Jules Janin visita Bologna

Jules Janin visita Bologna

1838

Scheda

Jules Gabriel Janin (Saint-Étienne, 16 febbraio 1804 – Parigi, 19 giugno 1874), visitò la città di Bologna nel 1838. Fu scrittore e drammaturgo, esponente di spicco del Romanticismo francese. Tra i più influenti critici letterari e musicali d'Europa, definito "prince des critiques", era un caro amico del compositore Gioacchino Rossini. Fortunatamente sono arrivati fino a noi gli scritti che descrivono minuziosamente la sua permanenza in città. L'eco delle sue impressioni comparse sul «Journal des Debats» (paragonò Bologna come un prolungamento del Cimitero della Certosa), furono tali che provocarono le proteste di Marco Minghetti.

Una parte delle sue memorie sono state riportate nella pubblicazione Bologna, Album - Storico, edito a Bologna nel 1882 dallo Stabilimento Tipografico Successori Monti. La trascrizione è a cura di Lorena Barchetti.

Ecco che a forza di pensare a Firenze mi trovo in una città strana che vi desciverò prima di nominare. V'innoltrate passo passo in una lunga via fiancheggiata da cupi archi, così che neppure una sola delle case di detta città pare aprire né la sua porta né la sua finestra. Sotto questi portici senza fine, guizzano come ombre, anzi che camminare, coloro che ne sono gli abitanti; giungete in tal guisa a piedi di una torre, la quale ne occupa il centro senz'avere inteso altro strepito tranne quello del tamburo; quanto ai cittadini non vi siete imbattuti se non in soldati armati, soldati stranieri al potere straniero che regge la città; presso alla porta della dogana si erge una tomba disegnata da Giulio Romano; il gabelliere sta pacificamente seduto su questa sacra pietra. In un angolo della piazza, uno scultore, che doveva essere certamente un grande maestro, ha da molto tempo costruito una fontana di Nettuno circondata da Sirene; il dio è ignudo, nude pure e leggiadre sono le donne che gli fanno corona; una volta dalle loro ricolme mammelle l'acqua zampillava in abbondanza: queste vezzose sirene sono sorelle gemelle delle Sabine di Firenze. Ma dove siano noi dunque? E chi può dirci il nome di questa singolare città? Ecco palazzi del tredicesimo secolo, ecco un'antica prigione tal che le repubbliche italiane si compiacevano fare e riempiere; ecco il palazzo del comune costruito per uso di vecchi cardinali, governatori sdentati del Santo-Padre, i quali possono salirne le scale stando sulle loro mule; più in là, appiattate all'ombra dé loro portici, scorgete vetuste case gentilizie, fabbricate nientemeno che da quel grande architetto che si chiama Palladio, ricchi muri cui scambiereste volontieri per muri genovesi! Che città è dunque mai questa, città taciturna e mesta che invola la sua fortuna, la sua bellezza, la sua origine? Vi si respira un non so quale odore di teologia e d'atticismo, di poesia e di fiori avvizziti, di biblioteca e di museo, d'amore e di cimitero, che nessun poeta saprebbe definire. Ah! Non è più questa l'antica Pisa, curva sotto il peso delle sue ricche pitture, ah! Non è più questa Genova l'opulente che fa pompa della propria fortuna per mancanza d'ingegno, di coraggio, di libertà; è una rovina pedante e sdegnosa che non rassomiglia ad alcuna delle rovine d'Italia. Si è che, Signore, noi siamo pervenuti, senza saperlo, nel cuore di questa vecchia città universitaria che ha nome Bologna; e che logorò da sé sola più antiche pergamene, più tavolozze, più inchiostro, più cattedre, più berretti dottorali che verun'altra città italica; - nobile brandello che spazzò volta a volta la Chiesa, l'Anfiteatro, la Scuola, il Museo! Esso sa di sangue, d'olio, di trementina e d'incenso in uno.

