Marzabotto (Bo)

Marzabotto (Bo)

1919 | 1945

Scheda

I primi movimenti organizzati dei lavoratori apparvero a Marzabotto agli albori del '900. Nel "biennio rosso" nuovi organismi sindacali, cooperativi e politici presero forma e si svilupparono. Agitazioni e scioperi rivendicativi furono condotti specie da stagionali impiegati in lavori per il rafforzamento della ferrovia "Porrettana", dai minatori addetti allo scavo delle gallerie, dagli sterratori e muratori adibiti alla costruzione della "Direttissima" e dalle maestranze della Cartiera di Lama di Reno. Nelle elezioni politiche del 16 novembre 1919, il PSI a livello comunale ottenne oltre il 79% dei voti. Nel 1920 i mezzadri svilupparono una vasta agitazione, primi fra loro i conduttori dei fondi del Conte Aria, per la conquista di un nuovo capitolato colonico. Nelle elezioni amministrative del 19 settembre 1920, il Comune, per la prima volta, venne conquistato dalle forze socialiste. Amedeo Nerozzi, già capo-lega dei mezzadri ed eletto consigliere provinciale e comunale, fu liberato dal carcere dove era rinchiuso per reati compiuti nel corso della lotta agraria (per i quali sarà amnistiato dalla Cassazione vari mesi dopo) e venne nominato sindaco dal Consiglio. Divenuto comunista fin dalla fondazione del partito, portò Marzabotto a schierarsi - come risulta dagli atti del 2° Congresso nazionale del Partito comunista d'Italia (Roma, 20-24.3-1922) - tra i quattro comuni amministrati da comunisti in tutta l'Emilia Romagna. Allo scatenarsi dello squadrismo fascista, il sindaco e gli altri dirigenti socialisti furono oggetto d'aggressioni violente Scoppiarono ripetuti scontri tra le parti. Dopo le elezioni politiche del 15 maggio 1921, i fascisti provocarono scontri con i socialisti ed i comunisti a Sibano, il 22 maggio, a Sirano, il 15 agosto, e a Sperticano il 17 ottobre. Nel novembre successivo il sindaco e l'intero consiglio comunale furono costretti a dimettersi. Il 1° maggio 1922, a Malfolle, Nerozzi radunò un migliaio di persone per la Giornata internazionale del lavoro e due giorni dopo fu arrestato. Il 29 successivo fu condannato a 40 giorni d'arresto ed ad una multa.

Dopo l'avvento dei fascisti al governo, nell'ottobre 1922, seguì una catena di misure sempre più restrittive per l'attività politica, sindacale, cooperativa e associativa. Gli esponenti socialisti delle organizzazioni dei lavoratori e gli amministratori degli enti locali furono costretti ad emigrare all'estero. Nell'autunno 1925, Nerozzi, minacciato di morte e diffidato dal restare a Marzabotto dai fascisti e d'arresto da parte dei carabinieri, emigrò in Belgio. Durante gli anni del regime, Nerino Soldati (classe 1910), nativo di Marzabotto, fu arrestato nel 1933 con l'accusa di aver lanciato manifestini di propaganda e concorso all'esposizione di bandiere rosse, quindi condannato dal Tribunale Speciale nel luglio 1934 a 4 anni di carcere (Aula IV); altri tre nativi subirono condanne al confino di polizia per atti d'opposizione (Confinati). Un mese dopo lo scoppio della rivolta capeggiata dal generale Francisco Franco, Nerozzi accorse in Spagna in difesa di quella repubblica, militò nella Brigata Garibaldi, venne promosso tenente medico per meriti sul campo e, dopo aver partecipato a vari combattimenti, morì sulla Sierra Cabals, il 9 settembre 1938. La Pubblica Sicurezza fascista continuò a fare ricerche su di lui, fuori d'Italia e anche presso i famigliari residenti a Marzabotto, almeno fino alla fine del gennaio 1943.

La caduta di Benito Mussolini, il 25 luglio 1943, aprì speranze di libertà e di pace, oramai vicine. Purtroppo la fine del fascismo e la fine della guerra erano ancora tutte da conquistare. A Sperticano, "fra chiesa e osteria con don Giovanni [Fornasini, parroco della frazione] portato sulle spalle" si festeggiò la caduta del duce. Dopo l'8 settembre anche a Marzabotto, a seguito degli indirizzi diffusi dall'organizzazione comunista provinciale, venne dato l'assalto al deposito del grano (v. Bologna). L'impeto della popolazione fu tale che i carabinieri assistettero allo svuotamento senza intervenire. Completata l'occupazione tedesca e ricostituitesi le organizzazioni fasciste nella RSI, vecchi e giovani oppositori marzabottesi, che nei giorni precedenti avevano recuperato armi abbandonate dai soldati, avviarono un'attività di proselitismo e d'organizzazione per combatterle. Ad accelerare la mobilitazione degli antifascisti per porre fine alla guerra contribuì la dolorosa tragedia suscitata dal grave bombardamento aereo degli Angloamericani che il 27 novembre colpì anche la Cartiera I.R.I.S. (Industrie Riunite Italiane Saltarelli) di Lama di Reno provocando 44 vittime fra gli operai al lavoro e i civili residenti: 35 di Marzabotto, 8 di Sasso Marconi e una bambina di Bologna.

