Salta al contenuto principale Skip to footer content

Le uniformi del Museo civico del Risorgimento

1796 | 1918

Schede

Il Museo civico del Risorgimento di Bologna conserva uniformi, o forse meglio sarebbe dire divise, che abbracciano il periodo che va dalla Rivoluzione Francese alla Seconda guerra mondiale. Nel periodo in questione, i termini uniforme e divisa indicavano aspetti completamente diversi di uno stesso argomento, mentre oggi c’è la tendenza a farne quasi un sinonimo. Già sul piano etimologico si può cogliere la differenza di significato tra i due sostantivi: - divisa è tutto ciò che serve a distinguere l’appartenenza del militare ad un’arma o corpo. Può essere quindi la foggia del copricapo piuttosto che il fregio da applicarvi o la filettatura di colore distintivo al bavero e ai paramani della giubba- uniforme invece è la foggia comune del vestiario che identifica il personale appartenente alle forze armate della nazione. Significa anche il rispetto e l’applicazione di quei principi di gerarchia, ordine e disciplina che regolano tutta la vita del militare. 

La divisa militare nasce dall’esigenza di distinguere gli appartenenti all’esercito dai civili; esigenza che venne manifestandosi verso la fine del Cinquecento, quando gli eserciti dei principali stati europei raggiunsero la consistenza di parecchie centinaia di migliaia di uomini. Sino a tale epoca nessun regolamento, nessuna precisa direttiva prescriveva l’adozione, per gli appartenenti ad uno stesso reparto o ad una medesima specialità, di capi di vestiario interamente o anche solo in parte ‘uniformi’ tra loro, anche se, fin dai tempi più antichi, gli storici e gli artisti ci hanno tramandato prove di una certa uniformità nel vestire degli eserciti di uno stesso popolo. Alcune legioni romane, ad esempio, forse per spirito d’iniziativa dei loro comandanti, si differenziavano tra loro per il colore degli indumenti o per i diversi emblemi sugli scudi. Altrettanto significativa fu l’apparizione in Europa delle tuniche bianche con croce rossa sovrapposta che i reduci dalle crociate avevano adottato. Ma per avere una regolamentazione vera e propria sull’uniformità del vestire dei militari bisognerà attendere la nascita degli eserciti nazionali e quindi la metà del XVII secolo allorché Luigi XIII di Francia emanò le prime norme derivate dalla necessità di vestire in modo uguale e facilmente riconoscibile gli appartenenti alla milizia nazionale, per distinguerli dai civili. Nel contempo, tramite opportuni attributi, l’uniforme diviene ‘divisa’ chiamata ad indicare l’arma, il corpo di appartenenza e il grado ricoperto nella gerarchia da colui che la indossa. Alla fine dello stesso secolo, re Luigi XIV sancì definitivamente le norme di adozione dell’uniforme.

La natura dell’uniforme manifesta quindi la sua grande importanza non solo dal lato organizzativo e tecnico, ma anche da quello morale: servì, infatti, a cementare le compagnie degli eserciti nazionali, ne rafforzò la disciplina e l’addestramento e dette l’avvio a quello spirito di attaccamento, per la propria nazione in generale e per il proprio reggimento in particolare, che ogni soldato, per il tramite dell’uniforme, veniva indotto a provare. Infine l’uniforme venne chiamata a conferire a colui che la indossa un aspetto esteriore capace di suscitare, in chi vi si rapporta, il necessario rispetto e timore verso la funzione che il militare svolge. I requisiti descritti sono in qualche modo insiti nella natura stessa dell’uniforme ed orientati ad evolversi, di pari passo, con l’imporsi delle nuove tecnologie e con il cambiamento del gusto estetico. Ci riferiamo all’evoluzione delle armi da fuoco che, rivoluzionando le teorie tattiche, impose la lotta a distanza, costringendo i combattenti ad abbandonare le sfavillanti divise dai ricchi accessori per adottarne altre riproducenti i colori dell’ambiente in cui erano costretti ad operare.

