Mussolini Benito Amilcare Andrea

Mussolini Benito Amilcare Andrea

29 Luglio 1883 - 28 Aprile 1945

Note sintetiche

Causa della morte: Esecuzione
Occupazione: Politico

Scheda

Mussolini Benito (Benito Amilcare Andrea). – Nacque il 29 luglio 1883 a Dovia, frazione di Predappio (Forlì), primogenito di Alessandro, fabbro, e di Rosa Maltoni, insegnante elementare.

Alessandro, figlio di un piccolo possidente di Montemaggiore (Forlì) caduto in rovina, aveva aperto una bottega di fabbro a Dovia nel 1876. Autodidatta, militante internazionalista, seguace dell’anarchismo di Andrea Costa e Amilcare Cipriani, sorvegliato dalla polizia, era una figura di spicco nel socialismo romagnolo. Nel 1882 sposò Rosa Maltoni, figlia di un veterinario e devota cattolica, che fece battezzare il primogenito, al quale però il padre ateo volle dare nomi di rivoluzionari: Benito, in omaggio all’eroe dell’indipendenza messicana Benito Juarez; Andrea e Amilcare in omaggio ai rivoluzionari italiani. Al secondogenito, nato nel 1885, diede il nome di Arnaldo in onore di Arnaldo da Brescia. Nel 1888 nacque la figlia Edvige.

La famiglia viveva modestamente in un casolare, dove Benito trascorse l’infanzia, manifestando presto un carattere esuberante. A nove anni fu messo in un collegio salesiano a Faenza. Insieme timido e orgoglioso, scontroso e violento, si urtò spesso con gli insegnanti e con i compagni di collegio. Durante una lite, ferì un convittore con un temperino e fu duramente punito. Dopo questo episodio, i genitori lo misero in un collegio laico a Forlimpopoli.

Vi rimase dal 1894 al 1901. Nonostante il carattere violento e indisciplinato, gli insegnanti lo stimavano per l’ingegno pronto, la vivace curiosità e la capacità di esprimersi. Influenzato dalle idee del padre, che era solito leggere ai figli pagine di un compendio del Capitale di Marx, a 17 anni si diceva socialista, leggeva assiduamente la stampa sovversiva e frequentava i circoli socialisti.

Conseguito il diploma magistrale nel luglio 1901, fu nominato nel febbraio 1902 maestro supplente a Gualtieri Emilia, dove rimase fino a giugno, svolgendo attività politica come segretario del locale circolo socialista. A luglio emigrò in Svizzera e per quasi due anni soggiornò a Losanna, Berna, Ginevra e per brevi periodi anche ad Annemasse, in Francia, guadagnandosi da vivere con lavori saltuari come manovale, muratore, garzone e commesso. Aiutato dai compagni socialisti, collaborò a vari periodici e svolse attività di conferenziere e agitatore, facendosi notare per l’intransigenza rivoluzionaria, l’esaltazione della violenza, le virulenti polemiche contro il socialismo riformista, il parlamentarismo, il militarismo, la monarchia, e per il suo ostentato ateismo anticristiano e paganeggiante.

Il periodo trascorso in Svizzera fu importante per la formazione del giovane Mussolini, mettendolo a contatto con la cultura europea. Studiò il francese e il tedesco, e pubblicò traduzioni da queste lingue con l’aiuto di Angelica Balabanoff, che gli fece conoscere i testi fondamentali del marxismo. Autodidatta eclettico, capace di rapida assimilazione e rielaborazione personale, ma senza disposizione all’approfondimento teorico, si interessò non solo di socialismo, di marxismo, di anarchismo, di sindacalismo rivoluzionario, ma anche di storia, di filosofia, di sociologia, di letteratura.

Nel 1904 pubblicò a Lugano il suo primo opuscolo, L’uomo e la divinità, in cui negava l’esistenza di Dio con argomenti tratti dalle scienze naturali, dall’antropologia e dall’evoluzionismo, mentre tacciava di viltà la morale cristiana, echeggiando motivi della filosofia di Nietzsche. In quello stesso anno si iscrisse alla facoltà di scienze sociali di Losanna, e forse frequentò le lezioni di Vilfredo Pareto, di cui lo affascinò la teoria della circolazione delle élites: «forse la più geniale concezione sociologica dei tempi moderni», la definì nel 1908, e se ne avvalse per sostenere la sostituzione inevitabile della borghesia da parte del proletariato, «la nuova élite sociale» che si stava formando nei sindacati, nelle leghe e nelle camere del lavoro, «i nuclei della futura organizzazione economica a basi comuniste» (Opera omnia, I, p. 128).

Sorvegliato come anarchico, più volte arrestato e due volte espulso, nel novembre 1904, accantonato il proposito di emigrare a New York, rientrò in Italia, approfittando di un’amnistia che includeva il reato di diserzione al quale era stato condannato dal Tribunale militare di Bologna per non essersi presentato alla chiamata di leva. Dopo aver prestato servizio militare, nel novembre 1906 ebbe un incarico di insegnamento a Tolmezzo nella Carnia, dove rimase fino all’estate del 1907, suscitando scandalo per la convivenza con una donna sposata, la condotta eccentrica e le polemiche anticlericali. Continuò a studiare il francese e il tedesco, e alla fine del 1907 conseguì l’abilitazione all’insegnamento di francese nelle scuole medie. Nel marzo 1908 ebbe l’incarico di insegnare francese a Oneglia (Imperia), Comune amministrato dai socialisti, che gli affidarono la direzione del settimanale La Lima. Con lo pseudonimo «Vero eretico», polemizzò contro i bersagli consueti: militarismo, parlamentarismo, clero, cristianesimo e soprattutto contro i socialisti riformisti, in quel periodo alla guida del Partito socialista italiano (PSI). Finito l’anno scolastico, tornò a Predappio e partecipò alle lotte dei braccianti contro i proprietari e i mezzadri, subendo una condanna a tre mesi di reclusione per minacce di violenza.

In quello stesso anno pubblicò un saggio su Nietzsche, esaltandone la concezione anticristiana della volontà di potenza e l’idea del superuomo come simbolo di «questo periodo angoscioso e tragico di crisi che attraversa la coscienza europea nella ricerca di nuove fonti di piacere, di bellezza, d’ideale» e di una «vita vissuta con tutte le energie in una tensione continua verso qualche cosa di più alto, di più fine, di più tentatore …» (ibid., pp. 174-184).

Trasferitosi a Trento il 6 febbraio 1909, come segretario della Camera del lavoro e direttore del suo organo, L’avvenire del lavoratore, collaborò anche a Il Popolo, diretto da Cesare Battisti e, al solito, si fece notare per la virulenza delle sue polemiche, specialmente contro il clero e il giornale cattolico Vita trentina, diretto da Alcide De Gasperi.

Si cimentò anche in tentativi letterari e continuò a seguire i nuovi movimenti culturali, subendo l’influenza del pragmatismo e dell’attivismo. Entusiasta della modernità come epoca di energie umane in espansione attraverso le conquiste della scienza e della tecnica, inneggiava all’avvento di una nuova civiltà pagana. Già assiduo lettore del Leonardo, la rivista di Giovanni Papini che aveva esaltato l’irrazionalismo, nel 1909 entrò in contatto con La Voce di Giuseppe Prezzolini, approvandone il programma di rinnovamento culturale e morale, l’avversione per Giovanni Giolitti e il giolittismo. Prezzolini gli propose di scrivere un saggio sul Trentino, pubblicato nel 1911 col titolo Il Trentino (visto da un socialista), in cui irrideva alle teorie razziste del pangermanismo e negava l’esistenza di un irredentismo trentino, inteso come movimento «antiaustriaco tendente a separare violentemente il Trentino» dall’Impero per ricongiungerlo all’Italia. Decisamente antinazionalista e antipatriottico, condivideva con i giovani della sua generazione la credenza in una missione italiana nel nuovo secolo: «L’Italia attuale – scriveva nel luglio 1909 – va perdendo le caratteristiche di un cimitero. Dove un tempo sognavan gli amanti e cantavan gli usignoli, oggi fischiano le sirene delle officine. … L’Italia si prepara a riempire di sé una nuova epoca nella storia del genere umano» (Opera omnia, II, p. 172).

Per le polemiche contro il clero e per l’attività di agitatore subì varie condanne, finché il 27 settembre fu espulso dal Trentino. Tornato a Forlì, accettò la proposta di diventare segretario della Federazione socialista forlivese e direttore del suo nuovo settimanale, che volle intitolare La lotta di classe.

All’inizio del 1910 si unì con Rachele Guidi, figlia della donna con la quale il padre gestiva un’osteria a Forlì, e a settembre nacque la figlia Edda. Si sposarono civilmente nel 1915 e con matrimonio religioso nel 1925.

