Avvenire d’Italia (L')

1886 | oggi

Scheda

Il quotidiano “L’Avvenire d’Italia” nacque l’1.11.1896, con la testata “L’Avvenire”, quale portavoce del mondo cattolico bolognese. Primo direttore fu Filippo Crispolti. Assunse la testata definitiva nel 1902, quando alla direzione fu chiamato Cesare Algranati, che firmava Rocca d’Adria. Il 31.3.1910 entrò a far parte, con altri quotidiani cattolici, della Società editrice romana, il trust di Giovanni Grosoli Pironi, il quale era legato ad ambienti finanziari e conservatori della capitale ed al Banco di Roma in particolare. Il trust fu sconfessato l’1.12.1912 dalla Santa sede la quale, in una Avvertenza apparsa su “L’Osservatore Romano”, dichiarò di non riconoscere «per conformi alle direttive pontificie» i quotidiani aderenti. Ribattezzato Unione editoriale italiana, il trust non si riprese e nel 1917, sotto la direzione di Paolo Cappa, il quotidiano bolognese si rese indipendente, costituendo la Società Avvenire d’Italia. Finanziariamente continuò a dipendere da Grosoli Pironi e dal Banco di Roma. Immutata restò la linea politica conservatrice e antisocialista. Filoaustriaco e neutralista nel 1914, dopo l’inizio del conflitto aderì alla linea interventista del governo, pur sostenendo l’opera di Benedetto XV - già cardinale di Bologna - in difesa della pace.

Nel dopoguerra - dopo un’iniziale adesione al PPI, mentre il direttore Cappa era deputato di quel partito - si schierò a fianco del nascente movimento fascista. Il settimanale del Fascio bolognese scrisse: «L’Avvenire d’Italia, giornale dei preti, sì, ma giornale che sa quello che dice e quello che fa, e Paolo Cappa che lo dirige, è l’unico giornalista di Bologna che abbia capito qualcosa del nostro movimento fascista e l’abbia stampato senza vigliaccheria e senza paura! Ci ricorderemo di lui a tempo opportuno» (Comprendonio e paure, in “L’Assalto”, n.4, 1921). Dopo la “marcia su Roma” Cappa con tre editoriali, l’1, l’11 e il 22.3.1923 prese le distanze dal fascismo e il settimanale fascista scrisse che era «un somaro senza attenuanti» (“L’Assalto”, n.21, 1923). Poiché i gruppi finanziari che controllavano il giornale erano per la più completa collaborazione con il fascismo, il 23.5.1923 Cappa dovette abbandonare la direzione, dopo avere siglato un editoriale dal titolo Commiato. Gli editori così motivarono la grave decisione: «E poiché l’on. Cappa in diverse circostanze, non solo recenti, non si era trovato all’unisono colla Società editrice del giornale, era venuta a crearsi una situazione che né all’una parte, né all’altra conveniva prolungare». La direzione di fatto fu assunta dal consigliere delegato della società Carlo Emilio Bolognesi, il quale divenne direttore di nome il 10.7.1924. Il 9.12.1923, con l’editoriale L’Avvenire d’Italia nel 1924, il giornale confermò la più totale adesione al regime fascista e il 3.1.24 la direzione nazionale del PPI lo dichiarò non più «aderente» al partito. Il 12.8.1924 il quotidiano promosse l’uscita dal PPI di un folto gruppo di deputati della destra cattolica e la nascita del Centro nazionale italiano, al quale aderirono i cosiddetti clerico-fascisti. Alla riunione, come riferì il questore di Bologna al prefetto, era presente «un fiduciario del Vaticano finora non ben conosciuto» (ASB, GP, 1924, b.1.405, cat.7, fas.1, “Partito cattolico nazionale”). Quando il fascismo divenne regime, alla fine del 1926, il foglio cattolico bolognese fu abbandonato dai tradizionali finanziatori e sarebbe fallito se il 13.1.1927 non fosse stato assunto in gestione dall’Opera Cardinal Ferrari della Compagnia di S. Paolo. Supervisore del giornale divenne don Giovanni Rossi, il quale fissò una linea di integralità cattolica e di devozione assoluta al Papa. Il direttore Giovanni Terruggia - non era un giornalista, ma un ingegnere - assumendo l’incarico confermò la totale fedeltà al Papa e annunciò che «Cordiale, limpida, fattiva sarà la nostra collaborazione al Governo Nazionale».