Per quanto concerne la moda, anche l’uniforme, pur ricalcando temi tradizionali, si trasforma obbedendo alle sue leggi, e si arricchisce nei suoi accessori che, da elementi di indispensabile utilità, si trasformano in sfarzose bardature (esempio in tal senso è la ‘bandoliera’, fascia in cuoio portata a tracolla alla quale è attaccata la ‘giberna’, contenente un tempo le munizioni di piombo delle armi ad avancarica, poi divenuta semplice ornamento della grande uniforme). L’uniforme subisce l’inevitabile influsso degli eserciti stranieri maggiormente in auge nei diversi momenti storici, e viene adattata o meglio personalizzata da chi la indossa per evitare quell’‘appiattimento’ che il concetto stesso di uniforme impone. Ecco dunque il ‘fuori ordinanza’ quale manifestazione della personalità e del temperamento individuale, quasi uno stile di vita che andrà via via affermandosi sino a raggiungere il suo apogeo nella ‘bella epoque’.

Preso come riferimento il soldato di fanteria del Regio esercito italiano nel maggio del 1861, diremo che i capi di vestiario che componevano la sua uniforme erano – in linea generale e semplificando ai massimi – una tunica di divisa con relativo paio di pantaloni in panno grigio, un cappotto, un chepì. Questi capi venivano consegnati al militare all’inizio del suo servizio, annotati su di un apposito libretto personale, e dovevano essere riconsegnati al termine. Per ognuno di essi, apposite tabelle predisposte dall’Intendenza fissavano il periodo di durata al termine del quale o si ritiravano e sostituivano con altri nuovi, oppure se ne prorogava l’uso se lo stato generale era ancora accettabile o necessitava di piccole riparazioni. Tale vestiario, che oggi definiremmo ‘riciclato’, andava a costituire parte della dotazione di mobilitazione che il deposito di ogni reggimento era tenuto a conservare presso di sé in quantità tale da poter vestire ed equipaggiare il numero di militari previsto in caso di mobilitazione. Era comunque consentito ai militari di truppa – ai meno abbienti ma non solo – di congedarsi in abiti militari ‘degradati’ e ridotti a foggia borghese a spese dell’amministrazione del reggimento. La nota 164 del 25.09.1861 pubblicata sul «Giornale Militare ufficiale» stabiliva addirittura il modello ‘a casacca’ nel quale doveva essere trasformato il cappotto nonché le modalità di ‘spogliazione’ dei distintivi militari dal berretto di fatica e dai pantaloni di panno. Diverso il discorso per gli ufficiali che, per tradizione, erano tenuti a provvedere personalmente e a proprie spese al corredo.

Infine, una breve citazione meritano le differenziazioni di ‘tenuta’ in funzione delle mansioni da svolgere: erano previste la grande uniforme, l’uniforme ordinaria, l’uniforme di marcia e la piccola uniforme. In linea generale la grande uniforme veniva indossata durante le grandi solennità civili e religiose, durante le feste minori, nelle serate a carattere ufficiale e per tutte le parate; l’uniforme ordinaria era riservata al così detto «servizio di piazza armato», al servizio interno di caserma e al fuori servizio; la piccola uniforme era indossata per il servizio interno giornaliero. Quello che in questa sede interessa sottolineare è il fatto che, a prescindere dalle varie tenute, i capi di abbigliamento costituenti l’uniforme (tunica, pantaloni, soprabito e copricapo) erano sempre i medesimi; quello che variava erano gli attributi, gli accessori; così nella grande uniforme erano prescritti tutti gli attributi in metalli e filati in argento e in oro, mentre nell’uniforme di marcia essi venivano eliminati o comunque coperti da apposite foderine in tela cerata. Non esisteva quindi una differenziazione di foggia o di colore in funzione del servizio da svolgere e l’antico retaggio del passato che prescriveva l’andare alla guerra come ad un ballo di corte era solo in parte eliminato dalla presenza di copertura agli ornamenti più sfarzosi. Unica eccezione l’utilizzo per la sola truppa di una giacca in tela grezza, relativi pantaloni e berretto di fatica per il solo servizio interno di casermaggio. La raccolta di uniformi del Museo civico del Risorgimento di Bologna è composta da 136 tra abiti a code, tuniche, giubbe, pantaloni, 64 copricapo e 209 tra accessori per uniforme (spalline e cordelline) e per l’armamento (giberne, pendagli e dragone per sciabole, etc.).

