L'estate a Bologna

L'estate a Bologna

1800 | 1950

Scheda

La buona stagione è il momento in cui finalmente la temperatura piacevole consentiva - e consente - di rimanere all'aperto, godendo anche dell'allungamento delle giornate. Nel corso della seconda metà dell'800 l'installazione dell'illuminazione pubblica favorirà un progressivo aumento della vita notturna, consentendo l'accesso ai locali a tutte le fasce sociali. La nascita dei servizi di trasporto pubblico quali tram e treni consentirono ai bolognesi di spostarsi sempre più facilmente. Se all'inizio dell'800 i soggiorni fuori porta in campagna o in collina erano alla portata solo delle famiglie benestanti, con il progresso economico e industriale sempre più bolognesi potranno raggiungere luoghi dove trovare pace e frescura. A fine secolo Casalecchio di Reno con il suo Lido, gli alberghi e caffè diventerà la meta prediletta dei bolognesi, poi man mano nascerà il concetto di 'vacanza al mare': prima a Rimini e poi in tutta la Riviera Romagnola.

Tra i luoghi popolari di ritrovo preferiti dai bolognesi vi erano le arene ed i teatri all'aperto, come quello della Montagnola. All'Arena del Sole con la stagione calda si tenevano rappresentazioni pomeridiane durante la settimana e un doppio spettacolo domenicale. I prezzi modici dei biglietti andavano incontro alle esigenze dei lavoratori e delle popolane "dagli abiti variopinti e dalle lunghe trecce". Giardini e parchi erano ovviamente assai graditi per l'ombra e il fresco, ma anche alcune strade panoramiche, come quella per San Michele in Bosco erano tappa comune per il sollievo dei cittadini. Il corso del Canale di Reno entro città era la meta dove bambini e ragazzi potevano divertirsi. Motivi di igiene e sicurezza porteranno nel luglio 1915 a trasformare in spiaggia un tratto del fiume Reno nelle vicinanze del Pontelungo Un fresco e gioioso lavacro per i figli del popolo nel periodo più caldo dell'estate. A turni di 100 alla volta, i bambini erano accompagnati, assieme alle maestre e con un tram predisposto allo scopo, in questo improvvisato lido. Esso è dotato anche di casotti spogliatoio e l'area dei bagni è recintata con funi di sicurezza. In breve tempo questi luoghi per il bagno troveranno una più igienica soluzione con la costruzione di piscine pubbliche, prima in via Milazzo e poi presso lo Stadio del Littoriale (ora Renato Dall'Ara). L'inizio della stagione calda è anche l'occasione per gare ed esibizioni sportive che si tenevano nei Prati di Caprara, all'Ippodromo Zappoli e poi all'Ippodromo dell'Arcoveggio.

Anche le fonti d'acqua minerale erano luoghi di ritrovo in estate. Nel 1857, presso Barbiano, ad appena un chilometro dal centro cittadino fu rinvenuta una fonte d'acqua ferruginosa. La Fonte di Barbianello diventò una delle mete preferite dei bolognesi per le gite fuori porta e d'estate, aperta fino alle dieci di sera. Con due soldi si riceveva all'ingresso un cartoncino su cui era stampato: "bibita"; ma la bibita era semplice acqua fresca e limpida, "con un sapore di chiodi arrugginiti". I caffè erano un punto di ritrovo e rinfresco tra i preferiti nella stagione calda: d'estate i tavolini occupavano le strade, i portici e le piazze: qui ci si poteva dissetare con una 'gazosa' o con altri liquidi freschi. Nei ritrovi più eleganti si poteva ascoltare qualche musicista, ma era più comune assistere a qualche suonatore ambulante che faceva tappa tra i vari caffè. 

