Minarelli Ottavia

Minarelli Ottavia

[?] - 22 Febbraio 1926

Note sintetiche

Scheda

Quando a Bologna il 22 febbraio 1926 scomparve la donna gentile ed onesta che, per tanti anni, aveva educati, con geniale cura ed assiduo affetto, innumerevoli fanciulli, colla sollecitudine di una sorella e poi colla tenerezza di una mamma, la notizia si sparse per la città, in tutte le molte case in cui la maestra era stimata e benvoluta, con la voce della piccola squilla che dice l'Ave. Prima era finita la scuola in cui, con le sorelle Bona e Lea, seguitava alacre e fidente il magistero del suo nonno Camillo e del suo babbo Francesco. Continuò pochi anni a far qualche lezione; ma la tristezza le addusse il morbo e la morte. Non poteva vivere senza il suo cielo di lavoro gioioso, senza i suoi augelli saltellanti e cinguettanti. I bimbi fatti adulti; parecchi genitori; e, taluni, genitori di nuovi scolaretti, le gittarono tutti i fiori che essa aveva perduti e tutto il loro pianto per tutto il suo sorriso. E si volle istituire un premio scolastico al suo diletto nome. E mai attestazione poteva stabilirsi più idonea per ricordare lungamente la figura e l'opera, frutto di una tradizione nutrito da copiosa e pura linfa di ricordi e di fede. La famiglia Minarelli proiettò le sue virtù nella scuola e il processo pedagogico, ne ebbe gli spunti dai metodi del Pestalozzi, del Froebel, dell'Aporti; si appoggiò soprattutto sopra un'intuizione spontanea a felice, quale deriva dall'attitudine che si leva a vocazione ardente, a missione civile.

Il nonno Camillo fu buon maestro nelle scuole pie e compose libricini molto adatti all'insegnamento elementare, come "le istruzioni intorno al calcolo delle frazioni decimali" stampato nel 1803 dai fratelli Masi ed accolto con favore nelle scuole del dipartimento del Reno. L'operetta si ispira, per i ragguagli metrici a quella più ampia compilata per le misure vigenti nella repubblica cisalpina; ma la parte generale e particolarmente le nozioni sulla radice quadrata sono semplici e chiare. Tenta, in un altro opuscolo del 1826, edito dal Nobili la dimostrazione del famoso quinto postulato euclideo e, benchè di studio oramai sorpassato dalle posteriori vedute, vi si manifesta una buona coltura storica ed un senso critico rilevante. E' da segnalarsi anche il raccolto trattato di aritmetica per le scuole pie, in forma di dialogo, di cui Gamberini e Meriggiani allestirono molte edizioni. Abbiamo sott'occhio la quattordicesima che uscì nel 1859, quattro anni dopo la morte dell'autore, nella quale sono bene esposte le regole del tre e di falsa posizione. Infine i rudimenti di grammatica italiana stampati da Della Volpe e Sassi nel 1857, per le scuole Minarelli, scuole che il Maestro – col permesso napoleonico – aveva istituite terminato il suo servizio nelle scuole pie e che erano distinte e frequentate.

