Fioresi Giuseppe

Fioresi Giuseppe detto/a Joseffo Fioresi poeta bolognano

1782 - 1857

Note sintetiche

Scheda

Come nave che esce dal porto passeggiando con passo scozzese, è lo stesso che prendere un morto, e pagarlo alla fine del mese.

Di chi sono questi versi che da più di cent'anni insieme ad altri del genere, fanno parte della letteratura bizzarra? Generalmente sono attribuiti a Giuseppe Fioresi, singolare tipo di letteratoide nato a Borgo Panigale nel 1782 e morto di vecchiaia, come dicono i documenti della Certosa, a Bologna in via Saragozza, nel 1857. Se proprio non sono suoi, come qualcuno dubita, e siano, invece, a parere di Antonio Fiacchi, di Salvatore Muzzi, pur esso bolognese e noto letterato e storico, furono però scritti ad imitazione del Fioresi. Il quale dal 1815 al 1854, tenne agitato l'ambiente intellettuale con la stampa di poesie e di scritti filosofici, promovendo un movimento che si volle persino ritenere precursore del futurismo, come ora si potrebbe dirlo dell'ermetismo. In verità 'movimento' è un pò troppo. Di molto chiasso, piuttosto, causato dalle polemiche fra coloro che lo esaltavano quale genio innovatore delle patrie lettere, e gli altri che lo ricoprivano di contumelie e lo canzonavano, traendo spunti facili e faceti all'apparire periodico di libercoli dai titoli strambi e dal contenuto più strambo ancora. Ecco come presentò due sue elucubrazioni metafisiche sociali: Isvolgimento filosofico della naturale malvagità dell'uomo in origine costitutiva; al quale faceva parapiglia quest'altro: Titolo filosofico di dritto e di fatto ricongiunto ai culti, ai popoli e ai rè. In queste due pubblicazioni il Fioresi, con arruffamento di stile e d'idee, di forme verbali e d'inconcepibili licenze, assalta imperterrito il lettore, e se questi ci sta, lo costringe alle più ardue acrobazie di pensiero. L'Isvolgimento fu uno scritto di battaglia. Il Fioresi aveva sessantaquattro anni quando lo pubblicò, dopo un diluvio di sonetti, carmi, odi e, persino, una tragedia, e intorno a lui infieriva lo scherno degli avversari. L'opera è tutta contro di loro, che, in un corsivo, di presentazione chiama idioti. Incomincia testualmente: 'Non risponderò per quel che dicami come di pochi palmi Uomo. – superbo risponderò quale Medianita altero per la mestà de' tempi, in cui le teste fondaronsi ad elevato principio'. E continua così per tutta la pagina, parlando di 'pianto molle sulle rovine dei trabalzi' e di altri terribili e miserevoli cose, 'di che – conclude – allibita stando Natura nei trabalzi di quel rigore, che la pienissima malvagità non isdegnavasi sulla corrente, che infine fu di coloro, i quali però giammai ebbero a punire la già contaminata, orrenda, che piucche sacrilega mano de' sangue'. Con questo stile, Fioresi ha scritto pagine e pagine: un vero classico dell'astruseria.

Le sue opere sono in genere, firmate così: Joseffo Fioresi poeta bolognano, con l'aggiunta, qualche volta di flaminiatico, in onore alle origini romagnole della famiglia. Con la qualifica di poeta bolognano, appare persino nei registri anagrafici del Comune. Evidentemente lo riteneva un titolo professionale. E' vero, però, che è unito all'altro di possidente, per certi poderi che i Fioresi avevano a Borgo Panigale, da cui il vate traeva rendite sufficienti per alimentare anche la poesia. Ma anche questa fruttava qualche cosa. Dopo la pubblicazione de I travòli, di cui si stamparono migliaia di copie, i sottoscrittori si fecero numerosi e, forse, sufficienti a compensare le spese. I travòli, sono una breve raccolta di poesie che, nell'intenzione dell'autore, dovevano incitare al superamento delle forme statiche della lirica per raggiungere superne altezze di espressione e d'arte. Aduleremo forse – scrivono in un opuscolo dal titolo La Staffetta d'Apollo alcuni anonimi che si dichiarano ammiratori, ma che potrebbero essere anche dei burloni nel concedere al Fioresi un egual posto, se non maggiore, con Dante e Torquato?. E' vero che la risposta è lasciata agli imparziali intelligenti posteri; ma rimproveravano a Bologna d'esser tarda a comprendere l'enciclopedico fondatore d'una nuova scuola che spingeva gli animi all'eccelso, e non vuole avvezzarsi a travolare, sulle orme del ludiceneo poeta.

