Un circolo di signore

Un circolo di signore

1739 | 1815

Scheda

Tra la nobile società bolognese che Alfredo Testoni mise sulle scene del suo fortunatissimo Cardinale Lambertini, spicca come nota di colore esotico, un gioioso gentiluomo francese, tutto sorrisi, inchini, complimenti e galanterie. E’ Carlo De Brosses, presidente del parlamento di Borgogna, il quale fu effettivamente a Bologna ove conobbe il famoso cardinale la cui fama era diffusa anche oltre confine. Il De Brosses veniva da Venezia, ove era giunto dopo aver sostato nelle varie città dell’Italia settentrionale. Per aver molto studiato storia romana s’era innamorato del nostro paese senza averlo veduto e, appena ne ebbe il tempo e il modo, se ne venne fra noi. A Bologna giunse il 7 settembre del 1739 e si trattenne fino al 19, visitando, annotando e scrivendo agli amici gustosissime lettere ove si compiace esprimere fervida a ammirazione per Bologna “la più bella per la struttura e per gli edifici dopo Genova”. Da quelle lettere Alfredo Testoni ha tratto gli elementi per rendere vivo sulla scena il letterato francese, ma nulla gli fa dire di una interessante scoperta che il De Brosses fece nel mondo femminile bolognese. Agli amici di Francia egli scrive che le donne sono molto disinvolte, discretamente belle, e più che civettuole, spiritose. Conoscono i migliori porti italiani, parlano quasi tutte il francese, citano Racine e Molière, cantano il mirlinton e canzoni popolari, e, aggiunge, giurano sul diavolo e non ci credono punto.

Hanno costituito un circolo nel quale ognuna può fare ciò che più le piace: discorrere col proprio amante, cantare, ballare, prendere il caffè, giuocare. Il De Brosses, che riteneva la società parigina maestra a ogni altra per disinvoltura, è vivamente sorpreso per questa geniale mondanità delle bolognesi e aggiunge che il trovarsi con l’amante e il giuocare erano gli scopi preferiti nella vita del circolo. Singolare veramente l’uso che regolava il giuoco: le somme puntate erano sempre modeste, da cinquanta soldi a un piccolo scudo, ma non venivano pagate a chi le vinceva per non offenderne la sensibilità; venivano invece riscosse a mezzo del cameriere. Delicatezza che non muta la sostanza ma salva la forma. Questo circolo che tanta sorpresa aveva destato nel sagace francese ebbe, nonostante il mutar dei tempi e degli avvenimenti, ben salda vita per quasi un secolo, poiché se egli lo trovò già in funzione nel 1739, noi sappiamo da uno statuto pubblicato nel 1811, che in tale anno la società era ancora fiorente. L’opuscoletto ci dà la certezza di tale continuità per una frase con la quale si aprono i “capitoli fondamentali”: “La società delle signore continua e rimane riunita per un triennio”. Da questi “capitoli” possiamo conoscere con precisione il funzionamento di questa istituzione mondana. Essa, pur sotto l’egida delle dame, era in realtà formata da persone dei due sessi, che complessivamente non dovevano essere meno di quaranta né più di sessanta.

Nata per riunire il fiore della nobiltà del ‘700, s’era poi, per l’influenza della rivoluzione, aperta per accogliere anche la borghesia. Infatti, un altro canone dei “capitoli” stabilisce che “non esistono preminenza di classi, né disparità di contributo”, il quale consisteva in cinque lire italiane per ogni socio, salvo essere raddoppiato in carnevale. Nell’elenco che precede i “capitoli” leggiamo i nomi dei sessanta associati nel 1811. A fianco alla vecchia nobiltà dell’Albergati, della Bentivoglio, della Cospi, della Marsili, della Pepoli, per citarne alcune, signore della ricca borghesia fra le quali la Filicori, la Mantovani. C’erano anche Cornelia Martinetti e Alma Michelini, le due Veneri, la bruna e la bionda, antagoniste, che coi loro salotti dominavano la mondanità bolognese. Di esse conosciamo fascino e influenze nelle lettere di Pietro Giordani, di Ugo Foscolo e nelle memorie di quello strano e sventurato don Chisciotte in amore che fu Mario Pieri, corcirese, come si qualificava, per darsi arie classicheggianti. Presidente e vice presidente della società erano uomini. Le donne, per quanto esperte, non volevano avere la noia dell’amministrazione; ma il buon andamento interno della società era affidata a una commissione di tre uomini e di tre donne, che avevano il compito di vigilare e di regolare ogni cosa. Lo scopo delle società era di riunirsi, almeno una volta alla settimana, in conversazione ed era ammesso che dopo si ballasse. In carnevale venivano organizzate sei od otto feste; ma anche durante l’anno i saloni del circolo si aprivano. In queste occasioni le socie dovevano mandare a turno i propri camerieri a prestar servizio. Per realizzare un’economia? Forse, perché le trecento lire che venivano mensilmente riscosse ci sembra dovessero appena servire per l’affitto della casa, la manutenzione, le feste e pel salario del custode.