I primi gruppi partigiani si aggregarono al distaccamento "Stella Rossa" costituitosi in Monzuno (v.) e comandato da Mario Musolesi "Lupo". Dopo avere raggruppato oltre un centinaio di patrioti, l'11 aprile 1944, il grosso della formazione, lasciato Monte Venere (in Monzuno) si attestò sull'altopiano ai piedi di Monte Sole, nei borghi e nelle case dei dintorni in territorio marzabottese e quindi sull'intero acrocoro e in tutto il territorio, fra il Setta ed il Reno, di Marzabotto, Monzuno e Grizzana (v.). Aumentata ancora nel numero degli aderenti, la formazione divenne Brigata (che d'ora in poi chiameremo B.S.R. com'era in uso in quel tempo). Com'era nella logica della guerriglia, l'insediamento ebbe luogo sui monti, che offrivano rifugi naturali ed erano meno accessibili, a cavallo di due strade valicanti l'Appennino emiliano-toscano (l'una attraverso i passi della Raticosa e della Futa, l'altra attraverso il passo della Collina o della Porretta) e in prossimità di due importanti linee ferroviarie (la "Direttissima" Bologna-Firenze e la "Porrettana" da Bologna a Pistoia), quindi a ridosso della Linea Gotica che i tedeschi stavano allestendo. Nel giro di poche settimane i partigiani familiarizzarono con la popolazione. Vivevano in quasi tutte le case delle frazioni e delle borgate, come pure nei rustici dei contadini, nelle stalle e nei fienili. Le donne cucinavano il mangiare e lavoravano per le loro necessità di vestiario. Essi usavano le attrezzature di tutti i montanari. Comperavano i generi alimentari e gli animali per la carne in contanti o dietro il rilascio di buoni per il risarcimento, da riscuotere dopo la fine della guerra. I tedeschi sapevano che "i partigiani possono contare sulla popolazione residente".

L'attività della B.S.R. fu complessivamente unica, nel suo territorio e anche in quelli che occupò saltuariamente, quando a seguito di rastrellamenti tedeschi e fascisti - com'è necessario fare nella guerra di guerriglia - dovette spostarsi alla sinistra del fiume Reno verso il modenese o alla destra del torrente Setta, nella zona attorno a Pietramala (Firenzuola). L'attività fu unitaria anche nei momenti segnati dalle puntate e dai colpi di mano che, senza soluzione di continuità, operarono gruppi più o meno numerosi di partigiani per attaccare sedi, mezzi ed uomini avversari o per conquistare armi, munizioni, vestiario e generi alimentari. Le azioni partigiane nel marzabottese furono numerose, multiformi e d'intensità diversa nel corso dei mesi. Qui di seguito, attenendoci alla scelta di trattare delle vicende relative ai singoli comuni, evidenziamo solamente quelle emergenti compiute nell'ambito comunale. Sulla strada di Val di Setta, in località Gardelletta, il 15 febbraio 1944 furono attaccati dai partigiani automezzi della GNR provocando morti tra i militi. In concomitanza con lo sciopero generale operaio nell'Italia del nord e in provincia di Bologna, dall'1 all'8 marzo anche nella Cartiera di Lama di Reno una parte di lavoratori non entrò nello stabilimento e si astenne dal lavoro per tutta la mattinata del 10 marzo, mentre coloro che entrarono attuarono uno sciopero bianco. Il 22 marzo successivo, in Gardelletta, fu ucciso il "Cagnone" (Olindo Sammarchi), che, dal gruppo iniziale degli organizzatori della lotta armata contro gli occupanti stranieri, era passato ai fascisti. Il "Notiziario" della GNR del 1° maggio reca questa nota: “Nel territorio appenninico della provincia di Bologna, specialmente tra le valli di Setta e Savena, in questi ultimi giorni si è accentuato il movimento di ribelli, che sembrano diretti verso nord. Le località di passaggio, battute, di preferenza, da elementi isolati o da piccoli gruppi, sono i paesi di Monzuno e S. Benedetto Val di Sambro e le adiacenze di Monghidoro e Marzabotto”. Il 4 maggio, a seguito dell'uccisione di due fascisti, sopraggiunsero a Gardelletta militi della GNR e tedeschi per sbaragliare i partigiani. Questi ultimi attaccarono i nazifascisti, uccisero un maggiore e due militi e costrinsero il gruppo a rientrare a Bologna.

