Abito civile di Giovanni Vicini

Abito civile di Giovanni Vicini

fine XVIII | inizio XIX secolo

Scheda

La marsina di velluto blu scuro ha una linea a frac; il pannello destro anteriore è guarnito da una la di sette bottoni (a cui in origine se ne aggiungeva un altro in basso, ora mancante), di cui solo i tre sul petto erano destinati all’allacciatura, come mostrano le tre asole profilate con lo giallo oro, che spiccano sul pannello sinistro. Su entrambi i pannelli anteriori si apre una tasca con la patta ad aletta a tre punte; sotto ognuna di queste ultime sono cuciti tre bottoni con funzione ornamentale. Nella parte posteriore della marsina altri due bottoni, posti all’altezza della linea della vita, ornano il punto da cui partono due lunghi spacchi. Il colletto della giacca è montante, a fascetta, e le maniche aderenti, con una linea leggermente arcuata a seguire la forma del braccio, terminano in un alto risvolto, ornato da tre bottoni. Tutti i bottoni, di cm 3 di diametro, sono uguali: hanno la struttura in metallo dorato e sono ornati da specchi e al centro da madreperla, che forma una stella ad otto punte. La marsina è foderata in tafetas di seta color crema.

Le braghe di linea morbida sono confezionate con lo stesso velluto della giacca e terminano sotto al ginocchio, profilate da un basso fascione. Un breve spacco laterale è chiuso da 4 bottoni, uguali a quelli della giacca ma di diametro inferiore (cm 1,7), e da un cinturino in velluto, che doveva chiudersi con un bottone che non si è conservato. Il fascione-cintura è ornato sia davanti che dietro da due piccoli bottoni circolari rivestiti di velluto; l’apertura è centrale ed anteriore, chiusa da tre bottoni simili ai precedenti; di questi è visibile quello sul fascione, e quello sottostante a cui è anche attaccata al centro la patta, fermata con altri due bottoni identici ai lati. Sotto al fascione e parallele ad esso si aprono due piccole tasche. Le braghe non sono foderate; il fascione-cintura è internamente rivestito di una grossa tela beige e i fascioncini in fondo alle braghe di seta sono color crema. Il gilet in raso di seta crema è riccamente ricamato con fili di seta colorati a punti lanciati, punt’erba e punto nodini. Ha una linea sfiancata ed è lungo fino al ventre, dove si apre a triangolo; ha pronunciate alette laterali, nelle quali si trovano le taschine diagonali, evidenziate dalle patte ad alette ricamate. I due pannelli di seta, che formano anteriormente il gilet, sono montanti nella parte superiore, in cui le due falde sono solo accostate, mentre dal petto alla vita sono chiuse da una fila di cinque bottoncini in legno rivestiti di seta ricamata. La seta color crema è disseminata di piccoli ori ricamati con fili di seta policroma, mentre i due pannelli e le patte delle tasche sono profilati da due bordi paralleli di diversa altezza, ricamati con seta marrone e rosa; inoltre un ricamo di ori gialli, bianchi e rosa uniti da una ghirlanda di foglie orna i bordi inferiori e quelli centrali, mentre un racemo fiorito è ricamato lungo il profilo del colletto e delle patte. I due pannelli sono foderati di seta color crema. La parte posteriore è confezionata in tela. Il completo è databile alla fine dell’ultimo decennio del Settecento o ai primissimi anni dell’Ottocento per la sua foggia di habit à la française, diffusa all’epoca di Luigi XVI, ma tornata in voga per l’abito da cerimonia durante l’Impero di Napoleone.

L’abito pervenne al Museo del Risorgimento nel 1895 da Angiola Diana Costetti, vedova del colonnello medico Petronio Costetti. Come attestato dai documenti risalenti al momento della donazione, l’elegante completo appartenne a Giovanni Vicini (1771-1845). Nato a Cento, Vicini si laureò in giurisprudenza a Bologna. Fu tra i primi sostenitori del governo francese in Italia, affascinato dai valori di rinnovamento politico e sociale di cui era portatore. Nel corso degli anni rivestì importanti ruoli politici, tra cui quello di segretario generale del Governo Cisalpino. Con la caduta di Napoleone si ritirò a vita privata, esercitando con passione la professione forense, fino al 1831, quando partecipò ai moti rivoluzionari e fu insignito della carica di presidente dello Stato delle Province Unite Italiane. Il fallimento di questa stagione politica lo costrinse in esilio a Marsiglia e al suo ritorno in patria fu confinato fino alla morte a Massalombarda, dove visse quasi in condizioni di indigenza a causa della confisca del suo patrimonio da parte del Governo Pontificio e dell’interdizione all’esercizio della professione. Questo abito fu probabilmente utilizzato da Vicini negli anni del suo primo impegno politico.

Abito maschile. Fine del XVIII secolo. Velluto, raso di seta, tela; bottoni: metallo dorato, vetro, madreperla, legno; marsina cm 111, maniche lunghezza, cm 78; braghe lunghezza cm 81. Museo civico del Risorgimento di Bologna, inv. 666.

Silvia Battistini

Bibliografiaa: Vicini 1882; Vicini 1891.

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Documenti
Museo civico del Risorgimento (Il)
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Fulvio Cantoni; Il Museo civico del Risorgimento dal 1904 a tutto il 1914, relazione del direttore Fulvio Cantoni al sig. assessore per la Pubblica Istruzione; Bologna, Cooperativa Tipografica Mareggiani, 1916

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