Il medagliere del Museo Civico Archeologico di Bologna

Il medagliere del Museo Civico Archeologico di Bologna

1714 | 1931

Scheda

Nel 1878, con la convenzione che riuniva le raccolte archeologiche e artistiche, presenti in città, nel costituendo Museo Civico di Bologna, si sanciva anche la formazione di un unico medagliere che comprendeva la collezione universitaria e quella comunale formatesi in tempi e con vicende diverse.

Nell’ultimo decennio numerosi sono stati gli studi sulla storia del collezionismo in generale e, in particolare sull’origine dell’aggregazione delle raccolte che costituiscono il patrimonio dei musei cittadini bolognesi. Questa cresciuta attenzione ha consentito di recuperare, attraverso l’indagine degli archivi e della vecchia bibliografia a lungo disertata, una notevole quantità di dati e di notizie ormai dimenticate, ricostruendo al contempo il clima culturale e la personalità di studiosi e collezionisti. Nel settore numismatico un tale lavoro ha permesso di puntualizzare con maggior precisione la dinamica della formazione delle due collezioni, anche se ora i dati di provenienza dei singoli nuclei non sono quasi mai riscontrabili sui pezzi. Soprattutto per la collezione Universitaria nuove ricerche di archivio hanno permesso di recuperare una storia molto articolata, di cui si era persa la memoria, essendo sembrato sufficiente ricordare la donazione del medagliere di Benedetto XIV che pure fu, come vedremo, uno dei primi e senza dubbio il più illustre dei donatori.

La collezione Universitaria

E’ appena il caso di richiamare, poiché numerosi sono gli studi sull’argomento, che l’atto di fondazione delle raccolte universitarie risale al 1714, anno in cui fu inaugurato l’Istituto delle Scienze in Palazzo Poggi che contemplava una serie di “Stanze” dedicate alle varie discipline. L’ultima ad essere ufficialmente aperta fu la “Stanza delle Antichità” le cui raccolte, nel progetto dichiarato del Marsili, dovevano essere fonte di conoscenza diretta degli usi e dei costumi degli antichi, secondo quel metodo sperimentale che stava alla base del rinnovamento degli studi da lui propugnato. Significativo, al proposito, uno degli articoli della Costituzione dell’Istituto stesso: “Avranno i professori particolare attenzione di non fare negli esercizi alcuno studio o discorso scientifico che convenisse alla forma di una lezione o che si potesse chiamare una vera lezione propria delle cattedre al pubblico Studio, dovendo gli esercizi versare principalmente nella pratica delle osservazioni, operazioni, esperimenti e altre cose di simile natura. S’imputerà a gran colpa la trascurataggine di quest’articolo”. Il primo nucleo di materiali donati dal Marsili alla Stanza delle Antichità, comprendeva statue, ma anche un ricco repertorio di istrumentum domesticum e di “anticaglie” di vario genere; non compaiono monete o medaglie (non è escluso che fossero presenti, ma la ricerca d’archivio non è ancora conclusa), non certamente per disinteresse nei riguardi della numismatica dal momento che il Marsili, in un suo studio rimasto manoscritto, riproduce “pesi, misure e monete romane conservate nell’Istituto e in altri musei”, mentre nel 1718 si preoccupa di progettare e far costruire un contenitore per le medaglie donate in quell’anno da Marco Antonio Sabbatini, che per quanto mi consta dalla lettura degli Atti dell’Assunteria di Istituto, conservati presso l’Archivio di Stato di Bologna, è il primo collezionista numismatico che individua nell’Istituto la destinazione pubblica della sua raccolta.