Nella notte del 21 maggio, un gruppo di partigiani, fra i quali tre ex prigionieri di guerra inglesi - simulando l'intenzione da parte di militari fascisti di voler rinchiudere in prigione dei “ribelli" arrestati - si fecero aprire la caserma della GNR del capoluogo e, con due altri militari, uccisero il maresciallo comandante della stazione, poiché apertamente schierato con i nazifascisti. Il giorno 24 successivo, a seguito di accordi presi precedentemente, presso S. Nicolò della Gugliara, aerei alleati paracadutarono un consistente numero di contenitori pieni d'armi, munizioni ed altre vettovaglie, che furono tutti raccolti dai partigiani e dai loro collaboratori in zona. Il 28 maggio ingenti forze tedesche, coadiuvate da reparti della GNR, attaccarono la B.S.R., in maniera concentrica, partendo da Sasso Marconi, Marzabotto, Grizzana, Quercia, Murazze, Gardelletta, Vado. La battaglia che ebbe gli scontri più cruenti a S. Silvestro, a Monte la Villa, a Monte Sole, a Caprara e a S. Martino, si prolungò durante tutte le ore di luce e si concluse vittoriosamente. Poi, alle 21, il grosso della Brigata lasciò Monte Sole, Monte Bastione e Monte Rifredi e si spostò oltre i confini del marzabottese verso Monte Vignola in territorio di Savigno (v.).

Dopo lo smacco subito, i tedeschi reagirono violentemente contro i civili bombardando la zona del combattimento e bruciando diverse decine di abitazioni. Il 4 giugno venti partigiani portarono un attacco all'organizzazione Todt, impegnata in lavori di fortificazione della Linea Gotica in località Baragazza di Castiglione dei Pepoli (v.), provocando scioperi da parte dei lavoratori addetti. Nella frazione La Quercia, due giorni dopo fu disarmata la caserma della GNR e furono giustiziati i militi. La B.S.R. rientrò nella zona di Monte Sole il 6 giugno e ne ripartì all'indomani portandosi in territorio di Monte San Pietro (a Montepastore) e di Savigno (a Monte Vignola). Un gruppo di partigiani, il 22 giugno, sostenne un combattimento contro reparti tedeschi nella frazione di Montasico. Qui ebbe due morti e Francesco Calzolari venne gravemente ferito. Nello stesso giorno, i nazifascisti rastrellarono diverse persone. Il Calzolari dai suoi compagni fu trasportato con un barroccio in una casa nei paraggi di Monte Vignola, dove fu catturato dai tedeschi che lo torturarono e poi lo trucidarono a Vedegheto di Savigno (v). Il 24 successivo, a Pian di Venola, furono fucilati quattro dei rastrellati: per primo il mugnaio Tommaso Grilli, su uno stradello in prossimità della sua abitazione, e gli altri tre, dopo essere stati messi al muro, sul fare della notte. Solo "dopo l'ardua fatica" di don Fornasini intervenuto presso i comandi tedeschi, gli altri rastrellati poterono tornare alle loro case da Bologna dove erano stati trasferiti. Per sfuggire al rastrellamento compiuto dai tedeschi sul Monte Vignola, alcuni gruppi della B.S.R. si sganciarono verso Zocca nel modenese (a Monte Ombraro) ed altri verso Monte San Pietro, Castelletto di Castello di Serravalle, Tolè di Vergato e Monte Sole. Mentre la Brigata era attestata nei pressi del Monte Ombraro, il comandante di compagnia Sugano Melchiorri ebbe una discussione con "Lupo" a proposito della dislocazione tattica delle forze e la distribuzione delle armi. Ciò provocò il distacco di un centinaio di uomini che, rifiutandosi di ritornare alle basi di partenza, si trasferirono con le loro armi in dotazione nella zona di Montefiorino, unendosi alle formazioni comandate da Mario Ricci ("Armando") e furono dislocati intorno a Frassinoro.

