Salta al contenuto principale Skip to footer content

Storia di una famiglia | i Zappoli

1674 | 1926

Schede

Nel 1940 Paolo Zappoli Thyrion, diciasettenne, curioso di notizie della famiglia, attratto dalla lettura di vecchie carte e dalle memorie dettate da suo padre Federico, dai racconti della prozia Ida Zappoli vedova Thyrion, dalla nonna Alessandrina Sassòli in Morone e dalla madre Giorgina Bidone vedova Zappoli, incarica un sacerdote: Don Fornasini (consigliatogli come esperto ricercatore d’archivi) di comporre l’albero genealogico della famiglia Zappoli. Dopo un anno di ricerche, due visite a Labante in Comune di Castel d’Ajano (prov. Di Bologna) luogo d’origine della grandissima parte dei vecchi Zappoli, Don Fornasini consegnò un volume con i nomi di circa un migliaio di Zappoli, con dati certi dei fatti salienti della loro vita ed inoltre spiegò alcune cose e fece delle supposizioni.

In origine la famiglia si chiamava de’ Giorgi ed i suoi membri erano detti Zapolo, poi Zapoli ed infine Zappoli. Il soprannome di Zapolo, divenuto infine cognome Zappoli deriverebbe da una storpiatura del nome Giovanpaolo che scritto con la Z iniziale e detto in dialetto bolognese suonava Zanpol… e di qui Zapol poi italianizzato in Zapolo. Non esiste nessun legame tra il nome Zappoli ed il paese di Zappolino, comune di Castello di Serravalle, provincia di Bologna, vicino a Bazzano. Tutti gli Zappoli sono imparentati tra loro e la grandissima parte discende direttamente da Domenico de’ Giorgi detto Zapolo nato a Labante sul finire del 1400. Erano tutti piccoli proprietari terrieri. Esiste quasi sempre un loro testamento o atti di compravendita; tranne che per Angelo, che fece tutta la vita il calzolaio e che doveva essere un tipo strano ed inoltre non in buoni rapporti con i suoi parenti, altrimenti costoro avrebbero potuto aiutarlo economicamente e non lasciarlo far la vita grama che fece. Suo padre Domenico morendo a Vergato lascia dei beni ai figli di Angelo (premortogli) Federico ed Enrico e così fa Luigi, fratello di Domenico, lasciando beni sempre ai pronipoti Federico ed Enrico. Non esiste nobiltà. Alcuni furono notai, però di rami collaterali a quello degli attuali Zappoli Thyrion, e dai sigilli di due di questi notai (Giovanni Pellegrino che rogò dal 1746 al 1788 ed Andrea dal 1769 al 1802) conservati all’Archivio Notarile di Bologna rispettivamente ai numeri 58 ed 87 risulta lo stemma con l’alberino e la colomba, stemma quasi uguale a quello contenuto con il cognome Zappoli a pag 195 del libro disegnato con schizzo a penna da ignoto (presumibilmente del ‘600), libro chiamato “Blasone bolognese” e conservato all’Archivio di Stato di Bologna.

Il più illustre personaggio con nome Zappoli è Agamennone, nato a Bologna nel 1810, avvocato, patriota, gli è dedicata a Bologna una strada vicino alla Piazza 8 Agosto 1848, alla cui giornata rivoluzionaria partecipò e sull’onda dell’entusiasmo scrisse una tragedia intitolata “Bologna liberata dagli Austriaci” che fu rappresentata una sola volta… evidentemente era brutta… poi trionfando di nuovo il Governo Pontificio fu arrestato e condannato all’ergastolo; scontò 10 anni nel carcere di San Leo (vicino a Rimini, dove stette e morì anche Cagliostro), poi amnistiato ed esiliato morì poco dopo a Nervi (Genova).

