Sala Bolognese, (BO)

1920 | 1945

Scheda

A Sala Bolognese fin dagli inizi del secolo si era andata affermando una consistente tradizione socialista, organizzata e prestigiosa.
Nelle elezioni amministrative che si svolsero il 24 ottobre 1920, i socialisti, con la presentazione di due liste, conquistarono sia i 16 consiglieri di maggioranza sia i 4 di minoranza. Nella prima seduta del Consiglio venne eletto a Sindaco Giuseppe Gaspari.
Il fascismo s'impose nei due anni successivi con particolare brutalità. Violenze furono commesse contro il sindaco e contro i consiglieri comunali eletti, contro altri dirigenti sindacali e cooperativi locali, contro singoli socialisti e lavoratori organizzati e contro le istituzioni e i patrimoni dei lavoratori.
La sera del 14 maggio 1921, un gruppo di militanti socialisti - fra i quali era Noè Bastia - mentre distribuiva materiale elettorale per il voto politico indetto per l'indomani, venne aggredito da una squadra di fascisti: ne nacque un violento scontro armato, che alla fine vide tre feriti tra i socialisti e un morto e due feriti tra i fascisti. Con un intervento a senso unico, solo diversi socialisti furono arrestati e incarcerati e poi rinviati a giudizio.
Nell'estate i fascisti incendiarono le sedi della Cooperativa di consumo, del Circolo operaio e della Cooperativa muratori.
Il 15 maggio 1922 i fascisti appiccarono fuoco alla Casa del popolo provocando la devastazione dello spaccio cooperativo e della cantina; poi la occuparono. L'11 maggio 1923, a conclusione del processo in Corte d'assise a Bologna, contro 13 militanti socialisti, per lo scontro con i fascisti avvenuto due anni prima, quattro furono condannati dagli 11 ai 14 anni. Noè Bastia, fra loro, a 14 anni e due mesi.
Nel 1927 i fascisti del luogo si recarono alle abitazioni dei 450 soci della Casa del popolo e imposero loro la voltura delle azioni versate a suo tempo per la sua costruzione, a favore dei "sindacati nazionali", ossia del sindacato fascista.
Nello stesso anno, a seguito di un'amnistia, Noè Bastia venne liberato dal carcere, prese residenza a Bologna e ricominciò a lavorare come muratore. Agli inizi del 1928, rimasto disoccupato, tornò a Sala e la sera del 22 febbraio, "mentre si trovava in un'osteria del luogo, venne affrontato da Cesarino e Nello Monari, fratelli del fascista rimasto ucciso nello scontro del 1921. Cesarino Monari estrasse la rivoltella e sparò alla testa del Bastia uccidendolo sul colpo".
Durante gli anni del regime fascista, otto nativi di Sala Bolognese furono deferiti, processati e condannati dal TS (Aula IV); sette furono assegnati al confino di polizia per atti d'opposizione (Confinati).
Nel corso della guerra di Spagna, scatenata dai rivoltosi capeggiati dal generale Franco contro lo stato repubblicano, Guido Monari (classe 1894) che nel 1922 aveva preso residenza a Bologna e poi era emigrato in Francia, nel 1937 passò in terra iberica e si arruolò nelle file della Compagnia Italiana del Battaglione "Dimitrov"; contratta poi una malattia polmonare, a fine d'agosto, rientrò in Francia e fu ricoverato in un sanatorio. Nel 1940 per antifascismo fu arrestato e internato alle Tourelies (Spagna). All'indomani della caduta del fascismo, a Padulle si svolsero manifestazioni d'esultanza, guidate da Marino Pancaldi (un anziano antifascista, immigrato a Sala dal 1936) le quali portarono alla distruzione di tutti gli emblemi fascisti che ornavano varie sedi pubbliche. Nelle settimane successive fu avviata la creazione di gruppi politici attivi. Dopo l'8 settembre 1943, l'occupazione tedesca e la costituzione per volontà di Hitler della RSI, da parte degli antifascisti si sviluppò un'attività per mobilitare forze gio-vanili (ex militari ritornati a casa dopo lo sfascio dell'esercito, nuove leve chiamate alle armi dalla RSI, donne, lavoratori) e per dar vita a gruppi di lotta armata. Alla costituzione del primo di questi gruppi parteciparono Settimo Bastia, fratello di Noè, che diverrà poi Commissario politico di Battaglione, Mario Lipparini, che diverrà Comandante del Battaglione operante a Sala e Luigi Lipparini, figlio del capolega dei mezzadri di Santa Maria in Duno Amedeo Lipparini, assassinato dai fascisti il 29 aprile 1921.