A Bologna nel XVII secolo il collezionismo numismatico ara assai diffuso: il XVII secolo è stato definito il secolo della numismatica non solo per la diffusione generalizzata di collezioni, ma anche perché la moneta si impone, nella controversia fra storici e antiquari che ha caratterizzato la cultura secentesca europea nell’ambito degli studi storici, quale documento capace di fornire nuovi dati e più vive testimonianze del mondo antico. In questo clima nascono numerose pubblicazioni di carattere numismatico che ancora ora sono di grande utilità perché riportano notizie di collezioni e di collezionisti, visitate personalmente dagli stessi autori. Soprattutto alle opere di due grandi numismatici Charles Patin e Jean Vaillant dobbiamo la conoscenza di collezioni e collezionisti bolognesi che essi stessi visitarono, riportandone i nomi: Bononiae, praeter Cardinalem Archiepiscopum Boncompagni, multi multa habent numismata. Comes Valer. Zani: Senator Card. Maria Gessius, olim Senat. Berlingerii filius: Marchio Ferdinandus Caspi (sic!): Ant. Felix Marsilius: Com. Hier. Bosellus: Doct. Silvester Bonfiglioli: Celeberrimus Medicinae Doct. Marcellus Malpighius: R.P. Maria Minii, Vicarius Clericorum Min. Regularium: R.P. Leo Canatus Servita: R.P. Jo Baptista Cattanius Ordinis Minoris Observantiae, et cuius intelligentia atque erudito ne sperare possumus magnum antiquissimum numms argumentum, ex iis quos ex Hispania in has oras detuli. R.P. Jo. Angelus Ricci ex ordinis Minorum Provinciae Bononiensis Secretarius ac Commissarius Provincialis, Jo. Mariq Marchesinus, Valerius Polazzus antiquitatum amantissimum, Marchio Montalbanus, Lud. Laurentius Medicus, Joseph Magnavacca pictor cui ex alio eiusdem artis aximiae alumnos adjungam, Blancum Negri, qui fratris sui Jo. Francisci haeres, hoc titulo eximia possidet Numismata, et celebrem Prosperum Mancinum. Bononia, ut studiorm mater, sic nummorum parens, plurimos habuit studios. E vivis exierunt Card. Boncompagnus arbis Archiepiscopus Musei olim celeberrimi patrui sui Francisci Cardinalis heres, Jo. Baptista Capponius, N. Carradorus, Medici Insignes, Lud. Borgoloccus, Fr. Lottus, et Val. Polazzus inter alios emicuerunt. Comes Car. Caesar Malvasia S. Petri Canonicus singulares olim congessit: nunc Ant. Da Via Patricius, Pontificis Maximi apud Belgas Internuntius, praestantissimos acquisivit. R.P. Minius Clericis Minoribus Praepositus, ut ex suis selectiora LUDOVICO MAGNO offeret, Versalias venit. Illustris ille Malpighius, alterum Medicinae lumen, aliquot eximios possidet: sed omnes D. Josephi Magnavaccae inter pictores commendati iudicio stare volunt: is enim Antiquariorum Italiae princeps quo ad praxim facile praedicatur.

