Milani Fulvio

23 novembre 1885 - 23 marzo 1945

Note sintetiche

Titolo di studio: Laurea
Occupazione: Avvocato

Scheda

Fulvio Milani, da Stanislao ed Anna Bonadei; nato il 23 novembre 1885 a Modena. Nel 1943 residente a Bologna. Avvocato.
Laureatosi a Modena nella facoltà di Giurisprudenza, si trasferì a Bologna dove intraprese la carriera forense. Sensibile ai problemi sociali ed economici, dotato di una cultura poliedrica, rapidamente s'inserì nella società bolognese assurgendo a posizioni di primo piano. Per le sue doti fu stimato dall'ambiente ecclesiastico e lo stesso Benedetto XV lo propose per la costituzione di un'associazione dei cattolici. Dopo aver contribuito con Giovanni Bertini alla crescita del movimento democratico cattolico, fondato da mons. Alfonso Tabanelli, aderì alla Lega democratica nazionale.
Assertore dell'unità religiosa dei cattolici, per questo abbandonò la Lega democratica durante il congresso di Imola nel 1910, si adoperò per l'affermazione di una democrazia cristianamente rinnovata per un'azione del mondo cattolico «articolata per competenze e settori, ma unitaria negli obiettivi», secondo gli indirizzi dello stesso arcivescovo card. Giacomo Della Chiesa. Nell'ambito di questa articolazione mise a disposizione del mondo agricolo le sue competenze professionali, promuovendo lo sviluppo delle Fratellanze coloniche, della Casse rurali ed artigiane.
Nel 1914 venne eletto consigliere provinciale per la circoscrizione di Porretta Terme, sostenuto dal ceto contadino che contribuì notevolmente alla sua affermazione politica.
Nel 1915 nel corso del congresso delle Fratellanze coloniche, svoltosi a palazzo Monsignani (Imola) intervenne sul tema dei rapporti tra organizzazioni coloniche e pubblici poteri.
Nel 1916, dopo aver promosso a Bologna con Massimo Federici, Eligio Cacciaguerra, la costituzione della FNMPA, a Ferrara fu incaricato con Bertini, Federici ed altri di redigere per i mezzadri cattolici le richieste da presentare al ministro del lavoro tese ad ottenere la rappresentanza delle organizzazioni sindacali cattoliche nel Consiglio superiore del lavoro; l'estensione ai lavoratori agricoli della legge sugli infortuni; il concorso nelle spese di assunzione di manodopera avventizia dei proprietari.
Dopo il 1° conflitto mondiale, ripresa la sua attività politica, raccolse l'appello di don Luigi Sturzo, adoperandosi nel febbraio 1919, per la costituzione della sezione bolognese del PPL Nel corso del 1° congresso del partito, svoltosi a Bologna nel giugno dello stesso anno, alla cui organizzazione partecipò attivamente con Bertini, ebbe modo di confermare le sue capacità politiche, intervenendo per sollecitare la partecipazione dei cattolici alla competizione elettorale con una propria lista, per ribadire l'intransigenza programmatica, nella convinzione che solo attraverso l'unitarietà dell'azione politica era possibile salvaguardare il patrimonio culturale ed ideale del partito. Eletto nel consiglio nazionale, fu chiamato a far parte della direzione centrale.
Nel 1919 venne eletto deputato nel collegio di Bologna, appoggiato soprattutto dall'area rurale imolese e della montagna bolognese riconoscenti per l'apporto dato alle organizzazioni dei mezzadri e piccoli proprietari in materia economica e sociale. Come deputato continuò ad occuparsi della questione agraria. Sempre nel corso dello stesso anno con Raffaele Ottani e Alfonso Vanti redisse un capitolato colonico «sgradevole sorpresa perfino agli agrari cattolici». Con l'esplosione delle agitazioni agrarie nel Bolognese con forme inusitate di lotta, dopo essersi dichiarato nel corso del Congresso di Imola delle Fratellanze coloniche per una proroga dei contratti agrari, posizione ribadita al congresso del PPI di Napoli nel corso del quale la questione agraria divenne tema di fondo del partito, si adoperò presso il governo per un intervento che avviasse rapidamente a soluzione la vertenza in modo da garantire la salvaguardia delle Fratellanze e consentisse lo sviluppo di una pluralità di componenti sindacali. Intervenne anche presso Alberto Calda, avvocato della Federterra, perché cessassero le vessazioni e i boicottaggi nei confronti del sindacato autonomo e dei coloni delle leghe bianche.
Dopo la strage di Palazzo d'Accursio, «commettendo un errore di prospettiva» ritenne di considerare decaduta l'amministrazione comunale accettando i risultati dell'inchiesta parlamentare. E per garantire una rapida ripresa della vita democratica della città, appoggiò la nomina a prefetto di Bologna di Cesare Mori, sostenendone anche l'operato. Ma non valutò appieno né la portata delle prepotenza fascista né che il ritorno alla vita politica era possibile solo in presenza di un mutamento del quadro politico.
Rieletto deputato nel 1921, al congresso di Venezia dell'ottobre sostenne che le linee di collaborazione del gruppo parlamentare non potevano essere definite in sede congressuale, ma dovevano essere individuate responsabilmente sulla base della grave crisi che il paese stava attraversando. Pertanto di fronte alla spirale delle violenze, all'incapacità del governo di trovare una soluzione per rasserenare il clima politico, all'impossibilità di un accordo con i socialisti ad avviare una collaborazione con i popolari, nel 1922 fu favorevole prima alla formazione di un governo Giolitti «senza condizioni» contro il parere di don Sturzo, e poi alla formazione del primo governo Mussolini, nel quale assunse la carica di sottosegretario alla Giustizia, incarico retto fino all'aprile 1923 nella speranza di salvaguardare gli istituti parlamentari, di avviare alla normalizzazione la vita del paese. Mantenne questa posizione anche quando la violenza fascista si scatenò contro i popolari e le sedi del partito e delle istituzioni cattoliche, sperando ancora di «salvaguardare - ha scritto Alessandro Albertazzi - una presenza politica dei cattolici quando i segni del cedimento, specie a Bologna erano ormai più che evidenti». Con questo scopo promosse la pubblicazione nel 1924 con Augusto Baroni, Vincenzo Gotti, Raffaele Ottani e Carlo Strazziari, del settimanale "La Sorgente" edito fino al 1926.
Rieletto deputato nel 1924, dopo il delitto Matteotti aderì all'Aventino, anche se nel congresso provinciale bolognese del partito si espresse per un'autonoma azione politica del partito nell'ambito delle opposizioni per «evitate l'ulteriore indebolimento». Dopo la devastazione perpetrata dai fascisti nel gennaio 1925 della sede bolognese del partito e di quella dell'Unione del lavoro, in segno di protesta si dimise con tutto il gruppo dalle cariche pubbliche. Sostenitore di un rientro alla Camera «per preservare le strutture residue ed i consensi in attesa del declino fascista e di nuove elezioni», nel gennaio 1926 si ripresentò e nel novembre venne dichiarato decaduto dal suo mandato parlamentare. Leale oppositore del regime, come gli fu riconosciuto dagli stessi fascisti, venne incluso nella lista degli oppositori con Alberto Calda, Eugenio Jacchia, Roberto Vighi.
Ripresa la sua attività professionale, continuò ad intrattenere rapporti culturali, professionali, politici con esponenti cattolici e dell'opposizione continuando a riscuotere prestigio tanto che nel 1930 venne definito «capo di tutte le sezioni emiliane del disciolto partito». «Furono gli anni della riflessione critica, dell'approfondimento» della tematica sociale, politica, religiosa, «delle relazioni interpersonali, delle conversazioni in gruppi ristretti, ma in una pluralità di contesti sociali e culturali».
Partecipò ai dibattiti del Circolo di Filosofia dell'Emilia-Romagna frequentato da Giuseppe Tarozzi, Rodolfo Mondolfo, Salvatore Pincherle, ma anche da allievi del Seminario arcivescovile di Bologna. Fu presente nel gruppo del Vangelo insieme con Emilio Perotta segretario de "II Risveglio"; nelle conferenze di San Vincenzo, nell’AC, nella FUCI, nel gruppo dei Laureati cattolici, nel centro di San Domenico.
Per «il suo prestigio, l'integrità della sua azione, la sua preparazione culturale», divenne tra il 1930 e il 1944 il referente principale dei giovani cattolici che parteciparono poi alla lotta di liberazione. Le conversazioni, tenute nel collegio di San Luigi, nel convento di San Domenico, nelle sedi della FUCI, dell’AC, poi nella chiesa di San Giovanni in Monte, i corsi di formazione, furono occasioni per trasmettere ai giovani la sua esperienza politica di cattolico militante, per far conoscere il clima di sopraffazione del ventennio fascista. Fu, ha scritto Achille Ardigo suo allievo, - «l'unico popolare che operò la saldatura tra gruppi di cattolici di generazioni diverse».
A partire dal 1940 riprese i contatti con gli ex deputati popolari emiliani e, tramite il figlio Francesco, anche con Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi. Intrattenne anche rapporti con il gruppo cattolico antifascista di Milano.
Nel 1942 contribuì alla costituzione del Comitato antifascista degli avvocati emiliani in cui entrarono a far parte, per Bologna, il figlio Francesco e Sergio Neppi. Con Filippo Cavazza e Pierraimondo Manzini, partecipò alla riunione nel convento di San Domenico per la costituzione del gruppo cattolico della resistenza e, nel giugno 1943, fu membro del Fronte per la pace e la libertà, primo comitato interpartitico per la lotta di liberazione in Italia, poi sostituito da Bertini.

