L'Acquaforte

L'Acquaforte

01/01/1970

Scheda

Se tu, mio lettore, cerchi ‘Acquaforte’ in un Vocabolario Italiano moderno, vedi subito che l’autore ti rimanda ad ‘acido nitrico’. E’ la stessa cosa se tu conosci le lingue e cerchi eu-forte nel francese, agua fuerte nello spagnolo, Radierung nel tedesco, etching nell’inglese. Se tu sei uno studioso di etimologie, ricordi che aqua fortis è il nome medievale che si dava all’acido nitrico. Sai tu la chimica? Con la formula HNO3 sei subito servito. Se accondiscendi al rimando di quell’autore del Vocabolario, cerchi ‘acido’, e trovi che è ‘una sostanza solida o liquida o gasosa, di sapore che ha del limone, che fa cangiare in rosso la tintura di laccamuffa, e che combinata con le basi forma i sali’. Quella laccamuffa ti fa un poco ridere, non è vero? E’ il tornasole, quel colore azzurro che si estrae da alcune specie di licheni, la roccella e la lecanora, e viene adoperata nelle analisi chimiche per la proprietà di arrossare all’azione degli acidi e ridiventare azzurro per opera delle basi. Non è chiaro ancora? E allora cerca ‘nitrico’, e troverai che è ‘un composto di azoto, ossigeno e idrogeno; attacca quasi tutti i metalli’… e si chiama acquaforte. Gira e rigira le pagine, e sei sempre lì. Quando ne vuoi sapere di più, trovi che azoto, in greco, vuol dire vivente; ed è, per noi, un gas elementare che contribuisce alla formazione dell’aria… ma che, respirato senza ossigeno, non è vitale. Va avanti, mio lettore, cerca ancora, e leggi che ‘di un acido dell’azoto è l’acido nitrico’. Io credo che arrivato a questo punto, se non sei un testardo come me, ti fermi e non vuoi sapere altro.

Bene, io che volevo erudirmi su quell’acquaforte che conoscevo soltanto come espressione d’arte, cercai ai miei tempi altri libri e ne trovai uno che mi spiegò a modo suo l’indovinello: ‘L’acquaforte è il nome volgare dell’acido nitrico, o azotico; ma in arte, con questo nome, designasi il processo d’incisione su rame inventato da Alberto Dürer. Questo processo consiste nel versare l’acquaforte sopra uno strato di speciale vernice resinosa, tinta di nero o di rosso, disteso su una lamina di rame, su cui, con una punta d’acciaio più o meno sottile già si è inciso il disegno tracciatovi in antecedenza. (…) M’aveva detto Paolo Bedini che io dovevo fare dell’acquaforte ma il ‘mestiere’ non me lo aveva insegnato; forse, io credo, non lo sapeva neppure lui, che pure a disegnare a penna era un portento. Quand’io provai, quando tentai il metallo con l’acido e composi le mie vernici resinose e imparai a tenderle a caldo su le lamine di rame e cominciai a graffiare con ogni specie di punte le vernici, io mi scottai con gli acidi, mi bruciai con la vampa della cera infiammata, mi pelai le dita; quasi mi avvelenai, misi in pericolo la casa, feci disperare mia madre che vedeva in me un matto pericoloso, un testardo inseguitore di sogni. -Studia e riuscirai- aveva detto Paolo Bedini; ed io studiai. Ma caro mio, la vernice che usava Rembrandt, di cera vergine, mastice ed ambra; o l’altra del celebre incisore francese Abramo Bosse, di cera vergine, mastice e asfalto; o l’altra di Giacomo Callot diversamente dosata; oppure quella consigliata dal Villon, di cera e ceresina e vaselina, resina ordinaria e pece di Borgogna, io le imparai dopo. Prima, a mie spese, conobbi magnificamente che bruciano la carne tanto l’acido nitrico puro quanto la cera bollente.