Ciò che accadde in questa città inerte non è credibile; essa tutto tentò, persino la magia. Tale città, la quale non ha più oggidì una voce per dolersi, parlava, ne' tempi andati, agli spiriti infernali. La prima volta in cui il medico aprì un cadavere per rinvenire ne' visceri di questo morto i segreti della vita, medico e cadavere erano di Bologna; in Bologna s'insegnò, assai prima che s'insegnassero nella rimanente Italia, il diritto, la logica, l'astronomia, la lingua ebraica, la siriaca, la greca e l'araba. Queste dotte mura ricordano ancora l'antica loro destinazione; l'aria è satura di scienza, il selciato delle vie ne è pregno, le case stesse sono diventate pedanti. Che frastuono doveva essere, quando quell'immensa scuola era piena, quando quell'esercito di professori e di scolari davasi liberamente ogni giorno a quella dialettica potente che generare doveva cotante idee e cotanti paradossi! Città a parte, essa si dedicava allo studio mentre ferveva la pugna intorno a sé; stavasene calma in seno a tanti furori; entro alle sue mura, il giovane ed il vecchio, lungi dal rumore de' conflitti, venivano ad imparare le belle lettere od a ristudiarle. Era allora come un terreno neutro che le scienze e le arti eransi riserbate, fuori de' campi delle battaglie, e nel quale nessuno entrava coll' arme in mano.

Più c'inoltriamo in Italia, e maggiormente siamo colpiti da questa caratteristica delle città italiane. Ognuna di esse adotta, sin dal principio, una passione, un bisogno, un genere di vita, cui rimane fedele fino all'ultimo. Una è nata trafficante, l'altra guerriera; questa si è appassionata di buon ora pe' suntuosi palazzi, quella per ricchi musei; ve n'ha persino che si sono innamorate, simili a donne galanti, de' gioielli e dell'argento, e delle splendide vesti di seta e d'oro; altre sono gelose delle belle armature cesellate, queste innalzano fortezze, quelle stupende dimore; alcune si distinguono per la magnificenza delle loro campestri abitazioni; tali altre, figlie perdute degli imperatori, prediligono il circo, il teatro, i bagni pubblici; parecchie si rovinano devotamente ad erigere chiese, cattedrali e cappelle, un picciol numero di esse si mette in cerca di libri, si dà anima e corpo alla scienza, riconoscendo per re Aristotile o Platone…. Ciò che più onora Firenze si è l'aver essa coltivato in una sol volta tutte le sublimi passioni che si sono divise le città italiane; Firenze fu, nello stesso tempo una cattedrale, una cittadella, un banco, un museo, una biblioteca, una scuola; ma, come scuola, Firenze rimase impari assai a Bologna; è l'unica volta in cui Firenze fu vinta da una città d'Italia, ciò che riesce di somma onoranza per Bologna.

Ma, ahimè! Dove se n'è dunque ita, ora, tutta questa scienza? Perché questa scuola è dessa deserta? Per la semplice ragione che quivi manca l'aria, lo spazio, il moto, vale a dire la libertà! Capisco che una città, la quale altro non è che un museo od un teatro, muoia e scompaia dal seno delle nazioni, capisco Pisa deserta; capisco Firenze silenziosa; capisco Genova abbandonata, Venezia spopolata, quelle rovine sono logiche, esse sono governate da quella legge di Dio e degli uomini, la quale vuole che i grandi monumenti volgano, tosto o tardi, a rovina, ma una scuola vuota, taciturna, immobile! Ecco quanto io non giungo a capire.

