Nello studio di Tullo Golfarelli

Nello studio di Tullo Golfarelli

1884 | 1927

Scheda

Tullo Golfarelli (1852 - 1928), scultore di origine cesenate, ebbe diversi studi nel corso della sua vita. Il primo laboratorio ad oggi conosciuto risulta nel 1884 al civico 21 di via Michelina nella sua città di nascita. L'anno successivo è a Roma, dove ha un suo spazio in piazza Barberini. Nel 1888 si trasferisce a Bologna in Palazzo Bentivoglio, edificio a pochi passi dall'Accademia di Belle Arti, sede di cenacoli artistici e di tanti altri laboratori artistici. Di questa ultima sede ne abbiamo una descrizione ne “Il Resto del Carlino” del 6 settembre 1891: Chi l’ha veduto modellare nel suo ampio studio al pianterreno di quella simpatica residenza di pittori e di scultori che è lo storico palazzo Bentivoglio, sa con quanta altezza di ingegno egli concepisca il suo soggetto (il busto di Aurelio Saffi per Forlì, ndr), con quanta larghezza lo abbozzi, e come persegua poi l’opera sua nei più minuti particolari con la diligente passione del cesellatore che egli ereditò dal padre.

Uno spaccato di vita artistiva e del carattere dell'artista si rivela in una delle tante lettere che Golfarelli scrive al suo amico Giovanni Pascoli: Mio caro Giovannino, grazie, grazie della tua lettera che mi hai scritto; mi ha rallegrato l’animo che spesse volte è nero nero, pieno di dolori. La vita qui a Bologna è triste per gli artisti. Poche sono le commissioni e quelle che vengono sono pagate meschinamente. Difficile poi anche ritrovare il committente che lasci libero campo all’artista di fare ciò che sente. Col Fabbro e col monumento a Bartoletti (Il Tempo) potei fare qualche cosa di mio. Ma il più delle volte si modellano dei busti che effigiano certi tipi di ricchi borghesi venuti qui or ora chi sa da che strato sociale e in che modo, con certe orecchie ad ansa e certe bozze frontali da fornire uno studio completo ad una scuola di Frenologia. L’altro giorno per esempio ho ultimato di modellare un busto ad uno di questi signori. Se tu avessi potuto assistere a quella seduta c’era da ridere davvero. Figurati che il Signor arrivava allo studio col suo barbiere e col suo sarto. Si fece pettinare e arricciare per bene, e il sarto lo vestiva. Poi sulla poltrona si sedeva piano piano per non scomporsi e con uno specchietto in mano confrontava i rilievi che io mettevo sulla creta per raggiungere la somiglianza. Il barbiere e il sarto guardavano seri la mia mano nervosa che dava forma a quelle sembianze. Ma molte volte il barbiere diceva ah! no no professore… no non ci siamo, veda… il signore qui nella tempia destra ha quel riccetto più stretto più tirato su… così così bravo… ancora un po’ più, oh così va bene… sa non per dire ma anch’io me ne intendo un poco avendo studiato disegno. Intanto il sarto per non rimanere indietro del barbiere mi dava lezioni sul bavero del vestito ecc. ecc.. Il modello poi sorrideva di soddisfazione per vedere che il ritratto veniva perfetto. Ogni tanto mi diceva… lo faccia sorridente, grazioso che non si dovesse dire che sono stato un uomo cattivo. L’ho fatto sorridere e rimarrà sorridente sempre ma l’animo mio fece uno sforzo grandissimo per ottenere tutto quello che voleva il signore il sarto e il barbiere. Queste sono le commissioni comuni che capitano, pagate pochissimo. E pure delle volte non capitano nemmeno queste e allora si vive maluccio; e in quei momenti di crisi si corre colla mente e col cuore alla tranquilla pioggia mensile, e continua di una paguccia qualsiasi. Stare così come il passero nel bosco è un brutto vivere. Ma spero che il coraggio non mi verrà meno e che la mia mente non cesserà di sognare, trovando nel sogno un sollievo grande dell’animo. Perdona mio Giovanni questa tiritera che ti avrà annoiato… ma che vuoi… sognavo di averti qui vicino e ho ciarlato.

