Zola Predosa, (BO)

1910 | 1945

Scheda

Nelle elezioni amministrative del 1910, per la prima volta, i socialisti conseguirono la maggioranza nel Consiglio comunale e la riconfermarono nelle elezioni del 1914. Il consiglio comunale elesse a sindaco Enrico Bortolotti, il quale, già l'8 dicembre 1912 era stato eletto nella stessa carica succedendo a Guido Legnani. Nella consultazione amministrativa del 31 ottobre 1920 i socialisti, che avevano presentato due liste, sia per la maggioranza sia per la minoranza, furono eletti per entrambe. Fu designato a sindaco Gregorio Boni.
Il 17 gennaio 1921, a seguito della uccisione di una guardia regia e del ferimento di una seconda, nel corso di un tafferuglio avvenuto durante un comizio intercomunale svoltosi a Casteldebole, 37 zolesi, compreso il sindaco Boni, furono tra il centinaio di persone arrestate. I fascisti, con accanimento, indicarono come uno degli esecutori del delitto Antonio Amici, consigliere comunale di Zola. Le squadre fasciste, da allora in poi, si accanirono contro i capi-lega, gli attivisti socialisti ed in particolare contro gli amministratori comunali. Il 30 ottobre 1921, tutti i consiglieri si dimisero perché la Giunta provinciale amministrativa non approvò il bilancio preventivo che invece era stato deliberato dal consiglio.
Il 1° maggio 1922, in occasione di un raduno per la "Giornata dei lavoratori", diversi socialisti vennero aggrediti sotto il portico dell"Osteria di Rivabella" da una squadra di fascisti che ne ferì quattro a colpi d'arma da fuoco. Vincenzo Vignoli, bracciante, colpito alla regione cardiaca, venne finito all'istante a colpi di bottiglia ed il fratello Alfonso, muratore, ridotto in gravi condizioni, fu trasportato all'Ospedale Maggiore di Bologna dove morì il giorno seguente. Dopo l'avvento di Mussolini al potere, continuarono le repressioni e l'annientamento delle organizzazioni dei lavoratori e dell'opposizione. Durante gli anni del regime fascista, tre nativi di Zola furono deferiti, processati e condannati dal Tribunale Speciale (Aula TV); quattro subirono condanne al confino di polizia per atti d'opposizione (Confinati). Quando in Spagna scoppiò la rivolta capeggiata dal generale Francisco Franco, tre nativi di Zola parteciparono nelle file degli antifascisti internazionali in difesa di quella repubblica (Spagna).
Dopo l'annuncio dell'armistizio, anche a Zola, a seguito degli indirizzi diffusi dall'organizzazione comunista provinciale, venne dato l'assalto all'ammasso del grano (v. Bologna). Il 9 settembre nella frazione di Riale, una decina di giovani decise di distribuire il prodotto alla popolazione. Irruppero nel magazzino dal retro, per non essere visti da chi transitava sulla strada bazzanese e, appena forzati i cancelli, la folla entrò come una valanga. Tutti volevano portare via quanto grano potevano e, con difficoltà, gli iniziatori cercarono di ordinare l'assegnazione. Dopo qualche tempo alcuni soldati tedeschi intervennero sparando raffiche di mitra, allontanarono la folla e occuparono il magazzino semisvuotato.
Fin dall'autunno 1943, i giovani e i vecchi antifascisti zolesi si aggregarono in gruppi che poi, nel tempo, diverranno un battaglione della 63a Brigata "Garibaldi". L'attività partigiana cominciò con la diffusione di stampati contro i nazifascisti e con azioni di recupero di scarpe e indumenti per i combattenti che scelsero la clandestinità totale.