Una struggente descrizione della vita estiva bolognese di inizio '900 ci viene consegnata da Giuseppe Raimondi nel 1957: "Il principio dell’estate portava in città un’aria di pace, un senso di tranquilla felicità. Il commercio, i lavori riposavano un poco. Anche il bottegaio, la mattina presto, tirata fuori una panca, si sedeva a leggere il giornale, ne commentava le notizie coi vicini. I ragazzi avevano finite le scuole. La madre li lasciava andare a San Luca, a Monte Donato: dovevano essere di ritorno per l’ora di colazione: a mezzogiorno. - «Così - diceva - fanno un poco di campagna». - E alla sera, dopo cena, c’erano sempre i due giardinetti pubblici: quello di piazza Minghetti e quello «dei Cavour», come si chiamava, che offrivano un’ora di fresco, fra gli alberi coperti di verde, prima di andare a letto. La gente diceva: «Questa è una villeggiatura da signori». Le donne si facevano vento, scambiando parole di panchina in panchina. I mariti, sbracciati, in maglia di lana, tirati i calzoni fin quasi al ginocchio, si rinfrescavano i polpacci. C’erano perfino ottime gazzose da due soldi, che si compravano alla baracchina presso la Posta. Insomma, si viveva bene. Stando al giardino Cavour, se tirava appena un poco di vento, giungeva un buon odore di dolci, di zucchero di vaniglia. Veniva da una strada, poco lontana. I ragazzi conoscevano questo odore. E, con la madre, o fra di loro, vi andavano incontro.

Nella via del Cane era una piccola fabbrica di dolci. Più che fabbrica, una modesta bottega, un buco buio di due stanze. Nella strada, in principio, si apriva un portoncino di casa: e nell’ingresso, tutto invaso dal profumo dei dolci, due o tre sedie di vimini, dipinte di verde, servivano per i clienti. Dall’ingresso, si passava subito, diciamo, nel laboratorio. Si spingeva un usciolino a vetri, e suonava un campanello in alto sul muro. Un bancone di legno nero: nero come un pezzo di sagrestia, divideva per metà la camera, e, sul bancone, una grata pure verniciata di verde, lasciava intravvedere i dolci già pronti per la vendita: le ciambelle, le torte, le sfogliate, e soprattutto, bruna lucida come un cuoio, la famosa bocca-di-dama. Questa, esalava il meraviglioso odore di vaniglia e di felicità, che giungeva, per le strade accaldate, fino alle panchine del giardinetto. Dietro il banco: il nero bancone, si muovevano un uomo: il pasticcere, e sua moglie, occupati nelle loro armoniose mansioni. Al padrone era riservato di tagliare la bocca-di-dama, deposta al centro di una tavoletta. Il taglio avveniva, con estrema attenzione, e prese le giuste misure con l’occhio sicuro, affondando successivamente un coltellino sottile, affilatissimo, che correva stando appoggiato ad una riga di legno, che l’uomo teneva ben ferma. Intanto la moglie, sudata, silenziosa sopra il suo matiné di cotone bianco, serviva a qualcuno, cavandole da una scansia, altre delicatezze, ghiottonerie fine: confetti, mandorline candite, palline di zucchero colorato, che stavano dentro lucidi vasi di vetro. Il Fiacchi, nei suoi ricordi bolognesi, ha una pagina, di quieta poesia, su questo luogo, che incomincia: - «A vultar zo sùbit dalla vi del Can a j era una porta che andava sù da tri piru...». E continua così il suo quadretto: ...nelle scanzie lungo la parete vi erano alcuni vasi con dei confetti di coriandoli, dei perfetti amori, degli amaretti, intercalati da delle piccole zucchette di rosolio Comino o Latte di vecchia, zuchteini lunghi, impajà senna in zemma ch’el parevan statuv da zardein.. Là, da un lato del banco su di un bel foglio di carta, giaceva un cuscino di bocca di dama, con sù una riga di legno per tagliare a dritto filo le fette...». Tutto, dunque, come nel nostro ricordo di bambini: la bocca di dama con la sua riga di legno, la scansia, i vasi di vetro, i confetti, le altre meraviglie; e ogni cosa, affondata, soffusa del profumo arcano di vaniglia, di felicità. Cose che si guardavano, stando fermi nella strada, davanti alla porticina spalancata: a occhi aperti, e quasi sognando. E quando ci si moveva, per ritornare verso il pubblico giardinetto, e i muri delle case, riscaldati, odoravano di pane, quasi di pasta dolce, nostra madre, tenendoci per mano, osservava quietamente: e agitava il fazzoletto davanti al viso, a farsi fresco: «Sarete contenti - diceva - sarete contenti: anche stasera siamo stati vedere la pasticceria di via del Cane».