Dalla loro unione nacquero altri quattro figli: Vittorio, Bruno, Romano e Annamaria. Mussolini ebbe qualche altro figlio o figlia dalle relazioni amorose con altre donne, ma l’unico di cui riconobbe la paternità fu Benito Albino, nato l’11 novembre 1915 da Ida Dalser, conosciuta a Trento. La loro relazione era finita burrascosamente dopo il matrimonio civile con Rachele, ma Ida continuò per anni, specialmente dopo l’ascesa di Mussolini al potere, a sostenere di averlo sposato con rito religioso, finché nel 1926 fu fatta rinchiudere in manicomio, dove morì nel 1937. Benito Albino, tolto alla madre dopo il suo internamento, non ebbe mai rapporti né con la madre né col padre, ma fu seguito dal fratello di Mussolini, Arnaldo, e dopo la morte di questi nel 1931, fu adottato da un nuovo tutore. Arruolato in Marina durante la seconda guerra mondiale, anche Benito Albino, che pare si vantasse d’esser figlio del duce, finì in un istituto psichiatrico, dove morì il 26 agosto 1942.

Fra il 1910 e il 1912, Mussolini visse poveramente a Forlì con la sua nuova famiglia, cercando di guadagnare col giornalismo, le traduzioni, i proventi del saggio sul Trentino e di un romanzo anticlericale Claudia Particella l’amante del cardinale, pubblicato a puntate sul giornale di Battisti tra il gennaio e il maggio 1910. Ma soprattutto si impegnò per migliorare l’organizzazione della federazione, facendo aumentare le sezioni e gli iscritti con un’abile propaganda, e partecipò attivamente alle lotte bracciantili.

Nello stesso periodo elaborò la sua concezione rivoluzionaria del socialismo mescolando il materialismo storico e l’idealismo attivista; le teorie di Georges Sorel sulla violenza e il mito e il darwinismo sociale; l’esaltazione della minoranza rivoluzionaria di Auguste Blanqui e la teoria delle élites; l’ideale del superuomo e la psicologia delle folle di Gustave Le Bon; la rivoluzione sociale del proletariato con la missione rigeneratrice degli ‘uomini nuovi’. Nelle polemiche contro i riformisti, che privilegiavano le organizzazioni economiche, affermava il primato del partito come organizzazione rivoluzionaria antiparlamentare, che doveva inculcare nelle masse la fede nella rivoluzione sociale e prepararle allo scontro inevitabile contro lo Stato borghese.

Nell’ottobre 1910, partecipò per la prima volta a un congresso nazionale del PSI a Milano, dove espose le sue idee rivoluzionarie, ma pochi lo notarono. Deciso a emergere, nell’aprile 1911 fece approvare dal PSI l’autonomia della Federazione forlivese, guadagnandosi una certa notorietà fuori dall’ambito locale, accresciuta da una condanna a un anno di reclusione comminatagli in novembre per aver incitato alla violenza i lavoratori durante uno sciopero generale contro la guerra di Libia. Uscito dal carcere dopo cinque mesi, partecipò al XIII congresso del PSI (Reggio Emilia, 7-10 luglio 1912): con un discorso di grande effetto, chiese e ottenne l’espulsione di alcuni riformisti di destra, come Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, rilanciando la sua concezione rivoluzionaria del socialismo. Il suo successo personale fu decisivo per la vittoria della frazione rivoluzionaria, che conquistò la guida del PSI.

Così, a 29 anni, balzò improvvisamente sulla scena nazionale, diventando il personaggio più noto e fascinoso della corrente rivoluzionaria. Fin dai commenti sul congresso nella stampa sovversiva e nei giornali nazionali, la sua figura di focoso rivoluzionario, capo riconosciuto degli ultra-intransigenti, fu circondata di un alone mitico. Ammirato dai giovani rivoluzionari, adorato dalle masse, rispettato anche dai riformisti che condannavano le sue teorie rivoluzionarie, era elogiato dagli intellettuali democratici antigiolittiani, come Prezzolini e Gaetano Salvemini, per il suo carattere intransigente. Salvemini lo definì «uomo di fede», «forte e diritto», «di quelli che parlano come pensano, e operano come parlano, e perciò portano in sé tanta parte dei futuri destini d’Italia» (cit. in Gentile, 2003, p. 121).

Nominato direttore dell’Avanti!, nel dicembre 1912 si trasferì a Milano. In pochi mesi rinnovò il giornale, aprendolo alla collaborazione di militanti sovversivi d’ogni tendenza e agli intellettuali de La Voce e de L’Unità di Salvemini. In due anni, l’Avanti! aumentò la tiratura da 20.000 a circa 100.000 copie giornaliere, mentre gli iscritti al PSI passarono da 28.000 a 45.000. Con questi risultati, ebbe un nuovo successo personale al XIV congresso del PSI (Ancona, 26-29 aprile 1914), che approvò la sua linea integralista e intransigente. Forte di questo consenso, volle dare una funzione decisamente rivoluzionaria al partito, che concepiva come una ‘chiesa’ di militanti votati alla causa della rivoluzione sociale. Con una martellante campagna antiparlamentare, antipatriottica e antimilitarista, inneggiò all’azione diretta delle masse incitando il proletariato alla lotta violenta contro lo Stato borghese, come fece durante la rivolta della ‘settimana rossa’ nel giugno 1914.

Giornalista di grande talento e oratore efficacissimo, dal 1912 al 1914 fu il capo effettivo del PSI. Tuttavia, come confidò a Prezzolini, si sentiva «spaesato» anche fra i compagni rivoluzionari: «la mia concezione religiosa del socialismo è molto lontana dal rivoluzionarismo filisteo dei miei amici», tanto che un riformista gli aveva profetizzato «un non lontano esodo dalle schiere ufficiali» (M. e la Voce …, 1974, p. 57). I riformisti accusavano il rivoluzionarismo mussoliniano d’essere intriso di irrazionalismo, di superomismo, di estremismo avventuriero, e perciò fuori della tradizione marxista. Mussolini stesso si considerava un socialista eretico, «un homme qui cherche», secondo lo pseudonimo adottato per collaborare a La folla dopo il congresso di Reggio Emilia. Nel novembre 1913, fondò una propria rivista, Utopia, per promuovere una revisione rivoluzionaria del socialismo, ospitando articoli di sovversivi di vario orientamento, dai sindacalisti rivoluzionari agli anarchici. Nello stesso anno, pubblicò Giovanni Huss il veridico, dove, alludendo forse alla propria posizione nel partito, scrisse che Huss «non pensò mai a creare un movimento scismatico, volle solo un movimento riformatore, sempre nel senso della Chiesa» (Opera omnia, XXXIII, p. 281).

Ma nel novembre 1914, a causa della Grande guerra, il movimento riformatore in senso rivoluzionario avviato da Mussolini nel PSI sfociò in movimento scismatico. Allo scoppio del conflitto, nell’agosto 1914, si era dichiarato per la neutralità assoluta con il consenso unanime del partito, ma nei mesi successivi cominciò a dubitare della scelta. Pungolato dagli interventisti democratici e dagli interventisti rivoluzionari, che sostenevano la guerra contro il militarismo e l’autoritarismo degli Imperi centrali, mutò posizione. Nell’articolo Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante (Avanti!, 18 ottobre 1914) sostenne che i socialisti non potevano estraniarsi da un conflitto che avrebbe deciso l’avvenire dell’Europa e dell’Italia. Il 20 ottobre, in una riunione a Bologna, la svolta mussoliniana fu respinta dalla dirigenza del partito e Mussolini si dimise dalla direzione dell’Avanti! Il 15 novembre usciva nelle edicole Il Popolo d’Italia. Quotidiano socialista, che recava nella testata un motto di Blanqui, «Chi ha del ferro ha del pane» e un motto di Napoleone Bonaparte, «La rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette»: fondatore e direttore era Mussolini, che concludeva l’articolo di prima pagina con un saluto «ai giovani d’Italia» appartenenti «alla generazione cui il destino ha commesso di “fare la storia”», incitandoli all’azione con «una parola paurosa e fascinatrice: guerra!».

Il progetto del nuovo giornale, deciso dopo le dimissioni dall’Avanti!, fu realizzato con finanziamenti procurati da un gruppo di industriali; successivamente ebbe contributi anche dai socialisti francesi e belgi e dai governi francese e inglese. Tuttavia la scelta interventista non fu dovuta a questi finanziamenti, ma fu il risultato di una decisione autonoma e travagliata, alla quale era giunto dopo essersi convinto che la guerra contro gli Imperi centrali avrebbe potuto creare le condizioni per una rivoluzione sociale. Sulla sua decisione influì molto l’entusiasmo col quale le folle accolsero la dichiarazione di guerra nei paesi belligeranti e il fallimento della II Internazionale socialista, perché quasi tutti i partiti socialisti europei si schierarono a sostegno dei loro paesi in guerra.