Dovendo necessariamente procedere ad una selezione per importanza e significatività dell’uniforme ed adottando un criterio meramente cronologico, partiamo dal periodo napoleonico al quale appartengono due interessanti abiti a code: il primo da Milite della Guardia Nazionale di Bologna costituita nel 1796 in seguito all’ingresso in città delle truppe del generale comandante dell’Armata francese in Italia Napoleone Bonaparte (Ajaccio, 1769 - Sant’Elena, 1821), il secondo da Velite della Guardia reale di cui una compagnia venne costituita a Bologna nel 1805 in onore dello stesso Napoleone, oramai divenuto Imperatore, in visita alla città nel giugno di quell’anno. Troviamo poi l’abito da dignitario di Stato che Giovanni Vicini (Cento, Ferrara 1771 - Massalombarda, Ravenna 1845) utilizzò nella sua qualità di Segretario generale del governo della Repubblica Cisalpina, giudice e consigliere di revisione e cassazione per la Lombardia. Sempre al periodo napoleonico è attribuibile un «habit de grande tenue des generaux mod. 1805 – 12» appartenuto al generale polacco Giuseppe Grabinski (Varsavia, 1771 - Bologna, 1843) stabilitosi a Bologna nel 1808 dopo aver militato nelle file della Grande Armata francese ed aver partecipato alle più importanti campagne napoleoniche, che ebbe anche parte attiva nei moti insurrezionali del 1831 allorquando il governo rivoluzionario provvisorio di Bologna gli affidò l’incarico dell’organizzazione e del comando dell’esercito. Raro e curioso cimelio sono i pantaloni in daino da ufficiale murattiano appartenuti ad Alessandro Guidotti (Bologna, 1790 - Treviso, 1848) che dopo esser stato paggio del Re d’Italia Napoleone I, trovò la morte sulle barricate di Treviso nella sua qualità di generale comandante le truppe pontificie attestate sulla linea del Piave.

Da segnalare inoltre alcuni attributi per uniforme (spalline, cordelline e una fascia da vita) appartenuti a Gioacchino Murat (Labastide-Fortunière, 1767 - Pizzo, 1815). Il periodo 1848-49 vede presenti diverse uniformi di notevole interesse storico-documentaristico; due sue tutte: la tunica da colonnello comandante del Battaglione Alto Reno appartenuta a Livio Zambeccari (Bologna, 1802 - ivi, 1862) e l’uniforme dello Squadrone di cavalleria civica di Bologna – completa dell’elegante giubba ‘alla ussara’ e del chepì ornato dal fregio della municipalità di Bologna – appartenuta al suo fondatore e comandante Angelo Masini (Bologna, 1815 - Roma, 1849) che morì difendendo la Repubblica Romana alla testa dello stesso squadrone divenuto dei «Lancieri della Morte». Troviamo poi diverse uniformi della Guardia Civica pontificia concessa da Pio IX nel luglio del 1847 tra le quali da segnalare quella del battaglione di artiglieria civica bolognese appartenuta a Cesare Zanolini (Bologna, 1823 - Roma, 1902) che la utilizzò nel maggio del 1849 nel momento in cui prese parte attiva alla difesa di Bologna cinta d’assedio dagli austriaci. Zanolini proseguì poi la carriera militare sino al grado di maggior generale nella riserva, venendo eletto deputato dal 1870 al 1890 e senatore dal 1892. Di indubbio ‘pathos’ poi la tunica da colonnello di Gendarmeria che Cesare Boldrini (Bologna, 1785 - ivi, 1849) indossava l’8 maggio 1849, giorno in cui trovò la morte ad opera dei soldati austriaci che assediavano Bologna, nel tentativo di recuperare alcuni cannoni apparentemente abbandonati. La tunica è stata conservata tagliata, sporca di sangue e polvere così come fu tolta al morente Boldrini. Infine, sempre del periodo della Repubblica Romana, segnaliamo la tunica da cadetto allievo ufficiale del Genio militare appartenuta a Gregorio Gregorini (Forlì, 1827 - Bologna, 1904) che aveva combattuto anche nel 1848 militando nel battaglione universitario bolognese. Anch’egli proseguì la carriera militare sino al grado di colonnello di artiglieria nella riserva. 

