Una famiglia ebrea deportata: i Matathia

Una famiglia ebrea deportata: i Matathia

1920 | 1947

Scheda

Sulla lapide murata in una parete della Sinagoga di Bologna in via Finzi, sono riportati i nomi di ottantaquattro membri della Comunità Ebraica locale che non fecero più ritorno alle loro case dopo la deportazione nei campi di sterminio. Tra essi quattro appartenevano alla stessa famiglia: i Matathia. In realtà, i Matatia erano cinque: Beniamino fu deportato ma riuscì a sopravvivere dopo la liberazione di Auschwitz. Purtroppo, tornato in Italia, morì due anni dopo per le conseguenze delle violenze e delle privazioni subite. Il capofamiglia, Nissim, era un ebreo greco trasferitosi in Italia nel 1920. Svolgeva l’attività di pellicciaio e grazie alle sue notevoli capacità imprenditoriali aveva raggiunto e consolidato una buona posizione economica, tanto da potersi permettere di comprare una piccola villetta a Riccione, nelle immediate vicinanze dell’abitazione estiva di Mussolini. Il 1938 e l’entrata in vigore delle nefande leggi razziali cambiarono tutto: le prime persecuzioni iniziarono proprio dalla villetta di Riccione. Non era certamente ammissibile che degli ebrei fossero i vicini di casa del duce. Pressioni, minacce, ritorsioni costrinsero il povero Nissim a vendere per una cifra irrisoria la sua casa. Ovviamente, però, le disgrazie non finirono lì: il lavoro non c’era più, le difficoltà erano sempre maggiori, la guerra incombeva e, per di più, dopo l’armistizio del 1943 la situazione precipitò.

Nissim non aveva voluto andarsene dall’Italia, come invece aveva fatto il fratello. Vista la sua origine greca, nel 1939 fu arrestato ed espulso. Tornò a Corfù, ma nel 1940 rientrò da clandestino per non abbandonare i suoi. Restare in Italia volle dire la fine della sua famiglia. I Matathia raccolsero gli ormai pochi denari che restavano e si trasferirono lui a Bologna e la moglie con i figli a Savigno, in collina. I ragazzi ripresero a frequentare la scuola (ovviamente quella ebraica). Ogni tanto, seppure tra mille sotterfugi, padre e figli riuscivano ad incontrarsi, ma fu proprio questo loro bisogno di rivedersi a rivelarsi fatale: Nissim e Roberto (il più giovane) furono arrestati in città nel novembre 1943. La madre Matilde con Beniamino e Camelia furono invece catturati il mese dopo a Savignano sul Panaro, sede del loro ultimo disperato rifugio. Tutti furono dapprima incarcerati e poi deportati ad Auschwitz con gli esiti che conosciamo. La loro vicenda è stata oggetto di un libro scritto e pubblicato nel 2014 da un loro parente, Roberto Matathia (che porta lo stesso nome del figlio più piccolo di Nissim), già a conoscenza delle vicende legate ai congiunti, ma successivamente venuto in possesso di documenti inediti in maniera che definire fortuita è riduttivo. Il volume si intitola “I vicini scomodi. Storia di un ebreo di provincia, di sua moglie e dei suoi tre figli negli anni del fascismo”: un altro tassello prezioso per non dimenticare che quei nomi scritti sulla lapide corrispondevano a delle persone la cui vita fu completamente travolta dalla follia umana.

Beniamino Matathia riposa nel Campo Nuovo Israelitico della Certosa di Bologna.

Daniela Schiavina

In collaborazione con Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna

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