Il 24 novembre, a conclusione di una tumultuosa assemblea in cui Mussolini intervenne, la sezione socialista milanese decretò la sua espulsione dal PSI. Dopo essere stato per due anni l’idolo delle masse socialiste, divenne immediatamente il ‘traditore’ venduto al capitalismo bellicoso per denaro e per ambizione personale.

Invece gli interventisti democratici lo salutarono come un uomo di fede e di carattere, che aveva saputo rinunciare a una posizione di prestigio e di autorità per seguire la via delle proprie convinzioni. «Partito socialista ti espelle. Italia ti accoglie» gli telegrafò Prezzolini con altri collaboratori de La Voce.

Alla fine di dicembre, Mussolini si fece promotore dei Fasci di azione rivoluzionaria per patrocinare l’intervento dell’Italia contro l’Austria e «riaffermare le idealità socialiste rivedendole al lume della critica sotto l’attuale terribile lezione dei fatti» (Opera omnia, VII, p. 71). Dai Fasci interventisti nacque l’espressione «movimento fascista» usata da Mussolini nel 1915.

Pur continuando a dichiararsi un socialista, Mussolini assunse toni sempre più accesamente patriottici, esaltando la prima guerra d’Italia come una grande prova per la nazione : «La guerra – scrisse il 14 febbraio 1915 – deve rivelare l’Italia agli italiani. Deve anzitutto sfatare l’ignobile leggenda che gli italiani non si battono, deve cancellare la vergogna di Lissa e di Custoza, deve dimostrare al mondo che l’Italia è capace di fare una guerra, una grande guerra» (ibid., p. 197).

Protagonista delle agitazioni di piazza per costringere il governo Salandra a dichiarare la guerra, cosa che avvenne il 24 maggio 1915, nell’agosto fu richiamato alle armi. Si comportò da buon soldato, meritando la promozione a caporale. Dal dicembre 1915 al febbraio 1917, raccontò le sue esperienze al fronte nel Diario di guerra, pubblicato su Il Popolo d’Italia. Congedato nel giugno 1917 per le ferite causate dall’esplosione accidentale di un mortaio, riprese la campagna giornalistica con articoli bellicisti, nei quali, soprattutto dopo la rotta di Caporetto, invocò la più dura disciplina e il ricorso a una dittatura militare, per giungere alla vittoria.

Abbandonato definitivamente il socialismo internazionalista, delineò come sua nuova concezione politica un nazionalismo rivoluzionario, incentrato sulla convinzione che nelle trincee si era formata una nuova aristocrazia di combattenti, la «trincerocrazia» (come la definì su Il Popolo d’Italia il 15 dicembre 1917), alla quale spettava il diritto di assumere la guida del paese per realizzare una rivoluzione nazionale. Il 1° agosto 1918, dalla testata del giornale scomparve il sottotitolo «quotidiano socialista», sostituito da «quotidiano dei combattenti e dei produttori».

Finita la guerra, in un primo momento tentò di proporsi come guida dell’eterogeneo combattentismo di sinistra, unificandolo sotto la bandiera della Costituente. Fallita questa iniziativa, il 23 marzo 1919 diede vita ai Fasci italiani di combattimento, in una riunione che si svolse a Milano, in un palazzo di piazza S. Sepolcro (da cui il neologismo «sansepolcrista»), cui partecipò una cinquantina di militanti della sinistra interventista: ex socialisti, repubblicani, sindacalisti, arditi, futuristi.

Nei propositi di Mussolini, il fascismo doveva essere un movimento temporaneo, un ‘antipartito’, per mobilitare i reduci in difesa della vittoria. Il fascismo ‘diciannovista’, come fu poi definito, si proclamava libertario, repubblicano e anticlericale, con un programma di radicali riforme istituzionali, economiche e sociali. I fascisti disprezzavano il liberalismo, praticavano la violenza e la politica della piazza per sostenere le rivendicazioni territoriali dell’Italia e per combattere il bolscevismo, cioè il Partito socialista. La loro prima azione pubblica fu la devastazione della sede dell’Avanti! a Milano, il 15 aprile 1919.

Fino alla fine del 1920, il fascismo fu un movimento marginale. Nel mondo dei reduci, Mussolini fu oscurato da Gabriele D’Annunzio, che nel settembre 1919 occupò la città di Fiume, proclamandone l’annessione all’Italia. L’insuccesso dei Fasci fu confermato dalla disfatta nelle elezioni politiche del novembre di quell’anno. Mussolini ebbe meno di 5000 voti, mentre il PSI, divenuto il primo partito nel Parlamento italiano, inneggiava alla rivoluzione sociale per instaurare la dittatura del proletariato sul modello della rivoluzione bolscevica, insultando i reduci, denigrando il patriottismo e minacciando una fine violenta per la borghesia.

Nel dicembre 1919 in tutta Italia c’erano 37 Fasci con 800 iscritti. Mussolini pensò per un momento di lasciare la politica e di emigrare, ma da questo proposito subito fu distolto dall’ambizione e dalla convinzione che il Partito socialista non avrebbe saputo conquistare il potere.

All’inizio del 1920 iniziò la conversione a destra del fascismo, sancita nel II congresso nazionale dei Fasci a Milano (24-25 maggio 1920). Abbandonato il programma repubblicano, radicale e anticlericale del 1919, Mussolini presentò il fascismo come un movimento difensore dei reduci, della borghesia produttiva e dei ceti medi contro il ‘pericolo bolscevico’.

La svolta provocò la scissione dei futuristi, mentre Mussolini si distanziava anche da D’Annunzio, approvando il trattato di Rapallo fra l’Italia e la Iugoslavia (12 novembre 1920), col quale era riconosciuto a Fiume lo statuto di territorio libero.

Il fascismo diventò movimento di massa dopo il 1920, quando la sua organizzazione paramilitare di squadre armate (lo squadrismo) divenne lo strumento della reazione della borghesia e dei ceti medi contro il Partito socialista e le leghe ‘rosse’, nelle province della Valle Padana dove i socialisti avevano un controllo quasi totale sulla vita politica ed economica, esercitandolo con prepotenza nei confronti dei ceti borghesi. La crescita dei Fasci, accolta favorevolmente dall’opinione pubblica conservatrice, liberale e cattolica, fu rapida: gli iscritti aumentarono da 20.165 del dicembre 1920 a 187.588 nel maggio 1921, superando i 200.000 due mesi dopo.

Mussolini non ebbe un ruolo diretto nella crescita del fascismo come movimento di massa, composto principalmente da reduci e giovani dei ceti medi e finanziato dagli agrari. Tuttavia, pur senza avere la carica di massimo dirigente nell’organizzazione dei Fasci, essendo solo uno dei componenti della Commissione esecutiva, dal suo giornale tracciava l’orientamento politico del movimento, adattandolo alle circostanze, senza avere ancora una meta precisa, al di là della lotta violenta contro il Partito socialista e le organizzazioni del proletariato, accolta allora favorevolmente dalla borghesia e dall’opinione pubblica conservatrice, liberale e cattolica.

Nel maggio 1921 i Fasci parteciparono alle elezioni politiche con i Blocchi nazionali promossi da Giovanni Giolitti per contrastare il Partito socialista e il Partito popolare. Dopo una campagna elettorale funestata da scontri violenti, i fascisti ottennero 35 seggi. Mussolini fu eletto a Bologna e a Milano con oltre 300.000 voti. Entrato alla Camera, si dissociò subito da Giolitti, provocando la fine del suo governo nel giugno 1921, mentre lo squadrismo imperversava in gran parte dell’Italia settentrionale e centrale, favorito dall’inerzia o dalla simpatia delle forze dell’ordine e delle autorità locali.

Maturò allora in Mussolini il progetto di trasformare il movimento fascista in un ‘partito del lavoro’, proponendo la cessazione delle violenze squadriste. «Noi – scriveva il 2 luglio – pensiamo che la guerriglia civile si avvia all’epilogo … Dire che un pericolo ‘bolscevico’ esiste ancora in Italia significa scambiare per realtà certe oblique paure. Il bolscevismo è vinto. Di più: è stato rinnegato dai capi e dalle masse» (Opera omnia, XVII, pp. 20 s.).