Molto famosa fu la collezione di Girolamo Boncompagni (1622 - 1684). Arcivescovo di Bologna, a lui pervenuta attraverso l’eredità dello zio paterno, cardinale Francesco Boncompagni, che aveva lasciato numerosi codici greci e latini alla Biblioteca Vaticana e altri importanti fondi librari al Collegio Germanico di Roma; oltre a monete imperiali romane, la raccolta comprendeva serie di “monete di famiglie romane”, cioè repubblicane, secondo quanto ci riferisce il Patin: “Archiepiscopi Bononiensis Buoncompagno numismata quantum habent nominis ignorat nemo qui haec amat” e una ricca testimonianza di monete papali, come annota il Bonanni. Di Giovan Battista Capponi, medico, socio dell’Accademia dei Gelati cui apprtenevano altri collezionisti, citati dal Patin, - Valerio Zani, Antonio Felice Marsili, fratello di Luigi Ferdinando, Ovidio Montalbani e Carlo Cesare Malvasia, che diresse il GIARDINO DEI SEMPLICI dell’Aldrovandi -, il Fantuzzi annota che si dilettò di “geroglifici, antichità, medaglie, goie e intagli, cifre e favelle recondite”. Di lui rimangono anche alcuni scritti di carattere numismatico De Othone Aureo suo Commentarius ad Ludovicum XIV Regem Christianissimum e manoscritti, De Nummis Antiochorum Disquisitio e Introduzione allo studio delle Medaglie antiche. Altri sono i medici che raccolsero monete, quali Carradori, Laurenti, Marcello Malpighi; medici eran Patin e Vaillant. Come ha notato S. De Maria “La cultura antiquaria a Bologna e per tutto il secolo è affidata piuttosto a uomini di diversa formazione, medici e filosofi soprattutto, ma anche giuristi; cosa che non costituisce una particolarità esclusiva bolognese, quanto piuttosto un allineamento con il resto della “intellettualità” degli antiquari particolarmente centro e nord europei, tra i quali abbondano soprattutto i medici filosofi”. Né meraviglia se si pensa che le suggestioni che alla pratica medica venivano dalle nuove metodologie scientifiche di orientamento sperimentale, bene potevano trasferirsi sullo studio materiale dell’antichità. Il Capponi dichiara apertamente questo principio asserendo che lo studio della documentazione antica doveva sottoporsi a quello stesso metodo sperimentale propugnato per le scienze naturali. Maggiori notizie si hanno su Valerio Polazzi e Giuseppe Magnavacca. Di Valerio Polazzi, mercante di seta, il Fantuzzi riferisce che “si applicò allo studio delle medaglie antiche e per esso era in commercio di lettere con il Vaillant e studiava con il Magnavacca”. Alla sua morte la ricca raccolta che comprendeva anche “casse piene di disegni dei Carrazzi, Guido Reni, ed altri celebri Pittori fatti venire da diversi luoghi”, passò all’erede Paris Boschi. Nel 1784 fu acquistata dal veneziano Luigi Canonici, ma avendo “egli inteso essere grave ai Signori Senatori Presidenti dell’Istituto, che così ricco e pregevole capitale, radunato da un cittadino, sortisse dalla patria, con tratto generosissimo nel 1786 la cedette all’Istituto” per lo stesso prezzo a cui l’aveva acquistato. Di questa acquisizione troviamo puntuale registrazione negli Atti dell’Assunteria di Istituto, dove Giacomo Biancani Tazzi, che era il custode della Stanza delle Antichità, annota che le 2346 monete imperiali romane trovano corrispondenza nella descrizione fatta da Giuseppe Magnavacca, di cui resta il manoscritto.