Travolare, fu una amena definizione ch'ebbe una certa fortuna dopo la pubblicazione del capolavoro fioresiano. Nei caffè e nei salotti se ne faceva uso a proposito e a sproposito. Una eleganza estrosa era un... travolamento, e così un'avventura amorosa un po' piccante. E di tanto chiasso, il poeta traeva vantaggio. Era proprio quello che cercava. Lo si vedeva per le strade passare impettito fra coloro che facean pompa del pien beffeggiare in crocchio, roteando certi occhi penetranti e inquieti, piantati ai lati d'un naso fieramente aquilino, fra le parentesi di due strane basette a forma d'apostrofi rovesciati. Con questo aspetto lo vediamo in una stampa che si vendeva con lo spendio di soli cinque bajocchi, nel negozio del tipografo Bortolotti ai Celestini, suo editore preferito. Ai Travòli seguì l'Epitomeon, specie di romazo epistolare a imitazione del Jacopo Ortis. L'innamorato qui, si chiama Tepandro e il confidente amico Piro: soggetto è il disperato amore per Orene. Fioresi non si accontenta di uccidere il tragico amante, ma fa seguire la storia con un lungo codazzo di versi di questo tipo: Poichè il lordo alveo, alzandosi non stagna fumando più che intumidite nubi, legger cadendo, piucché spesso bagna bollenti nubi. Quando morì Paolo Costa, dedicò alla sua memoria Il Cereneo. In seguito uscirono la Tetracordea, I tristicholyli, i due carmi I binici canti e La croce del deicidio e altre poesie, raccolte in piccoli libercoli dal costo di pochi paoli. E fra queste pubblicazioni, trattati di carattere sociale e filosofico, nei quali fra un profluvio di parole, d'immagini e di aggettivi originalissimi, è difficile seguire il pensiero, se pensiero c'è.

Antonio Fiacchi, rievocando attraverso la pittoresca parlata del sgner Pirein, i fasti di Bologna d'una volta, dice che Fioresi fu un fenomeno strano, che s'era messo a fare della letteratura par sò cont, procurando da ridere, e forse da pensare ai concittadini. E aggiunge che le sue strampalari facevano rimanere in forse se a s'hava da redder parché s'an fossa alter la lingua e la forma dimostrano che un ch'ha studià e non un farneticante. Dunque c'era gente che prendeva sul serio lo strambo poetare del Fioresi. Fra le strampalari del nostro poeta bolognano, una colpì al sgner Pirein. Sono tre versi dei famosi Travòli: Solinga, tacita la volatrice, in torri altissime, ai vanti intesi, parmi di passera la vera attrice. Cosa ha voluto dire? - si chiede sconcertato il buon petroniano. - Mo! chi al sà! Erel un mattoide, o, come dicono adesso, un poeta dell'avvenire? Alla domanda fu data risposta quando sorse il futurismo. Joseffo Fioresi fu considerato senz'altro un precursore di Marinetti. Ecco altri saggi curiosi. Questo è tratto da Elegia. E chi dirassi Barbaro, nelle regioni opache? Veggio ridente Empireo, sepolto in tante Laghe! E quest'altro Dell'agreste mensa: Perché desso a Babuino, caro, dolce e grato sito, in agguato al suo quisito, stava questi al ré Peppino, quando in guerra ben si accenna, generale di Porcenna! Al che grida all'improvviso, l'arte premer de' soldati, come rane in altri stati, con evviva in bronzo viso, per battaglie in campo date, alla Libbia conficcate.

Nel 1833 morì di cancro, o scirro, come si diceva allora, Domenico Fioresi, già tenente colonnello, e fratello del nostro poeta, e gli furono dedicate alcune epigrafi, i cui autori vollero imitare lo stile dell'ormai celebre vate. Ecco la più interessante: Quando – travolava per i gaz olimpiaci – Domenico Fioresi bolognino – delle corporee guardie d'onore – del regno saturnino – colonnato tenente cavaliero marcato – alle sventure non malleabile – scirrosamente rapito da patologo morbo – ahi lontanissimo sol di anni due – dal lustro decimale – di terrena sua locazione – l'anno della sementa el mondo – 5833 – e dal trojo eccidio maloroso – 3042 – tra la settenaria e novena giornea – idest l'ottavario di lugliatica luna – gli amici del fratello Giuseppe – al morto immortale – questo iscrizionico finimento – a gocciola a giocciola convulsionati – u-lu-lu-la-va-no.

L'epigrafe è seguita da questa quartina: Dove se dove sei che fai che fai, o troppo presto Meneghin disfatto. Dal primo che verrà costà su tratto, questi foglietti dolorosi avrai. I foglietti, che il primo defunto avrebbe recapitato al povero Meneghino, consistevano in un opuscolo con le epigrafi scritte in suo onore, precedute da una lunga disquisizione sulla malattia che l'aveva condotto a morte. Quando fu messo in vendita (a dieci bajocchi la copia), suscitò molto clamore. La Gazzetta di Bologna, o meglio il suo redattore Carlo Monti, pubblicò addirittura un supplemento con un'acida critica, a sua volta censurato dal cronista Francesco Rangone, il quale rimproverò al Monti d'aver preso sul serio quelle epigrafi ch'erano invece, una canzonatura al poeta vivo e al colonnello morto. Senonchè l'opuscolo contiene due scritti che sono proprio del Fioresi, coi quali dava il crisma a tutta la pubblicazione. La celebre quartina, che ancora ha cittadinanza fra le bizzarrìe letterarie, in lieta compagnia con le poesie dell'Incarriga, del Ruggiero, del Malpiga, del Visconti Venosta, incominciò a circolare in quel periodo. E' opera del Fioresi o del Muzzi? Il dubbio rimane. Essa, però, è nata a Bologna, nel clima creato da Joseffo Fioresi, poeta bolognino e flaminiatico. (Umberto Beseghi)

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