Dalle memorie dettate da Federico Zappoli fu Enrico alla moglie Giorgina Bidone durante la di lui lunga degenza a Davos (Svizzera) dal 1927 al 1932 tratte da racconti fattigli da ragazzo dalla prozia Imelde Gavaruzzi. “Percorsa la strada che risalendo da Bologna il corso del Reno, dopo aver saettato, nel piano fino al Sasso domina l’unione del confluente Setta, vi conduco con il pensiero per questa nuova valle ove molti anni fa sulla destra fra Vado e Rioveggio in un gruppetto di case, modeste per non dire misere, abitava il mio bisnonno Angelo Zappoli. La frazione era denominata “La Quercia” (si trovava sotto ai viadotti dell’autostrada del Sole e della ferrovia Bologna Firenze in località Gardeletta). Parlare del bisnonno vi può dare subito l’idea di una persona molto vecchia, mentre invece anche lui era stato giovane. Non era nativo di questa località e veniva dal Vergatese dove era nato e dove aveva lasciato sorelle ed un fratello sacerdote. Di spirito indipendente con pochi utensili da calzolaio trovò del lavoro qua alla Quercia e si fermò. Non vi immaginate ora un negozio con delle belle scarpe lucide fra i vetri illuminati della mostrina. La realtà di quei tempi era ben diversa e l’avolo Angelo girava i casolari sperduti in mezzo alle boscaglie e i greppi con un sacchetto che conteneva le armi del mestiere e del cuoio grosso, lavorando a giornata. Sul luogo del suo lavoro si fermava a mangiare e la sera riportava i pochi soldarelli guadagnati con tanta fatica alla sua sposa ed ai suoi bambini. Angelo alla “Querci” oltre il lavoro aveva trovato anche l’amore: si era sposato con Anna Monari ed avevano avuto tre figli Federico, Enrico e Clementina… ma non sempre il mulino aveva grano… la miseria era molta. La mamma Nina allora prese una decisione che per quei tempi era veramente eroica. Si perché avrebbe dovuto fare come tutte le famiglie del suo paesetto, rassegnarsi e vivacchiare mandando i figli al lavoro di braccianti nei campi. Di seguitare il mestiere paterno non era nemmeno da pensarvi perché quella zona dava appena lavoro ad un calzolaio: si viaggiava scalzi nei mesi caldi e la pelle si incalliva con poca spesa. Bisogna ora che io vi dica due parole del carattere di questa donna che veramente fù la creatrice materiale e morale della famiglia, è sepolta nella tomba Zappoli alla Certosa di Bologna al n.328 della Galleria 3 Navate.

Era molto piccola di statura, non bella, ma con occhi vivacissimi, di carattere fermo ed indipendente, attivissima. Si racconta che quando i padrini di battesimo dei suoi maschi vollero imporre loro il nome di Romano e Domenico ella disse: i miei figli sono miei ed io li chiamerò come voglio. E’ un particolare che per ora dice poco ma quando vedremo più avanti l’assistenza e l’appoggio che ella diede alla sua famiglia balzerà evidente il carattere di questa cara donnetta. I ragazzi intanto si erano fatti grandicelli e Federico fù preso a ben volere dal parroco di S. Martino, parrocchia da cui le frazione “La Quercia” dipendeva. Federico manifestava segni evidenti di intelligenza e prontezza ed il vecchio sacerdote lo prese in tanta simpatia che avendolo sempre vicino o per una cosa o per l’altra, viste le doti non comuni del ragazzo gli insegnò i conti ed il latino. Forse pensava di allevare un prete come era consuetudine di quei tempi. Fù il primo ed ultimo maestro di mio nonno. La vita e la sua naturale intelligenza gli insegnarono il resto. La madre incoraggiata da questi fatti si decide al gran passo. A Bologna essa non conosceva nessuno e la città lontana rappresentava nella immaginazione dei montanari il luogo dei pericoli e dei vizi. Eppure essa aveva fiducia nei suoi due figli ed i ragazzi non paventavano l’imprevisto. Allora non vi erano mezzi pubblici nella valle del Setta e quelli che non avevano cavalli di proprio lo facevano a piedi scendendo per Badolo alla Pieve del Pino e di lì entravano da Porta Castiglione in Bologna, così appunto era chiamata la porta che vedeva entrare in città le popolazioni della vallata che aveva nel suo ultimo contrafforte Castiglione dei Pepoli. Mi pare di vederli i due ragazzi con il fagotto dei pochi panni in spalla lasciare la loro mamma per l’ignota e sconosciuta città. Mi pare di udire le ultime raccomandazioni della mamma piangente ai suoi piccoli, dico piccoli perché Federico aveva 16 anni ed Enrico 14. Io ho parlato con dei vecchi della “Quercia” che ricordavano ancora le disapprovazioni di tutti alla Nina per aver deciso di mandare i figli in città e pronosticavano che abbandonati a sé stessi sarebbero diventati due lazzaroni o peggio. Certo questo dovette essere un distacco molto triste.