Non è già ch'io voglia sconvolgere l'Italia e mutarla da capo a fondo; ma che male vi sarebbe stato se, in questa Italia schiava, i governanti avessero affrancato uno spazio di poche miglia quadrate, affinché la gioventù avesse potuto, entro a questo spazio medesimo, studiare liberamente ed abbandonarsi senza alcun timore a tutta la pazzia della scienza e delle lettere, questa dolce, utile, mirabile ed innocente pazzia! Giacchè Bologna isolavasi in mezzo alle civili guerre per attendere alla filosofia, alla medicina, alla teologia, scienze tutte richiedenti, anzi ogni cosa, la libertà; per qual motivo dunque in oggi, non si sarebbe potuto appartare il bolognese Ateneo allo scopo che una volta in vita loro tutte le giovani menti italiane avessero campo di svelare i loro sogni? Sarebbe stato mirabile spettacolo allora una simile città strepitosa pel pensiero e pel lavoro, come le altre città della penisola sono rumorose per l'inerzia ed il piacere. I quieti giardini dell'Accademia Ateniese, i portici di Roma quando regnava Cicerone, i giardini di Salustio, non si sarebbero potuti mettere a riscontro di questa Bologna italiana e libera; sarebbe stato questo il sol mezzo di domare a profitto dell'ordine, dando loro un facile sfogo di alcuni anni, tutti que' giovani ingegni turbolenti, i quali se ne vanno in lontane regioni raccogliendo a caso e senza scelta alcuna tutte le dottrine che scalzano i troni. Bologna, posta com'è al centro d'Italia, sarebbe stato un luogo di ristoro e di pace. Le sue porte sarebbero rimaste aperte a tutte le menti scontente ed innocue che d'altro non abbisognano se non di dolersi. Bologna sarebbe divenuta la patria dè poeti irrequieti, degli avvocati democratici, dè filosofi scettici, dè cattolici rivoltosi, di tutta l'innocente falange dè compilatori di utopie; sola vivente in mezzo a tante città inerti, sola opponente fra tante città obbedienti, essa avrebbe perfettamente ricordato la Bologna del quattordicesimo e del quindicesimo secolo, che educava con tanta indifferenza repubblicani e realisti, cattolici e scettici, preti e filosofi, e che, circondati così dalle sue cure, li inviava poi lontano lontano a rinfocolare l'eterna agitazione d'ogni opposto principio che è la vita dell'universo.

Così sognava in quelle vie spopolate, in quelle aule prive di discepoli, in quelle biblioteche piene di libri e vuote di lettori. Era stanco infine di sempre dare in case con entro nessuno, in palazzi inutili, in piazze deserte. Finchè trattavasi di que' capolavori speciali lasciati sulla terra da' vecchi pisani e dai vecchi fiorentini, meno male; l'opera è si grande che riempie la solitudine stessa; ma la solitudine di una accademia chi può comprenderla? Errava all'avventura sotto quegli archi, entrava a caso in quelle scuole; a caso pure entrai nella galleria di quadri, muta come il resto! E convien pur dire che questa italica terra sia ingombra di sommi lavori, se in fondo a questa città di Bologna, cupa e taciturna, rifulge di luce senza pari, fra i quadri dei tre Caracci, e le tele del Domenichino, e il San Francesco del Guido e la Santa Cecilia di Raffaello!

Poscia visitate le Chiese, quella di San Petronio, le cui porte si risentono della vicinanza di Firenze; una di tali porte venne scolpita da una bella persona del decimoquinto secolo, Properzia de Rossi, morta d'amore! In detta Chiesa eravi una statua Michelangiolesca di Giulio II, ma il popolo di Bologna, meno accorto del popolo di Firenze, infranse la statua di Michelangiolo. Nella cattedrale ammirate nel soffitto, l'ultimo lavoro di Luigi Caracci ad ottant'anni; in queste Chiese, tutte assomigliantisi, ritrovate sempre tre Caracci; ma se tutte queste chiese si rassomigliano, si capisce però non esistere nessun nesso fra di loro, si vede che altro non hanno di comune all'infuori de' nomi degli artefici che vi lavorarono: il concetto primo manca a questi sparsi monumenti. Viaggiatore appena escito da Firenze e da Pisa, là dove potete seguire pietra per pietra, statua per statua, il pensiero di Dante, non indovinate donde venga la discontinuità della presente vostra ammirazione; ad ogni monumento che visitate, sentite mancarvi una spiegazione, o non sapete quale essa sia. Sapete di che difetta questa Bologna tutta piena di belle opere?… è il grande uomo inspiratore. Ebbe professori infiniti, diede natali a più di un filosofo, annoverò moltissimi poeti di passaggio, non fu guidata da nessuno, crebbe come potè, da sé sola. Felici quelle città che s'informano a modelli come l' Iliade, come La Divina Commedia; esse hanno una guida sicura e fedele che raduna tutti gli intelletti sparsi, obbediscono ad una passione unica che è il centro di tutte le altre; nulla si opera dentro o fuori un tal popolo, senza il consenso di questa volontà superiore; essa accomoda, disperde, ordina, costruisce, distrugge, inventa ogni cosa; dà al popolo che protegge, i suoi re il suo culto, i suoi costumi, le sue arti, l'intera sua fisionomia; essa fonda il presente, salva l'avvenire, è dessa che nomina i secoli; e quando i destini di questa avventurata nazione, condotta in tal modo da un grande poeta, sono compiuti, il suo poeta rimane ancora in piedi fra quelle rovine per darle il fulgore, l'appoggio e l'immortalità del proprio ingegno.

