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Alfredo Protti

26 Aprile 1882 - 29 Aprile 1949

Scheda

Vita felice, a giudicare dai riconoscimenti e dal successo, quella del bolognese Alfredo Protti (1882 - 1949); almeno nella prima parte, negli anni, difficili ai più, degli inizi di carriera. Meno felice, invece, negli anni più mesti della maturità, quando il suo valore era tanto indiscusso ormai che anche i critici non ne parlavano più. Ebbe origini modeste (il padre gestiva una piccola officina di staderaio) e compì studi regolari sebbene – per sua dichiarazione - non molto fruttuosi: “A scuola ho imparato pocuccio – diceva -; se mi sono fatto un poco è perché ho sgobbato molto nelle gallerie”. Dopo un ginnasio presso il seminario bolognese, frequentò l'Istituto di Belle Arti, allievo anch'egli, come altri pittori suoi coetanei, di Domenico Ferri.
Si racconta un suo gesto che dichiarava platealmente l'intenzione di farsi valere per il proprio genio e non per l'attestato accademico: appena licenziato dalla scuola di pittura, egli avrebbe regalato il diploma al portiere... E' vero in ogni caso che lavorò sempre con grande intensità e abbondanza, partecipando con invidiabile continuità a tutte le manifestazioni artistiche bolognesi, italiane e straniere. Il lunghissimo elenco delle sue partecipazioni alle mostre lo vede già dal 1906 presente a tutte le edizioni indette dalla Società “Francesco Francia”, che lo premiò per sei volte consecutive; nel 1910 era presente nella sala internazionale della Biennale di Venezia (cui avrebbe partecipato ben nove volte successivamente); nel 1911 è all'esposizione di Parigi (per non dire delle Mostre internazionali di Buenos Ayres, di S. Francisco, di Pittsburg, di Monaco, di Barcellona e di Zurigo, dal '10 al '14); dal 1913 al 1916 occupa un posto di rilievo alla Secessione romana insieme ai concittadini Gugliemo Pizzirani, Garzia Fioresi e Ferruccio Scandellari. Negli anni successivi alla prima Guerra Mondiale ottenne per vincita di concorso la cattedra di Pittura presso l'Accademia di Ravenna, dove insegnò per due anni. Fu finalmente insegnante anche a Bologna, prima come incaricato all'Accademia, poi come titolare di Figura al Liceo Artistico. Molto è stato detto del suo carattere spregiudicato, libero, salace; i suoi frizzi e le sue ironie non indulgevano certo a favore della critica d'arte o delle discussioni teoriche sul fare artistico: non amò nemmeno conservare ricordo dei pubblici apprezzamenti, diffidando anzi la moglie (sua fedele collaboratrice anche nell'arte, in qualità di modella) dal conservare ritagli di giornale. La sua indole non lo aiutò, insomma, a tenersi cari i favori dei critici e dei colleghi artisti: già intorno al 1927 cominciò a vivere fra ingiustizie e incomprensioni cui non cercò di rimediare, ritirandosi piuttosto in una considerazione o fredda o ironica verso i tempi e il mondo con cui non gli riusciva più naturale come una volta l'incontro. Morì, si dice, guardando i quadri da lui stesso sistemati di fronte a sé: sul cavalletto l'ultimo ritratto della moglie, cui rivolse le ultime parole di consolazione e di legittimo orgoglio per l'intero lavoro della sua vita. Postume furono curate sue importanti mostre, quasi a rimediare alle intercorse incomprensioni e dimenticanze: nel 1950 dalla Associazione “Francesco Francia”, nel 1971 presso il Museo Civico, infine, nel 1981 e nel 1983 presso la Galleria d'Arte 56.

ANTOLOGIA CRITICA

“...non possono disconoscere nel Protti un temperamento moderno di artista fortemente interessante, che si rivela con baldanza giovanile, con atteggiamenti personali ed ancor più con audacia. La sua audacia è di stile e di genere (...) le sue pennellate sono poche e ampie, ampissime; la fusione dei colori ridotta alla minima espressione” (M. Corsi, 1908). “Nella foga dei suoi entusiasmi giovanili, Protti mescolava senza preoccupazioni moda e tradizione, Louvre e Salon, Reynold e Zuloaga. Ma sono contaminazioni spesso riscattate a colpi di felice pittura (…) talvolta (…) nel sottile artificio di una non mai tradita eleganza di forme che ebbe le sue matrici naturali negli esempi di un gusto europeo fin di secolo...” “...cadenze di un intimismo narrativo, su cui l'interesse del pittore si accentrava fino a perdersi in un divertito gioco di variazioni su tema dato, e in cui vibrano accenti impareggiabili di sottile civetteria estetica e di squisita raffinatezza”. “Un sottofondo di timidezza lo rendeva ironico e aggressivo. Ma di un'ironia senza veleno e di un'aggressività più scanzonata che malevola”. “Ma fu sventura grande per lui, vivere in un periodo in cui la pittura metteva su bottega all'insegna dell'antigrazioso”. (F. Giacomelli, 1950). “L'arte e la donna, coi loro fascini e i loro misteri, si apparentano e sono per lui simboli, ma colmi di concretezza, che possono benissimo essere eletti a misura e a scopo di tutta una vita". “Il suo è l'occhio dell'uomo che possiede il dono meraviglioso del vedere e del sentire, ben oltre le lusinghe del sesso, la sensualità colma e avvincente”. “In Protti il momento e rinnovamento linguistico non era mai stato ricercato: si può dire che egli nacque moderno e innovatore al suo tempo” (F. Solmi, 1971). “La sua cultura è onnivora e l'interesse per le nuove proposte, senza essere ingenuo o acritico, si dimostra vivissimo”. (M. Pasquali, 1983).

Riposa nella Certosa di Bologna, sotterraneo del Chiostro IX - corsia ovest n. 242. Testo tratto da "Artisti allo specchio", catalogo della mostra, Bologna, Associazione per le arti Francesco Francia, stampa 1990. Trascrizione a cura di Lorena Barchetti