Nel 1895 Golfarelli si è già trasferito in quello che sarà il suo ultimo studio, al civico 20 di via degli Angeli, presso Porta Castiglione, in quello che era stato l’atelier di Enrico Barberi. Il clima che si ‘respira’ nel nuovo studio di via degli Angeli è rievocato con grande efficacia nella monografia che Aldo Spallicci dedica allo scultore Alfeo Bedeschi che, poco più che dodicenne, aveva lasciato la casa paterna di Lugo di Romagna per entrare nello studio di Golfarelli a Bologna: dal 1899 al 1905 il ragazzo [NdA: Alfeo Bedeschi] non si dette requie e fu ad un tempo tenace studioso e garzone da fatica. Il maestro era tanto valente per quanto bizzarro e non concedeva all’allievo libertà di ispirazione né d’interpretazione che non fosse soggetta alla tirannia del vero. Guai a ribellarsi! “il vero, il vero… Ma se lei dovesse ritrarre un piedaccio rozzo e bistorto di un contadino, lo modellerebbe tale e quale per il solo fatto che è vero?”. Gambe mie aiutatemi!... che se non era svelto a schizzar via, gli capitava, tra capo e collo, un pane d’argilla. (...) Sotto la volta della vecchia chiesa degli Angeli, più non spandeva il turibolo fumante d’incenso, né  il sacerdote officiava all’altare, ma una folla di fantasmi di gesso stava in muta contemplazione, al nascere delle nuove creature, che prendevano forma sui trespoli e si ergevano con volti di argilla. Lo scultore, con grosse lenti a serra naso, sopra due pennelli di baffi, già più bianchi che grigi, apriva il suo vasto studio ai poeti, ai letterati e agli uomini politici. Accoglienze calorose a un vecchio, dal volto leonino e dal passo un po’ incerto, al braccio di un giovane, che si vedeva orgoglioso di sostenerlo. Commenti ai nuovi lavori, ai fatti del giorno, alle correnti politiche, e auspici di giorni luminosi per il Paese. Ondate d’allegria invece, quando appariva una barba a due punte sotto un naso faunesco, in compagnia di una ridente faccia, in cui il naso aquilino ricadeva su due baffetti canzonatori. Con la lunga barba spartita, da cui emergeva una pipetta bruciante a fuoco lento, si sedeva lì un signore alto, coi calzoni corti da ciclista, buttando da un canto un berretto che scopriva una fronte spaziosa e in via di ampliarsi ancor più, nell’incipiente calvizie. Era più che una conversazione, una conferenza, a giudizi netti e taglienti, che non lasciavano all’ascoltatore altro scampo che il consenso o la via della porta. Lo scultore aggrottava le ciglia, sotto le grosse lenti, e consentiva. Il ragazzo, in camiciotto, continuava a modellare una massa di creta con la stecca, e già si liberava un putto paffuto, che sorrideva con le fossette alle guance. Il signore alto, vestito da ciclista, dava un colpetto su le spalle al ragazzo, come per rallegrarsi, a suo modo, e usciva sull’ampio giardino, accompagnato dallo scultore. Altre volte l’uscio si spalancava all’improvviso, ed era un lungo abbraccio, che soffocava i saluti: “Ah Tullo!”, “Oh Zvanin!”, e il parlare poi era di ricordi affettuosi, di caldi compiacimenti, di fraterna gioia. Così il ragazzo veniva a conoscere, di scorcio, ora Giosuè Carducci, sorretto negli ultimi anni dal giovane poeta trentino Vittore Vittori, ora Olindo Guerrini con Alfredo Testoni, ora Alfredo Oriani e infine Giovanni Pascoli. E, con questi, giornalisti quali il Zamorani che dirigeva il Resto del Carlino, Goffredo Bellonci, Villani e Pio Schinetti, tribuni come Andrea Costa, medici quali Bianchini e Bartolo Nigrisoli. Buttato là un argomento, era come una manciata di polvere pirica sulla brace. E come echeggiava quella vecchia chiesa, dalla volta acustica, pari a un teatro del Bibbiena! Un garzone, dal volto butterato dal vaiolo, recava bottiglie di lambrusco, dalla vicina osteria, e la discussione volgeva a disputa clamorosa. Il tema era dato da un bozzetto che Golfarelli aveva modellato; delle Erinni volanti, con spade contorte su cataste di morti. Era ancora nell’aria l’eco della campagna africana. Consensi e dissensi a gran voce. Le vittime e il danno non sono argomenti sufficienti a combattere la guerra, opinava Oriani. Andrea Costa vedeva in ogni nemico un fratello, e infine Carducci si augurava il tempo in cui l’umanità preferisse alla brutalità della forza, la moralità e la giustizia.