Laonde, ciò che manca a Bologna, è una guida, è un concetto, è l'unità. Questa città singolare tutta dedita, da tempo così remoto, allo insegnamento universale, fu al certo attraversata da altrettante idee nuove, ingegnose, quanto la fu Firenze; ma queste idee appena sbocciate presero il volo come uccelli di passaggio e neppur una rimase nella città che l'aveva ospitata. Una volta dentro a queste mura, vi pare essere entrati in una scuola di rettorica, quando gli studenti sono in vacanza. Non vi stanno più sotto gli occhi che panche annerite, libri stracciati, prove informi che il vento disperde; avete il nido e non già la covata: la nidiata è altrove che prova le sue ali ed il suo canto. Per concretare, Bologna è una scuola spopolata e dimentica; Firenze una cittadella memore delle sue ferite, una chiesa che si ricorda del suo Dio, un palazzo che attende il suo padrone. Fra tutti i pedagoghi da essa educati, Bologna non ubbidì neppure a un solo, Firenze obbedisce ancora oggi, a Dante, il suo poeta; in Bologna è molto se si capisce che alcuni scolari d'ingegno sieno venuti a fare il loro baccano d'un giorno; a Firenze si rinvengono ancora orme d'uomo, talchè diceva quell'Ateniese al vedere segni aritmetici sulla sabbia, e quali uomini, Michelangelo e Galilei! Ecco perché il silenzio di Bologna vi trova stupito, perché il silenzio di Firenze vi fa tanto pensare. Bologna tace senza aver parlato; Firenze ha detto e fatto ogni cosa, allorchè rientra nel silenzio e nel riposo. Interrogate queste due eco; - Sentirete a Bologna scolari loquaci; - la eco fiorentina vi ripeterà i sermoni del Savonarola ed i discorsi del Macchiavelli. Così vanno le cose: per le città come per gli uomini, non v'ha uguaglianza in nessun luogo, neppure nella morte.

V'innoltrate di mestizia in mestizia. Non giungete a capire come la Santa Cecilia di Raffaello possa consentire ad abitare più a lungo quella misera solitudine; il vostro occhio spaventato si sofferma brevemente sugli ammassi di mura, ove si scorgono peranche traccie di colori sbiaditi dal turbine; vi voltate indietro di tratto in tratto, come se qualche dottore dell'antica Bologna vi seguisse; andate così d'arco in arco e poco a poco non so qual istinto funebre vi spinge a sapere dove mai si fermeranno tutti quegli archi, ed a quale rovina, a quale abisso, a quale nulla essi possono far capo. Andate sempre così dritto dritto, al riparo del sole; e quando avrete fatto tre miglia e percorso settecento archi, siete giunto. Eh! Dove volete dunque giungere così se non a un cimitero? Infatti, questi volti attorno a Bologna, sono le grandi braccia che il cimitero tende alla città, come l'orco, per meglio abbracciarla. La città ed il cimitero è tutt'uno; sono coperti dallo stesso tetto, vi si va di pari passo e malgrado sé, sospinti dalla forza stessa della via che vi ci conduce. Entrare in città è come entrare, quasi direi, in quelle tombe; città e tombe hanno la medesima forma, sono circondate dallo stesso silenzio, sono abitate su per giù dallo stesso popolo. Dormire qui o vivere colà, è la stessa cosa. Che se voi chiedete agli abitanti della città perché non dimorano cogli altri morti, vi risponderanno con ragione: - Perchè è lo stesso!