Accompagnamo i due fratelli Zappoli in cerca di lavoro a Bologna. Dopo aver girovagato per qualche giorno Federico fù accettato come garzone in un negozio di salumeria e Enrico si collocò presso la sartoria Vignoli. Il più grande portava la cesta con le commissioni per le case ed Enrico gli abiti presso le famiglie; ambedue poi erano alloggiati alla meglio presso i padroni ove lavoravano. E’ un periodo di cui ho poche notizie e quello che ho potuto sapere fù che i due ragazzi crebbero in stima presso i loro principali diventando abilissimi nel mestiere. Tanto è vero che Enrico cominciò anche a tagliare stoffe e conservò poi sempre in memoria di quei tempi delle grandi forbici da sarto che sono tutt’ora in casa mia. So che i loro risparmi li mandavano alla mamma alla “Quercia” e so anche che lassù non tornarono nemmeno per la più breve visita. Questo periodo di lavoro oscuro durò circa un quinquennio (1857-1862?) poi venne il colpo di fortuna improvviso. In principio parlando di Angelo dissi che aveva lasciato nel vergatese un fratello sacerdote e delle sorelle, essi per la precisione abitavano a Labante. Il sacerdote era in fama di avarissimo uomo, fama niente affatto falsa. Mi è stato raccontato che la sera andava a letto al calar del sole senza nessuna illuminazione, l’inverno in casa sua non esisteva riscaldamento e per accendere le poche legna da cuocere i cibi si serviva dei solfani due volte. Allora non essendovi fiammiferi si usava conservare le braci del fuoco sotto la cenere, ma per ravvivare la fiamma si usavano i solfani. Essi erano mazzetti di canne asciutti imbevuti alle estremità di zolfo. Avvicinati alla brace davano un fuoco vivo e bluastro. Ora il vecchio Zappoli non bruciava interamente il mazzetto ed il rimanente lo univa ad un altro nuovo, così gli venivano a servire due volte! Viveva solo e lo trovarono morto in casa solo. Era molto vecchio e la sua vita tutta dedita alle economie più assurde non smentì la fama di danaroso. La nonna Nina a questa notizia si partì dalla “Quercia” ed andò a Labante. La scena mi è stata riferita così come la racconto: arrivata colà e tumulato il defunto fù trovato fra le sue carte dello scrittoio il testamento nel quale legava le sue sostanze ai due nipoti Federico ed Enrico. Ma questi denari cercali e cercali non venivano mai alla luce; furono disfatti i materassi si frugò per tutta la casa e finalmente in cantina vicino ad altri pieni d’olio, fù rinvenuto un coppo ricolmo di monete tutte d’oro per la somma complessiva di lire trentamila (circa 50 milioni del 1974). Fù benedetta la sua memoria.

