Sferisterio di Bologna

Sferisterio di Bologna

Scheda

Lo Sferisterio di Bologna fu inaugurato nel 1821. In quel periodo il gioco del pallone col bracciale raggiungeva la massima popolarità, a Bologna così come nel resto della penisola. Spazi e impianti per questo gioco erano presenti soprattutto nell’Italia settentrionale centrale, mentre al Sud se ne trovavano solo a Napoli. A partire dalle origini del gioco è documentata l’esistenza di numerosi siti ad esso destinati: almeno 60 in Piemonte, 3 in Liguria, 6 in Veneto, 18 in Lombardia, 15 in Emilia Romagna, 16 in Toscana, 17 nelle Marche, 12 in Umbria e 20 nella sola Roma. Per la sua diffusione al di là dei confini degli stati preunitari, e per l’entità del fenomeno, il gioco del pallone è stato per diversi secoli lo sport nazionale, prima che il calcio, a partire dagli inizi del Novecento, lo sostituisse in tale ruolo. Nato nel XV secolo come gioco di corte e praticato all’interno dei palazzi o nei giardini, il gioco del pallone si era sempre più popolarizzato trasferendosi inizialmente nelle piazze e, nel corso del Settecento, lungo le mura cittadine. Alle partite importanti assistevano diverse migliaia di spettatori ed il tifo era accanito. All’inizio dell’Ottocento la crescente affluenza di pubblico fece avvertire l’esigenza di costruire gli Sferisteri, arene pubbliche appositamente riservate a questo gioco.

Il gioco in piazza

A Bologna si giocava al pallone col bracciale già agli inizi del 1400, in piazza S. Damiano e successivamente in piazza Maggiore. Nel 1600 i nobili lo giocavano anche nel Salone del Podestà, detto infatti Sala del Pallone; l’irruenza del pubblico impose però, verso la fine del secolo, il trasferimento del gioco nella piazza del Mercato, l’attuale piazza 8 Agosto. Secondo il Patrizi, cronista ottocentesco, il recinto “misurava 72 pertiche (…) Tutto intorno era circondato da fittoni che servivano a sbarrare l’accesso ai carri acciocché non guastassero la superficie del piano.” Nel corso del Settecento per partite particolarmente importanti venivano predisposti, intorno al campo da gioco, palchi di legno e strutture mobili per accogliere, ad esempio, “li sonatori di trombe, corni da caccia e timballi”. L’arena veniva data “in affitto da impresari i quali avevano l’obbligo della buona conservazione della superficie, di tutte le riparazioni che potessero occorrere e del buon mantenimento dell’ordine. Il pubblico che lo frequentava sembra infatti fosse un po’ irrequieto”. Come muro di sponda del gioco vengono utilizzate le facciate delle case prospicienti. Questo naturalmente dava adito a numerosi reclami, sia per il rumore di risse e schiamazzi, che per i ripetuti danni causati dal pallone: “… e ad ogni momento eran sopraluoghi che si dovevano fare per accertare i guasti e stabilire il compenso che l’impresario del gioco doveva rifondere.”

La costruzione dello Sferisterio

La realizzazione di un’arena apposita per il gioco del pallone, per porre fine ai crescenti problemi di ordine pubblico, diventa possibile con l’avvio di una serie di consistenti modifiche della struttura urbana, durante la dominazione napoleonica (1796 - 1815). Alcuni architetti, assunti come funzionari del Comune, vengono incaricati di elaborare progetti all’interno dell’insieme di trasformazioni urbane originate dalla confisca dei patrimoni ecclesiastici e della loro parziale demanializzazione. Tra le opere più importanti, oltre alla sistemazione della Certosa come cimitero comunale, al Piano per l’università, e all’edificazione di nuovi teatri come l’Arena del Sole, vi è una serie di giardini e di pubblici passeggi per la ricreazione popolare. Giovan Battista Martinetti, uno dei più attivi architetti del periodo, viene incaricato insieme a Giuseppe Tubertini di ridisegnare il giardino della Montagnola come passeggiata pubblica, ma anche come vivaio per gli alberi delle future allées da creare intorno alle mura, secondo le indicazioni dello stesso Napoleone, in visita a Bologna per tre giorni nel 1805. L’area della Montagnola, con il giardino e la piazza del Mercato antistante (ribattezzata piazza d’Armi) assieme alla vicina Arena del Sole, assume sempre più il carattere di luogo degli svaghi cittadini, sede di spettacoli e di ogni evento che richiami un gran numero di spettatori.