Il 3 agosto 1921 firmò un ‘patto di pacificazione’ con i socialisti, patrocinato dal nuovo governo di Ivanoe Bonomi (4 luglio 1921-26 febbraio 1922). Accettando il patto, si proponeva anche di imporre la sua autorità di duce sull’eterogenea massa degli squadristi delle varie province, rivendicando, come fondatore e capo del fascismo, il potere di dettare la condotta politica del movimento: «se il fascismo non mi segue nessuno potrà obbligarmi a seguire il fascismo», scrisse il 3 agosto (ibid., p. 82). Ma i capi dello squadrismo padano, Dino Grandi, Italo Balbo, Roberto Farinacci, rifiutarono di disarmare il fascismo e non solo contestarono a Mussolini l’autorità di capo, ma non gli riconobbero neppure la paternità del fascismo, che attribuirono allo squadrismo emiliano.

La rivolta antimussoliniana culminò con una grande adunata di squadristi a Bologna il 16 agosto. Mussolini reagì dimettendosi dalla Commissione esecutiva dei Fasci: «Chi è sconfitto, deve andarsene. E io me ne vado dai primi posti. Resto, e spero di poter restare, semplice gregario del Fascio Milanese», scrisse il 18 agosto (ibid., p. 105). Circolò allora fra gli squadristi antimussoliniani la frase «chi ha tradito, tradirà», con allusione all’epilogo della militanza socialista di Mussolini. Il fascismo parve sul punto di disgregarsi. Ma dopo poche settimane, fallito il tentativo dei capi squadristi di convincere D’Annunzio ad assumere la guida del movimento, la crisi fu sanata nel III congresso nazionale dei Fasci, che si svolse a Roma dal 7 al 10 novembre e deliberò la trasformazione del movimento in Partito nazionale fascista (PNF).

Mussolini si riconciliò con i ribelli, che lo riconobbero come ‘duce’, ma dovette sconfessare il patto di pacificazione e accettare che lo squadrismo divenisse parte integrante del PNF conferendogli la caratteristica inedita di ‘partito milizia’, l’unico partito italiano che disponeva di un esercito privato per combattere gli avversari. Alla carica di segretario generale del PNF fu eletto Michele Bianchi. In Mussolini, tuttavia, l’esperienza della rivolta squadrista lasciò una profonda diffidenza nei confronti del suo stesso partito, dovuta al timore che dal suo interno potessero nuovamente emergere figure antagoniste.

Con l’organizzazione del fascismo in partito, fu rielaborata anche la sua ideologia, utilizzando idee del nazionalismo e del sindacalismo. L’ideologia del PNF affermava il primato assoluto della nazione e una concezione antidemocratica, autoritaria e gerarchica dello Stato, e proponeva un assetto corporativo dell’economia per imporre la collaborazione fra le classi, salvaguardando il predominio sociale del capitalismo produttivo. In politica estera, il fascismo era genericamente espansionista, considerando l’imperialismo una legge di vita per le nazioni. Decisivo fu il contributo di Mussolini all’elaborazione dell’ideologia fascista. A questo scopo, fondò all’inizio del 1922 la rivista Gerarchia, affidandone la direzione a Margherita Sarfatti, da anni sua amante e donna di grande cultura che molto influì sulla rappresentazione del fascismo come rinascita della romanità, come avanguardia della nuova Italia nata dalla Grande guerra e milizia civile che difendeva la nazione contro i suoi nemici interni, arrogandosi il monopolio del patriottismo, e, infine, come movimento politico dotato di una propria religiosità laica, con i suoi riti, i suoi simboli e i suoi miti. Fra questi, Mussolini diede massimo risalto al mito di Roma, non come culto del passato ma come incitamento alla conquista di una nuova grandezza imperiale italiana.

Con oltre 200.000 iscritti, nel 1922 il PNF era il più forte partito di massa, dominando incontrastato in gran parte delle regioni settentrionali e centrali. Lo squadrismo riprese l’offensiva violenta contro i partiti avversari, mentre sfidava lo Stato liberale, proclamando la volontà di conquistare il potere per via elettorale o insurrezionale. L’idea di una ‘marcia su Roma’ maturò nell’agosto 1922, dopo il fallimento dello ‘sciopero legalitario’, proclamato dall’Alleanza del lavoro, che riuniva i sindacati antifascisti, per protestare contro le violenze squadriste ed esigere dal governo il ripristino della legge e della libertà. Il PNF scatenò una rappresaglia, pubblicamente annunciata contro le organizzazioni operaie e contro le amministrazioni socialiste, costringendole alle dimissioni, come avvenne a Milano. Intanto Mussolini promuoveva spettacolari occupazioni di città, da parte di migliaia di squadristi, per manifestare contro le autorità governative, come avvenne a Bolzano e a Trento (1-3 ottobre), in moda da rendere sempre più evidente l’impotenza del governo, presieduto dal giolittiano Luigi Facta (26 febbraio-31 ottobre 1922), a contenere l’offensiva del PNF, che agiva ormai come uno Stato nello Stato.

Il 3 ottobre Il Popolo d’Italia pubblicò il regolamento della «milizia fascista», ostentando l’istituzione di un esercito di partito, che aveva sottratto allo Stato il monopolio della forza, seminando il terrore fra gli avversari, fra i quali il fascismo includeva ora non solo socialisti, comunisti e anarchici, ma anche liberali, repubblicani e popolari.

Nello stesso periodo, Mussolini delineò in articoli e discorsi i caratteri del nuovo Stato antidemocratico che il PNF intendeva instaurare, dichiarando che il fascismo al potere avrebbe negato la libertà a chiunque si fosse opposto al suo predominio. Al contempo, però, ostentava rispetto verso le istituzioni tradizionali, la monarchia, l’esercito, la Chiesa, e si schierò a difesa del sistema capitalistico, proponendo la collaborazione fra le classi attraverso un nuovo corporativismo, per incrementare la produzione nel supremo interesse della nazione, e riservando alla borghesia produttiva il predominio sociale.

Nell’ottobre 1922, mentre minacciava pubblicamente una conquista rivoluzionaria del potere, sollecitata da Bianchi, da Balbo, nuovo capo della milizia fascista, e dai capi squadristi, condusse separatamente trattative segrete con esponenti della classe dirigente liberale, lasciando credere a ognuno di loro di essere disposto a partecipare a un governo di coalizione con alcuni incarichi ministeriali. Giolitti, Francesco Saverio Nitti, Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra, Facta caddero nella rete mussoliniana, ciascuno immaginando di poter assurgere a ‘salvatore della patria’, formando un governo di coalizione con il PNF per restaurare nel paese la legalità e l’ordine. Il piano militare della marcia su Roma fu effettivamente deciso da Mussolini il 16 ottobre, insieme con Bianchi, Balbo, Cesare Maria De Vecchi e il generale Emilio De Bono. Il 24 ottobre a Napoli, durante una grande adunata fascista per il Consiglio nazionale del PNF, la mobilitazione fu fissata per il 28 ottobre.

L’insurrezione fascista, voluta con decisione da Bianchi, che prevalse su un Mussolini all’ultimo momento esitante, fu attuata in molte città dell’Italia settentrionale e centrale con l’occupazione di edifici governativi, poste e stazioni ferroviarie. Contro una reazione dell’esercito, la ‘marcia su Roma’ non avrebbe avuto possibilità di successo, ma la sua efficacia fu di seminare confusione ai vertici dello Stato, mentre Mussolini, a Milano, proseguiva le trattative con gli esponenti liberali e i rappresentanti del mondo economico. Da questo punto di vista, l’insurrezione fascista conseguì il massimo risultato col minimo rischio, perché fece fallire l’ipotesi di un governo Salandra o Giolitti, auspicata dalla monarchia, dagli industriali e dagli stessi fascisti moderati, e aprì la via del potere a Mussolini, dopo il rifiuto del re, la mattina del 28, di firmare lo stato d’assedio proposto da Facta.

Il 29 ottobre, Mussolini ricevette con un telegramma l’incarico di formare il governo. Giunto a Roma il giorno successivo, presentò al re la lista dei ministri, comprendente, con i fascisti, nazionalisti, popolari, liberali, democratico-sociali, e due generali; per sé tenne i ministeri dell’Interno e degli Esteri. Il 31 ottobre decine di migliaia di fascisti, convenuti nella capitale da ogni parte d’Italia, celebrarono con una grandiosa sfilata l’ascesa al potere del loro duce. Era la prima volta, nella storia degli Stati parlamentari europei, che la guida del governo era affidata al capo di un partito armato, giunto al potere esercitando la violenza contro tutti gli altri partiti.

Il 16 novembre, presentò il governo alla Camera dei deputati, con un discorso sprezzante: «Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto» (Opera omnia, XIX, p. 17). Nonostante ciò, Camera e Senato, a larghissima maggioranza, gli diedero la fiducia e i pieni poteri per un anno allo scopo di realizzare riforme fiscali e amministrative, ricevendone in cambio la promessa del governo di ristabilire nel paese la legalità, l’ordine e il rispetto della legge anche da parte dei fascisti.