Quando imparai il ‘mestiere’, vidi che bisognava trovare la propria vernice, quella per l’estate e l’altra per l’inverno, proprio quella che al mordente non si sfalda, non screpola, non brucia all’azione di una terza morsura dell’acquaforte. Allora, in quel primo tempo, io non conoscevo di Abramo Bosse altro che le belle stampe e non sapevo del suo trattato ‘De la manière de graver à l’eau-forte’, stampato nel 1645 a Parigi; e, quindi, non sapevo un bel nulla dell’altra edizione ‘augmentè de la nouvelle manière dont se sert Mons. Le Crerc graveur du Roy’, stampata a Parigi ‘chez Claude Imbert’ nel 1701; e meno ancora sapevo delle edizioni del 1745 e 1758. Di Giuseppe Longhi conoscevo le stampe, ma ignoravo la sua ‘Teoria della calcografia propriamente detta, ossia l’arte di incidere il rame con l’acquaforte’. Sono i ‘Ragionamenti’ letti nelle adunanze dell’Istituto delle Scienze, lettere ed arti del Regno Lombardo-Veneto, e radunati in volume, edito dalla Stamperia Reale di Milano nel 1830. E così debbo dire del trattato ‘Des mordants, des vérnis et des planches dans l’art du graveur’ di Pierre Delechamps, edito a Parigi nell’anno 1836. La così detta Lettera di ‘A. P. Martial sur les élèments de la graveur à l’eu-forte’, da Parigi nel 1864, ed il ‘Nouveau traitè de la graveure’ dello stesso autore, nell’edizione di Parigi 1873, non conoscevo affatto. Vedi il Lalnne? Maxime Lalanne ha trattato da maestro ‘des manièrs de graver en taille douce sur l’airin par le moyen des eaux fortes, et des vernis durs et mols’ in due edizioni, da Parigi, negli anni 1866 e 1897. Io sapevo di lui soltanto che era l’autore delle acqueforti che illustrano ‘La Holland a vol d’oiseau’, stampate a Parigi nel 1882, e che il volo era l’ottimo Henry Havard. Dopo sì, studiai sul Vitalini (L’incisione su metallo, Roma 1904); imparai dal piccolo trattato del professor Wois Leibold (Maler und Radierer in Wien, 1920); ricominciai con Josef Roller (Technik der Radierung – Wien und Leipzig, 1903); camminai più franco con l’ottimo Pietro Antonio Gariazzo (La stampa incisa. Torino, Lattes, 1907) e ripassai ‘L’acquaforte’ di Felice Melis-Marini (Milano, Hoepli, 1924).

Intanto, pian piano, mi formavo le mie cognizioni storiche; e fra una scottatura e l’altra, il sorridente brontolare di mia madre ed il consentimento di mio padre e del caro maestro Paolo Bedini, io mi facevo ‘acquafortista’. Ma ti dico io che per il disegno era cosa da ridere: tanto, mettilo bene nella mente, se tu non sei un forte disegnatore, acquafortista non lo diventerai mai e poi mai. Il ‘mestiere’ si, quello lo puoi imparare; devi conoscere tutto: dalla incisione alla stampa, dalle vernici sulla lastra, agli inchiostri, alla carta… tutto: però, ricordalo sempre, che l’acquafortista non c’è senza disegno pittorico. A te piace Piranesi, o tu preferisci Alberto Dürer? Tu ami il paesaggio, oppure la figura, o più tu ami gli animali? Benissimo: fammi vedere quel che tu fai, disegnando a lapis oppure a penna sulla carta ed io t’insegnerò, per quel che io so, come tu puoi ‘incidere’ le tue lastre. Tu vuoi disegnare, anzi e meglio, tu vuoi graffiare direttamente la cera e far li su tutti i tentativi del ‘mestiere’? Tenta, non te lo nego, ma vedrai alla prova che il risultato sarà ben diverso da quello sperato. Vuoi dei buoni esempi? Guarda queste acqueforti di Pietro Pietra, e riandiamo insieme un poco la gloriosa storia dell’acquaforte.

Se non ti dispiace cominciamo da Alberto Dürer (Norimberga 21 maggio 1471 – 6 aprile 1528), lo scolaro di Michele Wohlgemuth (1434 – 1519) e, spiritualmente, del nostro grande Andrea Mantegna (1431 – 1506). Il padre di Alberto esercitava la professione di orefice, e il Dürer - come il nostro Maso Finiguerra a Firenze (1400 – 1460) – sapeva intagliare a bulino una piastra d’argento, ornandola con preziosi disegni d’ornato e buone composizioni di figura. Tu sai che un abate, Pietro Zani, esaminando la collezione dell’abate Marolles, ebbe la fortuna di vedere un vecchio foglio di carta su cui era stampato il niello di Maso Finiguerra, esistente a Firenze. Quel foglio è al Gabinetto delle Stampe a Parigi (il Paquet riprodusse in rame l’impronta del niello), e Pietro Zani pubblicò un dotto studio su la ‘Stampa originale del celebre Maso Finiguerra’. Di lì cominciarono tutte le inutili discussioni se il Dürer, o il Finiguerra,… fu il primo inventore dell’incisione. Vediamo insieme la sciocca vicenda. L’opera del niello consiste, come ti ho detto, nell’intagliare a bulino una piastra d’argento, che viene poi riempita di rame, piombo, zolfo e borace, fusi insieme in modo da averne una lega nera, fusibile ad una temperatura assai minore che non l’argento puro. Posta la massa fusa sulla lastra incisa, penetra in tutti i tagli, anche finissimi; asportato il superfluo, e ben lucidato il tutto, appare il disegno nero sul fondo bianco dell’argento. Di questi nielli ve ne sono di tanto antichi, che nessuno può dire quale sia il primo, o greco, egizio o cinese. Ma il punto non è questo: è la stampa di quel niello, è la prova. I niellatori usavano provare la loro lastra prima di riempirla definitivamente della miscela nera, e ne traevano una impronta negativa in cera finissima; da questa, un’altra impronta in zolfo fuso. Negli incavi dello zolfo mettevano un poco di nero-fumo ed olio, e vedevano se nessun tratto mancava e se erano abbastanza vicini; insomma, giudicavano dall’impronta se la incisione era compiuta. Dicono gli studiosi teorici che il buon Maso ponesse sbadatamente uno straccio umido sullo zolfo già pieno di nero-fumo e, sollevandolo, vi scorgesse nitidamente stampato il suo disegno. E, dicono, che dopo lo straccio provò con una carta umida, compressa con un rullo, e la incisione in incavo sul metallo fu inventata. Bravi; fu inventata la calcografia, e non la incisione che già era vista chiara e nitida sull’argento lucido, riempito negli incavi dal nero-fumo. Prova, se tu vuoi, con la ‘punta secca’ e subito ti persuaderai. Tutti i niellatori hanno provato e provano la lastra: l’importante è ‘di incidere per ottenere la stampa’ e non ‘la stampa di un incavo qualsiasi’, anche se è di Maso Finiguerra. Dürer venne in Italia due volte, fermandosi a Venezia, e non poteva meravigliarsi vedendo dei nielli che già conosceva; e neppure poteva meravigliarsi della stampa, perché era stato un buon discepolo di quel Wohlgemuth che eseguì tanti disegni per l’incisione in legno. Stampa dal rilievo questa, e stampa dall’incavo quella: se si cerca il ‘primo inventore’ lo si può trovare fra quei primi orafi che divulgarono l’opera di niellatori, mostrando le stampe su carta delle incisioni dei loro argenti.