Di questo momento è testimonianza anche un articolo de 'Il Cittadino - giornale della domenica' di Cesena, datato 20 ottobre 1895: Riproduciamo di buon grado dal Resto del Carlino di venerdì scorso, il seguente articolo, assai lusinghiero, che riguarda un valente artista, nostro concittadino. Nello studio del prof. Tullo Golfarelli, già studio Barberi, in via degli Angeli, presso Porta Castiglione, si ammira, fin dall'ingresso, il monumento per il sig. Gancia, ordinatogli dal sig. Carlo Cillario: l'angelo della Fede che sotto le ali abbraccia Gesù e S. Giovanni. Era deciso che tale monumento fosse inaugurato ora, per il dì dei morti, ma non fu possibile perchè l'architettura, dell'ing. Muggia, in istile del cinquecento, con mosaici e fregi in marmo, non è ultimata. Appena entrati nello studio, ci troviamo davanti al Fabbro (Labor), un monumento di mole, per il fabbro Simoli, a commissione del signor Icilio Loli, e che pure andrà alla Certosa. Non è l'operato convenzionale, velloso, arruffato, scamiciato: nulla di volgare; è un bel giovine, snello, ed aitante, piantato sicuramente nell'allegra serenità del suo nobile lavoro. Ed è opinione di persone competenti e di fama italiana che questo fabbro basterà da solo a sollevare il Golfarelli appunto tra i pochi eletti scultori d'Italia. E se per tale egli non è ancora, dalla gran massa almeno, apprezzato, notiamo subito che sono queste le prime commissioni un poco proficue che, con tanto ingegno, egli ha potuto avere, e che è certo moltiplicheranno in proporzione al manifestarsi del suo valore veramente grande. Così di rara potenza plastica è, dopo il Fabbro, il bassorilievo della cacciata degli austriaci dalla Montagnola. Il dettaglio di questo bassorilievo, riuscito testè primo nel concorso generale agli scultori bolognesi, fece già discorrere Bologna, epperò non diremo di più. Il modello è ultimato in gesso e l'autore sta mettendolo in marmo. Vari busti adornano poi lo studio: uno, bellissimo, andrà al cimitero di Bukarest. Curioso! Le cose migliori di Tullo Golfarelli dormono nei più umili cimiteri di Romagna: è lassù, tra i caprai, che diversi angeli aprono il volo in una idealità tutta pura: è lassù la statua della Libertà, modellata dallo scultore per pochi soldi in quindici dì (che bizzarro uomo!) per il comune di Savigno: una virago fiutante la natura sana, piantata con audacia sì fresca che merita proprio molta attenzione. Tra gli altri, ci trascina un busto curiosissimo, di fatucchiera, e gli amici di Golfarelli narrano in proposito il seguente aneddoto: L'artista aveva fatto, così per istudio, un monumento della mole dell'"Homo homini lupus" il quale sollevò già intorno al Golfarelli sì vari commenti all'Esposizione ultima di Milano, o del "Mai pace" premiato a Napoli, ch'ispirò il buon sonetto al buon Sanfelice. Un giorno (proprio uno di questi giorni) gli operai odono un gran fracasso. Che è, che non è? E' l'autore che, non pago dell'opera propria, la piglia, da onesto romagnolo (il Golfarelli è di Cesena) a bastonate. Appena riuscirono a salvarne la testa; mirabile testa! Lo studio di Tullo Golfarelli è sempre aperto al visitatore, e l'artista è tanto semplice, buono, simpatico, che ci vi entra vi ritorna senza volerlo. Ameremmo parlare della Flora, del Bacio, del Busto di Carducci, di altre opere giovanili di questo fortissimo scultore: ma il suo studio è lì che parla all'intelligente, e con qual voce nuova: Che bravo artista!

Tommaso Nediani, poeta, romanziere, saggista ed egli stesso collezionista – per certo uno dei protagonisti della vita culturale forlivese a cavallo fra Otto e Novecento – dedica allo scultore un suo ritratto sulle pagine del Plaustro nel dicembre del 1912: Egli vive nel suo grande studio, in un remoto angolo tranquillo di Bologna verso i giardini, semplice e schietto fra le gioie della famiglia e dell’arte, alieno da lotte politiche e da modernismi di maniera, innamorato del bello che gli fa tormentare il bronzo, il marmo, la creta perché il suo grande sogno diventi realtà. Sempre più in alto e sempre più profondo, o maestro e sia lontana la parca; cosicché altre innumeri fantasie escano dalle vostre mani a rallegrare le anime. Romagna è fiera di voi e scrive il vostro nome non fra li altri menzogneri destinati alla gloria ma nel cuore del suo popolo dove rimane certo più che qualsiasi monumento aere perennius.