Apparentemente con questo proposito Mussolini legalizzò la milizia fascista inquadrandola come Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, agli ordini del capo del governo. L’istituzione della MVSN fu decisa da un nuovo organo dirigente del PNF, il Gran Consiglio del fascismo, costituito nel dicembre 1922 per volontà di Mussolini, che lo presiedeva come capo del governo, e composto dai ministri e sottosegretari fascisti, dal segretario generale e da altri dirigenti del partito. Il Gran Consiglio fu lo strumento con il quale Mussolini esercitò il suo ruolo di duce per imporre la disciplina all’interno del PNF. Questo, cresciuto enormemente dopo l’ascesa al potere con un’ondata di nuove iscrizioni, fu squassato per alcuni mesi da una grave crisi interna, causata dalla dissidenza di Fasci autonomi, e soprattutto dai conflitti fra gli ‘intransigenti’, capitanati dai capi squadristi come Farinacci, e i ‘revisionisti’, propensi a smilitarizzare il fascismo per inserirlo come forza riformatrice dello Stato, pur senza rinunciare alle pretese di predominio nei confronti degli altri partiti. Il duce si barcamenò fra le due tendenze mirando a sottomettere il partito al suo controllo, contrastando le pretese dei capi fascisti delle province, denominati ‘ras’, di opporsi ai suoi ordini.

Per accrescere il suo prestigio e la sua autorità, volle conquistarsi direttamente il consenso delle masse e in pochi mesi visitò gran parte dell’Italia, tenendo discorsi alle folle che accorrevano numerose, attratte dalla novità del primo presidente del Consiglio che girava per il paese e soprattutto affascinate dal nascente mito del giovane, dinamico e vigoroso capo del governo, figlio del popolo assurto al vertice del potere.

In realtà, pur promettendo continuamente la restaurazione della legalità, tollerò, incoraggiò e talvolta comandò direttamente l’uso della violenza per ridurre gli oppositori all’impotenza e per estendere il potere del fascismo in tutto il paese, descrivendo il suo governo come un nuovo regime, deciso a ‘durare’ anche con il ricorso alla forza. In una delle prime riunioni del Consiglio dei ministri, il 15 dicembre 1922, affermò la «assoluta irrevocabilità del fatto compiuto nell’ottobre col trapasso di regime» (Opera omnia, XIX., p. 66) e il 15 luglio 1923 ribadiva alla Camera: «Il potere lo abbiamo e lo teniamo. Lo difenderemo contro chiunque. Qui è la rivoluzione, in questa ferma volontà di mantenere il potere» (ibid., p. 317). Siffatte dichiarazioni confermavano e incoraggiavano la pretesa del partito fascista di identificarsi con la nazione e con lo Stato, trattando i suoi avversari politici come nemici dell’Italia. Fu proprio in riferimento a queste pretese e al metodo violento per realizzarle nei primi mesi del governo Mussolini, che alcuni antifascisti, come Giovanni Amendola e Luigi Sturzo, coniarono e diffusero il nuovo termine «totalitario», dal quale derivò subito «totalitarismo», per definire la nuova dittatura di fatto, lo ‘Stato-partito’, instaurato dopo la ‘marcia su Roma’ dal PNF, usando la propria milizia armata per distruggere i partiti avversari e per imporre agli italiani la sua ideologia come una religione politica integralista e intollerante.

Per garantirsi una propria maggioranza parlamentare – il PNF aveva appena una trentina di deputati – Mussolini fece approvare il 23 luglio 1923 una riforma elettorale (la cosiddetta ‘legge Acerbo’) che assegnava due terzi dei seggi alla lista di maggioranza relativa, col 25% dei voti. Le elezioni, che si tennero il 6 aprile 1924 in un clima di intimidazioni e di violenze da parte fascista, assicurarono a Mussolini una larghissima maggioranza. Ma l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, compiuto il 10 giugno da sicari squadristi su mandato di stretti collaboratori del duce, suscitò una profonda emozione in tutto il paese e inferse un duro colpo al prestigio di Mussolini. Esplose così una crisi politica che avrebbe potuto travolgerlo: parlando al Consiglio nazionale del PNF il 7 agosto, il duce riconobbe che il suo mito era in declino. I partiti di opposizione abbandonarono il Parlamento (‘secessione dell’Aventino’), sperando nell’intervento del re per rimuovere dalla carica di presidente del Consiglio un uomo sospettato di essere il mandante dell’assassinio di Matteotti. Ma il re non ritenne di dover intervenire perché Mussolini, dopo un rimpasto del governo con la nomina di ministri vicini alla monarchia, come Luigi Federzoni all’Interno, ottenne ancora la fiducia parlamentare.

La protesta antifascista ridiede vigore all’iniziativa violenta dei fascisti intransigenti, che volevano la conquista integrale dello Stato. Questi fecero forti pressioni sul duce per indurlo a istituire una dittatura di partito. Dopo che la sera del 31 dicembre un gruppo di comandanti della MVSN gli aveva ingiunto di agire per annientare le opposizioni, il 3 gennaio 1925 Mussolini, con un discorso alla Camera, si assunse tutta la responsabilità di quanto il fascismo aveva compiuto e avviò una decisa politica dittatoriale.

Nel febbraio, Farinacci fu nominato segretario generale del PNF. Il 22 giugno 1925, al V congresso del partito fascista, Mussolini proclamò: «Abbiamo portato la lotta sopra un terreno così netto che ormai bisogna essere o di qua o di là, non solo, ma quella meta che viene definita la nostra feroce volontà totalitaria sarà perseguita con ancora maggior ferocia … Vogliamo insomma fascistizzare la nazione, tanto che domani italiano e fascista, come presso a poco italiano e cattolico, siano la stessa cosa» (Opera omnia, XXI, p. 362). Fu subito intensificata la persecuzione degli antifascisti, con arbitrari interventi polizieschi e aggressioni squadriste, di cui furono vittime, fra gli altri, Amendola e Piero Gobetti. Gran parte dei dirigenti e migliaia di militanti dei partiti antifascisti abbandonarono l’Italia.

Dal 1925 al 1945, la biografia di Mussolini coincide con la storia d’Italia. Per venti anni, qualsiasi settore dello Stato e della società italiana − dalla politica interna alla politica estera, dall’economia alla cultura, dall’organizzazione militare al tempo libero, dall’urbanistica all’ambiente, dalla religione al costume, dalla vita collettiva alla vita privata – fu trasformato, condizionato e influenzato dalla sua volontà.

Di conseguenza, non potendo trattare di tutta la sua attività nel corso di un ventennio, la narrazione della sua biografia si concentrerà sugli aspetti della sua politica, interna e internazionale, che più direttamente appaiono connessi con la sua personalità.

Fra il 1925 e il 1927, attuò la demolizione del regime parlamentare e costruì le fondamenta di quello fascista, mediante la serie delle leggi ‘fascistissime’, che concentrarono il massimo dei poteri nella sua persona come capo del governo. Alla fine del 1926 furono soppressi i partiti, i sindacati e le associazioni non fasciste. La stessa sorte toccò ai giornali. Inoltre, in seguito a quattro falliti attentati contro Mussolini, fu reintrodotta la pena di morte per gli attentatori alla vita del re e del capo del governo, e fu istituito un Tribunale speciale per la difesa dello Stato per giudicare chi svolgeva in Italia o all’estero attività antifascista. Nel 1928, una riforma della rappresentanza politica istituì il collegio unico nazionale e attribuì al Gran Consiglio il compito di approntare una lista di deputati designati, che gli elettori avrebbero potuto approvare o respingere in blocco. Il Gran Consiglio divenne organo dello Stato fascista, con competenze in materia costituzionale, compresa la facoltà di intervenire nella successione al trono: il re protestò invano contro tale disposizione che menomava gravemente le prerogative della monarchia. Nel febbraio 1929, Mussolini coronò il consolidamento del suo potere con la firma dei Patti lateranensi, che posero fine alla Questione romana, e conquistarono al regime fascista il riconoscimento della Chiesa e il consenso delle masse cattoliche.

Fin dal 1920 aveva abbandonato l’anticristianesimo e l’anticlericalismo, esaltando il cattolicesimo come erede della romanità, come espressione della civiltà italiana, e come una istituzione con milioni di fedeli in tutto il mondo, che poteva essere utile alle ambizioni imperiali del fascismo. Al governo fu prodigo di concessioni al Vaticano, che accolse favorevolmente l’avvento al potere di un partito che, pur usando metodi violenti, avversava gli stessi movimenti politici, dal liberalismo al comunismo, che la Chiesa considerava suoi nemici. Tuttavia, Mussolini non esitò a entrare in conflitto con la Chiesa, come accadde subito dopo la firma del Concordato, poi nel 1931 e di nuovo nel 1938, per rivendicare il primato dello Stato fascista e il suo monopolio nell’educazione delle nuove generazioni secondo i principî e i valori dell’ideologia totalitaria e bellicista del fascismo. Pio XI condannò la «statolatria pagana» del fascismo (enciclica Non abbiamo bisogno, 29 giugno 1931), ma neppure nei momenti di maggior tensione con il regime fascista, come avvenne alla fine degli anni Trenta, giunse a rimettere in discussione il Concordato.