Alla morte del Magnavacca, avvenuta nel 1724, prontamente il Bianconi, Custode della Stanza delle Antichità, propose che la collezione dei libri e delle medaglie venisse acquistata dall’Istituto, ma “l’esito fu che il S. Senator Co. Camillo Bolognetti fece esso stesso l’acquisto di Libri di antichità di Medaglie e di altri preziosi volumi del S. Magnavacca, né mai sopra di ciò è stato riferito all’Ill.mo Regg.to”. Così non ebbe esito la proposta, avanzata del 1728, dell’acquisto della collezione del Cardinal Gualtieri, perché non ritenuta abbastanza importante. Gli Assunti dell’Istituto, va notato, non dimostrano eccessivo interesse nei riguardi della Stanza delle Antichità, non per miopia culturale, ma perché le maggiori attenzioni furono rivolte ad altre discipline che costituivano una novità nel campo della ricerca e degli studi. Del resto lo stesso Marsili raccomandava che ogni sforzo economico venisse rivolto alle “scienze più rare che servono nei tempi moderni di gran lustro ad una Università”, quali soprattutto la chimica, ma anche l’algebra, l’astronomia e le meccaniche. Il Patin – e non, inspiegabilmente, il Vaillant – cita la raccolta numismatica di Ferdinando Cospi, composta da un migliaio di monete, per la maggior parte imperiali romane, di cui pure già esisteva il catalogo a stampa, opera di L. Legati. Il Legati legittima la presenza della raccolta numismatica, all’interno del Museo Cospiano, dichiarando “Non meno giovevole dovrà confessarsi la cognizione delle Medaglie che sono sicurissimi confronti dell’Istoria figurata, molto più esatta della scritta mentre supplisce a vari difetti di quella, favellando sovente dove ella tace… e proponendo alla posterità non solo i fatti de gli huomini illustri, ma insieme le loro immagini che in esse come in Ispecchi tanto più ragguardevoli quanto meno fragili, poco men che vive si scorgono più dilettano gli occhi figurate che la mente descritte”. In ciò il Legati esprimeva un’acquisita consapevolezza dell’utilità della ricerca archeologica già asserita dagli stessi umanisti e poi affermatasi, come abbiamo visto, durante il XVII secolo. Riprendendo la storia del medagliere dell’Istituto delle Scienze, dobbiamo annotare due importanti incrementi: nel 1742 pervenne, insieme all’intero museo, la raccolta del Cospi e nel 1745 il dono del medagliere di Benedetto XIV che, come è noto, ebbe sempre grande attenzione e munificenza nei riguardi della famosa istituzione bolognese. La collezione papale era composta di 1500 monete delle quali 1340 imperiali e 160 d’argento delle zecche greche siciliane (già appartenute al Cardinal Portocarrero e da lui donate al papa), contenute in due pregevoli mobili e corredate da due cataloghi manoscritti, tuttora conservati presso il Museo bolognese. Negli anni seguenti l’esempio fu seguito da altri collezionisti: nel 1752 il senatore Nicola Spada lasciò in eredità una raccoltina di 140 medaglie di uomini illustri; nel 1754 Benedetto XIV donò 522 monete romane repubblicane provenienti dall’agro fermano, il grande antiquario Scipione Maffei destinò all’Istituto, di cui era “socio”, insieme al celebre scarabeo con Achille e Ulisse, 26 monete italiche che pervennero nel 1755, nel 1766 Giacomo Battista Beccari, che dell’Istituto era stato il presidente, per testamento, lasciò i suoi libri e la sua raccolta numismatica, formata da 369 pezzi, fra cui notevoli le 21 monete imperiali romane d’oro e le 88 medaglie della casa di Lorena e di uomini illustri, opera del Saint Urbain. L’indice universale di tutte le medaglie antiche e moderne che sono all’Istituto delle Scienze di Bologna, redatto nel 1771 da Giacomo Biancani Tazzi, ci dà la consistenza del medagliere che ammontava a 3887 monete greche e romane e 393 medaglie “volgarmente quelle degli uomini illustri”. Il Biancani Tazzi fu il vero primo archeologo che operò nell’ambito dell’Istituto; la sua vasta preparazione scientifica, unita ad attenzione e competenza nei riguardi del patrimonio a lui affidato elevarono la dignità della disciplina antiquaria: nei Commentari, i resoconti scientifici ufficiali dell’Istituto, solo nel 1791 si dedicò ampio spazio agli studi archeologici; nel 1781 fu istituito, e a lui assegnato, l’insegnamento di Archeologia e Numismatica. Il Biancani Tazzi ebbe una vasta produzione scientifica nell’ambito della epigrafia, della numismatica, dell’archeologia, delle scienze naturali e della medicina, seguendo in ciò una tendenza già notata nel secolo precedente, ma non pubblicò a stampa alcuna opera: i suoi lavori, ora conservati presso la biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, restarono tutti manoscritti, tranne alcune parti del De pateris etruscis, pubblicate postume da Filippo Schiassi. Degli scritti di epigrafia si è occupata A. Donati, ritengo che anche il settore numismatico vada adeguatamente indagato. Da una rapida lettura delle lezioni di Numismatica, emerge rigore di metodo e di impostazione didattica, sicura conoscenza della materia, sostenuta da argomentazioni del tutto scevre da inutili ridondanze erudite e disgressioni affaticanti, mirate invece al recupero delle fonti scritte ed archeologiche.