Fù allora che Federico convinse Enrico a venire via dalla sartoria e mettere su in comune un negozio di salumiere; nello stesso tempo la nonna Nina manifestava il desiderio di scendere in città e riunire tutta la famiglia con grande vantaggio economico. Tutto questo avveniva e mentre fù affittato il negozio all’angolo fra le due strade Ugo Bassi e Nazario Sauro, tutta la famiglia compreso Angelo (che era però l’unico restio a questi progetti) andò ad abitare al principio di Via del Pratello. Il palazzetto ove era posto il primo negozio Zappoli esiste tutt’ora: è quello (di proprietà Franchini) posto in Via Ugo Bassi al n. 19 angolo Via Nazario Sauro n. 2. Enrico apprese magnificamente il nuovo genere di lavoro: i due fratelli erano al banco, gli affari subito andarono benone e la posizione centrale, la cortesia dei modi, le innovazioni moderne propiziarono subito una buonissima clientela. Giova notare che a quei tempi chi serviva a banco era di solito vestito alla peggio, gli articoli venivano esibiti rinvolgendoli in cartacce, i negozi erano semibui e poco incoraggianti per la pulizia. I due giovanotti inaugurarono un negozio che era pieno di novità; spaziosi mostrini illuminati a giorno, pulizia sui banchi di marmo, pulizia e giacche bianche indosso a loro stessi, da ultimo (sembra una sciocchezza, ma pure fece colpo e rumore) gli articoli venivano esibiti in eleganti pacchetti con carte colorate impermeabili, si chè se uno acquistava poteva poi andarsene in giro con il suo involto, che avrebbero creduto potesse contenere tutto meno che generi commestibili. A tutto ciò aggiungasi la naturale cortesia e piacevolezza dei modi dei due Zappoli che era vera galanteria. Le signore la sera per quel centro affollato prima di rincasare andavano a far spesa nel nuovo negozio, era quasi diventata una moda. Se ne partivano poi col loro elegante involtino fermato da cordicelle colorate. Allora si usava vendere prodotti prettamente locali, ma Federico si era messo in corrispondenza con commercianti di Milano che gli mandavano specialità forestiere, insomma tutto era nuovo il quel negozio, nuovo l’ambiente illuminato, di marmo i banchi, nuova la cortesia e la maniera di vendere gli articoli. Gli Zappoli, per ricordare, dicevano che erano stati i primi a far conoscere il caviale ai bolognesi.

Ritorniamo un po' indietro; l’eredità di trentamila lire per quei tempi era una somma veramente cospicua. Dopo pochi anni dall’apertura del negozio di Via Ugo Bassi i due fratelli si divisero e Federico aprì un altro negozio in Via D’Azeglio con i medesimi sistemi e con uno spazioso laboratorio annesso. Voglio ricordare che fra i due fratelli finchè vissero vi fù sempre un accordo esemplare e commovente. L’uno riconosceva l’abilità e l’intelligenza dell’altro, per quanto fossero destinati per temperamento ad esplicare attività differenti, furono sempre uniti e gli affari li fecero in comune sempre. Vedremo poi più avanti in che modo veramente bello si aiutassero fra di loro e creassero con le loro forze una vera potenza economica. Il patrimonio accumulato fù diviso diversi anni dopo la morte di mio padre Enrico junior e dopo bufere non poche. Bisogna però dire che dietro ai due fratelli ci fù sempre la loro mamma: essa li incoraggiava, li sorvegliava e li ammoniva anche. Mentre so di certo che fatti uomini ed ammogliati il loro rispetto ed amore per la madre mai venne meno; ricordo d’aver sentito ripetere in casa mia di sgridate fatte in pubblico dalla madre ad Enrico, quando già era sposato. Il motivo non lo dico. (Essendo un donnaiolo certamente si trattava di donne). Solo suo marito non riuscì a piegare. Le donne hanno più senso d’adattamento, invece Angelo a Bologna si trovava spaesato; non aveva amicizie, il suo lavoro girovago era ormai solo un ricordo e si annoiava maledettamente. Un bel giorno, per lui io credo, riprese con i suoi utensili da calzolaio la via delle montagne e piantò la moglie, la figlia Clementina, i figlioli bravi ed ormai a posto economicamente. Era un saggio? Non so. Certo che lassù si trovò bene anche solo e volle morire ed essere sepolto tra i suoi monti. Erano due epoche che non potevano saldarsi. Aveva la nonna Nina una piccola mania: innocente, all’ora di mangiare si metteva a letto e si faceva servire la colazione, finito si alzava per le sue faccende. Questo non le capitava ogni giorno ma era una signoria, un lusso che si prendeva ogni tanto. Era simpatica e di conversazione arguta e briosa.