La composizione politica della Brigata non era omogenea e, sia nel comandante "Lupo" sia in diversi altri partigiani fra i più influenti, prevaleva lo spirito pratico dell'azione militare rispetto alla visione politica della lotta di Liberazione ed ai suoi sbocchi democratici dopo la fine della guerra. Molto difficili erano quindi i rapporti fra il Comando militare e i commissari politici inviati presso la Brigata dal CUMER. Il contrasto fu acuito da un'innata insofferenza che i partigiani di provenienza "montanara" nutrivano nei confronti dei "cittadini" che erano anche gli uomini più spesso preposti a funzioni politiche. Bene accetta era l'azione politica obiettivamente e apertamente svolta da Umberto Crisalidi, di Monzuno, vecchio antifascista di orientamento socialista; contrastata era invece l'attività educativa in senso antifascista e unitario svolta da commissari inviati da Bologna, tanto che il CUMER dovette intervenire più volte per dirimere i conflitti. Alle contestazioni ed alle difficoltà, succedettero anche ravvedimenti ed intese. Molti documenti sono stati editi attorno ai conflitti sulla questione. Di indubbio interesse è un documento inedito conservato fra le carte del Triumvirato Insurrezionale del PCI presso l'Istituto Gramsci di Bologna: una lettera autografa del "Lupo" che sottolinea, non il solo, ma uno dei momenti di ricerca d'intesa sullo scottante argomento. Eccone il testo integrale: “Comando Brigata Stella Rossa. Dopo il rastrellamento avuto a Monte Vignola, ci siamo rivolti a voi per avere l'immediato invio in Brigata di commissari politici. Dato che ora la brigata resta ferma, in attesa di agire secondo i vostri intendimenti, ho reputato ora necessaria la presenza di commissari politici onde istruire e preparare moralmente gli uomini che in un domani immediato, scenderanno in città. In tale modo i miei uomini potranno consci delle loro idee essere presi nelle file dell'esercito che domani segnerà la vittoria della nostra idea. Con rincrescimento dei miei uomini ho constatato che nel giornaletto del partito non siano segnalati gli atti di sabotaggio e battaglie fatti dalla Brigata, che a parer mio sembrano rilevanti. Di questi ne darò ampia relazione ai Commissari che aspetto e invito sollecitarne l'invio. Il Comandante Brigata Stella Rossa, 7 Luglio 44”. Nei "Bollettini" mensili del CUMER sono, poi, comprovati, da diversi documenti firmati assieme dal Comandante "Lupo" e dal Commissario politico della Brigata "Giacomo" (Ferruccio Magnani), altri momenti d'intesa e di attività coordinata e comune.

Nella tarda serata del 22 luglio e nella notte, si svilupparono violenti combattimenti a Pioppe ed a Lama di Reno che si protrassero fino all'alba. Molti furono i morti ed i feriti tedeschi e numerosi gli automezzi completamente distrutti o danneggiati. Nella giornata del 23 i tedeschi, per rappresaglia, rastrellarono uomini, donne e bambini delle frazioni di Malfolle e Pian di Venola. Mentre il corteo percorreva la "Porrettana", fra le località Cinque Pilastri e Due Muri, due uomini scapparono in mezzo alla boscaglia: uno riuscì ad eclissarsi e a salvarsi, mentre invece Aldo Stanzani (classe 1911) venne ucciso a fucilate. Nove rastrellati, dai 35 ai 56 anni, furono fucilati al Fazzolo. Una pattuglia di SS, il 25 luglio, tentò un colpo a sorpresa contro la 2a compagnia dislocata su Monte Sole. I partigiani aggirarono i tedeschi e li misero tutti fuori combattimento, chi morto e chi ferito. Poco dopo l'artiglieria tedesca bombardò il monte per oltre un'ora, ma i partigiani s'erano già portati altrove. Sotto la galleria Misa della "Direttissima" il 30 luglio, per un incidente, prese fuoco una cisterna piena di benzina che determinò lo scoppio di vari carri di un convoglio militare posto al riparo dai bombardamenti aerei. I nazifascisti operarono l'arresto di dieci ostaggi che corsero il pericolo di essere fucilati. Don Fornasini li fece liberare portando la prova - la confessione davanti a testimoni del capocantoniere che, recatosi nella galleria per prelevare benzina con una lampada all'acetilene, aveva provocato lo scoppio rimanendo gravemente ferito - che l'incendio non era dovuto a un sabotaggio partigiano. Il 5 agosto, a Ca' del Bue in frazione di Luminasio, i tedeschi, dopo aver rinvenuto il cadavere di un loro commilitone, rastrellarono una quarantina di persone: donne, bambini e sei uomini. Don Fornasini intervenne offrendosi in cambio di questi ultimi destinati alla fucilazione. I tedeschi, invece, procedettero all'esecuzione e infine diedero fuoco alle case.