Bolognesi mantenne la responsabilità del giornale sino all’11.3.1927 quando Terruggia divenne direttore responsabile. Il 16.4.1927 lo affiancò Primo Montanari come condirettore. Il 27.5.1927, con l’editoriale Appello alla potenza della stirpe, il giornale confermò la più totale adesione al regime. Il giorno prima alla Camera Mussolini aveva pronunciato il primo discorso programmatico dopo l’instaurazione della dittatura. Il 30.6.1927, senza essere annunciato, Montanari assunse la direzione e Terruggia, pur essendosi trasferito in America, restò direttore responsabile. Il 25.9.1927 Montanari divenne direttore responsabile, ma la sua gestione, causa una malattia, fu brevissima. L’8.12.1927 fu nominato Pier Raimondo Manzini. Nella gerenza Montanari restò direttore responsabile sino al 4.4.1928 quando Manzini divenne direttore responsabile. Il giornale si trovò nuovamente davanti al pericolo di chiudere nel 1928, quando la Compagnia di S. Paolo non poté garantire i finanziamenti necessari. Fu costituita la Società anonima L’Avvenire d’Italia, le cui azioni finirono nelle mani dei cardinali e dei vescovi emiliani, toscani e veneti. Per tutto il ventennio fascista il giornale - anche se con tono sobrio - fu fatto con le “veline” del Minculpop. Quando il regime annunciò i provvedimenti contro gli ebrei, Manzini scrisse: «La nota italiana dell’“Informazione diplomatica” resta una indicazione esemplare di perfetta opportunità politica e umana» [...] «ecco un saggio di giustizia e di saggezza romana, che io direi cristiana» (R.M., Valori umani, 28.4.1938). Dopo il discorso tenuto da Pio XI in luglio, contrario alle leggi razziali, il giornale si attenne alle direttive della Santa sede. A differenza di quasi tutti i quotidiani, il foglio bolognese non mutò il direttore il 25.7.1943, dopo la fine della dittatura fascista. La sera dell’8.9.1943, quando i tedeschi invasero il paese, il giornale decise di cessare le pubblicazioni. Suo malgrado dovette riprenderle il 5.10.1943 «Per disposizione della superiore autorità».

Dalla gerenza sparì la firma di Manzini e apparve quella di Gino Sanvido “redattore responsabile”. Durante l’occupazione pubblicò notizie ufficiali e comunicati tedeschi e fascisti, ma anche editoriali e note di adesione alla RSI. Il tono fascista del giornale fu trovato scandaloso da Giulio Andreotti, all’epoca presidente nazionale della FUCI. Il 3.2.1944 - quando Roma era ancora occupata dai nazifascisti - inviò una lettera all’assistente spirituale della FUCI nella quale, tra l’altro, si legge: «..ritengo che il tono assunto dal giornale “L’Avvenire d’Italia” in questi ultimi mesi, tono esplicitamente fascista, imponga un severo richiamo da parte delle superiori autorità. A testimonianza di questa insensibilità ricordo una melliflua nota di omaggio pubblicata in calce ad un telegramma del Ministero della Cultura Popolare di Verona e l’intera cronistoria della uccisione del Federale di Bologna che si fa passare per un onesto cittadino ucciso per chi sa quali bassi motivi da delinquenti comuni: in tali episodi è dato scorgere un atteggiamento “repubblicano” (cioè della RSI, N.d.A.) che a me sembra non equivocabile. Ché se poi mi si dicesse essere questa la volontà dell’E.mo Signor Card. Arcivescovo di Bologna, allora non potrei – umile fedele – che inchinarmi e tacere» (M. Casella, L’azione cattolica alla caduta del fascismo, Roma, Studium, 1984, p.423). Il 24.9.1944 uscì l’ultimo numero. Poi si autosoppresse per non dover ulteriormente collaborare con gli invasori. Dopo la liberazione non vide la luce perché all’interno del CLN si aprì una discussione politica sul suo passato. Tornò ad uscire, sempre diretto da Manzini, il 4.9.1945 con questo documento del CLN regionale firmato dal presidente Antonio Zoccoli* e dal segretario Verenin Grazia*: «Il Com. Reg. di L.N. prende atto della imminente ripresa dell’”Avvenire d’Italia”, confermando a tale proposito di riconoscere il diritto a questo giornale cattolico di riprendere la sua missione che volontariamente troncò nel settembre 1944 per rifiutarsi di pubblicare la sentenza di morte e il relativo commento contro gli 8 patrioti del Partito d’Azione, restando così per circa un anno privo del suo ordinario esercizio. Dà atto che il giornale “L’Avvenire d’Italia” si tenne a contatto, attraverso i singoli esponenti, con il Comitato di L. negli ardui mesi del periodo clandestino, facendo di tutto per evitare la ripresa delle proprie pubblicazioni, malgrado le imposizioni e le minacce dei nazi-fascisti. Il Comitato infine si compiace di quanto fa parte del programma de “L’Avvenire d’Italia” e cioè che l’opera del giornale cattolico, il quale non è organo di partito, sarà volta a favorire la collaborazione delle forze democratiche per la ricostruzione della Patria». Non tornarono al lavoro Odoardo Focherini* ed Ettore Bortolotti*. Focherini, procuratore del consiglio d’amministrazione del giornale, era morto in un lager, dove lo avevano deportato i nazisti per avere organizzato il soccorso degli ebrei modenesi. Bortolotti, corrispondente da Vergato, era stato fucilato dai tedeschi a Vergato. [O]

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Gioie di Bologna (Le)
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Le gioie di Bologna - Strenna di Natale e Capodanno - 200 caricature, Stabilimenti Tipografici Riuniti, Bologna, 1919. Illustrazioni di Alfredo(?) Zaffagnini

Congresso eucaristico nazionale
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IX Congresso eucaristico nazionale, Bologna 7-11 settembre 1927; Milano, Casa editrice Cardinal Ferrari. Collezione privata.