Ora parlerò del matrimonio di mio nonno Federico. Sempre nella Via Ugo Bassi ma dall’altro lato della via rispetto al negozio Zappoli, un po' più verso porta S. Felice, esisteva una casa con portico di proprietà di Lorenzo Ceneri. Questo bravo uomo faceva il macellaio e la bottega era lì sotto. Aveva due figlie: La Pia e la Giulia più anziana. Queste due ragazzine ogni giorno andavano a Messa e passavano davanti al negozio dei due Zappoli. La Pia era giovanissima, molto bionda, occhi chiari e ben proporzionata di figura, la Giulia era bruttina. Mio nonno Federico s’invaghì della bella biondina e ogni giorno quando passava davanti al negozio trovava sempre il modo di manifestare il suo sentimento con prudenti galanterie. Poi sempre deciso, poco tempo dopo aver attirato l’attenzione della Pia andò dal vecchio Ceneri a chiederla in sposa. La Pia aveva appena sedici anni e Lorenzo il quale era uomo all’antica e non vedeva con simpatia tutte le innovazioni dei due giovani dapprima oppose un rifiuto deciso. La scusa fù l’estrema giovinezza di sua figlia, ma la verità è che non aveva fiducia nella serietà di Federico che considerava una testa calda. Il Ceneri aveva vari beni; perché oltre la casa di città aveva tre poderi fuori porta Lame: gli Svizzeri, il Cascina ed il Roveretolo (quest’ultimo di sua moglie Paola Feralasco) e due poderi in Varignana di Castel S. Pietro. Così passò un anno ed i due giovani si vedevano in Chiesa e per la via e simpatizzavano sempre più. Venne così il giorno in cui Lorenzo si convinse che i fratelli Zappoli non erano esaltati e diede il suo consenso al matrimonio. Anzi zia Imelde Gavaruzzi mi raccontava che Lorenzo in ultimo si era tanto convinto che addirittura voleva “con una stroppa legare due fasci” cioè che Enrico sposasse la Giulia. Zio Enrico andava in casa di Lorenzo con qualche scusa per tentare di innamorarsene ma tutto inutilmente, perché le… grazie… della Giulia (assai scarse come detto pocanzi) non riuscivano a commuoverlo. Parlate poi dei gusti degli uomini. Zia Giulia ebbe poi a sposarsi due volte: prima con Raffaele Galassi poi con Roberto Berzocchini. Federico si sposò (nel 1864?) e portò in famiglia la sua bella sposina. Allora si era meno individualisti e le spose sapevano che il matrimonio era scuola di sacrificio e perciò si esercitavano subito in questa virtù convivendo con le suocere e le cognate. Figurarsi la diciottenne Pia stracittadina, traslocare la Via Ugo Bassi a Via del Pratello… si diceva che fosse la strada dei ladri!!. In casa dei Zappoli si continuarono orgogliosamente le abitudini montanare. Nonna Nina imperversava: minestra di fagioli tre volte alla settimana, pane molto scuro che si doveva manipolare in casa, eppure la Pia era contenta con il suo Federico e per fortuna questo periodo non fù molto lungo. Voglio ricordare incidentalmente che insieme alle persone scese dalla montagna a Bologna un unico mobile dei vecchi Zappoli ed è quell’arzile che tengo tutt’ora in casa mia ammirato dagli estranei e venerato da me in modo particolare.

Il negozio di Via D’Azeglio con il suo laboratorio prosperava, ogni anno si chiudevano bellissimi bilanci, soprattutto perché Federico oltre che lavorare i prodotti di consumo per i due negozi, subito aveva allargato il raggio del suo traffico lavorando anche per terzi, speculando partite di lardi che faceva viaggiare per l’alta Italia. Dovete sapere che allora la via più nobile di Bologna, dopo la Maggiore, era la strada Galliera. Basta guardare i palazzi che vi sono tutt’ora per convincersi. Via Indipendenza non esisteva, vi era una stradetta chiamata Via dei Malcontenti che dalla Piazza scendeva fino ad incontrare la laterale Via Manzoni, qui via dei Malcontenti finiva, ed il traffico incanalato per Via Manzoni scendeva per Via Galliera. In quel tempo fù approvato il piano regolatore della Via Indipendenza attuale; Federico sempre alle orecchie tese per i buoni affari e le lucrose iniziative acquistò due o tre casette sulla fine di Via Malcontenti che facevano angolo con Via Goito, per pochi soldi. Poi appena il piano regolatore della città fu reso definitivo, fece abbattere le vecchie catapecchie e preso il miglior giovane ingegnere di Bologna fece progettare un palazzo degno di lui e delle sue iniziative e lo piantò primo fra tutti sulla nuova e futura Via Indipendenza. Tutti dicevano che gli Zappoli erano pazzi e che sarebbero sicuramente falliti; zia Imelde mi diceva che in quel periodo Enrico faceva delle notti bianche. Difatti come sempre avviene l’ingegnere fece dei preventivi che alla liquidazione furono superati di due terzi!!! Federico ed Enrico si grattavano la testa ma orgogliosi non dimostravano le loro preoccupazioni in pubblico ostentando invece sicurezza.  Andò a finire che il palazzo che inaugurò Via Indipendenza (ora posto al n.21) riuscì bellissimo all’esterno, modernissimo nelle ubicazioni interne degli appartamenti, ma le scale, che sono sempre le ultime a finirsi riuscirono tirate via ed in evidente contrasto con tutto il resto dell’edificio. Era mancato il danaro ad onta delle tirate di collo che si davano i due fratelli a lavorare. So che questo ingegnere Zagnoni, giovane benestante, aiutò i Zappoli nei pagamenti dandogli del respiro a liquidare tutto. Il nuovo palazzo sotto l’ampio porticato aveva quattro negozi. Di solito in palazzi di quella mole abitate da persone di condizione elevata i negozi erano considerati una bruttura. Ma gli Zappoli commercianti non si preoccuparono nel costruirlo che a dare nuovo sviluppo ai loro traffici ed a crearsi del credito possedendo questa vistosa proprietà.