All’epopea garibaldina appartengono 34 ‘camicie rosse’, come le definì lo scrittore garibaldino Alberto Mario così intitolando un suo famoso romanzo, tra le quali spicca quella appartenuta a Ignazio Simoni (Medicina, Bologna 1826 - Novara, 1862) che la indossò durante la Spedizione dei Mille ed in particolare alla battaglia del Volturno, dove si guadagnò la croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, che ancora oggi compare appuntata sulla tunica insieme alla prestigiosa medaglia dei Mille. Troviamo poi la camicia rossa che Giuseppe Barilli, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Quirico Filopanti (Budrio, Bologna 1812 - Bologna, 1894), utilizzò nel 1866 durante la campagna del Tirolo al seguito di Garibaldi, dove fu sergente nel 6° reggimento del Corpo Volontari Italiani, ed ancora la tunica che Vincenzo Caldesi (Faenza, Ravenna 1817 - Firenze, 1870) indossò durante la stessa campagna alla quale partecipò quale maggiore nel 4° reggimento sempre del C.V.I. Meritano di essere menzionate anche le due uniformi dello Squadrone Guide garibaldine del 1866, una da luogotenente completa del caratteristico ‘berretto alla figaro’ della quale purtroppo non si conosce il proprietario, l’altra da Guida semplice appartenuta ad Alessandro Calanchi (Bologna, 1844 - Castel San Pietro, Bologna 1905) che rimase ferito alla battaglia di Monte Suello combattuta il 3 giugno del 1866.

Tra i pochi abiti civili conservati al Museo segnaliamo quello – comunque di taglio militare ‘alla scozzese’ – utilizzato dall’ufficiale dei Volontari del Montefeltro Enrico Gommi Flamini (Bologna, 1823 - Bologna, 1894) alla presa di Urbino nel 1860 ed un cappello in velluto che potrebbe essere quello che Giuseppe Garibaldi (Nizza, 1807 - Caprera, 1882) utilizzò durante la campagna meridionale e donò poi all’amico e compagno d’armi Eliodoro Spech (Milano, 1810 - Molfetta, Bari 1866) che dimorò a lungo a Bologna insieme alla sorella Adele, donatrice al Museo del prezioso cimelio. Il condizionale è d’obbligo con i cappelli del Generale, che ne ricevette tanti in dono ed altrettanti ne donò.