Il padre Francesco, ragioniere esperto, nato a Crevalcore nel 1807, fu pure autore di buoni manuali scolastici, come il libretto dell'abbaco che, nel 1898, era, presso la tipografia Merlani, alla diciassettesima edizione e il sillabario italiano, per quei tempi, originale, ed assunto con successo nel 1867 alla stampa da Fava e Garagnani. Francesco Minarelli era ardentissimo patriota; e, seguace della dottrina mazziniana, si affigliò, poco più che ventenne, alla Giovine Italia, prendendo parte attiva ai moti di Rimini nel '31. Esiliato a Napoli, visse colà, dando lezioni di francese e dedicandosi al commercio. Fu dunque di quei primi generosi italiani, che il cavalleresco Diogene d'Italia, Massimo d'Azeglio, ricercava col suo celebre aforismo nella maturità del primo risorgimento. Le ristrettezze, i disagi, la nostalgia e il vivo desiderio di congiungersi alle figliuole, non scemarono in lui la fermezza e la fede. Per oltre un ventennio durò la lontananza coll'aspetto nel cuore della patria straziata; finchè, nel 1854, alla morte di Camillo, ritornò a Bologna, assunse la direzione della scuola, che si mantenne fiorentissima fino al 1873. Quante care, onorevoli ricordanze! Circondato dalla bontà delle figlie Marianna, Celeste, Bona, Lea ed Ottavia, ricevuto con stima dalle famiglie più elette della città; mentre il cielo italico illuminava il valore irresistibile dell'Eroe di Caprera, trascorse il suo vigoroso autunno nell'intrapresa della educazione infantile. Come sulla tomba di Letizia Pepoli, l'arte sublime di Vincenzo Vela, al cimitero della Certosa, evocò la figura del padre, il prode e infelice Re Gioacchino Murat, orgoglio ed amore di quella donna gentile, così l'anima buona della nostra compianta Ottavia è tutta nell'avito e nel paterno fiore spirituale. Nella scuola di Francesco Minarelli furono educati ai più nobili affetti di famiglia, di patria, di umanità dei portentosi fanciulli, che divennero poi uomini ricercati ed onorati; illustri nella città e nella nazione, come Marco Minghetti ed Augusto Righi, Alberto Dallolio e il fratello ora generale, il principe Spada, Leopoldo Serra e le figliuole del marchese Giovacchino Pepoli. Francesco Minarelli morì nel 1892. Le tre figlie superstiti ne raccolsero l'eredità di lavoro. Marianna, che fin dal '73, era stata assunta vice-direttrice nella decorosa scuola superiore femminile di Teodolinda Pignocchi, morì nel 1887. Celeste che, insieme ad Ottavia, aveva conseguito a Piacenza il diploma di Maestra giardiniera froebeliana, si estinse nel 1890. Restavano Bona, Lea ed Ottavia. Al corso elementare inferiore di tre anni, quale fu ordinato dal padre e di cui si occupò alacremente Bona, erasi aggiunto il giardino di infanzia col nome glorioso di Alessandro Manzoni. L'Ottavia fu l'animatrice molteplice dello sciame sonoro e giocondo; col suo fervore essa riuscì a mantener vivo l'interessamento della cittadinanza, a conquistar l'ammirazione di tutti, a continuare l'autorevole patrocinio del Governo e del Comune e delle persone più elette dal conte Cesare Albicini al celebre matematico Eugenio Beltrami, da Luigi Bombicci a Francesco Magni, a Carlo Alberto Pizzardi, ad Aristide Ravà. Da prima il giardino era in via Mentana presso il Contavalli, poi si trasferì, colla suola, in via del Borgo. L'Ottavia esercitava, senza sforzo e senza posa, il suo fascino, che era nell'alternativa sapiente di una misurata e serena austerità e di una carezzevole e tenera indulgenza, nella pacata armonia del gesto signorile e della suadente parola. Qual'era il metodo di educare e insegnare? Chi potrebbe dirlo? Era come un incognito indistinto dell'anima che si concretava nell'ammaestramento e nell'esempio, nel vigore e nella pazienza; forse non era un metodo tradotto da una persona; ma piuttosto una persona che era un metodo coerente ed inconfondibile; ciò che si chiama uno stile.

Il 30 maggio d'ogni anno si festeggiava il natalizio di Ottavia Minarelli. Una rappresentazione coi burattini; un saggio ginnastico diretto dal prof. Giovetti, il canto corale per cura della Lea. Nell'ampio cortile babbi e mamme di vecchi e nuovi scolari recanti fiori ed altri doni; e i bimbi coi loro vestiti più belli, coi nastri multicolori. Lei era la festeggiata; ma veramente festeggiava tutti. Il suo sguardo dolce, per tenue miopia, sembrava intento ad una affettuosa esplorazione, il sembiante franco e colorito si accostava ai fanciulli per l'incitamento e per l'elogio e la bella figura, stretta nell'abito di velluto azzurro, era una linea di compostezza flessuosa e graziosa. La scuola si chiuse durante la guerra. Io che ebbi di affidare ad essa il mio Arrigo, non potei averla per l'altro figliuolo Angiolo. Dopo breve tempo la buona Ottavia si spense. Era il 22 febbraio 1926. La modesta e breve rievocazione, composta per recare alle sorelle dolenti omaggio di pietosa solidarietà e di postuma grata riconoscenza verso la soave educatrice, appare dunque nell'annuale della dipartita e vorrebbe essere facella religiosamente accesa sull'ara della memoria, per cui agli uomini è data la grazia della bontà che sopravvive.

Rodolfo Viti

Testo tratto da 'Figure bolognesie - Ottavia Minarelli', nella rivista 'Il Comune di Bologna', febbraio 1927. Trascrizione a cura di Zilo Brati. E' sepolta nel Cimitero della Certosa, sotterraneo della Sala della Pietà, pozzetto n. 37.

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Documentario - Bologna nel lungo Ottocento (1794 - 1914), 2008. La città felsinea dall'età napoleonica allo scoppio della Grande Guerra.