Una sera di Carnevale nel palazzo Marsili

Una sera di Carnevale nel palazzo Marsili

1678 | 1730

Scheda

Il ‘700 è un secolo svagato, oltreché tormentato. Ride di sotto la mascherina ma il suo è un riso finto, un ridere da divo dello schermo. Vi sono un mucchio di cose che non vanno. Il secolo è, per esempio, feudale. Ciò ha i suoi inconvenienti. Si hanno delle libertà e sono fittizie o formali. Per esempio: i Bolognesi si credon liberi, ciò che non è punto vero, poiché il padrone di essi è il Papa a mezzo del suo Legato. Rimane in piedi tutta una legislazione sociale dei tempi andati che se aderisce all’egoismo dei pochi privilegiati, macina ferreamente i più e i più meritevoli. Il maggiorascato, per dirne una, è un non senso, una cosa contronatura.

Tempi duri per l’amore! Questa dura legge aggrovigliò e travolse anche Luigi Ferdinando Marsili, terzo nato del conte Carlo, ed Eleonora Zambeccari. Marsili fu un uomo senza pace. In verità nacque male. Fino ai dieci anni – era nato nel luglio del 1658 – sembrò che ad ogni quarto d’ora dovesse volare in cielo. Era una creaturina inconsistente. Chi lo vedeva scuoteva il capo volendo intendere che, si, una cosuccia simile era meglio se ne andasse. I genitori si vergognavano di lui, a vederlo così fragile e pavido, sempre smarrito e sempre boccheggiante, mentre i suoi due fratelli, tanto aitanti e altezzosi, apparivano come i padroni di Bologna. Insomma, ebbe una infanzia travagliatissima. Ma era un ragazzo che aveva oltre una grande intelligenza grandissima tenacia e volontà. Intuendo che gli altri lo volevano morto e lo sdegnavano perché si ostinava a non morire, Luigi Ferdinando s’ostinò a vivere, e a voler vivere fisicamente bene. Ci riuscì. Cavalcando e cacciando, tirando di scherma e buttandosi da indemoniato sulle orme dei suoi contadini, verso i diciotto anni si trova con un ricco patrimonio fisico da poter spendere da gran signore. A diciotto anni è un ragazzone alto, ben costrutto, forte di membra: i suoi fratelli lo invidiano; il conte Carlo è orgoglioso di lui. In questo tempo si sviluppa in Luigi la passione per le matematiche e la fisica. Non ha ciò che si chiama un bel carattere: scontroso e autoritario, ha una coscienza indipendente. Perciò incresce a tutti. Lo mandano a Roma ma vi si annoia. Va a Napoli e chi lo vuol trovare a colpo sicuro deve rivolgersi verso il cratere del Vesuvio; Marsili è lassù come di stanza, a osservare i decorsi delle lave, a studiarne i fenomeni.

A venti anni torna a Bologna. In carnevale i Bolognesi sono splendidi. Vivono di festini e baldorie. Palazzo Marsili apre i suoi saloni ai patrizi, una sera di febbraio: nomi illustri, insigni, tutta una corona di glorie patrizie della gloriosa Bologna vi accorrono. Al festino è presente Eleonora Zambeccari. E’ una bellezza radiosa. L’aurora è stampata nel suo volto celeste. Ha diciassette anni. Tutto, in essa, è gentilezza e grazia. Luigi Ferdinando la vede ora per la prima volta e, vedutala, n’è subito affascinato. I due giovani si scambiano poche parole, non sarebbe possibile osare di più in mezzo a dei saloni gremiti di folla e, del resto, i giovani patrizi assediano letteralmente la giovinetta per ottenere il dono di una danza. Pure basteranno poche parole perché due cuori s’intendano e si votino l’uno all’altro. Gli occhi e l’emozione che li avvolge son più eloquenti delle sillabe. L’amore li travolge. Questo amore precipita in passione e Luigi Ferdinando si confesserà, l’indomani, a Eleonora. Anche essa ama. Veleggiano i due cuori sulle nuvole dell’idillio casto e solenne, soave e fascinante, sognano un futuro tutto di rosa, costruiscono castelli tutti cuciti con fili di stelle. Ma navigare in cielo che vale? Sono troppo in alto: quando si desteranno la loro non sarà una caduta, sarà precipitare.

Luigi Ferdinando prega suo padre di chiedere la mano di Eleonora. Ma Eleonora è già destinata dai genitori ad un Malvezzi, a un primogenito. Luigi è un cadetto e non erediterà né il titolo né i beni. Sicchè, porte chiuse. Scoppia il dramma anche in casa Zambeccari, appena rinunciarvi, ma tu sai Eleonora, che per le donne che rifiutano un partito sotto ogni punto nobilissimo, resta il convento. Vuoi farti monaca? E tu, figliola, scegli liberamente. Eleonora è disperata ma anche il pensiero del convento l’annienta. Fra i due mali le sembra che un marito sia migliore del convento. Marsili, angosciato, fugge a Padova. Si dà con tutta l’anima allo studio dell’astronomia e torna a Bologna, soltanto per un giorno, e soltanto per decenza; il giorno delle nozze di Eleonora. Sono passati sei mesi dal primo incontro. Non si rivedranno più dopo questa fugace visione d’un giorno di nozze. Non sono state nozze ridenti nonostante lo splendore del corteggio e degli apparamenti. Eleonora, dopo il sì all’altare, ricomposto il corteo dietro gli sposi per risalir nei cocchi, passa tra le due ali degli invitati al centro della navata, e d’un tratto sbianca e perde i sensi. Nessuno intuisce. Il dramma d’amore di Eleonora e Luigi non è cognito che ad essi. Si attribuisce il malore all’emozione e al caldo, al gravame dell’olezzo dei fiori che han trasformato il tempio in un giardino chiuso. Così svenuta nelle braccia del marito, Eleonora è adagiata nella carrozza e all’aria si rimette lentamente. Essa piange. Luigi Ferdinando, in un moto impulsivo della sua anima disperata, è stato sul punto di urlare e di slanciarsi; ma il conte Carlo, che lo tien d’occhio – ed è il solo a intendere la scena – lo stringe a un braccio, ferreamente lo inchioda. Qualche istante dopo, Luigi lascia il tempio. Due ore dopo è sulla strada di Venezia e poco dopo a Costantinopoli con l’ambasciatore veneto. In Turchia scrive libri di strategia. Studia l’esercito turco rivelando per la prima volta il pericolo turco per l’Europa e la sostanza degli armamenti della Turchia: studi essenziali poiché l’Europa è sotto la continua minaccia degli Ottomani. Torna in Italia nell’80, ma non a Bologna – città morta per lui al pari di Eleonora – va a Venezia e a Roma, e, finalmente dopo quattro anni di tormento spirituale, col cadavere del suo amore nel sarcofago della sua anima, va ad arruolarsi come semplice moschettiere nella cavalleria austriaca comandata dal Bolognese conte Caprara. E’ la guerra contro l’Ungheria e la Turchia alleate. Marsili parte come moschettiere: cinque anni dopo sarà generale. Non si ammogliò mai. Giovinezza e maturità e vecchiezza furono trascorsi in solitudine, tra guerre e nobili studi e in viaggi attraverso tutta Europa. La sua vita si chiuse con un’ultima nobile opera: fondando, col ricco materiale storico e scientifico da lui donato, l’Accademia di Scienze ed arti. Fedele all’ombra di un sogno giovanile, morì, in solitudine nel 1730. (GIBIAN - Trascrizione a cura di Lorena Barchetti).

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