Roveda Rosalia detto Lia

4 settembre 1920 - [?]

Note sintetiche

Occupazione: Studente

Scheda

Rosalia Roveda, «Lia», da Umberto ed Elena Avoni; nata il 4 settembre 1920 a Ro Ferrarese (FE). Nel 1943 residente a Bologna. Studentessa della facoltà di Lettere e Filosofia dell'università di Bologna.
Cattolica. Iscritta alla DC. Se fino al 1938 oscillò tra «l'adesione più o meno passiva» e atteggiamenti «di sospetto e di riserva» nei confronti del regime fascista, la promulgazione delle leggi razziali, fece esplodere la sua coscienza antifascista e provocò «il suo sdegno mai più attenuato nei confronti del regime».
Il suo antifascismo maturò per la frequentazione di amiche appartenenti a famiglie socialiste, per gli insegnamenti dei professori antifascisti del liceo Galvani, particolarmente di mons. Emilio Faggioli e di Evangelista Valli che, con le loro prudenti allusioni, le fecero scoprire «il ridicolo ed il grottesco dell'oratoria mussoliniana e delle adunanze oceaniche».
Nel 1939, conseguita la maturità, s'iscrisse alla facoltà di Lettere. Furono gli anni più difficili, più tormentati tra la consapevolezza di essere un'antifascista e l'obbligata iscrizione al GUF per proseguire gli studi. La dichiarazione della guerra, anche se non giungeva inattesa, la sgomentò e ancora una volta la sorressero i colloqui con mons. Faggioli e con il prof. Valli.
L'amicizia con persone non cattoliche non le fece avvertire l'esigenza di «frequentare ambienti omogenei», perché troppo impellente era la necessità di individuare e chiarire a se stessa la sua posizione ideologico-politica.
Prese a frequentare le lezioni di morale tenute in San Giovanni in Monte da mons. Faggioli e contemporaneamente si avvicinò al gruppo dei giovani studenti del PdA, ruotante attorno a Roberto Longhi e Carlo Ludovico Ragghianti, i cui contenuti ideologici erano vicini ai «suoi ideali». Nella ricerca ansiosa di trovare il modo per combattere il nazifascismo s'iscrisse al corso di infermiere volontarie della CRI e incominciò a frequentare gli ospedali per soccorrere i feriti provenienti dal fronte.

Lo sbandamento dell'esercito, dopo l’8 settembre 1943, la mancanza di direttive le provocarono «sgomento e dolore» così come la riempì di «sdegno e di increduolo stupore» la costituzione della RSI. «Imparai ad odiare e occorsero molti anni per vincerlo. Non ammettevo più che si potesse essere fascisti in buona fede; non esitai più a dire il mio parere anche con violenza». Il gruppo ruotante attorno a mons. Faggioli si accrebbe con la presenza di fucini. Conobbe Achille Ardigò, Angelo Salizzoni, Fulvio Milani, Alfonso Melloni ed altri che avviarono lo studio sistematico dei problemi politici, e che avrebbe dato vita alla DC bolognese. In questa cerchia ristretta introdusse il fratello Roberto. Il dubbio che a lungo ostacolò «in modo grave» la partecipazione dei giovani cattolici alla resistenza armata fu «la liceità delle azioni partigiane che provocavano rappresaglie sui civili». Intanto proseguì nella raccolta delle armi, nella distribuzione della stampa clandestina, in particolare de "La Punta" redatta da Ardigò.
Entrò a far parte dei GDD in rappresentanza delle donne cattoliche. Continuò a prestare assistenza infermieristica negli ospedali. Nonostante la mancata convalida del suo tesserino di crocerossina, rifiutò di prestare giuramento alla RSI, continuò a servirsene presso i comandi tedeschi per chiedere informazioni sui rastrellati da trasmettere alle famiglie. Ospitò e nascose ex rastrellati che poi mise in contatto con i partigiani. Entrata a far parte della Pro-Ra, nel Natale 1944 fece parte del gruppo dei giovani che confezionarono 2000 pacchi nel giro di poche ore, nella sede sinistrata del Comitato di via Riva Reno, nonostante il freddo intenso, perché mancavano i vetri alle finestre. I pacchi vennero consegnati da don Giulio Salmi agli operai rastrellati costretti a lavorare per i tedeschi sull'Appennino bolognese.
Si occupò anche della raccolta dei fondi per il movimento partigiano, contattando persone che «benché antifasciste mostravano diffidenza e incomprensione per i partigiani». Con l'aiuto di 20 crocerossine approntò un centro di assistenza per i feriti presso il convento di San Antonio.
La mattina del 21 aprile 1945, informata da un frate del convento, della fuga dei tedeschi, provvide a informare Angelo Salizzoni. [AQ] Testimonianza in RBI.

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