Martedì 22 agosto il commissario prefettizio di Marzabotto fu ucciso e immediatamente scattò la rappresaglia. Le BBNN rastrellarono una trentina di persone e due uomini vennero fucilati. Don Fornasini, avvertito di quanto stava succedendo, si recò al comando tedesco per perorare la causa degli ostaggi riuscendo a salvar loro la vita. In zona ad alta intensità partigiana e dove larga parte della popolazione era loro amica, non mancò una consistente presenza di aderenti alle organizzazioni fasciste e di collaboratori degli occupanti, specialmente nei capoluoghi comunali. I gerarchi fascisti ed i collaborazionisti di Marzabotto per la loro attività antipartigiana ebbero una menzione pubblica ufficiale. Nel Bollettino della Prefettura di Modena, n. 34, del 19 agosto 1944 XXII, apparve un comunicato del Comando Militare Tedesco 1012, da rendersi noto a "tutti i capi di Comuni", nel quale si leggeva che "per mezzo di una collaborazione pronta ed intelligente... si è riusciti in questi giorni a scoprire rapidamente un attentato verso un treno ed a rintracciare il colpevole" e si esprimeva un "elogio al Podestà di Marzabotto ed agli abitanti che presero parte al rintraccio nell'attesa che anche per l'avvenire la popolazione... presti il suo aiuto...". Purtroppo poco più di un mese dopo, ai tedeschi ed alle SS di Walter Reder, non mancherà l'aiuto dei gerarchi fascisti qui auspicato! La repressione dei partigiani da parte dei collaboratori dei tedeschi e dei delatori, anche a seguito delle feroci rappresaglie messe in atto dai nazifascisti, si fece durissima proprio nel corso di tutta l'estate. Dopo l'insurrezione di Firenze (11 agosto 1944), quando divenne imminente l'offensiva delle Armate angloamericane per lo sfondamento della Linea Gotica tedesca, il comando germanico - per aprirsi varchi alle spalle del fronte e per punire le popolazioni e le persone lì rifugiatesi, per la loro collaborazione con i partigiani, offerta ricoverandoli, alimentandoli ed assistendoli - decise rastrellamenti e rappresaglie per l'annientamento delle formazioni combattenti. delle popolazioni amiche dei patrioti e delle loro cose. Dalla Toscana iniziò la marcia del reparto del magg. Walter Reder che, lasciando dietro di sé una scia di orrori e di sangue, poi attraverserà la cresta dell'Appennino, scenderà a Ca' Berna, in Lizzano in Belvedere e quindi a Montorio, in Monzuno. Fra il 23 e il 24 settembre 1944 i tedeschi fecero "terra bruciata" a nord della Linea Gotica, distruggendo col tritolo gallerie, ponti, cabine, tralicci, linee elettriche e telefoniche, nonché i binari della "Direttissima". I partigiani della B.S.R., ritenendo che stesse per giungere il momento finale, si apprestarono a bloccare le vie di ritirata dei tedeschi.

Il giorno 28 successivo i primi reparti della 5a Armata americana giunsero nei pressi di Lagaro a nord di Castiglione dei Pepoli (a 10 chilometri in linea d'aria dal Monte Sole). Sempre nello stesso giorno, diversi "pattuglioni" tedeschi tentarono di infiltrarsi nello schieramento della brigata. Nella zona della Quercia, un gruppo di tedeschi fu contrattaccato e costretto a ripiegare attraversando il torrente Setta in piena sotto il fuoco delle mitraglie dei partigiani. Anche nella zona di Villa d'Ignano, una pattuglia di tedeschi fu contrattaccata e costretta a ritirarsi. Poi i partigiani, piazzate le armi sulla riva sinistra del Setta, mitragliarono un tratto della strada che scende da Castiglione dei Pepoli a Vado incendiando numerosi automezzi. Calata la sera, forti contingenti di SS e di soldati della Wehrmacht si assestarono nei punti chiave, lungo tutta la strada di Val di Setta da Castiglione dei Pepoli fino a Sasso Marconi e da qui, lungo la "Porrettana", fino a Vergato. Stava per scatenarsi l'operazione più massiccia contro la brigata partigiana e la popolazione che la fiancheggiava, in condizioni impari. Per l'annientamento della B.S.R e per fare tabula rasa di uomini e cose sul territorio, i tedeschi misero in campo almeno 1.500 uomini (cosi ripartiti - secondo quanto fu dichiarato al processo contro il Magg. Walter Reder nell'autunno del 1951 - “150 uomini del 105° Reggimento Flak, 600-700 uomini del 4° battaglione Est del 1059° Reggimento Grenadier, 100 del reparto mitraglieri, 200 artiglieri e 350 del 16° battaglione esploratori della 16a Divisione Panzer Grenadier”), militari che avevano lunga esperienza e che erano potentemente armati anche con pezzi d'artiglieria. I partigiani trovatisi dentro la morsa assommavano invece a 400-500 unità. L'accerchiamento si completò all'alba del 29 settembre e a ogni reparto operante fu fissato l'obiettivo di puntare concentricamente su Monte Sole. I tedeschi, guidati da gerarchi e militi fascisti, diedero inizio al rastrellamento predisposto per annientare la B.S.R. e distruggere tutto sull'intero altopiano e nei dintorni. L'operazione si protrasse per sette giorni e va sotto il nome di "strage di Marzabotto". In una relazione coeva la giornata è così descritta: “I tedeschi hanno attaccato in questa zona il giorno 29 settembre, pare alle ore 5. L'allarme generale è stato dato alle 7. A quell'ora le forze attaccanti [...] si erano già infiltrate profondamente nelle nostre posizioni principali sia ad Est (Cadotto, Cà di Dorino) sia ad Ovest ed a Sud-Ovest (località "Le Scope", Monte Salvaro, località "Termine"). Queste due rapide infiltrazioni disorientavano i due Battaglioni che presidiavano la zona, così da non poter opporre una grande resistenza. A Cadotto una squadra accerchiata dagli attaccanti si difese con estremo valore. Due reparti della forza complessiva di 250 uomini scomparivano dalla lotta. A sostenere l'attacco nemico rimanevano due battaglioni, che avevano potuto rendersi conto dell'avvenimento. Essi riuscirono a portarsi su Monte Sole, mantenendo la posizione sino all'imbrunire nonostante il tiro concentrato ed intenso dei vari pezzi di artiglieria e dei mortai nemici. Una squadra della Brigata riusciva ad espugnare una quota occupata dal nemico dopo ben quattro assalti. La sera dello stesso giorno anche questi due battaglioni [...] si sono sciolti tentando a gruppi di sganciarsi in varie direzioni”.