Enrico venne a dirigere il nuovo negozio di salumeria che aveva un laboratorio annesso in Via Goito ove la proprietà di nuovo costruita confinava con una casetta sempre dei Zappoli. Nonna Nina con la figlia Clementina ebbero un appartamento molto verso il cielo nel nuovo palazzo ed anche Federico e la Pia vi vennero ad abitare in un altro appartamento pure questo assai modesto!! Nonna Nina, molto più avanti, in tarda età, morì fra i suoi figli proprio nella casa che loro le avevano costruita. In gioventù certamente non aveva sognato un destino simile. Il palazzo fu venduto da Federico di Enrico Zappoli nel 1924 per pagare l’imposta di successione sui beni che ereditò da Imelde Gavaruzzi morta due anni prima e ciò nonostante una gran parte dei beni gli fossero già stati dalla prozia venduti (in realtà donati) nel 1921. La tassa era fortissima fra affini così lontani. Intanto nell’azienda avvenivano fatti sempre più importanti: il negozio di Via Ugo Bassi venne subaffittato e così quello di Via D’Azeglio, senza però il laboratorio che tennero per sé. Il periodo di cui parlo è di circa un decennio (1872-1882?) ed il lavoro fù fatto progredire fino a raggiungere, prima ancora di costruire il salumificio di Viale Silvani 2-4 il numero di sette negozi condotti direttamente od indirettamente dai Zappoli in varie strade della città”.

Il ventennio che va dal 1882 al 1904 è drammatico; vede la continua ascesa e poi il rapido crollo della industria salumiera dei fratelli Federico ed Enrico Zappoli. L’ascesa è più comprensibile: è consona alla spinta degli anni precedenti, il crollo lo è meno. Sarebbe facile attribuire tutta la colpa del crollo alla morte quasi contemporanea nel 1903 di Federico (64 anni) e di suo figlio Enrico Junior (27 anni), non restando di uomini in famiglia che Enrico senior (62 anni), che però era sempre stato “il braccio” del duo mentre Federico era “la mente”, e anche l’aiuto dell’impreparato Tommaso Thyrion (44 anni) venuto a dare una mano da Pistoia non servì a nulla. La morte dei due Zappoli fu la goccia che fa traboccare il vaso ma il bicchiere era già pieno da tempo: ci si era spinti troppo innanzi, ingranditi troppo… Le cose erano andate sempre bene… Nel 1884? Era avvenuto il passaggio dalla fase artigianale e quella industriale con la costruzione di uno stabilimento, su progetto dell’Ing. Filippo Buriani, previo acquisto di varii terreni oggi delimitati all’incirca dalle Vie Silvani, Saffi, S. Pio V, Malvasia. Nel 1886? L’ottimo affare del vitalizio con la Marchesa Davia (morta poco dopo il contratto!) e conseguente acquisizione di una vastissima area (delimitata oggi all’incirca dalle Vie Vicini, Saffi, Piave, Tolmino e Sabotino) di circa 25 ettari con sopra la villa Ravone, serre, stallaggi, il molino del Chiù ed altre casette. Il terreno era molto a parco e qualche cosa coltivato ad orti. Nel 1888 la costruzione, sulla parte ovest dei terreni ex Davia, dell’ippodromo Zappoli (rimasto in funzione sino al 1928) su progetto sempre dell’Ing. Buriani che lo stesso anno costruisce la prima grande esposizione di Bologna fatta a S. Michele in Bosco. In quegli anni viene costruito il palazzo di Via Saffi n.1 e vengono comperate le case di Via Rizzoli 29, Via Castiglione 55, Via S. Felice 141, due poderi a Monte S. Pietro, un podere alle porte di Medicina.