Però bisogna dire che tutto sommato, il cimitero di Bologna è più allegro della città. V'è più aria, più spazio, più verde, gli archi sono più alti, le case più bianche e meglio disposte. Non volsero ancora trent'anni dacchè la prima pietra di questo elegante cimitero venne posta da qualche morto del dodicesimo e del tredicesimo secolo i quali si compiacquero trasportarvi il loro nome e la loro epigrafe; dietro il loro esempio, qualche morto moderno acconsentì di farsi seppellire in questa terra di recente consacrata. Tale città che potrebbe chiamarsi Bologna – Nuova, Villa nova, è posta nel giardino dell'antica Certosa; possiede tutte le comodità del pari che tutta la disgrazia di una città sorta da ieri. Nulla di simile a quelle tombe nuove come a quelle case nuove, di cui ancora non si conosce né il proprietario, nè gli abitanti. Se non che per penetrare sotto quegli archi sacri al riposo eterno, fa d'uopo attraversare la vecchia chiesa de' Certosini ed alcuni piccoli frammenti dell'antico claustro, dove si leggono paranco i nomi di Canali, di Cesi, di Luigi Caracci e della giovane Elisabetta Sirani, l'allieva del Guido, grande pittrice al pari che la giovane Properzia De Rossi era una grande statuaria; avvegnachè Bologna abbia dato la luce a più di un ingegno femminile eccellente. Bologna si sovviene ancora d'un altra fanciulla, Novella d'Andrea, sapiente così da insegnare il diritto canonico, e così bella da dover nascondere il suo viso dietro un velo di lana. - Poveri grandi artisti, che ad onta della loro scienza e del loro ingegno, rimanevano in fondo al cuore semplici donne, colle loro passioni, il loro terrore. Le loro credenze, le loro debolezze ed il loro amore!

Giunsi dunque, senza accorgermene, al cimitero di Bologna; ed all'aspetto di quelle grandi pietre biancastre con sopra cattivissime statue, provai di farmi un raziocinio sul monumento singolare che mi stava innanzi, allorchè il custode del campo funebre venne a me con cera così allegra come se fossi stato un morto. Questo custode, dopo il papa, del riposo di Bologna, è per fermo uno degli esseri più straordinari cui m'abbia incontrati in vita mia. Vide sorgere la prima tomba di questo sito del quale egli è il padrone visibile; vide scavare la prima fossa, vide innalzarsi, l'uno dopo l'altro, que' muri, que' volti, epperò egli si è innamorato della sua città in modo da non credersi. - Signore, disse egli, sappiate che il nostro cimitero è anche meglio posto e meglio disposto che non sia la città di Torino, e che ha maggiori prospettive. Ciò dicendo mi faceva osservare come in vero quelle lunghe vie piene di morti riescano tutte ad un giardino, ad una montagnuola, ad un laghetto, ad una aiuola; in mezzo a que' filari di sepolcri, la vista si perde in lontananza nella campagna, ed è questo senza dubbio un effetto pittoresco. Non potrei darvi una miglior idea di tale cimitero. Che col paragonarlo al Palais Royal a Parigi. Il giardino, cioè la fossa comune, siede in mezzo ai portici, sotto i portici, invece di botteghe veggonsi tombe marmoree oppure semplicemente tombe dipinte sulle pareti da qualche Giotto muratore; nei piani superiori, m'intendo nelle soffitte, apronsi, colle bocche spalancate, specie di forni in cui stanno rinchiusi i feretri volgari; nell'intercolonnio, laddove il teatro francese declama, dove il teatro del Palais Royal canta i suoi flons-flons, sono costrutti alcuni sceltissimi monumenti fra molto spazio vuoto. Se non che il palazzo funerario di Bologna non è ancora finito; non ha peranche abbattuto la Galerie de Bois, del pari che il Palais Royal di Parigi.

Potete immaginarvi qual potè essere il mio stupore in mezzo a quelle tombe di ieri, disposte in così bell'ordine. Per ognuno la stessa tomba dallo stesso pittore e scolpita dallo stesso scultore. - La medesima bottega per tutti. - E del pari che al Palais-Royal è vietato all'insegna del mercante di sporgere sulla via pubblica, al cimitero di Bologna è espressamente proibito di disporre fiori sulle tombe, od anche di piangervi oltre una cert'ora; triste cimitero ove non manca nulla, tranne i morti! Oh ! Il Campo Santo di Pisa. E' davvero nel cimitero di Bologna che bisogna venire per ben comprenderlo, il santo claustro innalzato su quella terra cristiana da Orgagna, da Giotto, dal grande Nicola e Giovanni suo figlio, - terra consacrata dai secoli non meno che dai capolavori, - cimitero completo ove neppure un cadavere può più entrare, tombe vuote le quali hanno tutto divorato dell'uomo ivi sepolto, eccetto il suo nome e la sua gloria! E non mi farebbe meraviglia che questo dilettante, posto a guardia del cimitero bolognese, s'immaginasse che egli pure fonda un Campo-Santo ad esempio della repubblica pisana! Così diceva fra me stesso quando quell'uomo, con un profondo sospiro:

- Voi vi studiate, mi diss'egli, di riconoscere i nostri morti, ma siate indulgente, non abbiamo morti che di trenta anni, e la terra di Bologna non produce più morti illustri. - Consolati, gli dissi io, non vi sono più ora regni che producano morti illustri; viventi illustri, alla buon'ora. Tutti gli uomini viventi sono illustri, oggi ognuno ha la sua gloria, la sua fama, il suo titolo all'ammirazione ed alla stima; ma, non appena morti, addio gloria e rinomanza, il becchino non ha più che un cadavere simile ai tuoi, un nome senz'alcun significato come i nomi posti sulle tue tombe. Consolati.

- Se ci talentasse, riprese egli, avremmo, noi pure i nostri morti illustri, ma sarebbe mestieri risalire a tempi ben remoti. Questa terra vide nascere più di un sapiente, più di un soldato, più di un papa; con qual diritto si sono eglino fatti seppellire altrove? Che direste se qui fossero le tombe degli otto papi e degli ottanta cardinali nati a Bologna, e le tombe dei tre Caracci, e quella dell'Albani, e quella del Domenichino, gloriosi figli di Bologna? Ed il corpo dell'illustre Beroaldo, e la tomba del Guercino, che dorme a San Salvatore, vicino a suo fratello? Noi pure, se volessimo, avremmo i nostri morti illustri; ma dormono distesi qua e là sotto le lastre delle cappelle; Leonardo Alberti, Francesco Francia, Ulisse Aldrovandi, e tanti altri. Avete voi veduto a San Domenico una tomba eretta da Giovanni da Pisa e da Michelangelo ventenne? Si porti questa tomba nel nostro cimitero, e poi direte se è questo o no un cimitero illustre. Avete voi veduto nella stessa chiesa la tomba di Taddeo Pepoli, e quella del veneto Lemfrani, e quella del re Enzo, figlio all'Imperatore Federico II, diciott'anni prigioniero a Bologna? E che direste se laggiù, sotto quel salice inutile, tramezzo e que' pioppi privi di cadaveri, sorgesse la tomba di Guido e quella di Elisabetta Sirani, la sua allieva casta ed amatissima, avvelenata a venticinque anni; sì, Guido in persona, quel santo vecchio, di cui avrete senz'alcun dubbio ammirato le sembianze nella nostra galleria delineate da Simone da Pesaro. Chiedereste allora ove sono i nostri morti illustri, e rifiutereste un po' di riconoscenza ai nostri tumuli?

E siccome io serbava il silenzio, il nostro seppellitore si animava ognor più. - Delle tombe, diceva egli, dei morti! Se ne volessimo ad ogni costo per ornare questo cimitero, credete voi che dureremmo fatica per trovarne? - Havvi nelle chiese di Bologna il giuriconsulto Irnerio, un sapiente dell'undicesimo secolo, seppellito in un feretro ammirabile; c'è Bartolomeo Salicetti, in una tomba d' Andrea Fiesole; che so io? Dicendo queste parole, muoveva rapidamente verso un luogo appartato e magnifico, nel bel mezzo di questo cimitero nuovissimo; questo luogo fronteggia una stupenda statua in marmo del sedicesimo secolo che un gentiluomo morto ieri tolse alla tomba del suo trisavolo per farla collocare nella sua propria.