Durante la Resistenza, intensificò i contatti con gli esponenti delle altre forze politiche. Anche se come sorvegliato politico dovette limitare la sua attività concreta, negli incontri con i giovani cattolici non fu parco di consigli per la lotta contro i nazifascisti, sollecitando la loro partecipazione ad organismi composti da diverse forze politiche.
Nell'estate 1944 insistette con Angelo Salizzoni e con Cavazza perché entrassero nel CLN regionale in rappresentanza dei cattolici. Nel suo studio di via Monari, fino al bombardamento dell'agosto 1944, che lo rese inabitabile, fu un continuo accorrere di giovani, di cappellani, di ex popolari. Costantemente teso a ristabilire in Italia un clima di libertà, una stampa indipendente, spinse Alberto Giovannini, nel luglio 1943, ad accettare la direzione de "il Resto del Carlino" offertagli da Dino Grandi.
Iscritto nella famigerata lista Jacchia, non si nascose se non per un breve periodo nell'inverno 1944-45 quando ormai la sua malattia era già in uno stato avanzato, e ne causò la morte avvenuta il 23 marzo 1945. Nel 1942 – in base ad una legge a favore degli ex combattenti – chiese ed ottenne l’iscrizione al PNF con retrodatazione al 1924. Il suo nome è stato dato a una strada di Bologna. [AQ] Fonte: A. Albertazzi, G. Campanini, Il partito popolare in Emilia-Romagna (1919-1926), vol. II, I protagonisti, ad indicem.

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