A Cadotto, sita su un punto perimetrale a sud della zona partigiana, dove era alloggiato il Comando di brigata (compreso "Lupo") con un gruppo di scorta, una pattuglia tedesca giunse a sorpresa, fra la nebbia, fin quasi sull'aia. Scoppiò subito una sparatoria fra i partigiani sistemati nella teggia e i tedeschi sul prato antistante. Il "Lupo" ed altri due sortirono dalla casa, inseguiti dagli spari di un numeroso gruppo di tedeschi accorsi in aiuto ai loro camerati. Il "Lupo" fu ferito mortalmente e con lui perse la vita Gino Gamberini, mentre il vicecomandante, Giovanni Rossi, benché ferito, trovò una via di scampo. Tra il forno, la casa, la stalla e la teggia, lo scontro durò a lungo: vide atti d'eroismo e diversi morti fra i partigiani. Calato il buio si concluse con l'uccisione da parte dei tedeschi dei civili che non riuscirono a sottrarsi dal luogo. (I cadaveri del comandante Mario Musolesi e di Gamberini furono cercati a lungo e infine ritrovati quasi un anno dopo). L'avanzata tedesca colse di sorpresa via, via gli altri gruppi della B.S.R. I partigiani si opposero all'avanzata dei tedeschi: oltre al lungo combattimento a Cadotto, nel corso della giornata sostennero dei brevi scontri su Monte Salvaro, in territorio di Grizzana (v.), e specialmente a S. Martino, al centro dell'altopiano in territorio di Marzabotto. Nella posizione tenuta a Caprara dal raggruppamento costituito da 40 ex prigionieri di guerra sovietici al comando di "Karaton", i tedeschi vennero respinti per ben 4 volte. Alcuni scontri avvennero in diverse località, dove gruppi isolati resistettero in casolari, dietro asperità naturali del terreno, ecc., o compirono azioni di sorpresa contro le avanguardie nemiche e contro pattuglie solitarie, sulle prime pendici di Monte Sole. (Il rapporto militare tedesco del 1° ottobre 1944 dell'Ic [Abwehroffizier/ Ufficiale dello stato maggiore incaricato per spionaggio e controspionaggio] della Divisione, afferma che nei giorni 29 e 30 settembre, si svolsero "21 combattimenti di fucileria di cui una parte molto duri. La resistenza del nemico in qualche luogo si è potuta vincere dopo l'impiego delle armi pesanti". Convinti che contro i vecchi, i bambini e le donne i tedeschi non avrebbero infierito, i partigiani superstiti si ritirarono nei boschi o sulle vette per sfuggire alla cattura e per spezzare l'accerchiamento. Così fecero anche gli uomini abili per non correre il rischio di essere catturati e impiegati nei lavori forzati. Gli abitanti stessi della zona non si aspettavano d'altronde l'impensabile ferocia con cui venne messa in atto la predeterminata e spietata rappresaglia da parte di tutte le truppe impiegate (fossero al comando del Reder o di altri ufficiali nazisti), tanto che anziani, donne e bambini si raccolsero inermi nelle chiese, in locali pubblici, in rifugi antiaerei o nelle loro case. I tedeschi, oltre a impiegare artiglieria e mortai, usarono perfino i lanciafiamme per incendiare ogni cosa, per snidare i civili e i partigiani ovunque si fossero nascosti, per distruggere i cadaveri. Fucilarono e bruciarono senza alcuna distinzione d'età e di sesso. Nel territorio compreso fra il Setta e il Reno, nei giorni fra il 29 settembre e il 5 ottobre, i tedeschi compirono decine e decine di eccidi.