Molto ben rappresentate sono le uniformi del Regio Esercito Italiano, dalla sua nascita nel maggio del 1861 alla Seconda guerra mondiale. Tra quelle del periodo risorgimentale senz’altro da segnalare l’uniforme pressoché completa da luogotenente del Reggimento Guide appartenuta a Enea Masetti (San Giovanni in Persiceto, Bologna ??? - ???) che prestò servizio al reggimento dal 1860 al 1865 dopo aver preso parte alla campagna del 1859 quale sottotenente aiutante di campo del generale Pietro Roselli (Roma, 1808 - Ancona, 1885) comandante del corpo volontari per la spedizione delle Romagne. Troviamo poi due tuniche, una del Corpo di Stato Maggiore l’altra della Fanteria, appartenute al già citato colonnello Livio Zambeccari che le utilizzò rispettivamente a Napoli, dove raggiunse Garibaldi ai primi di ottobre del 1860 e dove venne da questi nominato colonnello Ispettore generale dell’esercito meridionale, e a Torino dove riuscì ad essere ammesso con il suo grado nella Fanteria del Regio esercito, per poi essere immediatamente posto in aspettativa, come capitò alla gran parte degli ufficiali ex garibaldini. Degna di nota la giubba corta mod. 1862 da milite dello Squadrone di cavalleria della Guardia nazionale di Bologna la cui costituzione venne autorizzata nell’ottobre del 1859 dal Dittatore delle Provincie Modenesi e Parmensi e Governatore delle Romagne Luigi Carlo Farini (Russi, Ravenna 1812 - Quarto, 1866). Si trattava di un reparto di élite nel quale militarono esponenti delle più cospicue famiglie bolognesi tra le quali i marchesi Mazzacurati, Mariscotti, Conti-Castelli e Rodriguez de’ Buoi nonché i conti Salina, Zucchini e Turrini, oltre a laureati e possidenti. Tra i vari copricapo conservati al Museo si segnala il chepì da colonnello della Guardia Nazionale di Bologna appartenuto a Rinaldo Simonetti (Bologna, 1821 - Porretta, Bologna 1870), nel 1859 deputato all’Assemblea nazionale dei popoli delle Romagne e quindi deputato e senatore del Regno. 

A rappresentare la Prima guerra mondiale segnaliamo la giubba grigio-verde mod. 1909 modificata nel settembre del 1915 con l’eliminazione delle stellette dalle controspalline che vennero portate sulle manopole, e questo al fine di mimetizzare il grado da ufficiale sino ad allora troppo evidente per non attirare l’attenzione dei cecchini austriaci. Si tratta della giubba da tenente del 67° Reggimento fanteria appartenuta a Corrado Mazzoni (Bologna, 1892 - Veliki Krib, 1917), medaglia d’oro al valor militare alla memoria, caduto sull’altopiano carsico. Infine, per il periodo che va dalla Guerra di Etiopia alla Seconda guerra mondiale, segnaliamo due giubbe anch’esse appartenute a decorati di medaglia d’oro alla memoria: la prima al tenente della fanteria coloniale Guido Petropoli (Parma, 1913 - Kassam, Etiopia, 1938) la seconda al maggiore pilota della Regia aviazione Cesare Toschi (Portomaggiore, Ferrara 1906 - Mediterraneo, 1941).

Luca Giovannini

In collaborazione con IBC - Istituto per i beni culturali dell'Emilia Romagna. Bibliografia. Pubblicazioni ufficiali edite dal Ministero della Guerra: «Giornale Militare Ufficiale». Annate dal 1860 al 1945 (Nelle voci: divisa e vestiario, disciplina, ordinamento); Regolamento sull’uniforme (allegato n°1 al Regolamento di disciplina), ed. 1884; Regolamento di disciplina militare, ed. 1929. C. Cesari, Corpi volontari italiani dal 1848 al 1870, Roma, Stabilimento poligrafico per l’amministrazione della guerra, 1921; Enciclopedia Militare, Milano, 1927; A. Gasparinetti, L’uniforme italiana nella storia e nell’arte, Ed. Universali, Roma, 1961; E. e V. Del Giudice, Uniformi militari italiane dal 1861 ai giorni nostri, 2 voll., Milano, Bramante Editrice, 1964; G. Cantelli, Le prime uniformi dell’esercito italiano, Roma, Stato Maggiore Esercito-Ufficio Storico, 1979; Fasti della burocrazia. Uniformi civili e di corte dei secoli XVIII-XIX, Genova, Ed. Sagep, 1984; A. Viotti, L’uniforme grigio-verde (1909-1918), Roma, Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico, 1985; S. Ales, Dall’Armata sarda all’esercito italiano 1843-1861, Roma, Stato Maggiore Esercito-Ufficio Storico, 1990; G. Cantelli, Le uniformi del Regio esercito italiano nel periodo umbertino, Stato Maggiore Esercito, Roma, Stato Maggiore Esercito-Ufficio Storico, 2000; A. Mario, La camicia rossa (1870), Treviso, Ed. Antilia, 2004.