Il consolidamento del regime fascista fu sancito dalle elezioni del 24 marzo 1929, in cui quasi il 99% dei votanti approvò la lista proposta dal Gran Consiglio. In quello stesso anno, un nuovo statuto del PNF gli toglieva ogni autonomia, trasformandolo in un milizia civile al servizio dello Stato fascista e agli ordini del duce.

Durante la segreteria di Augusto Turati (1926-30), di Giovanni Giuriati (1930-31) e soprattutto di Achille Starace (1931-39), consenziente il duce, il partito ampliò la sfera del suo potere sia all’interno dello Stato, con l’espansione della propria presenza negli organi politici e amministrativi, sia nella società, attraverso l’irreggimentazione delle masse, fin dall’infanzia, in una rete organizzativa, estesa su ogni settore della vita pubblica e privata.

Come capo del governo e duce del fascismo, Mussolini concentrò nelle sue mani un potere immenso e incontrastato, mentre il re, come capo dello Stato, fu ridotto a simbolica funzione istituzionale.

Per un ventennio, Vittorio Emanuele III assistette inerte, acquiescente o consenziente alla demolizione dello Stato liberale edificato dai suoi predecessori, sottoscrivendo tutte le decisioni di Mussolini in politica interna ed estera, dall’instaurazione del regime a partito unico nel 1926, all’emanazione della legislazione razzista e antisemita nel 1938, dall’aggressione militare all’Etiopia nel 1935 e all’Albania nel 1939, all’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Dopo la sua caduta, negli anni della Repubblica sociale, per ridurre le sue responsabilità, Mussolini descrisse il rapporto fra il duce e il re come una diarchia, ma la formula non corrispondeva affatto alla realtà: fino al 25 luglio 1943, il potere effettivo dello Stato fascista fu concentrato nelle mani del duce. Nel 1946, lo stesso Vittorio Emanuele ammise: «Allora non si poteva avversare il Capo del Governo» (P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, Bologna 1993, p. 321).

L’incontrastata dittatura mussoliniana, saldamente fondata su un capillare apparato poliziesco, sul PNF e sulla MVSN, derivava anche dalla funzione di mediatore e di arbitro che svolgeva, nella duplice veste di capo del governo e capo del partito fascista, fra le diverse istituzioni dello Stato e del regime e fra le varie componenti economiche, sociali e culturali della società italiana, riservandosi comunque la decisione finale e risolutiva nelle scelte fondamentali della politica interna ed estera. Tutto ciò lo costringeva a occuparsi quotidianamente di innumerevoli questioni, con una meticolosità burocratica, accresciuta da un’ossessiva volontà di controllare e dominare tutto personalmente.

Tuttavia, nel primo decennio al potere, oltre a valersi di esperti e di tecnici anche non fascisti in particolari settori come l’economia, le finanze e i lavori pubblici, fu propenso a coinvolgere nell’azione di governo altre personalità del partito fascista, affidando la gestione di ministeri importanti a giovani come Dino Grandi (ministro degli Esteri dal 1929 al 1932), Italo Balbo (ministro dell’Aeronautica dal 1929 al 1933) e Giuseppe Bottai (ministro delle Corporazioni dal 1929 al 1932). Invece, dopo il 1932, accentrò nelle sue mani, contemporaneamente, vari ministeri, assumendo definitivamente, dopo il 1933, anche i tre militari ed estendendo così il suo comando sulle Forze armate.

Il potere personale di Mussolini fu accresciuto dalla diffusione del suo mito di superuomo dotato di eccezionali qualità fisiche e intellettuali, un mito che egli per primo promosse esibendo la sua persona fisica in diversi ruoli: duce, statista, condottiero, pensatore, educatore, mecenate delle arti, della cultura e della scienza, bonificatore di paludi, fondatore e ricostruttore di città, atleta, sportivo, aviatore, nuotatore, pilota e buon padre di famiglia. Il mito era potenziato da un’efficiente macchina propagandista, che per mezzo della stampa, della radio e del cinema, esaltava i successi, veri o presunti, della politica mussoliniana in Italia e all’estero, e soprattutto eccitava nelle masse una fede nel duce sconfinante nell’idolatria.

I discorsi di Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia (dal 1929 sede del suo ufficio) e i frequenti incontri con le folle in ogni parte d’Italia divennero riti di fusione emotiva fra il duce e gli italiani, come una mistica rappresentazione dell‘unità della nazione. Così, al mito di Mussolini si aggiunse il culto del duce, collocato al centro di un sistema di riti e di simboli, che accentuarono i caratteri del fascismo come una religione politica, divenuta parte essenziale e integrante del regime totalitario. La cultura accademica, gli artisti e gli scienziati, per convinzione o per convenienza, parteciparono attivamente alla celebrazione del mito, godendo anche della promozione, voluta da Mussolini per dare impulso alla fascistizzazione della cultura, di istituzioni come l’Accademia d’Italia e l’Enciclopedia italiana, e della molteplicità di stili estetici consentiti purché convergessero nell’esaltazione del duce e del fascismo.

Ad alimentare il mito di Mussolini in Italia contribuì l’ammirazione che la sua figura riscuoteva all’estero, soprattutto da parte dei governi conservatori e dell’opinione pubblica anticomunista, che gli attribuivano il merito di aver salvato l’Italia dal bolscevismo, e di essere uno statista responsabile, che in politica estera, pur ostentando una ideologia bellicosa, ricercava la collaborazione con le grandi potenze democratiche.

All’inizio degli anni Trenta, lo Stato totalitario era compiuto nelle sue strutture fondamentali, costituite dagli apparati polizieschi e militari tradizionali, cui erano stati aggiunti la MVSN e l’OVRA (Opera vigilanza repressione antifascista), e soprattutto dall’immenso apparato organizzativo del partito unico, per l’irreggimentazione e la mobilitazione delle masse.

In campo economico, dopo aver assecondato nei primi anni una politica liberista, dopo il 1926 Mussolini adottò una politica protezionista, soprattutto nel settore dell’agricoltura (‘battaglia del grano’) al fine di garantire al paese l’autosufficienza alimentare. Nel 1927 promulgò la Carta del Lavoro per definire gli orientamenti economici e sociali del regime, la subordinazione dei sindacati allo Stato, la collaborazione fra le classi attraverso le corporazioni, l’istituzione di una magistratura del lavoro, la preminenza della produzione sul consumo al fine di accrescere la potenza della nazione. Negli anni Trenta, il corporativismo fascista, oggetto di grandi dibattiti, ebbe grande notorietà all’estero, ma scarsa efficacia nell’effettiva organizzazione dell’economia italiana. L’interventismo statale nel settore produttivo fu accentuato attraverso nuovi istituti, come l’Istituto mobiliare italiano (IMI, 1931) e l’Istituto per la ricostruzione industriale (IRI, 1933), creati per fronteggiare le conseguenze della crisi economica mondiale del 1929, che Mussolini interpretò come ‘crisi del sistema’, perché coinvolgeva tutti gli aspetti economici, sociali, politici, culturali e morali del capitalismo liberale.

Suggestionato dalle teorie di Oswald Spengler sul «tramonto dell’Occidente» (Der Untergang des Abendlandes, 1918-22), riteneva che la civiltà europea corresse il rischio di essere trascinata nella decadenza del capitalismo, del liberalismo e della democrazia, mentre era contemporaneamente minacciata dal comunismo. Dal 1932 in poi proclamò che, fra capitalismo e bolscevismo, l’unica via di salvezza era la «terza via» che il fascismo stava costruendo, cioè lo Stato totalitario, il corporativismo e una concezione spirituale e austera della vita, basata sulla totale dedizione dell’individuo alla nazione e allo Stato.

La proliferazione di movimenti e regimi autoritari che imitavano il fascismo convinse Mussolini di poter diventare il fondatore di una nuova civiltà fascista, universale come la civiltà romana. Per questo volle fissare i fondamenti teorici della concezione fascista dell’uomo e della vita, scrivendo nel 1932 il testo della Dottrina del fascismo (dovuto in parte al filosofo Giovanni Gentile), pubblicato nell’Enciclopedia italiana: «per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo» (Opera omnia, XXIV, p. 119).