No, signore, mi disse con voce dimessa il guardiano, e questa volta il suo entusiasmo era al colmo; no, noi non abbiamo bisogno d'andare a frugare per entro le vecchie sepolture, e di sguernire le vecchie tombe e di togliere le antiche statue e d'involare ai morti d'una volta i loro nomi ed i loro stemmi per adornare i morti d'oggi. La Dio mercè! La Providenza è grande, e per poco che Dio mi tenga in vita io vedrò tumulato in questo bel posto, che gli serbo, un uomo oggidì padrone dell'universo colla sua fama e che morrà a Bologna. Questa volta, e quando così gran giorno sarà venuto, l'insolente straniero non chiederà più con piglio sdegnoso al nostro cimitero: Ove sono i tuoi morti? Al contrario si verrà da ogni dove per contemplarla in ginocchio questa tomba illustre. Parmi già vederla in marmo ed in bronzo. Tutta l'Europa raccolta renderà gli ultimi onori a quest'uomo che l'ha cotanto dilettata. L'Italia, sua terra natale, porrà la prima pietra del monumento; la Francia, sua allieva, fornirà il marmo e lo statuario; la Russia, di cui egli scrisse le macerie guerriere, invierà il bronzo; la Germania ch'egli trasse dalla sua mestizia scriverà l'epigrafe funebre. Si, qui in questo stesso porto, sorgerà questo magnifico monumento carico di ornamenti e d'emblemi e s'inciderà su questo marmo e su questo bronzo il nome più popolare del mondo, ed allora Bologna avrà per davvero il suo Campo Santo, grazie a questo vivente illustre il quale non avrà il suo pari fra i nostri morti! Proferendo tali parole l'onesto becchino aveva il delirio, tracciava anticipatamente col pensiero e col gesto questo favoloso monumento; lo faceva alto come la montagna di cui doveva essere il degno riscontro; lo adagiava comodamente, il suo gran morto, fino a che infine, vinto dalla fatica, si assise sul primo gradino immaginario di questo monumento ideale, cioè su l'erba; e giudicate del mio fremito quando intesi il brav'uomo canticchiare fra i suoi denti giallastri, la romanza del Saule, la grande aria del Barbiere, il finale del Mosè! Non contento di innalzare la tomba, s'incaricava pure dell'orazione funebre: festa completa al suo morto, che, grazia a Dio, non è morto. Il nostro uomo era nello stesso tempo il suo Michelangiolo ed il suo Bossuet!

Confessate, Signore, che il becchino di Amleto è meno divertente e meno logico di quello di Bologna. Il becchino d'Amleto è un becchino scettico: al suo cospetto tutti i cadaveri sono eguali; dell'uomo estinto egli non vede più che la scatola ossea colla quale giuoca alle bocchie né suoi momenti di buon umore. Il becchino di Bologna, al contrario, serba per i morti il fanatismo che si prodiga ai vivi; egli non stima definitivamente un uomo se non quando quest'uomo è disteso per bene nella sua bara. A costui non tentate di sottrarre il dito o la vertebra di Galileo, egli griderà: al ladro! Per fermo. D'altronde, non è certo lui che lascerà trafugare il più piccolo osso umano. - Non siamo qua dentro che ottanta mila! Mi diss'egli con certo fare vergognosetto che gli sta tanto bene. Non so il perché io m'abbia voluto turbare la gioia di questo degno uomo. - Ma, gli dissi io, che vi assicura di viver tanto da veder innalzarsi questa tomba? L'uomo è giovane e voi siete vecchio, è circondato di gloria, e la gloria fa vivere. Che direte mai se è lui, invece, che piange sul vostro monumento? - Qui il nostro uomo levò gli occhi al cielo.- Se non ho gloria ho ambizione, soggiunse; l'ambizione mi sosterrà; e d'altronde, ne ho la speranza, Dio è buono ed egli pure, e non vorranno farmi tanto male. - E se per disgrazia vuol morire a Parigi, sua seconda patria, dove è amato più di qui, al certo, che farete voi allora? Avrei voluto che aveste visto quale disperazione sul volto del nostr'uomo. - Signore, esclamò col piglio solenne, lo conosco; egli non permetterà, no, che si sotterri in quel caos che si chiama il Père-Lachaise! E poi farò per lui ciò che Firenze fece per Michelangelo, anderò a rubare la sua salma notte tempo. Non ha più il diritto di dormire altrove, lo si volesse anche seppellire nel Campo-Santo di Pisa. E cosa gli abbiamo fatto perché egli ci dica, a noi uomini di Bologna, una parola che non ho mai potuto capire in bocca al grande Scipione: Ingrata patria, tu non avrai le mie ossa!!

