «alle misteriose 'armi nuove'«, non disgiunta da quella concernente i rapporti tra le componenti politico-sociali operanti nella resistenza. Assunta la decisione, Filippo D'Ajutolo svolse un ruolo in ognuna delle tre fasi esecutive dell'operazione. Nella seconda metà di giugno 1944 incontrò Giovanni Ferdinando Gardini, aiuto nell' istituto del radio, per informarlo dell'iniziativa in corso. Questa fase venne poi conclusa da Mario Bastia. Con Romolo Trauzzi riuscì a trovare rifugio al direttore dell'istituto GianGiuseppe Palmieri presso la residenza del conte Filippo Cavazza a San Martino dei Manzoli (Minerbio), Infine, provvide alla custodia del radium, dal 24 luglio 1944, quando Mario Bastia «potè ottenere la consegna dei 503 milligrammi [...] riposti in due piccoli contenitori di piombo e il barattolo contenente gli astucci in metalli preziosi», al 7 agosto 1944, quando venne sepolto nella cantina della sua abitazione, riuscendo così a salvare il prezioso materiale fino alla conclusione della guerra. Naturalmente, fu consapevole che «l'incombenza della custodia di quel tesoro [...] non era impresa di poco momento, poiché la radioattività che ne emanava anche attraverso lo strato di piombo dei contenitori era fortissima, tanto da rendere chiaramente luminoso uno schermo radioscopico al platinocianuro di bario accostatovi e quindi - a parte il grande pericolo per le persone - avrebbe potuto facilmente rivelarne la presenza a molte decine, probabilmente anche a centinaia di metri di distanza nel caso di indagini da parte di ricercatori che - informati da qualche non impossibile indiscrezione e muniti di apparecchi rivelatori - fossero passati nelle vicinanze anche non immediate della cantina».
Dopo l'arresto dei maggiori esponenti del PdA (vedi Massenzio Masia), avvertito tempestivamente da Bastia, l’8 settembre 1944 riuscì a sfuggire alla cattura. Rifugiatosi nella zona di Serramazzoni (MO), collaborò con i resistenti del luogo, tra l'altro curando «con molto affetto» Osvaldo Clò. Rientrato a Bologna all'inizio del 1945 cambiò continuamente domicilio, mentre la sua abitazione subì varie perquisizioni.
L'8 maggio 1945, con una «cerimonia ufficiale» voluta dal rettore Edoardo Volterra, il quale ritenne si dovesse dare all'avvenimento un preciso e definitivo contenuto giuridico - l'atto notarile redatto dal notaio Edoardo Pilati -, provvide alla consegna del radium ai legittimi proprietari.
Riconosciuto partigiano con il grado di sottotenente nel CUMER dal 15 settembre 1943 alla Liberazione.
Venne designato dal PdA a far parte della deputazione provinciale nominata dal CLN e dal Governo Militare Alleato (AMG). 

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