All’insegna del motto «andare verso il popolo», negli anni Trenta promosse una politica sociale e assistenziale per i ceti più disagiati, mentre per riassorbire la disoccupazione fece varare grandi lavori pubblici, come la bonifica delle paludi Pontine, vasti rinnovamenti urbanistici, specialmente nella capitale, e la fondazione di nuove città, come Littoria (oggi Latina). Inoltre, intensificò la campagna per l’incremento demografico, sostenendo che la potenza di una nazione consisteva nel numero dei suoi abitanti, e cercò di scoraggiare l’emigrazione dalla campagna alla città, esaltando i contadini come «elementi di prima classe nella comunità nazionale» (4 luglio 1933; Opera omnia, XXVI, p. 17), condannò il celibato ed esaltò la prolificità perché preservava la vitalità della razza.

Pur senza professare il razzismo come ideologia fino al 1938, considerava la salvaguardia della razza un fattore fondamentale per poter realizzare le sue ambizioni imperiali: «Bisogna vigilare seriamente sul destino della razza – affermava nel 1927 – bisogna curare la razza, a cominciare dalla maternità e dall’infanzia» (ibid., XXII, pp. 363 s.). E nel 1934 ribadiva la centralità della razza in tutta la politica del regime: «lo sfollamento delle città, la bonifica rurale, l’Opera della Maternità e infanzia, le colonie marine e montane, l’educazione fisica, le organizzazioni dell’igiene, tutto concorre alla difesa della razza» (ibid., XXVI, p. 191).

La crescita demografica e la rigenerazione della razza italiana erano condizioni indispensabili per una politica estera di potenza e di espansione, che fu la massima ambizione di Mussolini, il quale, tuttavia, fino alla metà degli anni Trenta, in politica estera mantenne una condotta pacifica, salvo un’iniziale esibizione di forza nel 1923, con l’occupazione temporanea di Corfù per esigere dalla Grecia riparazioni dopo l’assassinio dei componenti una missione militare italiana al confine greco-albanese.

In tutto quel periodo, malgrado i toni bellicosi di alcuni discorsi, e sempre mirando ad accrescere il prestigio dell’Italia e a estendere la sua influenza nell’Europa orientale, nel Mediterraneo e in Africa, il duce perseguì un orientamento volto a garantire la pace in Europa attraverso l’accordo con le grandi potenze, compresa l’Unione Sovietica.

Non accolse con simpatia l’avvento del nazismo al potere in Germania nel gennaio 1933, anche se Hitler lo venerava come un maestro e sollecitò un incontro, che si svolse a Venezia il 14 giugno 1934, senza intaccare la diffidenza del duce. In quel periodo derideva pubblicamente l’antisemitismo e il razzismo tedesco, mentre lo allarmava la possibilità di annessione dell’Austria alla Germania. Quando, nel luglio 1934, i nazisti tentarono un colpo di Stato a Vienna, che fallì ma provocò l’assassinio del cancelliere Engelbert Dollfuss, il duce dichiarò che avrebbe difeso l’indipendenza dell’Austria e mobilitò l’esercito ai confini. Nell’aprile dell’anno successivo ospitò a Stresa una conferenza fra Italia, Francia e Gran Bretagna per definire una politica comune contro il rinascente militarismo tedesco.

La svolta decisiva avvenne nel 1935, con l’aggressione all’Etiopia. Le operazioni militari iniziarono il 3 ottobre 1935, senza formale dichiarazione di guerra, dopo l’annuncio dato dal duce la sera precedente dal balcone di Palazzo Venezia .

Mussolini riteneva di avere l’assenso tacito della Francia e della Gran Bretagna, che invece condannarono l’aggressione, mentre la Società delle Nazioni decretò sanzioni contro l’Italia. La campagna etiopica fu combattuta con un massiccio impiego di uomini e di armi moderne, contro un esercito inferiore per numero, poco organizzato e malamente armato. Il duce autorizzò anche l’uso di armi chimiche per annientare il nemico e terrorizzare la popolazione.

Conseguita la vittoria dopo sei mesi, il 9 maggio 1936 il duce annunciò «la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma» davanti a una folla delirante di entusiasmo. La conquista dell’Etiopia segnò l’apoteosi di Mussolini e l’inizio di una nuova fase della sua vita politica. Convinto, dopo la vittoria, di essere un grande genio non solo politico ma anche militare, divenne prigioniero del suo stesso mito, fino ad assumere persino fisicamente una posa di distaccata superiorità, come un monumento vivente al di sopra dei comuni mortali.

Bottai così lo descriveva dopo la conquista dell’Etiopia (Diario 1935-1944, a cura di G.B. Guerri, Milano 1982, pp. 109 s.): «Non l’uomo, ma la statua stava dinnanzi a me. Dura, pietrosa statua da cui una voce fredda uscì in martellanti parole». Il politico e diplomatico Giuseppe Bastianini osservò l’involuzione della personalità mussoliniana, chiusa in se stessa: «Sul culmine che ha raggiunto è ritornato il solitario dei tempi duri. Il calore dell’immaginazione ha acceso la esaltazione psichica che lo possiede ed egli si è distaccato dagli uomini con negli occhi una visione abbagliante di grandezza e nel cuore un’aspirazione superumana sempre più ardente» (Uomini, cose, fatti. Memorie di un ambasciatore, Milano 1959, pp. 38 s.).

Circondato da gerarchi che non osavano contraddirlo, dopo la morte del fratello Arnaldo, suo unico amico e confidente, Mussolini divenne più chiuso e sospettoso, geloso della popolarità che altri gerarchi, come Balbo con le sue trasvolate atlantiche, riscuotevano in Italia e all’estero. Solo nei confronti di Galeazzo Ciano, marito di Edda, manifestò fiducia, nominandolo ministro degli Esteri nel 1936. Nello stesso periodo, forse per compensare la solitudine e illudersi di contrastare con una rinnovata virilità l’avanzare dell’età, strinse il legame affettivo con la giovane amante Claretta Petacci, conosciuta nel 1932.

Esaltato dalla conquista dell’Impero, mentre la moglie Rachele lo esortava a lasciare la politica da trionfatore e molti speravano in una liberalizzazione del regime, decise di intensificare il dominio totalitario per fascistizzare lo Stato e la società, e per accelerare la rivoluzione antropologica di rigenerazione della razza. Volle inoltre accrescere il suo potere estendendolo anche sulle Forze armate, con l’istituzione del grado di primo maresciallo dell’Impero (30 marzo 1938), conferito sia al duce sia al re.

Fu, questo, un altro colpo inferto al prestigio del re da Mussolini, che in privato vagheggiava la soppressione della monarchia. Intanto, continuò a demolire i pilastri del vecchio Stato monarchico: nel 1939 fu abolita la Camera dei deputati, sostituita dalla Camera dei fasci e delle corporazioni, che eliminava definitivamente ogni forma di partecipazione elettorale dei cittadini, mentre era quasi completata la fascistizzazione del Senato.

Nello stesso periodo il duce impegnò l’Italia in una nuova avventura militare, partecipando alla guerra civile spagnola a sostegno dei nazionalisti ribelli del generale Francisco Franco contro la Repubblica. Pur ristabilendo accordi con Francia e Gran Bretagna, dopo la conquista dell’Etiopia si avvicinò sempre più alla Germania nazista, a partire dall’intesa dell’ottobre 1936 (cosiddetto Asse Roma-Berlino), cui seguì nel settembre 1937 una visita ufficiale in Germania, dove ebbe accoglienze trionfali e poté constatare la crescente potenza militare tedesca. Nel dicembre 1937 decise l’uscita dell’Italia dalla Società delle Nazioni, e il 12 marzo 1938 accettò senza riserve l’annessione dell’Austria al Reich nazista. Nel maggio successivo, con la visita di Hitler in Italia, i rapporti fra i due regimi divennero più stretti. Due mesi dopo, Mussolini dava l’avvio alla legislazione razzista e antisemita, varata nel novembre 1938.

Il razzismo e l’antisemitismo erano i nuovi strumenti della rivoluzione antropologica che Mussolini voleva accelerare per creare l’italiano nuovo, insieme con la campagna antiborghese, con la riforma del costume (abolizione della stretta di mano e del ‘lei’, militarizzazione dei funzionari pubblici, potenziamento e irrigidimento del controllo del PNF) e con l’accentuazione degli aspetti populistici e anticapitalistici del corporativismo.

Il coinvolgimento nella guerra civile spagnola, il rafforzamento dei rapporti con la Germania nazista, un nuovo conflitto con la Chiesa nel 1938 a proposito della ricostituzione dell’Azione cattolica, l’inasprimento dell’apparato repressivo del regime totalitario, l’inefficienza e la corruzione circolanti nelle organizzazioni del PNF, e soprattutto la paura di una nuova guerra europea che avrebbe coinvolto l’Italia, minarono il consenso della popolazione al regime, anche se il mito mussoliniano rimaneva ancora abbastanza saldo.