In territorio di Marzabotto i maggiori (oltre quello di Cadotto) furono compiuti a San Martino, a S. Giovanni, a Caprara, nella chiesa e nel cimitero di Casaglia, nel rifugio antiaereo della Quercia. Nella frazione di S. Martino di Caprara diverse persone piangenti e terrorizzate si rifugiarono nella chiesa. I tedeschi le fecero uscire e le fucilarono presso la casa del contadino e, dopo aver cosparsa di benzina quella massa informe di persone (morte e forse qualcuna solamente ferita), la bruciarono. Alcuni parenti furono obbligati a presenziare alla macabra scena. Fra questi, il padre di Don Ubaldo Marchioni che, qui, tra le vittime ebbe la moglie e la figlia. A S. Giovanni di Sotto, ben 54 persone, che si erano raccolte in un rifugio, furono trucidate. Fra loro, la numerosa famiglia Fiori ebbe 11 componenti morti, tra cui suor Maria Norina delle Maestre Pie di Bologna. A Caprara, 55 persone (donne e bambini) vennero radunate nel vano maggiore dell'osteria-drogheria ed uccisi col lancio di bombe a mano. Un bimbo ed una donna di Villa d'Ignano, buttatisi da una finestra riuscirono a salvarsi, ma gli altri perirono tutti poiché i tedeschi alla fine diedero fuoco allo stabile. Nella frazione di Casaglia, donne, bambini ed anziani avvertiti dalle sparatorie e dalle grida che salivano dai casolari e dai boschi sottostanti sull'imminente arrivo dei tedeschi, si rifugiarono impaurite in chiesa. Passando da Casaglia, in procinto di scendere a Cerpiano per celebrare la Messa, si unì a loro don Ubaldo Marchioni (chiamato dai nazifascisti "il grande partigiano") che esortò tutti i presenti, in preda al più comprensibile panico, a recitare assieme il rosario. Poco dopo soldati tedeschi penetrarono in chiesa intimando a tutti di uscire sul sagrato sveltamente. Una povera donna paralizzata alle gambe, Vittoria Nanni, che stentava a muoversi aggrappata ad una sedia fu costretta a lasciare l'appoggio e, visto che non riusciva, fu uccisa sul posto fra gli altri che assistevano inorriditi. Don Marchioni fu ucciso sulla predella dell'altare maggiore. Tutti gli altri furono condotti sotto scorta dentro al piccolo cimitero che dista poco più di duecento metri. Poi, dopo averli ammassati davanti alla cappella, i tedeschi spararono raffiche di mitraglia e colpi di fucile ad altezza d'uomo e di bambino finché, tra pianti ed urla, non caddero tutti su se stessi. Dal mucchio di 71 cadaveri più tardi uscirono 5 donne sopravvissute.

Alla fine di quella tragica giornata del 29 settembre, nel buio della notte, nei paraggi di S. Martino, Caprara e Casaglia, tra le case e i fienili che bruciavano, le urla dei feriti e i muggiti del bestiame affamato e circondato dalle fiamme, gruppi di partigiani recarono soccorso ai bambini ed agli altri sopravvissuti, portandoli in salvo oltre le maglie del rastrellamento. Il rapporto militare tedesco del 1° ottobre 1944, già citato, sostiene che solo nei primi due giorni del grande rastrellamento "il risultato è stato il seguente: 718 nemici uccisi, dei quali 497 banditi [partigiani] e 221 sostenitori della banda". Evidentemente i tedeschi volevano sottolineare l'aspetto "antipartigiano" dell'azione e diminuire il massacro di civili; ma, come oggi è largamente documentato, questi ultimi furono la gran massa dei trucidati. Lo stesso documento riferisce che: “il Comandante della brigata Lupo e almeno 15 tra comandanti di battaglione e di compagnia caduti e identificati. 456 civili maschi rastrellati per il lavoro al fronte. 7 località e singole fattorie con 174 edifici ridotti in cenere. 7 depositi di munizioni, con mine anticarro e munizioni da fanteria, come bombe a mano, utilizzati poi fatti saltare [...] Una apparecchiatura radio (completa); altre tre in blocchi, un magazzino di distribuzione, macchine da scrivere e bottino di armi. 315 capi di bestiame e 14 cavalli, condotti via”. La rappresaglia nazifascista, spietata e annientatrice, si protrarrà invece fino al 5 ottobre. Quello stesso 29 settembre la B.S.R. cessò praticamente di esistere come organismo operativo. Partigiani della disciolta "Stella rossa", sfuggiti all'accerchiamento tedesco, si aggregarono con la 63a Brigata, nella zona tra Monte San Pietro e gli altri comuni della bazzanese e con il battaglione comandato da Gino Costantini "John" che era stanziato nel comune di Vergato (v.). Oltre duecento partigiani e i commissari politici riuniti a Creda presso Castiglione dei Pepoli il 2 ottobre - all'esterno dell'epicentro del rastrellamento tedesco e a ridosso del fronte alleato - discussero sul da farsi. Prevalse la tesi di attraversare la linea del fronte tenuto dalla 5a Armata americana. Altri ancora decisero di continuare la lotta nella vecchia zona operativa della Brigata alle spalle delle linee tedesche o di raggiungere la città di Bologna (soluzione scelta dai commissari politici e da un gruppo di 18 partigiani che li seguirono), aggregandosi alla 7a Brigata GAP e alle formazioni SAP. Fra chi passò oltre le linee degli Alleati, molti parteciparono a reparti di collaboratori (Alf Partisans, ecc.) e diversi, in seguito, si arruolarono nel Gruppo di Combattimento "Cremona" o nel CIL. Il quotidiano di Bologna “il Resto del Carlino”, il 13 ottobre, smentì le voci sullo sterminio compiuto dai nazisti con una nota complice e totalmente falsa rispetto alla conoscenza già acquisita sia della dimensione degli eccidi sia delle atrocità commesse. In quello stesso giorno 13 fu ucciso il parroco di Sperticano.