La direzione del Biancani fu caratteriz zata da un rinnovato interesse nei riguardi dei “capitali” della Stanza delle Antichità. Limitandoci in questa sede alla raccolta numismatica si possono citare gli illustri doni di Luigi XV e dell’elettore palatino Carlo Teodoro, nel 1776, l’acquisto della collezione di Ludovico Savioli, che comprendeva, tra l’altro, più di 6000 monete e medaglie, oltre a sigilli, oggetti d’avorio medievali, vasi “etruschi” e placchette, e, sempre nello stesso anno, il lascito di monete e medaglie di Urbano Savorgnan, di cui non ho rintracciato alcun elenco, ma solo la notizia dell’esistenza di due scrigni contenenti circa 2500 pezzi di bronzo e d’argento, nel 1786 l’acquisto della collezione Polazzi, sopra ricordata, e delle 208 monete d’oro della collezione Brunetti di Modena. Il Settecento vide a Bologna un fiorire di collezioni private che il Biancani Tazzi ben conosceva, godendo della fiducia degli studiosi, dei commercianti e dei collezionisti che gli inviavano monete da studiare, valutare e pubblicare. Una prima ricognizione del collezionismo settecentesco a Bologna è stata compiuta da A. R. Marchi; come era prevedibile, si riscontra che tutte le collezioni comprendevano anche settori numismatici più o meno cospicui: ricordiamo le raccolte Aldrovandi, Guastavillani, Angelelli, Malvezzi Campeggi e quella di Marcello Oretti, di cui lo stesso Biancani Tazzi nel 1788 redasse l’indice insieme alla stima commerciale. Dopo la morte del Biancani, divenne Custode dell’Istituto e professore di Archeologia Floriano Malvezzi, anch’egli collezionista, che fece proporre dagli Assunti di Istituto al Cardinal Legato, da cui essi dipendevano, l’acquisto del “Museo di Medaglie” di Carlo Filippo Aldrovandi Marescotti (mettendo al contempo a punto un piano di finanziamento) “giacchè le monete sono di rarità insigne, di non indifferente valore, molte anche di oro, e tali insomma in complesso che unite alle altre già esistenti nell’istituto formeranno un Gabinetto che forse non avrà pari o secondo”. Ma l’accordo non fu raggiunto. Venne invece acquisita, attraverso donazione, la raccolta di una cinquantina di monete ispaniche donata da Giacomo Pistorini, consultore del Senato bolognese e noto professore di pandette. Nonostante questi notevoli incrementi il medagliere dell’istituto non sembra essere stato molto conosciuto nell’ambito degli studi numismatici; ed infatti l’Eckel fra gli “illustriora per Europa musaea” non cita Bologna giustificando in questo modo la scelta delle collezioni trattate: “Dabimus hoc loco eos tantum thesauros, quos dignos esse praeconio aut fideles eorum catalogi, aut certa fama, aut ipsi a me coram conspecti exploratique docuere”. La donazione Pistorini fu senza dubbio una delle ultime prima dell’intervento francese: Napoleone soppresse l’Istituto delle Scienze e il trasferimento dell’Università in Palazzo Poggi, già sede dell’Istituto, segnò l’annullamento anche fisico dell’istituzione marsiliana. Il patrimonio di strumenti e materiali fu assegnato parte all’Accademia di Belle Arti e all’annessa Pinacoteca, e