Nei primi anni del 1800 l’architetto Ercole Gasparini elabora una prima proposta di organizzazione di Piazza d’Armi, dove l’Arena per il gioco del pallone è sistemata nel lato Sud della piazza, sul retro di un grande edificio dotato di botteghe e caffè che avrebbe fatto da quinta prospettica al giardino napoleonico. Al piano superiore un loggiato distribuiva una serie di locali “per trattenimento di principi e di sovrani in particolare loro passaggio o permanenza a Bologna.” Il comune optò in seguito per un progetto di più modeste proporzioni e ne affidò l’incarico nel 1820 a Giuseppe Tubertini, ingegnere capo dell’Ufficio Tecnico comunale. Viene scelto un terreno ad Est del giardino, lungo il canale delle Moline, dove erano i cimiteri della Vita e della Morte e la chiesa di S. Giovanni Decollato, eliminati dopo la costruzione del nuovo cimitero comunale fuori dalle mura. Per sovvenzionare la costruzione dell’edificio, nel gennaio 1820 si apre una pubblica sottoscrizione con l’emissione di cinquemila azioni da 2,60 Scudi, pagabili a rate nel corso di un anno: “Alla Comune rimane la proprietà di questo Stabilimento. Li prodotti che se ne potranno ritrarre, andranno indeffettibilmente erogati in vantaggio ed in abbellimenti del medesimo, o dell’annesso Passeggio.”

I lavori per lo Sferisterio iniziarono nell’agosto del 1820, affidati al Capo mastro muratore Francesco Minarelli che si impegnava a terminarli entro il 1822 e ne avrebbe inoltre preso in appalto la gestione con un contratto triennale. La partita di inaugurazione si svolse, sotto la pioggia, il 15 marzo 1821. Come di regola il campo misura 97 m x 18 m circa e sul lato maggiore è delimitato da un muro alto 21 m. Il grande muro, liscio verso l’interno, è modulato all’esterno da un colonnato di ordine dorico, un’elegante facciata verso il giardino. Fino ad allora la necessità di avere un muro di così grandi dimensioni su cui far rimbalzare la palla, veniva risolta addossandosi alle mura cittadine oppure realizzando enormi contrafforti. Con la soluzione del colonnato e con un parziale interramento del piano di gioco, Tubertini riesce per la prima volta a utilizzare il muro anche come facciata principale. L’orientamento Nord-Sud del grande muro era comune a tutti gli sferisteri e dipendeva dalla necessità di avere il campo da gioco in ombra nel pomeriggio. Sui lati corti del campo due loggiati riparavano i posti migliori (il biglietto era da 10 baiocchi). Delle grandinate erano disposte sui tre lati liberi del campo: i posti nei lati corti, di battuta e di rimessa, costavano 6 baiocchi mentre quelli sul lato lungo o di riva, solo 3 baiocchi. Un muro più basso di fronte al gran muro racchiudeva l’arena. L’unico disegno disponibile che documenti lo stato originario dello Sferisterio è un incisione del 1820 in cui si sollecita la sottoscrizione per la sua costruzione. La rappresentazione del progetto è in pianta, prospetto e sezione, e non corrisponde esattamente a quanto realizzato. Ad esempio il colonnato esterno nell’incisione è composto da nove campate, mentre nella realtà le campate sono quindici. Inoltre sulla facciata vengono rappresentati dei “fiori e finestrelle” rotondi inserite tra le campate del colonnato con la ingenua giustificazione: “necessari per dar sfogo all’impeto dei Venti contro il Gran Muro”, ma queste finestrelle non vennero eseguite.

A partire dal 1899, nel loggiato Sud, o di rimessa, vengono apposte delle piccole targhe a ricordo delle volate ogni targhetta è fissata sulle colonne nel punto in cui la palla era arrivata in un unico tiro partendo dall’opposta loggia di battuta e riportata la data e il nome del giocatore. Nel muro dietro le colonne del loggiato sono oggi conservate anche delle più grandi targhe commemorative con i profili dei campioni bolognesi più noti, mentre una lapide all’esterno ricorda l’evento dell’inaugurazione. Nel corso dell’Ottocento oltre a quello di Bologna, vennero costruiti altri cinque sferisteri monumentali. Lo Sferisterio Barberini alle Quattro fontane a Roma (1814) e lo Sferisterio di via del Circo a Perugina (1821), vennero demoliti prima del Novecento. Lo Sferisterio Mermet di Alba (1857) e quello di Firenze alle Cascine (1895), sono ancora utilizzati per il gioco del tamburello mentre il più noto Sferisterio di Macerata (1829) ospita una stagione lirica all’aperto. Le vicende architettoniche di quest’ultimo sono in parte legate alla costruzione dello Sferisterio di Bologna. Il progetto di Macerata doveva infatti essere approvato dalla Pontificia Accademia Clementina di Bologna e fu proprio l’ingegner Giuseppe Tubertini, membro di tale accademia e che nel 1820 stava realizzando lo Sferisterio bolognese, ad esaminare i vari progetti per Macerata suggerendo modifiche stilistiche. Nonostante i lavori di scavo a Macerata fossero già iniziati, i disegni dovettero essere spediti a Bologna per ben tre volte senza ottenere un giudizio favorevole. L’architetto Ireneo Aleardi ottenne infine l’incarico e portò a termine l’opera nel 1829.