Nel settembre 1939, al suo ritorno dal convegno di Monaco, dove per sua iniziativa era stato scongiurato il pericolo di una guerra, il duce fu acclamato «salvatore della pace», ma l’entusiasmo pacifista degli italiani lo irritò profondamente. Nell’aprile 1939, approvò l’occupazione militare dell’Albania, voluta da Ciano, e la sua annessione all’Italia con il conferimento della corona albanese a Vittorio Emanuele III, e il 22 maggio decise la firma dell’alleanza militare con la Germania (‘Patto d’acciaio’). Tuttavia, quando Hitler invase la Polonia, il 1° settembre 1939, dando inizio alla seconda guerra mondiale, dichiarò la ‘non belligeranza’, consapevole dell’impreparazione militare italiana.

Nonostante le incertezze e le esitazioni del periodo precedente, il 10 giugno 1940 trascinò il paese in guerra, illudendosi su una rapida conclusione con la vittoria della Germania.

Gli obiettivi di conquista che Mussolini si proponeva di conseguire furono illustrati in un memoriale al re nel marzo 1940: «L’Italia non sarà veramente indipendente sino a quando avrà a sbarre delle sua prigione mediterranea la Corsica, Biserta, Malta, e a muro della stessa prigione Gibilterra e Suez […]. L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci» (Opera omnia, XXIX, p. 366).

Il fallimento della strategia di una ‘guerra parallela’, palesato già durante la campagna di Grecia nell’ottobre 1940, rese l’Italia definitivamente subordinata alla Germania nel corso successivo della guerra, fra l’alternarsi di disfatte e speranze di vittoria. Il 5 maggio 1941 le truppe britanniche riportarono a Addis Abeba l’imperatore d’Etiopia, ma a giugno, dopo l’aggressione della Germania all’URSS, Mussolini volle mandare un corpo di spedizione anche in Russia. Nel luglio 1942, attese invano in Libia che le truppe dell’Asse comandate dal generale tedesco Erwin Rommel lo portassero vittorioso ad Alessandria d’Egitto, ma l’avanzata italo-tedesca fu arrestata definitivamente dall’offensiva britannica ad El Alamein il 23 ottobre.

L’invasione della Sicilia da parte degli Alleati il 10 luglio 1943 segnò la fine del regime fascista, già in piena crisi per le disfatte militari e la perdita di consenso da parte della grande massa degli italiani, sopraffatti dalle restrizioni alimentari e dai continui bombardamenti alleati. Convinto di avere sempre ragione, negli sfoghi privati Mussolini copriva di insulti gli italiani, rigettando sulla loro debolezza di carattere il fallimento delle sue ambizioni di grandezza militare. Il regime fascista crollò all’indomani del 25 luglio 1943, quando il duce, sconfessato dalla maggioranza dei gerarchi del Gran Consiglio, fu destituito dal re, arrestato e trasportato prima a Ponza, poi alla Maddalena e infine sul Gran Sasso, dove il 12 settembre, quattro giorni dopo la resa dell’Italia agli Alleati, fu liberato dai tedeschi e condotto in Germania.

Pur considerandosi ormai politicamente defunto, pressato da Hitler, che minacciava spietate rappresaglie sull’Italia, accettò di rientrare in Italia e mettersi a capo di un nuovo Stato fascista, la Repubblica sociale italiana (RSI), nota come Repubblica di Salò, tentando di conservare una qualche autonomia all’Italia occupata dai tedeschi e continuare la guerra come loro alleati. Ma sul piano sia politico sia militare, la RSI fu subordinata al potente alleato, che agiva da padrone e governava direttamente ampie porzioni del territorio italiano del Nord-Est.

Per volontà di Hitler, uno dei primi atti del nuovo Stato fascista fu la condanna a morte dei gerarchi che la notte del 25 luglio avevano votato contro Mussolini, fra i quali Ciano, fucilato l’11 gennaio 1944. Nei 600 giorni di Salò, Mussolini cercò di esercitare il ruolo di capo e di arbitro nel coacervo di gruppi antagonisti che aderivano alla RSI, dai patrioti moderati come Giovanni Gentile agli spietati estremisti come Alessandro Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano. Fece anche un ultimo tentativo propagandistico per rilanciare un fascismo anticapitalista, varando un progetto di socializzazione delle imprese. L’ultimo suo incontro con la folla, che parve per un momento rianimare il mito caduto, avvenne dopo un discorso a Milano il 16 dicembre 1944.

Incapace d’ogni autocritica, che non fosse una patetica commiserazione di sé come vittima di un destino avverso e non della sua sfrenata ambizione, continuò a imprecare contro gli italiani che non erano stati all’altezza deloro duce. Nelle lettere a Claretta Petacci, che aveva voluto seguirlo nella sua ultima avventura si definiva un «sognatore naufragato» e accusava gli italiani del fallimento suo: «Non è il fascismo che ha guastato gli italiani – le scriveva il 29 marzo 1944 – ma gli italiani che hanno guastato il fascismo» (A Clara …, 2011, p. 150).

La fine di Mussolini avvenne con la vittoria degli Alleati e delle forze di Resistenza, che portarono a termine la liberazione dell’Italia il 25 aprile 1945. Dopo aver tentato invano di trattare la resa con i rappresentanti della Resistenza, il 27 aprile fu catturato dai partigiani mentre era in fuga verso la Valtellina nascosto in un camion di tedeschi. Il giorno successivo fu fucilato insieme con l’amante a Giulino di Mezzegra.

Sugli ultimi giorni di Mussolini, sulla modalità della sua morte, su chi volle l’uccisione immediata, e su chi materialmente lo uccise, ci sono ipotesi e interpretazioni controverse. Il 29 aprile, il suo cadavere e quello della Petacci furono trasportati a Milano, in piazzale Loreto, e dopo essere stati brutalmente ingiuriati dalla folla furono esposti, insieme ai corpi di altri gerarchi, fra una massa di gente plaudente, impiccati per i piedi a un distributore di benzina.

Dopo varie vicissitudini, volte anche a impedire che diventassero oggetto di culto, i resti di Mussolini furono restituiti alla famiglia nel 1957 e tumulati nel cimitero di Predappio.

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Caduta di Mussolini

Annuncio EIAR della caduta di Mussolini e della nomina di Pietro Badoglio. Teche RAI, www.teche.rai.it

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Bibliografia
I Forlivesi nel Risorgimento nazionale da Napoleone a Mussolini. Dizionario biografico
Mambelli Antonio
1936 Forlì Comune di Forlì
Anteo Zamboni nel ventennale del suo olocausto: 31 ottobre 1926-31 ottobre 1946. Riassunto storico-critico dell'attentato a Mussolini e della sentenza del Tribunale speciale
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1946 Bologna
Arpinati l'oppositore di Mussolini
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1970 Roma Bulzoni
Brigate nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano
D. Gagliani
1999 Torino Bollati Boringhieri
Gli inizi della lotta armata. Dal crollo di Mussolini alla fine del 1943
Antonioni E.
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I martiri a cui si intitolano le Centurie e le Squadre
X Legio, Fascio giovanile di combattimento "Sandro Mussolini"
1930 Bologna Sezione tipografica dell'Istituto industriale Aldini-Valeriani
I rapporti a Mussolini sulla stampa clandestina (1943-1945)
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Il politico ambiguo
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1973 Novara De Agostini
Il romagnolo ribelle
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1973 Novara De Agostini
L'attentato a Mussolini del 1926 e il processo Zamboni
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1964 Roma Editori riuniti
Le polizie di Mussolini
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Leandro Arpinati: dalle squadracce alla ribellione. Il fascista che disse no a Mussolini
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1981
Leandro Arpinati: un anarchico alla corte di Mussolini
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1999 Roma Società Stampa Sportiva
Mussolini a Bologna nel maggio 1918 per l'inaugurazione del vessillo dei Mutilati di Guerra
AA. VV.
1935
Preferirei di no, Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini
G. Boatti
2000 Torino Einaudi
Rappresaglie. Vita e morte di Leandro Arpinati e Torquato Nanni gli amici nemici di Benito Mussolini
Cattani V.
1997 Venezia Marsilio
Ricordando Anteo Zamboni nel 70° anniversario dell'assassinio. Lettera a Benito Mussolini e discorso di Roberto Vighi
Provincia di Bologna
1996 Bologna
Riservato a Mussolini. Notiziari giornalieri della Guardia nazionale repubblicana. Novembre 1943-giugno 1944
N. Verdina
1974 Milano Feltrinelli