Uscii dal cimitero pensando alla onnipotenza della umana gloria, che può far palpitare in tal modo, nella sua bara di carne, il cuore d'un becchino. Mi posi io pure a canticchiare un'aria del Barbiere, duetto singolare della vita e della morte, allorchè, passando innanzi ad una bella casa italiana, fui attratto mio malgrado dalla freschezza e dalla magnificenza di quel luogo grazioso. La casa si nascose lasciandosi scorgere nell'ombra di alcuni vecchi alberi che le fanno corteggio; all'opposto delle altre case italiane, questa era aperta, animata, rumorosa; di quando in quando le voci che conversavano e le voci che cantavano facevansi intendere; così in un salotto parigino lo spirito si sposa alla melodia, tanto che da lungi confondete la parola ed il canto, e sognate il resto. Per colui che vien fuori da un cimitero, fosse anche il più bello ed il meglio tenuto, una casa animata e vivente, è pur sempre un caro contrasto. Ma, giusto cielo! Ecco un uomo che si fa alla finestra e che mi chiama per nome! E' lui, è proprio lui, è il nostro resuscitato, è il nostro morto di poc'anzi, in cappello di paglia, in giubbetto bianco e così grasso, così fresco, così pienotto, così riposato, così poltrone, deliziosamente poltrone, al pari del suo barbiere. - Pensate gli amplessi e le premure e le carezze! Eccomi ammesso nel fresco santuario tutto pieno d'idee, di parlatori, di cantanti, di vezzose parigine, di dolci accenti italiani; e lui, gettando qua e là il suo spirito ed il suo ingegno. - E come va Parigi? E la Francia? E il mio boulevard di Gand? E il mio teatro è desso rifabbricato? E che si dice? E che farete? E sentite, ecco che ci si chiama a pranzo: date il braccio alle signore, canteremo più tardi. Ed eccoci a tavola in mezzo ai fiori, e riconosco il vino di Bordeaux per averne bevuto, la sera a mezzanotte, in quel buco ch'egli abitava lassù in cima al Teatro Italiano! In una parola la festa fu completa, nulla mancò all'ospitalità d'un ricco ingegno e d'un ingegno ricco: né la grazia, né l'abbondanza, né il buon gusto, né la buona cera, né il buon vino fresco, né i detti pieni di sale, né la bonomia, la nota bonomia italiana; e, dopo questo pranzo, sapete cosa ci ha egli stesso cantato? - La grande aria degli Ugonotti, e come!

Mi ricondusse poscia al mio albergo, sempre ciarlando e promettendo di rivederci quest'inverno. - Strada facendo, passammo innanzi al cimitero. - Avete visitato il nostro cimitero? - Si, l'ho veduto! Ho parlato per più di un' ora col custode! - Buon uomo! - Non avete in questo mondo un ammiratore più sfegatato. - Ed io faccio gran capitale su lui. - Dite piuttosto che è lui che conta su di voi! - Non gli chieggo se non un po' di pazienza, riprese; quindi mi strinse la mano dicendomi: - A dimani. E lo intesi allontanarsi cantando un motivo francese che potrebbe benissimo mettere alla moda, come fece colla canzone del Conte Ory:

Va – t' en voir s' ils viennent, Jean;
Va – t'en voir s' ils viennet!

Ritengo che se l'onesto becchino avesse potuto vederlo in questo momento, così felice, così calmo, così pieno di salute e d'idee che gli schizzavano da tutti i pori, e così giovane e così bello, lo sventurato beccamorto si sarebbe appiccato per disperazione!

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Bologna nella Restaurazione
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Bologna nella Restaurazione, 1814 | 1873. Intervista ad Otello Sangiorgi. A cura del Comitato di Bologna dell'istituto per la storia del Risorgimento italiano. Con il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. www.vedio.bo.it

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Gioachino Rossini
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"Visita alla casa natale di Gioachino Rossini e al Liceo Musicale". Giornale Luce n. 996 del 25/11/1936.

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Spasso con Rossini (A)
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A spasso con Rossini, un percorso urbano dedicato a Gioacchino Rossini (1792 – 1868), che vive  a Bologna dal 1799 al 1851, lasciando molte tracce della propria permanenza.

Portici di Bologna (I)
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I portici rendono la città felsinea unica al mondo. Giochi di luci, prospettive architettoniche, colonne e capitelli sempre diversi regalano immagini affascinanti e insolite.

Ehi! ch'al scusa.. 1882 n. 12
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Ehi! ch'al scusa.., anno 3, n. 12, 25 marzo 1882, Bologna, Società Tipografica Azzoguidi

Tracce di Francia
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I legami tra la Francia e Bologna sono molteplici e diverse sono le tracce rimaste in città.

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