Spettacoli nello Sferisterio

Il gioco ebbe un grande successo per tutto l’Ottocento. Si giocava quasi tutti i pomeriggi alle cinque, da aprile a ottobre e in occasione di partite importanti erano presenti anche cinquemila spettatori. Oltre al Cordino a terra, il modo classico di giocare con tre giocatori per squadra (battitore, spalla e terzino), i giocava al Cordino in aria, con una rete tesa in mezzo al campo a quattro metri di altezza e i giocatori potevano essere anche due per squadra o semplicemente uno contro l’altro. Spesso alla partita erano abbinati spettacoli vari come la Giostra alla secchia ripiena d’acqua, il Gioco della cuccagna, il Palio dei fantini coi ciuchi o le ascensioni con Macchine aerostatiche dalle sembianze stravaganti come quelle del 1833 a forma di Grande pesce tonno con vari altri pesci più piccoli, il tutto con eventuale accompagnamento musicale della Banda Militare. Altre volte erano i giocatori stessi ad offrire ulteriore spettacolo come nell’agosto 1840 in cui giocarono travestiti da Buffo comico, Marinaro turco o Dottore;gli introiti di questi eventi speciali erano solitamente destinati a Beneficio di un giocatore malato o ritirato dal gioco per anzianità. In altre occasioni l’arena ospitava spettacoli teatrali come opere, balletti e cantate (nel 1887 – 88 sostituisce l’Arena del Sole, chiusa per lavori), spettacoli acrobatici o di burattini, feste da ballo con orchestra, festeggiamenti in maschera come il carnevale degli Etruschi nel 1874, spettacolo di Ventrilocuzione e lezioni popolari di astronomia. In seguito vi si tennero comizi ( ad esempio per il 1 maggio 1906, quando il pubblico uscì dallo Sferisterio con le fanfare e intervenne la polizia) ed esposizioni come quella Nazionale di floricoltura del 1900. Nel Novecento, forse in seguito alla crescente diffusione del più moderno football, importato dall’Inghilterra, il gioco del pallone attira sempre meno, ad eccezione di un periodo di ripresa negli anni Venti quando il regime fascista tenta di rivalutarlo come gioco “prettamente ed esclusivamente italiano” sin dall’antichità. L’ultima partita svolta nello Sferisterio bolognese di cui si ha notizia, è in occasione del Campionato Nazionale di Pallone col bracciale nel 1946.

Le alterazioni del dopoguerra

Lo Sferisterio, nonostante sia stato vincolato del 1939 come Monumento nazionale e sia sempre appartenuto al comune (attualmente è adibito a palestra per il pattinaggio e la pallacanestro), negli ultimi cinquant’anni ha subito pesanti alterazioni. La decadenza dell’edificio ha iniziato durante la guerra, quando un bombardamento rende pericolante la trabeazione del colonnato verso il giardino; essa viene rimossa nel 1945 ad eccezione di una campata, da utilizzare come modello in attesa di un eventuale ripristino in seguito non eseguito. Nel 1955, dato lo scarso utilizzo dell’arena, il Comune accorda all’Ente Fiera, in attesa di una sede definitiva, una concessione di cinque anni per alloggiare nello Sferisterio le manifestazioni fieristiche. In questa occasione viene approvato un progetto di copertura “provvisoria” dell’arena; solamente a lavori iniziati la Soprintendenza si rende conto che non si tratta di un intervento rispettoso ne’ provvisorio. La nuova copertura è infatti sostenuta da pilastri in calcestruzzo che dal lato del muro misurano cm. 50 x 80, parti delle logge vengono demolite per appoggiarvi le travi in ferro del nuovo tetto e le gradinate per gli spettatori interrate, alzando il livello del campo da gioco di circa tre metri. per uniformarlo alla quota di via Irnerio. Nonostante le proteste della Federazione del pallone e del tamburello e del tentativo in extremis da parte della Soprintendenza di bloccare i lavori, essi verranno portati a termine, senza peraltro essere demoliti come si era in seguito concordato, quando la Fiera venne trasferita nella sede permanente. Quando nel 1960 la concessione passerà al CONI, lo Sferisterio verrà adattato a palestra senza modificare l’intervento precedente e con l’aggiunta di una costruzione per spogliatoi e servizi, addossata alla loggia dal lato del giardino, così come si presenta oggi. Alla progressiva perdita di popolarità del gioco ha corrisposto il graduale degrado dello Sferisterio. Questo edificio, che è stato così importante per la storia urbana e sociale di Bologna, merita di tornare a fare parte dei luoghi significativi della città.

Testi di Simonetta Capecchi tratti da Alle origini dello sport. Il gioco del pallone prima del calcio, Bologna, Museo del Risorgimento, 1995. Trascrizione a cura di Loredana Lo Fiego.

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L'Omen Fatt Bèin - organo dei nottambuli cittadini - umoristico settimanale; nn. 8 aprile, 5/6 agosto, 26/27 agosto 1899; Bologna, Litografia Barbieri

Lettura (La)
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Articoli su sport, giochi e passatempi. Estratti dal periodico 'La Lettura - rivista mensile del Corriere della Sera', Milano, 1905/1906

Origini dello sport
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Alle origini dello sport. Il gioco del pallone prima del calcio, Bologna, Museo del Risorgimento, 1995.

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