Nei giorni successivi continuarono altre uccisioni di singoli ed altri eccidi. Fra le persone rastrellate durante la "strage di Marzabotto", il giorno 18 ottobre, presso il comando tedesco installato a Colle Ameno, in Sasso Marconi (v.), sei marzabottesi furono trucidati. Il 14 novembre il comune di Marzabotto fu dichiarato zona di guerra. Gli abitanti ancora in loco furono costretti ad un esodo "con la vita" (cioè senza alcuna cosa oltre la persona). Moltissimi marzabottesi furono tradotti a Bologna e in altri comuni della provincia, mentre parecchi furono inviati in luoghi predisposti dopo essere stati requisiti fuori provincia (ad esempio a Castelfranco nel modenese almeno una settantina). Altri partigiani della B.S.R. e marzabottesi caddero combattendo contro i nazifascisti o nel corso di rappresaglie; altri civili morirono per cause di guerra in Marzabotto o costretti fuori del territorio comunale. A seguito di meticolose ricerche compiute dal Comitato Regionale per le onoranze ai caduti di Marzabotto, nel 1994-95, circa il numero delle vittime provocate dai nazifascisti, sono stati conseguiti i risultati non ancora definitivi, ma fondati su basi certe di carattere anagrafico e documentario che qui registriamo. Nella lotta partigiana e nella immane tragedia delle rappresaglie e degli eccidi compiuti attorno a Monte Sole sull'acrocoro e nei centri abitati, in territorio di Marzabotto e in altri luoghi dove operarono i partigiani della B.S.R., marzabottesi caduti in combattimento o colpiti per cause varie di guerra, risultarono complessivamente: 931 morti, 583 dei quali uccisi dai nazifascisti e 348 deceduti per cause varie di guerra. Fra gli uccisi dai nazifascisti furono 163 bambini fino a 12 anni, 71 anziani ultrasessantenni, 215 donne (escluse le minori di 12 anni e comprese quelle di oltre sessanta anni). Fra queste vittime sono i tre sacerdoti, tutti e tre riconosciuti partigiani per la loro attività patriottica e in difesa dei parrocchiani dai nazifascisti svolta nei mesi della lotta di Liberazione, nell'ambito della loro missione di "servi di tutti" e di pace: don Marchioni, don Ferdinando Maria Casagrande, parroco della parrocchia Quercia-Murazze-S. Nicolò, ucciso assieme alla sorella Giulia, il 9 ottobre in località Pozza Rossa e don Giovanni Fornasini.

I dati qui riferiti, sommati a quelli relativi a Grizzana ed a Monzuno, compongono il quadro delle vittime complessive di quella che è chiamata la "strage di Marzabotto", che in realtà è una somma di eccidi consumati in 115 luoghi diversi distribuiti sul territorio dei tre comuni menzionati. Eccone le cifre: uccisi dai nazifascisti: 955 (dei quali 216 bambini fino ai 12 anni; 316 donne; 142 oltre i 60 anni. Di loro 234 sono stati riconosciuti partigiani). Caduti in guerra e deceduti per cause varie di guerra: 721. Di 47 nominativi indicati come caduti negli eccidi non sono stati reperiti documenti di conferma. Marzabotto fu libero il 19 aprile 1945. Entro la fine dello stesso mese il CLN locale nominò la giunta comunale ed il sindaco nella persona di Vito Nerozzi, nipote del già ricordato Amedeo Nerozzi, sindaco eletto nel 1920. Il Comune è stato decorato di Medaglia d'Oro al Valor Militare. Questo il testo della motivazione: “Incassata fra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all'oppressore. Per 14 mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sulle aspre vette di Monte Venere e di Monte Sole sorretti dall'amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovanetti, delle fiorenti spose e dei genitori cadenti non la domarono e i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la Patria. (Marzabotto, 8 settembre 1943 - 1 novembre 1944)”.

Fonte: L. Arbizzani, Antifascismo e lotta di Liberazione nel Bolognese, Comune per Comune, Bologna, ANPI, 1998

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Documenti
Antifascismo e lotta di Liberazione
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Luigi Arbizzani, Antifascismo e lotta di Liberazione nel bolognese Comune per Comune, Bologna, ANPI, 1998

Monte Sole da Il Resto del Carlino
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I fatti di Monte Sole - Strage di Marzabotto descritti in data 11 ottobre 1944 dal quotidiano Il Resto del Carlino di Bologna.

Fui fucilata a Casaglia
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Eccidio di Marzabotto. Fui fucilata a Casaglia, di Elide Ruggeri, da “Bologna è libera”, pp.117-118.

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