Per dare alla società maggior movimento, erano ammesse, in numero piuttosto abbondante, delle invitate, il cui elenco veniva meticolosamente compilato dalla commissione. Anche in questa nota troviamo i nomi migliori della mondanità bolognese. Le feste del circolo riassumevano dunque e integravano quelle che ogni famiglia cospicua si sentiva in obbligo di fare. I “capitoli” prescrivevano che con le signore si intendevano ben accetti anche i mariti, i figli, le figlie. Col “savio discernimento” del presidente e della commissione erano ospitati forestieri di passaggio, specialmente coloro ch’erano illustri nell’arte, nelle lettere e nella politica e, dice lo statuto, potevano essere anche “estradati inviti alle figlie nubili, alle loro madri, alle spose nuove”. La società, quindi, che si riuniva nel circolo delle dame, era delle migliori ed è facile pensare con quanta ansia le signore, non associate, attendessero annualmente l’invito che era per loro segno d’ambita preferenza. I forestieri trovavano nella società bolognese un ambiente tanto accogliente da darne con entusiasmo testimonianza nei loro scritti. Trattenuti da amabile cortesia, da elegante ospitalità, da intelligente e briosa conversazione, arricchita dalla signorile grazia che caratterizzava il mondo bolognese essi indugiavano oltre le loro intenzioni. Anche Stendhal fu preso da quest’ambiente. “La società di Bologna – scrive – ha un po' il colore di quella di Parigi. Essa è animata da qualcuno di quegli esseri affascinanti che offrono un raro insieme di spirito, di bellezza, di gaiezza”. E quando ritornò a Bologna dopo aver visitato Napoli, Roma, Firenze (glielo perdonino i centro-meridionali) esclamò: ”Delizia del ritorno alla civiltà, come rientrare a Parigi dalla provincia!”. 

Gli austriaci quando però vennero a Bologna nel 1814 e sollecitarono inviti e feste anche alla nostra società delle signore, trovarono il vuoto. Il Rangone, informatissimo cronista dell’epoca, narra che il 28 novembre 1814 il circolo delle dame aveva dovuto indire un ricevimento all’ufficialità austriaca e registra, non senza una punta di soddisfazione, che una sola signora, tra socie e invitate, intervenne, “e la molta accorsa ufficialità tedesca si trovò delusa nel suo desiderio di ballare”. Quali fossero le conseguenze non si sa. Sappiamo invece che quando Murat fu a Bologna all’inizio della sua generosa e tragica avventura, il ricevimento che gli offrì il circolo delle dame era animatissimo. Il Rangone ci informa di un gran ballo che si tenne in quella circostanza, durante il quale Murat fu tutto inchini e sorrisi nella quadriglia che, fatta in suo onore, snodandosi garbata e leziosa, gli avvicinò le più belle donne bolognesi, tra cui l’incantevole Cornelia Martinetti nella sua sfolgorante matura giovinezza. Quando finì questa curiosa società tramandataci dal ‘700? Dopo le notizie che ci dà il Rangone sull’affronto fatto agli austriaci e sul gran ballo in onore di Murat, la sua cronaca non ne dà altre. Come poteva, infatti, sopravvivere in tempo di restaurazione? Si rianimarono, invece, i salotti delle stesse signore che già avevano resa gaia, elegante e vitale la loro società, continuando una tradizione di splendente mondanità, e in taluni iniziando una silenziosa opera per la causa d’Italia.

Narcisa Baglioni

Dal 'Giornale dell'Emilia del 26 gennaio 1949 - trascrizione a cura di Lorena Barchetti.

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