Sul finire del secolo la ragione sociale della industria salumiera, che era stata sino ad allora una società di fatto fra i fratelli Federico ed Enrico Zappoli viene trasformata in “Industria Salumiera Bolognese Fratelli Zappoli società in accomandita per azioni” e ciò fu fatto per trovare capitali per il sempre maggiore giro d’affari, capitali che furono sottoscritti da varie persone anche non bolognesi. Si esportava molto e si comperavano i suini addirittura in Serbia dove Federico si recò più volte con viaggi considerati pericolosi. Gli affari però non andavano bene… vi erano molte spese, debiti contratti; il 3 febbraio 1900 viene venduta all’Amministrazione Militare una parte dei beni ex Davia e cioè i quasi dieci ettari dove attualmente sorge la Caserma Mameli in Viale Vicini… è la prima volta che si vende… Nel 1904? C’è un assemblea dei soci, della Soc. in Acc. per Az. Preoccupati per l’andamento degli affari e per la morte dei “cervelli” e per “tenerli su” gli danno anche un ballo alla Villa Ravone (lo raccontava l’Ida Zappoli Thyrion che vi partecipò non più giovinetta: 37 anni) …poi infine si ventila addirittura la possibilità del fallimento…allora gli Zappoli superstiti  - Enrico senior di 64 anni, sua moglie Imelde Gavaruzzi, Ida Zappoli che ha più cervello di tutti con il marito Tommaso Thyrion, Alessandrina Sassòli di 23 anni vedova di Enrico Zappoli junior quale tutrice del minore Federico di tre anni - ben consigliati da bravi professionisti prendono una decisione eroica ed insieme dolorosa: si indebitano a lungo termine con il Banco di Napoli dando in garanzia tutto il loro patrimonio immobiliare e con la somma ottenuta comperano a poco prezzo le interessenze degli spaventati soci non Zappoli, pagano varii debiti urgenti ed affittano la fabbrica dei salumi a V. Dal Bello. Finisce così l’epoca industriale e comincia quella agricola ed immobiliare che dura tutt’ora.

I 20 anni dal 1905 al 1924 sono per gli Zappoli molto più tranquilli del ventennio precedente nonostante le gravi vicende nazionali; guerra mondiale e poi grandi lotte sociali. I superstiti Zappoli e Thyrion si dividono il patrimonio con atto Marani del 22-7-1909; atto poi rivelatosi inutile nei 30 anni seguenti dato che tutto il patrimonio, o meglio il non venduto, andò agli unici discendenti: Paolo e Roberto Zappoli Thyrion. Il 7-9-1909 muore Enrico Zappoli senior lasciando come unica erede la moglie Imelde Gavaruzzi. Nel 1912 Federico Zappoli, onde ricevere una buona educazione, viene messo interno al Collegio S. Luigi di Bologna; vi resterà sino al 1917. Nel 1914 l’edificio della fabbrica di salumi viene trasformato da Tommaso Thyrion (era toccato a sua moglie Ida Zappoli nella divisione) in 35 appartamenti e negozi (come è attualmente, ancora di proprietà Zappoli) in Piazza di Porta S. Felice n.7 ed 8 e Viale Silvani dal n. 2 al n. 4. La giovane Alessandrina Sassòli per quasi ventanni convisse nella Villa Ravone con Enrico senior e sua moglie Imelde e poi solamente con quest’ultima quando Enrico morì; era vivace ed infaticabile e rallegrò gli ultimi anni di vita dei due vecchi, si fece ben volere, con la sua energia tenne lontani dei pericolosi postulanti, soprattutto sacerdoti, che potevano insidiare la probabile eredità di suo figlio Federico. Fece molto insomma ed i suoi sforzi furono coronati dal successo: con atto Cicognari del 4-2-1921 avvenne una vendita (in realtà una donazione) in cui Imelde Gavaruzzi ved. Zappoli alienò circa i due terzi del suo patrimonio al minore Federico e successivamente morendo il 26-2-1922 lo lasciava erede universale (salvo grossi legati quasi tutti in danaro alla Chiesa, opere pie, e persone varie). Fu indubbiamente un grosso sacrificio vivere con dei vecchi e le impedì anche di risposarsi. Visse però con agi superiori alle possibilità lasciatele dal suo defunto marito Enrico junior e fece la “bella vita”, andava ai balli, ai veglioni mascherati, vestiva bene, una piccola “vedova allegra” insomma… Nel 1924 sposa l’allora capitano Giuseppe Morone e nel 1926 si trasferisce a Mogadiscio in Somalia dove a quell’epoca non vi erano che 5 donne europee. Segue le vicende “coloniali” del marito rientra definitivamente in Italia nel 1946, muore a Bologna l’8-9-1961. Nel 1922 Federico Zappoli sposa Giorgina Bidone.