Dopo il 1918 il contesto politico e culturale, cittadino e nazionale, è profondamente mutato; nuovi e inquietanti scenari si prefigurano e Golfarelli non è certo uomo ‘del compromesso’. Peraltro, nell’aprile 1921 l’artista è costretto a lasciare lo studio di via degli Angeli, «il suo nido, il nido delle sue idee e delle sue fatiche nobilissime». A compromettere una situazione già molto drammatica, concorre, nel dicembre del 1922, la comunicazione della revoca definitiva dell’incarico dell’insegnamento di plastica ornamentale presso l’Accademia di Belle Arti (con decorrenza dal gennaio 1923) e di tutti gli altri incarichi di supplenza che gli sono stati affidati. Non avendo diritto alla pensione – solo nel 1927 gli verrà accordato, grazie all’intercessione di Francesco Meriano, deputato al Parlamento, e per interessamento di Giacomo Suardo, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, un sussidio di lire 1000 – nel 1923 la moglie Zaira, su indicazione di Ugo Barberi, titolare di una nota libreria antiquaria di Bologna, scrive una lettera accorata – quasi una supplica – al collezionista fusignanese Carlo Piancastelli, «sapendolo buon mecenate per gli artisti». Piancastelli, all’epoca, doveva avere già acquistato, tramite Barberi, qualche acquerello di Golfarelli. Zaira gli espone la situazione: il marito per via di disgrazie familiari e per l’età, non lavora più e la famiglia si trova «nella miseria» più completa; prega Piancastelli di fare «veramente un’opera di filantropia» acquistando qualche opera. Nello studio si conservano ancora «un bel bronzo originale, molte terrecotte, acquerelli, disegni a penna e bozzetti». Vi è inoltre «una buona raccolta di autografi di uomini illustri che lo [NdA Golfarelli] tenevano in grande stima ed amicizia»: cerca, in tutti i modi, di fare leva sul suo interesse di bibliofilo e di grande collezionista perché venga «in aiuto di un vecchio artista buono onesto e che fa onore alla Romagna nostra». Nel gennaio 1927, per interessamento diretto di Ugo Barberi, riprendono le trattative con Piancastelli per l’acquisto degli ‘autografi’. Barberi, che figura come intermediario, rassicura il collezionista di avere visionato personalmente, presso l’abitazione dello scultore, i documenti, garantendo qualità e autenticità del materiale, e di essere impegnato nel loro riordino: fa i nomi, fra i tanti, di Giovanni Pascoli, di Luigi Orsini, di Ettore Sanfelice, di Giacinto Stiavelli, di Salvino Salvini, di Eugenio Valzania, di Vittore Vittori (il «Bardo Trentino»). Piancastelli decide subitamente per l’acquisto. Qui di seguito si riporta il contenuto della lettera che Barberi invia a Roma a Piancastelli: «L’artista non può ormai disporre più della sua ragione: non riconosce nemmeno i familiari! È un altro Gemito. Fa pena! (…) Ma incredibile!, l’artista che non riconosce i figli, è lucidissimo quando si tratta dei ricordi dell’arte sua ed ebbe uno scatto di furore alla mia proposta di ceder un albo dove sono impressioni, disegni, e (fra l’altro), altri autografi (incollati in modo che non si può distaccarli). E poi, come intimo di casa, so benissimo che c’è un quaderno di appunti autobiografici che mi avrebbe interessato (per Lei!). Inutile insistere! Il poveretto si attacca alla memoria della sua arte e mostra a chi va per visitarlo la sua produzione di un tempo. E si tiene sempre accanto l’albo. E, mi pare che abbia ragione!. E la famiglia non vuole contraddirlo! Resta dunque inteso che, al momento opportuno, io sarò il favorito.

È assai probabile che l’albo di ‘impressioni’ menzionato da Barberi sia lo stesso pervenuto nel 2012 al Museo civico del Risorgimento di Bologna, tramite acquisto sul mercato antiquario. Di lì a pochi mesi si chiude la vicenda umana di Tullo Golfarelli: dopo tanti patimenti lo scultore muore a Bologna il 30 marzo 1928, nel più completo isolamento; le spoglie verranno traslate nella tomba di famiglia nel cimitero urbano di Cesena, strette nell’abbraccio dei suoi affetti più cari.

Silvia Bartoli

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