D’estate, la città è occupata pesantemente dagli odori. Si spargono, misteriosi, nella notte. Sino i muri delle case, le strade acciottolate, le piazze a lastroni che rifiatano, quando la gente dorme, e smaltiscono un poco del caldo della giornata. Chi si alza presto, la mattina, è colpito, e accompagnato a lungo dall’odore di cipolla cotta al forno, rimasta come un fumo dentro i cortili, e da quello penetrante dei melloni. La gente faceva un uso straordinario di cipolle: uscivano dai forni, cioè dalle botteghe profonde e ombrose dei fornai: dai retri oscuri, disposte con bell’ordine su di una assicella di legno. Il garzone del fornaio, o il fornaio stesso (- «vado a prendere una boccata d’aria» -), in abito succinto, le gambe bianche sudate, le recava nella bottega vicina del fruttaiolo. Lì, poco prima dell’ora di cena, incominciava la vendita. Costavano: due cipolle, un ventino, con la «regalia» d’una carotina rossa. Mia madre mi mandava: lei aveva da fare in cucina. Ritornavo di corsa, le cipolle calde, avvolte in foglie fredde di vite.

Ma l’odore dei melloni: simile a una fermentazione dell’intero mondo vegetale, è ancora più tenace. Lo trovavo, la mattina, scendendo le scale di casa, di pianerottolo in pianerottolo, passando nel cortile: qualcuno veniva a mettere lo stoino alla finestra, uscendo nella strada, sotto; i portici. Melloni e cocomeri giungevano, dalla bassa Romagna, dai paesi presso il Reno, su grandi carri tinti di rosso, dalle alte sponde a cassone. Carri tirati, spesso, da una coppia di buoi bianchi, tintinnanti. Li scaricavano in magazzini sfitti, pieni di ragnatele; oppure presso uno stallatico: e lì si vendevano, fra gridi e richiami. Oppure venivano venduti alle porte della città, lungo le vecchie mura, in capanne improvvisate, fatte di poche assi e di canne. Di lì, fino a notte, usciva il richiamo del venditore: «Rossi al tai», che si riferiva al colore dei cocomeri. I melloni, invece, passavano anche negli spacci dei fruttaioli, dentro città. Con un mellone, mangiava una famiglia. Mia madre li comperava al mercato di piazza. Sceglieva, in genere, i melloni dalla rete. Più dolci, profumati. Ed era questo profumo, passato in fermentazione, che ritrovavo la mattina seguente. Uomini giravano, in ispecie nelle strade dei quartieri popolari, a raccogliere le bucce, verdi e gialle, dei melloni. Chiamavano le massaie, sotto le finestre. S’affacciava la donna, e buttava le bucce, gli spicchi vuoti dei melloni, giù in istrada. L’uomo, salutando con un cenno del capo; raccoglieva, metteva nel suo sacco i gusci ancora goccianti di sugo, fortemente odorosi. Si gettava il sacco in ispalla. Ripartiva, lanciando il suo grido allegro verso l’alto: - Chi ha del - goss de - mlòn da trar zò da trar zò...