NOTE | 1) Enrico Zappoli junior, unico discendente maschio di Federico ed Enrico Zappoli e loro successore nella ditta, era stato educato bene: inviato ad 11 anni in collegio a Kempten in Baviera vi era rimasto varii anni per imparare tra l’altro il tedesco (lingua allora importantissima), sapeva bene il francese visto che con sua sorella Ida si scrivevano in questa lingua; poi aveva fatto esperienza sotto il padre nella fabbrica. Il padre Federico era un vulcano: usava dettare a vari amanuensi (allora non esistevano macchine da scrivere) molte lettere contemporaneamente. Purtroppo le speranze riposte in lui, era un giovane di normale intelligenza e ben disposto al lavoro, si spensero con la sua tragica morte avvenuta a soli 27 anni. Prima di un banale intervento chirurgico alla cistifellea fu anestetizzato con una dose eccessiva di cloroformio e spirò. 2) “Villa Ravone, in origine dei Ghisilieri, poi dei Caprara e Davia, qui nel 1815, sostò Elisa Napoleone, cercando tregua all’ambascia del perduto dominio. Federico Zappoli restaurò l’anno 1925”. Così diceva la lapide murata di fianco alla villa interamente distrutta da un bombardamento aereo il 12 Ottobre 1944 quando ancora di proprietà Zappoli. I nobili Ghisilieri la costruirono nel XVII secolo e dedicarono la cappella annessa al loro più illustre antenato: Michele, poi Papa (dal 1566 al 1571) col nome di Pio V ed infine Santo; è il vincitore morale della battaglia in cui la flotta cristiana sconfisse quella turca a Lepanto il 7 ottobre 1571. Nella cappella vi era un quadro del Santo, attribuito al Guardassoni, che Imelde Gavaruzzi ved. Zappoli volle fosse collocato in una nuova Parrocchia da erigersi nella zona e che oggi è nella Chiesa di S. Maria delle Grazie e S. Pio V in Via Saffi n. 19. Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone, principessa di Lucca, poi di Massa e Carrara ed infine di Toscana aveva sposato Felice Baciocchi ed è sepolta a Bologna in S. Petronio con magnifico monumento funerario nella settima cappella a sinistra. 3) L’ippodromo Zappoli con annessi 14 ettari di terreno coltivato ad orti, il mulino del Chiù e delle casette furono venduti da Federico Zappoli nel 1924.

Paolo Zappoli Thyrion

"Con l'aiuto, per la parte fotografica, che è la più interessante, di mio figlio Tomaso, ho raccolto qua le notizie più importanti di varie nostre famiglia. Alcune sono documentabili, le ho tratte da varie carte sparse che però avevo sempre gelosamente, altre no: sono dei racconti fatti dai nostri vecchi, in parte a mio padre Federico ed in parte a me. Bologna, 1974". Si ringrazia la famiglia Zappoli Thyrion per avere reso diponibili testi e documenti di famiglia. Trascrizione dall'originale di Lorena Barchetti.