Lenzi Ugo

Lenzi Ugo

9 agosto 1875 - 21 Aprile 1953

Note sintetiche

Titolo di studio: Laurea
Occupazione: Avvocato

Scheda

Ugo Lenzi, da Giovanni Battista e Cesarina Castellini; nato il 9 agosto 1875 a Bologna. Avvocato. Iscritto al PSI e al PSUI. Aderì giovanissimo agli ideali socialisti e nel 1894 si iscrisse alla Società operaia di Bologna. Nel 1898, durante la reazione di Pelloux, fu arrestato perché direttore del periodico socialista “L'Amico del povero”. Nello stesso anno fu schedato. Dopo la scarcerazione, fondò e diresse prima “II Risveglio” e nel 1901, unitamente a Genuzio Bentini, “La Squilla” di Bologna, il periodico ufficiale del PSI. Nel 1899 fu eletto al consiglio comunale di Bologna e rieletto nel 1902 quando i partiti di sinistra - repubblicano, radicale e socialista - conquistarono la maggioranza. Caduta l'amministrazione di sinistra, fu rieletto nel 1905 e nel 1910 e divenne uno degli animatori dell'opposizione socialista all'amministrazione moderata. Nel 1905 entrò al consiglio provinciale dove, rieletto varie volte, restò sino al 1912. Nel 1908 fu inoltre eletto sindaco di Budrio, carica che mantenne sino al 1913. Nel 1914, non avendo accettato la decisione del congresso nazionale del PSI di Ancona, non abbandonò la massoneria e uscì dal PSI.

Non aderì al Partito riformista di Leonida Bissolati e nel 1915 preferì dare vita al Circolo socialista indipendente, un'organizzazione che assunse una linea rigidamente contraria al PSI e favorevole all'intervento in guerra dell'Italia. Fece parte dei gruppi interventisti che, prima del conflitto, diedero vita al Fascio democratico di resistenza. Il 7 luglio 15 si arruolò volontario e restò sotto le armi sino all'inizio del 1919. Nel dopoguerra, assieme a esponenti repubblicani e radicali, fu uno dei promotori della lista con la quale i combattenti si presentarono, a Bologna, alle politiche dell'autunno 1919. Pur non avendo partecipato nell'aprile 1919 alla fondazione del Fascio di combattimento, alla fine del 1920, dopo l'eccidio di Palazzo d'Accursio, divenne un fiancheggiatore dell'azione fascista. In numerosi articoli su ”Il Resto del Carlino” giustificò la violenza fascista, quale necessaria reazione contro il PSI e i sindacati. Allontanatosi presto dal fascismo, alla fine del 1922 aderì al PSUI, il partito fondato da Filippo Turati dopo l'espulsione dal PSI dell'ala riformista. In occasione delle elezioni politiche del 1924 fu nominato presidente di un seggio elettorale di Reggio Emilia, nel quale avrebbe dovuto votare Camillo Prampolini. Avendo i fascisti annunciato che avrebbero impedito a Prampolini di esprimere il voto, Lenzi indusse tutti i membri del seggio a recarsi a far colazione poco dopo le ore 12. Restato solo con il segretario, fece entrare Prampolini nel seggio, il quale riusci cosi a votare. Pochi giorni dopo, il pioniere del socialismo reggiano scriveva a Lenzi per ringraziarlo: «Scrivo qui il saluto cordiale che domenica scorsa credetti opportuno tacere al presidente». Una frase che dice molto sul clima politico che i fascisti avevano creato per impedire agli antifascisti di votare.

Partecipò attivamente all'opposizione contro il regime. Il 18 maggio 1925 la prefettura di Bologna informò il governo che Lenzi «spiega attività nel campo delle opposizioni manifestandosi avversario dell'attuale governo. Il 18 gennaio c.a., nel di lui studio si tenne una riunione per la costituzione del comitato locale delle opposizioni. Viene attentamente vigilato». Lo vigilavano anche i fascisti che il 24 maggio 1925 lo aggredirono e bastonarono davanti all'università. Il 9 novembre 1925 fu fermato dalla polizia, unitamente al gruppo dirigente bolognese del PSUI, a seguito del mancato attentato di Tito Zaniboni contro Mussolini. Subì persecuzioni anche nell'ottobre 1926 in seguito all'attentato contro Mussolini di Anteo Zamboni. Nei primi mesi del 1929 venne arrestato a Roma, unitamente ad altri sei antifascisti, mentre partecipava a una riunione della massoneria. Il 25 maggio 1929 fu assegnato al confino per 5 anni, per «appartenenza alla Massoneria e ostilità al regime», e inviato a Ponza (LT). Liberato per condono il 14 giugno 1929, venne nuovamente arrestato nel novembre 1930. Riebbe la libertà poco dopo, ma fu sempre attentamente vigilato dalla polizia. Nel 1939, su denuncia di un sacerdote, al quale aveva espresso duri giudizi sul regime fascista, subì l'ultimo arresto. Quando venne rimesso in libertà gli fu comminata la diffida perché socialista e massone. Il suo nome è stato dato ad una strada di Bologna. Ha pubblicato: Ricordi nel volume In memoria di Mario Jacchia, pp.31-5. [O]

Muore a Roma il 21 aprile 1953. E' sepolto nella tomba di famiglia collocata nel portico nord-est del Chiostro Maggiore della Certosa di Bologna.

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