Tra i primi aderenti ai gruppi di combattenti contro i nazifascisti furono: Luciano Fabbri (incarcerato dal 1° febbraio al 30 marzo 1944, che poi operò in una formazione partigiana sull'Appennino); Alfredo Arbizzani (arrestato il 23 marzo 1944, interrogato dai tedeschi a Villa Santa Chiara, poi internato nel campo di concentramento a Fossoli di Carpi dal 16 maggio e infine, il 1° agosto, deportato in Germania); Giulio Balletti (incarcerato a Bologna dal 21 aprile 1944 e nel giugno deportato in Germania); Orazio Fabbri, Pietro Lambertini e i fratelli Dino e Antonio Zanarini.
Presto segui il nascere di un'azione popolare. Nell'aprile 1944 avvenne una prima manifestazione di protesta di donne ed anziani, in contemporanea con altre in diversi comuni della provincia (Argelato, Bentivoglio, Ca-stello d'Argile e Castel Maggiore). A Sala "un folto corteo di dimostranti in marcia verso gli uffici pubblici viene bloccato ad un crocevia da un'imponente forza di tedeschi e fascisti armati di mitraglia e mitra", ma, "impediti a proseguire, i dimostranti gridano ugualmente le loro rivendicazioni.
I partigiani salesi nell'ambito territoriale della Brigata d'appartenenza, la 63a "Garibaldi", furono partecipi di numerose azioni che si svilupparono particolarmente nell'estate. Dal settembre 1944, il "Bollettino" mensile del CUMER del Corpo Volontari della Libertà, segnalò due interventi partigiani significativi: l'abbattimento (il giorno 9), lungo la strada da Sala a San Giovanni in Persiceto, di 18 pali telefonici con l'asportazione di parte del filo e l'abbattimento (il giorno 23), in territorio salese, di 26 capi di bestiame destinati ai tedeschi che, cosi, andarono ad aumentare la carne a disposizione della popolazione.
II 22 ottobre 1944, venne fucilato a Bologna, Arvedo Bastia, partigiano della 63a "Brigata "Garibaldi". Indosso gli furono trovate le ricevute di due versamenti azionari per la Casa del popolo di Sala, uno del padre Angelo ed uno del fratello Noè, avvolti in un foglietto con la scritta autografa: "Prego di non sciupare questo pacchettino, anzi di conservarlo sempre ed ovunque perché contiene le carte che aveva in tasca lo sfortunato mio fratello Bastia Noè".
Una seconda protesta di un gruppo di donne salesi si svolse il 3 novembre 1944, in concomitanza con un'analoga a San Giovanni in Persiceto. Il periodico clandestino "La Voce delle donne", nonostante l'esiguità dei gruppi delle partecipanti, ne sottolineò il significato in questo modo: "Con eguale combattività... 150 donne di S.Giovanni in Persiceto e una trentina di Sala Bolognese, irrompevano nei rispettivi comuni e costringevano le pseudo autorità fasciste a distribuire, entro la settimana successiva, un'equa razione di generi di prima necessità. Con queste agitazioni, che sono un'aperta dichiarazione di guerra agli aguzzini nazi-fascisti, affamatori del popolo, le donne... hanno strappato al nemico il necessario per il mantenimento loro e delle loro famiglie e soprattutto hanno dato un mirabile esempio di combattività e di vittoria: hanno additato a noi la via da seguire: "Strappare al nemico, con le agitazioni di strada e di piazza, quello che è nostro di diritto e che egli vorrebbe sottrarci per affamarci, impedire al nemico, con la lotta, la realizzazione del suo piano brutale di affamamento, di distruzione e di sterminio!"".