Tra la fine di marzo e gli inizi d'aprile 1944 a Zola, mentre le autorità fasciste erano riunite in commissione per decidere sul numero dei giovani ai quali inviare la cartolina rosa della "chiamata in servizio del lavoro" per inviarli in Germania, esplose la protesta di numerose madri. La commissione fu costretta a soprassedere alla decisione ed a promettere il suo impegno per evitare la partenza. Nello stabilimento SAMP (Società Anonima Maccaferri e Pisa) in solidarietà con le manifestanti, due reparti sospesero il lavoro per qualche ora. Nei mesi che seguirono i partigiani compirono azioni di sabotaggio, immobilizzando automezzi militari e tagliando in più punti le linee telefoniche tedesche. Seguirono poi disarmi di militi della GNR. Incoraggiate dalla presenza sempre più manifesta di partigiani nella zona, il 9 giugno, un centinaio di donne dimostrò di fronte al municipio per ottenere l'aumento delle razioni di grassi e una più abbondante distribuzione dei combustibili. Nel resoconto dell'accaduto sul numero 3 del periodico clandestino Noi donne, del giugno 1944, fra l'altro si legge: «Le autorità hanno cercato invano di calmare l'impeto e lo spirito di lotta di queste donne invitandole a pazientare; ad un certo punto, facendosi largo tra la folla, una giovane donna con un bambino in braccio inveiva contro i traditori fascisti perché le avevano tolto il marito per mandarlo in Germania, lasciandola priva d'aiuto e negandole l'assistenza per i suoi figli [...] un "basta" solenne sgorga da tutti i petti: basta, è ora di finirla, noi vogliamo la pace, nessuno dei nostri mariti, figli e fratelli deve essere deportato in Germania! Se ciò si verificasse ancora ne andrà della vostra vita. I vili fascisti si sono discolpati [...] le donne, sempre più minacciose che mai hanno dichiarato che le loro lusinghe non servono più a nulla, e sono stanche della ipocrisia fascista, che vogliono farla finita una buona volta per sempre con tutti i traditori, le spie, i venduti al nazismo, con i nazisti stessi e diretti responsabili della tragedia del nostro Paese».
Il 13 giugno gli operai della "Maccaferri" scioperarono, anche in appoggio alle mondine che attuavano uno sciopero generale nella "bassa bolognese" (v. Bentivoglio), avanzando allo stesso tempo proprie rivendicazioni salariali.
Contemporaneamente un gruppo di donne ritornò in piazza rinnovando richieste di carattere annonario e protestando contro l'intenzione di inviare operai e macchinari in Germania e la trattenuta dei giovani nell'esercito della RSI.
A metà luglio alcuni partigiani raggiunsero il "territorio libero" di Montefiorino da dove rientrarono nel zolese dopo i combattimenti dei primi giorni d'agosto.
Nel mese di settembre le attività partigiane furono particolarmente intense. Nella frazione di Riale, il 2, furono recuperate armi da soldati tedeschi e tagliate alcune linee telefoniche militari e, il 3, fu attaccata un'auto tedesca col conseguente ferimento di due ufficiali. Nel capoluogo, il 6, i partigiani irruppero nello stabilimento SAMP per impedire l'asportazione da parte dei tedeschi dei macchinari e ne danneggiarono gravemente una parte per fermare la produzione utile alla guerra nazista. Il 18 in località Gessi avvenne uno scontro fra un gruppo di partigiani e una pattuglia tedesca la quale ebbe tre morti e, in continuazione, i tedeschi di stanza a Zola furono diffidati dal compiere rastrellamenti. II 25 a Lavino, furono tagliati i fili telefònici ed asportata la segnaletica tedesca. Nei primi giorni d'ottobre gran parte della brigata prese stanza nella zona di Rasiglio in comune di Sasso Marconi (v.), dove l'8 ottobre, a seguito di un rastrellamento compiuto dai tedeschi, avvenne un sanguinoso combattimento che si concluse con un massacro di civili e di partigiani sul luogo e la cattura di partigiani, tra i quali diversi zolesi, poi impiccati e fucilati a Casalecchio di Reno (v.).
A tarda sera del 29 ottobre il Gruppo comando della 63a Brigata, guidato da Corrado Masetti "Bolero", partì dalla base di Zola Vecchia, per portarsi a Bologna, come avevano già fatto altri gruppi della 63a. I partigiani raggiunsero Lavino e poi, dopo aver sbaragliato un blocco tedesco, si inoltrarono nella campagna verso Castel-debole, dove era previsto il guado del fiume Reno. Era notte fonda e pioveva. Sulla sponda opposta del fiume un gruppo di partigiani, preveniente dalla città, era pronto ad intervenire per soccorrere i compagni della 63a. La pioggia torrenziale dei giorni precedenti aveva talmente alzato le acque che non fu possibile superarle. Il fragore della corrente sommerse