Ouroboros

Ouroboros

Scheda

La più antica descrizione di questo simbolo (denominato anche uroboro e oroboro) è contenuta negli Hieroglyphica, unica trattazione sistematica sui geroglifici egiziani giunta dall’antichità. Essa arrivò in Europa nel 1422, grazie ad un manoscritto portato a Firenze dall’isola di Andros dal viaggiatore fiorentino Cristoforo Buondelmonti.

Opera redatta in greco, gli Hieroglyphica videro la luce probabilmente negli ultimi ambienti pagani dell’Egitto del V secolo d.C., quando ormai la civiltà egizia era ormai scomparsa e con essa la comprensione del suo sistema di scrittura. Caratteristica del testo è infatti quella di dare un’interpretazione puramente simbolica a segni il cui significato era da secoli avvolto dal mistero. L’opera è generalmente attribuita ad Orapollo che diresse una delle ultime scuole pagane, quella di Menouthis, presso Alessandria. Secondo l’autore l’ouroboros è uno dei modi che gli egiziani hanno di rappresentare l’eternità: “Per indicare l’eternità (gli Egiziani) rappresentano il sole e la luna: essi sono infatti elementi eterni. Quando vogliono invece esprimere diversamente l’eternità, raffigurano un serpente con la coda nascosta sotto il resto del corpo, chiamato ureo in egiziano, basilisco in greco […]”. Nell’antico Egitto, l’ouroboros può rappresentare il serpente primordiale, detto Sata che circonda il mondo proteggendolo dai nemici cosmici. Così recita il Libro dei Morti: “Io sono Sata, allungato dagli anni, io muoio e rinasco ogni giorno, Io sono Sata che abito nelle più remote regioni del mondo”. Questo serpente rappresenta il tempo che si riproduce perpetuamente. Racchiude in sé l’idea di movimento, di continuità, di autofecondazione e di conseguenza di eterno ritorno. Nato iconograficamente dalla cultura egiziana, il serpente che divora la propria coda diviene ben presto simbolo esoterico molto frequente nel mondo antico. La fortuna iconografica e concettuale dell’ouroboros sarà rinvigorita dal neoplatonismo e nell’arte europea, soprattutto in Italia, sarà usato dalla pittura rinascimentale fino alla scultura funeraria del XIX secolo. Nella produzione artistica funeraria questo particolare serpente è spesso associato con altri simboli indicanti l’eternità, come la sfera alata, o con altri indicanti il passaggio, il cambiamento di stato, come la farfalla. E’ naturale che un simbolo iconograficamente così vicino al cerchio, quindi alla rappresentazione più immediata e più semplice dell’eternità, abbia conosciuto una grande fortuna nelle necropoli europee, in particolare sui monumenti della prima metà dell’Ottocento, legati ad una cultura fortemente sedotta dal fascino dell’antico.

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Gian Marco Vidor

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