I recenti lavori di sterro, di scavo praticati al centro della città, m’han riportato il ricordo di altri lavori del genere, compiuti in un luogo che era a pochi passi da quello di ora. Si erano abbattute le case, fra la via degli Orefici e il Mercato di Mezzo, e si sfondava la terra, dopo le cantine di quelle. Gettavano le fondazioni, in parte, di un nuovo casamento: cosa dico, di un «palazzo moderno». Anche allora gli architetti volevano cambiar la faccia al mondo. In città non si parlava d’altro. Si chiamava il palazzo di Ronzani. Lì vicino, anzi, lì dentro c’era, dall’antico, una famosa birreria, appunto di quel nome. Era in un cortile, se ricordo bene: dove, ai tavolini di marmo, i pacifici bolognesi passavano le serate estive, bevendo birra, e spaccando semi salati: i brustolini, fatti, dicevano, per invitare la sete. I gusci vuoti si ammuchiavano per terra. Dunque era il tempo di quella impresa cittadina. Stava per incominciare la Grande Guerra. Con un compagno di scuola, all’ora prima di cena, si veniva a curiosare, come tutti facevano, ad ammirare. A Bologna non s’eran mai viste cose simili. Ci sedevamo, facendo da i cuscino coi libri di scuola, sui mucchi di terra, sui lastroni di granito. Uomini corpulenti, a torso nudo, battevano in tempo, con grandi mazze, sopra scalpelli massicci. Sortivano scintille. Demolivano le volte del pianterreno. Venivano in luce gli interni di cantine. La gente, attenta, commentava. - «Moh guarda: il signor Filippo teneva le galline in cantina». Bianche, calcinose, erano rimaste le tracce della digestione del pollame domestico. Come un mucchietto di coriandoli di gesso. Un altro, pronto, scopriva qualcosa nel sottoscala dei signori Riguzzi: «Moh guarda, guarda. Tenevano il maiale! El ninen! Te lo dico, quella puzza, a passare sotto il portico!»-. In un angolo, illuminato da uno spicchio di sole, inchiodato al muro, era ancora il legno del trogolo. Spiccava, prezioso, come un pezzo archeologico, affiorato dal suolo. Arrivava un signore, assai distinto, con la barba bionda. L’ingegnere. Seguito da assistenti, da muratori. Svolgeva un rotolo ampio di carte. «I disegni - si mormorava - i disegni». Tutti allungavano gli occhi. Guardavano con rispetto. Uno, tra i curiosi, avvertiva: «Fanno il cemento armato, ve lo dico io» - Cos’è il cemento armato». - «Non si sa ». - «Lo fanno anche i tedeschi, lo fanno a Milano». - Con deferente timore, si stava a sentire. Finché, dal fondo degli scavi, fra le rovine di muri e di mattoni, una voce allegramente proclamava: - «L'é aura ed sganapaer...» - L’ingegnere, sorrideva, bonario, nella barba bionda.

Il gergo dei muratori bolognesi: chi se ne ricorda ancora? Era passato, del resto, nell’uso del popolo intero; intendo, fra la gente da lavoro. Risonava nelle botteghe, nelle osterie, al mercato: nelle famiglie di condizione operaia, artigiana. Sono termini che si ritengono, per la loro violenza, asprezza, per il colore e il suono che conducono. E’ come un istinto plastico della rappresentazione verbale, in esseri toccati dalla realtà materiale delle cose, dei sensi. Ora, credo, caduto in disuso, dalla classe stessa che lo aveva creato in un eccesso di fantasia, di vitalità. I muratori sono al lavoro. Passa una ragazza, battendo i tacchi: - «O baela cafìela» dice uno, fissandola, ed emette un fischio. «Slomma che ingambadoura...». Le gambe delle ragazze bolognesi, si sa, sono foggiate in un modellato armonioso e scattante: il resto del corpo, si mostra felice di essere così portato. Un altro, nell’atto già di caricarsi un cumulo di mattoni sulle spalle, lancia un sibilo, lungo, di serpente. Brontola: - «...che dou beli biganzi, che Dio at baendessa...». - Infila il capo sotto i mattoni, rassegnato. Tutto è finito. E’ stato un attimo: un momento di sfogo, uno scoppio, di colorita rappresentazione popolare, nell’ora prima di sera. Gli operai sono al loro lavoro, lenti, pazienti. I passanti si volgono, guardano, ridono. Nella strada acciotolata, giunge una carrozza, che infila la piazza, e sparisce. I ragazzi, il pacco dei libri sotto il braccio, si incamminano verso casa. Altri tempi".

In collaborazione con Biblioteca Sala Borsa - Cronologia di Bologna.

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Bologna post unitaria
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Quadro socio politico della Bologna post unitaria nel periodo 1859-1900. Intervista ad Alberto Preti. A cura del Comitato di Bologna dell'istituto per la storia del Risorgimento italiano. Con il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. www.vedio.bo.it