Agli inizi di dicembre la 63a Brigata "Garibaldi" fu sottoposta a duri rastrellamenti da parte di fascisti e tedeschi che ne sconvolsero le fila, e alla fine dell'anno riordinò i propri reparti. I partigiani di Sala furono inquadrati in un Battaglione comprendente anche quelli di Calderara di Reno.
Dall'8 gennaio 1945 il comando del XIV Corpo d'Armata tedesco, con il suo comandante, il gen. Frido von Senger und Etterlin, si insediò nella frazione di Bagno, nella villa Argaiolli. L'attività partigiana e la partecipazione popolare all'azione patriottica si fecero più attente, ma non meno intense.
Una nuova protesta, condotta da un gruppo di 80 donne "contro la fame, il freddo ed il terrore", si svolse il 27 gennaio, in concomitanza con analoghe manifestazioni in altri quattro comuni del bolognese. A Padulle (il capoluogo di Sala), in Municipio, "le donne, tra cui numerose contadine, durante tre ore assediano il commissario prefettizio, protestando duramente contro i rastrellamenti e gli arresti e lanciano il monito: "Se un solo dei nostri uomini verrà arrestato, noi verremo qui a buttarvi fuori dalla finestra"". Nella giornata di sabato 16 marzo 1945, si sviluppò a Padulle una forte manifestazione di massa, della quale furono ancora protagoniste le donne. Da una relazione coeva ecco alcuni particolari su quanto accadde. Come sempre, la mancata distribuzione di generi tesserati è stata la scusa per portarsi in Comune: le cose che più premevano sarebbero venute nella foga del discorso e nella dolcezza della lotta. Il giorno prescelto perla manifestazione è stato quello in cui avveniva il ritiro del sussidio da parte delle donne; risultato: le donne erano assai numerose... Fatta irruzione nella loggia del Comune ed in un ufficio adiacente, il Segretario Comunale (factotum in mancanza del Com-missario Prefettizio) si affacciava e tentava di calmare le donne, che subito l'investivano palesando il motivo della loro venuta. Alla richiesta di tutte quelle madri di famiglia egli s'affannava a rispondere in maniera evasiva invitando le donne alla calma e a considerare che, non la sua cattiva volontà, ma la mancanza di generi impedisce la regolare distribuzione alla popolazione bisognosa. A queste povere scuse, in maniera energica, è stato fatto presente che cinque chili di sale ci sono per le spie, che a mercato nero se ne trova dello zucchero e del sale, che le dispense dei signorotti fascisti non difettano di nulla, ecc. l'apertura ca-suale di una finestra l'ha talmente impressionato che, allontanandosi, è ritornato non molto dopo seguito a breve distanza di tempo da un'accozzaglia di tedeschi del locale comando della Feld-Gendarmerie.