il rimanente all’Università, diviso fra i vari Istituti. La Stanza delle Antichità assorbì l’interesse museografico ed infatti, riorganizzata in più ampi spazi, divenne il Museo Universitario, diretto dai titolari dell’insegnamento di archeologia: Filippo Schiassi (1803 - 1832), Girolamo Bianconi (1836 - 1847), Francesco Rocchi (1847 – 1875) e Edoardo Brizio (1875 - 1906), che nel 1878 realizzò la riunione del Museo Universitario a quello Civico. Nella prima metà dell’800 l’interesse per il medagliere rimase molto vivo anche perché alimentato da studi e ricerche e dall’attività didattica: basta scorrere gli elenchi redatti annualmente con molta cura per accorgersi che medaglie e monete affluivano copiose attraverso donazioni e acquisti. Non è possibile citare i numerosissimi incrementi, ma è significativo ricordare che nell’inventario redatto dallo Schiassi nel 1835 il medagliere assommava a 18.000 pezzi. Quando la direzione del Museo Universitario passò a Girolamo Bianconi, la preoccupazione già espressa negli anni precedenti dalla Sacra Congregazione degli Studi sulla necessità e urgenza di attendere alla compilazione del catalogo generale della raccolta – giacché quello fornito dallo Schiassi nel 1835 era un semplice inventario – divenne più pressante: il fatto che l’operazione si iniziasse dal medagliere denota quanta importanza si annettesse a questo settore che nel frattempo era stato ulteriormente accresciuto (il Bianconi parla di almeno 20.000 medaglie e monete) con nuovi doni e acquisti fra i quali è opportuna ricordare, nel 1841, la collezione del marchese Massimiliano Angelelli comperata a rate grazie alla paziente opera di convincimento dell’Arcicancelliere e del proprietario: si tratta di una raccolta di 472 monete greche, molto selezionate e di ottima scelta, di cui già esisteva il catalogo a stampa, opera dello stesso Bianconi, redatto secondo il metodo eckeliano. L’impresa del catalogo generale non fu portata a termine, ma restano 5 volumi manoscritti relativi a monete repubblicane e imperiali romane, greche, medaglie pontificie e zecche italiane. La direzione di Francesco Rocchi (1847 - 1875) fu meno caratterizzata da interesse numismatico, perché il Rocchi rivolse la sua attività scientifica prevalentemente all’epigrafia, mentre per quanto riguarda il patrimonio si nota una maggiore preoccupazione per il recupero dei materiali restituiti anche casualmente dagli scavi. Importante è l’acquisizione del tesoretto monetale, purtroppo andato in gran parte disperso, rinvenuto scavando le fondamenta del nuovo ponte sul fiume Reno, nel 1857, si trattava di un centinaio di monete d’oro appartenute, secondo il Frati, ad un mercante arabo, delle quali solo 21 ora sono conservate nel medagliere. Nel frattempo, a partire dall’Unità d’Italia, si era fatta avanti l’ipotesi di riunire il Museo Universitario e quello Comunale. In vista di questo passaggio, che avvenne solo nel 1878 ad opera di E. Brizio, fu redatto un inventario generale del Museo Universitario, firmato dal Rocchi e datato 1874; il medagliere ammontava a 37500 pezzi.