i richiami dall'altra riva. All'alba del 30 ottobre, "Bolero" ed i suoi compagni intravidero i resti di una cava di ghiaia e vi si rifugiarono per potervi trascorrere il giorno ed aspettare la notte e decidere quale strada prendere. Un fascista, che li aveva scorti, corse ad avvertire un comando tedesco. In un baleno, giunsero sul posto diverse centinaia di paracadutisti della Wehrmacht, che circondarono la cava. Gli assediati non accettarono l'intimazione di resa. Si scatenò allora un furioso combattimento tra il piccolo nucleo di partigiani, sorpreso ed asserragliato in uno spazio angusto, e i militari armati di tutto punto. Dapprima i partigiani risposero colpo su colpo provocando ai tedeschi gravi perdite, poi fecero pagare a caro prezzo la loro vita. Nel corso di più di 3 ore, i partigiani, ad uno ad uno vennero colpiti e morirono tutti. A Zola seguì un periodo molto duro. A dicembre furono effettuati diversi arresti fra le famiglie antifasciste del capoluogo e della frazione Tombe. Il 26 e 27 del mese bombardamenti e mitragliamenti alleati provocarono gravi distruzioni, oltre 40 morti e decine di feriti. Da ripresa dell'azione contro i nazifascisti avvenne ancora in collaborazione fra partigiani e popolazione. Duecento donne, tra le quali molte contadine, il 7 febbraio 1945, a Zola, manifestarono vigorosamente tra le 11 e le 16 contro le razzie tedesche e per avere generi alimentari. Le autorità fasciste e un maresciallo tedesco furono minacciate e ingiuriate. Dopo qualche giorno il Commissario prefettizio si dimise. Sempre nel capoluogo, il 3 marzo successivo, protetta da due squadre di partigiani, si svolse una dimostrazione durante la quale gruppi di donne, dopo avere fatto irruzione in municipio, asportarono i ruolini delle tasse e della leva, che poi distrussero.
L'8 marzo, "giornata internazionale della donna" a Zola, circa 400 donne ed un centinaio di uomini (fra cui diversi sappisti) manifestarono per due ore davanti al Municipio. I manifestanti gridarono rivendicazioni economiche e numerose parole d'ordine politiche. Il 14 aprile il Comando della Divisione Bologna comunicò che «in omaggio ai venti croi della 63a Brigata Garibaldi, che, con alla testa il comandante Bolero, caddero tutti combattendo valorosamente contro fortissimi reparti tedeschi» la Brigata poteva fregiarsi del nome "Bolero". Nella tarda serata del 19 seguente i partigiani del battaglione locale ricevettero l'ordine di attaccare le truppe tedesche in rotta; all'alba liberarono Gessi e Gesso e, nel capoluogo, catturarono diversi degli ultimi soldati. Zola fu libero il 20 aprile 1945. Il CLN locale nei giorni seguenti nominò sindaco Rosario D'Agata e la Giunta comunale.
Il Comune è stato decorato della Croce di guerra al Valor Militare. Questo il testo della motivazione: "Zola Predosa, fedele alle sue tradizioni di libertà, costituì subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 i primi gruppi partigiani del circondario, concorrendo alla nascita della valorosa 63a brigata Garibaldi "Bolero". Con tali unità, unitamente alle squadre SAP formatesi nell'ambito del comune, condusse una lotta armata che, con ardimentose azioni in campo aperto e ripetuti atti di sabotaggio, non dette tregua all'opposizione nazifascista, impegnandone costantemente una parte considerevole delle sue forze stanziali. I numerosi concittadini caduti e feriti in combattimento, i civili trucidati per rappresaglia, le tante distruzioni provocate dalla rabbia vendicativa del nemico, testimoniano l'apporto di sangue e di sacrificio di Zola Predosa alla causa della liberazione».

Fonte: L. Arbizzani, Antifascismo e lotta di Liberazione nel Bolognese, Comune per Comune, Bologna, ANPI, 1998

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Antifascismo e lotta di Liberazione
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Luigi Arbizzani, Antifascismo e lotta di Liberazione nel bolognese Comune per Comune, Bologna, ANPI, 1998

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