Le donne che non avevano notato una simile mossa sono rimaste perplesse, e quando la soldataglia ha schiaffeggiato, insultato e preso a pedate alcune donne, poche delle più timide e di quelle che s'erano imbrancate all'inizio, han-no cercato di scendere, mentre la quasi totalità non si è mossa, riprendendosi dopo il primo momento di smarri-mento. Imposto il silenzio, un bestiale capitano teutonico ha urlato alcune frasi, il cui tenore è questo: la manifestazione ha uno spiccato sapore comunista; non c'è bisogno di agitarsi per dei viveri perché anche in Germania da 6 anni manca tutto compreso il sale, lo zucchero e i grassi. Per stavolta le avrebbe perdonate, ma avrebbe preso il nome di tutte, nome che sarebbe servito - ripetendosi una simile dimostrazione - peri più severi provvedimenti a carico loro e dei loro uomini. Prima di lasciarle libere, il Segretario ha detto parole mansuete alle donne, cercando di allontanare dalla sua persona il sospetto ch'egli avesse chiamato in aiuto i tedeschi. Dietro richiesta delle donne ha promesso che il sale in arrivo sarebbe stato distribuito non solo a coloro che hanno macellato il maiale, ma a tutta la popolazione del paese (si ricordi che quasi solo i fascisti hanno macellato il maiale, denunciandolo). I tedeschi hanno poi ritirato la carta di identità ad una ragazza ed a lei hanno chiesto se era a conoscenza si trattasse di cosa organizzata; al che la ragazza si è espressa in maniera vivace. Altre due donne sono state trattenute, perché, fra la massa, si erano distinte per prontezza di spirito e per risposte brucianti all'indirizzo del Segretario, della Brigata Nera e dei padroni tedeschi. Una delle donne è stata rilasciata il sabato sera e la seconda nella tarda sera della domenica. Concludendo si può affermare che, la loro è stata una vittoria dura, ma è stata una vittoria... si sono sfogate appieno facendo conoscere il loro odio al tedesco ed al garzone fascista, tirando in ballo gli arresti operati e la liberazione dei prigionieri, i lavori coatti per i tedeschi e tante altre questioni di attualità...".
Una relazione del responsabile zonale del PCI, datata 3 aprile 1945, comunicò la seguente situazione organizzativa a livello comunale: aderenti al Comitato d'Agitazione degli operai, 30; al Comitato di difesa dei contadini, 32; al FdG, 40 (di cui 9 ragazze); alle SAP, 26; ai GDD, 63 (organizzate in 15 gruppi); al PCI, 66 (di cui 12 donne) ed, inoltre, 12 aderenti dislocati in brigate partigiane operanti in montagna ed altri 9 prigionieri politici o rastrellati e deportati in Germania.
Il 10 aprile l'8a Armata inglese scatenò l'ultima offensiva in Italia, sfondando la linea del Senio. Il 13, il comando tattico del XIV Corpo corazzato tedesco e il gen. Von Senger, si trasferirono frettolosamente su una nuova posizione predisposta in località Riolo, a est di Castelfranco, nelle immediate vicinanze della via Emilia. Dal 14, la 5a Armata americana avanzò dall'Appennino ver-so la via Emilia in direzione di Bologna e Modena. Il Battaglione locale, avuto l'ordine di concorrere alle ope-razioni per la liberazione di Bologna, iniziò il trasferimento il 20 aprile. Essendo divenuta travolgente l'avanzata degli Alleati, raggiunsero la città solo i partigiani della 2a Compagnia. Le restanti Compagnie operarono a Sala e a Calderara di Reno. Nella stessa notte, mentre l'aviazione Alleata bom-bardava la zona, i partigiani attaccarono i presidi tedeschi. "Negli scontri che seguivano, il giorno 21, fra S. Vitale di Reno, Longara e Bonconvento - si legge nella relazione della formazione - i partigiani uccidevano 14 tedeschi, immobilizzavano tre carri armati "Tigre", catturavano numerosi prigionieri e, ancora: "Perdite partigiane: 6 morti e 10 feriti.
Il 21 aprile 1945, il CLN locale nominò i componenti la Giunta comunale e fra loro il Sindaco nella persona di Marino Pancaldi. All'indomani si insediarono in Municipio. Tutti poi furono confermati dall'AMG.
La liberazione di Sala, si completò quando giunsero le avanguardie Alleate, il 22 aprile. In quello stesso giorno il Battaglione partigiano "consegnava, agli alleati, complessivamente 225 prigionieri, tra i quali 3 ufficiali e un largo bottino di armi.

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