La collezione comunale

Intorno alla metà dell’800 un rinnovato interesse nei riguardi delle istituzioni civiche fece confluire all’Archiginnasio, sede della Biblioteca Civica dal 1835, gruppi di materiali archeologici scoperti casualmente in città e nel territorio. La vocazione museografica della Biblioteca, anche se malamente espressa dal momento che i materiali non erano esposti al pubblico, fu confermata quando il Comune decise di destinare a questa sede importanti collezioni pervenute attraverso acquisti o donazioni. Tale decisione fu certamente sollecitata da Luigi Frati che era il direttore della Biblioteca, ma che aveva una buona cultura numismatica, avendo coadiuvato prima il Bianconi e poi il Rocchi nella preparazione del catalogo generale del Museo Universitario. Nel 1885 fu acquistata dagli eredi del conte Luigi Salina, collezionista bolognese di arte e di antichità, una raccolta di 5300 pezzi, fra i quali notevole il nucleo delle 2900 medaglie papali rappresentanti i papi da S. Pietro a Gregorio XVI. Quando la Zecca di Bologna, con ordinanza del 31 maggio 1861, dopo quasi sette secoli di attività venne chiusa, i punzoni, di grande interesse anche se limitati al 1700 e al 1800, vennero depositati presso l’Archiginnasio, dove contemporaneamente era pervenuta la collezione Palagi. Pelagio Palagi, collezionista ed artista famoso ai suoi tempi, aveva raccolto un vero e proprio museo dove voleva fossero rappresentati gli aspetti più vari del passato. Preponderante fu comunque l’interesse verso il mondo classico e particolare cura rivolse al suo medagliere seguendo da vicino e personalmente le operazioni di acquisto e di scambio; tenne numerosi e stretti rapporti di corrispondenza e di affari con numismatici e mercanti di monete italiani e stranieri quali Carlo Zardetti, numismatico milanese, Bernardino Biondelli, direttore del Gabinetto Numismatico di Brera, il commerciante veneziano Carlo Kunz e il famoso numismatico napoletano Gennaro Riccio. La raccolta, che assommava complessivamente a 40.000 fra monete e medaglie, delle quali 1400 d’oro, 15104 d’argento e 23000 di bronzo, ha un carattere di documentazione generale: circa la metà appartiene al settore classico; molto ben rappresentate sono le zecche italiane. La riunione dei due musei, sancì anche la riunione dei due medaglieri. Molte furono le preoccupazioni, soprattutto di ordine patrimoniale, nei riguardi di questa grande raccolta composta da 83.228 pezzi, schedata solo per una piccola parte, e addirittura, per la collezione Palagi, priva di un effettivo riscontro inventariale, eseguito dal Brizio solo nel 1905. Nuovi orientamenti culturali portarono ogni attenzione all’archeologia locale e soprattutto alla civiltà etrusca che gli scavi riportavano alla luce con ingenti rinvenimenti; del medagliere ci si occupò solo marginalmente, anche se fu avviata la schedatura, ed addirittura, all’inizio di questo secolo, con responsabile precauzione, si sigillarono le collezioni in casse. Del resto l’insegnamento universitario non contemplò più la numismatica se si eccettuano gli anni dal 1926 al 1931, quando fu tenuto, come corso libero, da Serafino Ricci. Non mancarono tuttavia nuove acquisizioni attraverso donazioni (680 pezzi) ed acquisti (900 pezzi). In questo secolo si sono aggiunte solo altre due raccolte, la Verzaglia Rusconi nel 1920 e la Crescimbeni nel 1931; la prima comprende 920 medaglie e monete, con numerosi pezzi d’oro e di elettro, che spazia nel settore antico e moderno senza una linea precisa; la seconda, di 468 esemplari, accanto alla presenza di monete antiche e di zecche italiane possiede una serie di medaglie di italiani illustri nel campo della fisica, della chimica, della medicina e della chirurgia. Con queste due ultime collezioni si conclude di fatto la formazione del medagliere del Museo Civico Archeologico che ammonta a quasi 90.000 pezzi.

Cristiana Morigi Govi

Trascrizione a cura di Lorena Barchetti, tratto da 'Deputazione di Storia patria per le provincie di Romagna', vol. XXXVI, 1986. In collaborazione con il Museo Civico Archeologico di Bologna.

Leggi tutto

Opere

Persone

Altro

Luoghi

Eventi

Documenti
Piccol Reno (Il)
Tipo: PDF Dimensione: 9.27 Mb

Il Piccol Reno - Foglio settimanale. Nn. 46 - 52, 1846. Tipografia San Tommaso D'Aquino, Bologna 

Piccol Reno (Il)
Tipo: PDF Dimensione: 17.75 Mb

Il Piccol Reno - Foglio settimanale. Nn. 14 - 26, 1845. Tipografia San Tommaso D'Aquino, Bologna

Editto sopra il ribasso delle monete erose
Tipo: PDF Dimensione: 3.08 Mb

Editto sopra il ribasso delle monete erose, pubblicato li 8 agosto 1796 alle ore 20 in Bologna nella Stamperia camerale. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa.

Cappello femminile | Monete sfregiate
Tipo: PDF Dimensione: 3.68 Mb

"Il cappello femminile", "Una raccolta di monete sfregiate", ne "La Lettura - rivista mensile del Corriere della Sera", Milano, 1909. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa.

Re numismatico (Il)
Tipo: PDF Dimensione: 2.31 Mb

Luigi Suttina, Il Re numismatico. Estratto dal periodico 'La Lettura - rivista mensile del Corriere della Sera', Milano, 1924.

Apri mappa