E allora le prime stampe su carta dei nielli datano dalla invenzione della carta: nel tredicesimo secolo a Fabriano; nel 794 D.C a Bagdad e Damasco; nel 750 D.C. a Samarcanda, nel Turkestan russo; e chissà quando, se si pensa a Thai-hun, quel ministro dell’agricoltura cinese che per fabbricare la carta raccomandava l’impiego del bambù, del gelso e altre piante indigene. Il primo, il secondo, il terzo…: lascia stare, guarda le stampe e pensa ad un fatto solo: gli acquafortisti nati hanno adoperato quel mezzo per esprimere graficamente i loro pensieri morali, poetici, di pura forma o trascendentali. Avevano tutti ‘qualche cosa da dire’, e l’hanno detto bene così. Se debbo scegliere fra ‘La Malinconia’ di Alberto Dürer ed una delle più squisite incisioni di Marcantonio Raimondi, riproducenti le opere del suo amico e maestro Raffaello, preferisco alle copie del bolognese (1488 – 1546), le stampe originali, le concezioni, i tentativi personalissimi del cittadino di Norimberga. Ma tu strilli che Dürer è un tedesco!… lascia stare anche questo, mio caro lettore, lascia andare le matte idee della nazionalità e della priorità e del progresso in arte. Rembrandt Van Ryn è nato a Leyda il 15 luglio 1606 ed è morto ad Amsterdam l’8 ottobre 1669: hai visto mai acqueforti più belle di quelle del magi pittore della ‘Lezione d’anatomia del professor Nicola Pieterszoom Tulp’? E vi è stato del ‘progresso’ nell’acquaforte dopo di lui? Nessun progresso; ogni anima, per se stessa, ha donato all’arte il massimo dell’essenza propria, e in ogni tempo, in ogni luogo. Come tu non devi dire mai che tale artista fu il primo, così non devi mai dire che il secondo ha progredito l’arte del primo: sono due artisti che esprimono con la stessa materia (e con maggiore o minore scienza tecnica) quel che l’anima loro dall’interno detta. Ed è così se tu vuoi determinare con un nome il più profondo conoscitore della scienza tecnica in acquaforte, tu dirai Rembrandt Van Ryn… e ricorderai l’italianissimo Piranesi. Due artisti diversi, luoghi e tempi diversi: due grandi anime.

Ma, ritornando alla conoscenza del mestiere, alla famosa tecnica, non dei dimenticare che il Dürer, il Raimondi, Agostino Carracci, bolognese (1557 – 1601), furono dei bulinisti, esercitarono col bulino l’arte loro magnifica; e il Rembrandt, e Annibale Carracci fratello di Agostino (1560 – 1609), e Giacomo Callot, di Nancy, in Lorena (1592 – 1634) furono degli acquafortisti. Sai tu quanti rami ha inciso nei suoi più avventurosi anni il giovane Callot? Più di 1500; ed è su tutte le sue acqueforti ‘La Fiera della Madonna dell’Impruneta’ quella dove si rivela l’impareggiabile tecnico ed il raro disegnatore. Le acqueforti di Giacomo Callot e le incisioni a bulino di Roberto Nanteuil (1623 – 1678): ecco i due poli dello stesso mondo artistico; ma fra quei bulinisti che verso la fine del Cinquecento ed in tutto il Seicento crearono o riprodussero i capolavori dei grandi artisti del loro secolo, quanti ve ne furono che avvilirono l’arte dell’incisione con l’infinita serie delle loro ‘vignette’ e delle loro pettegole composizioni. Potrei dirti che divenne una manìa: tutti gli sfaccendati, i presuntuosi, i ‘dilettanti’ si credettero dei Pieter Van Schuppen, dei Gerad Edelinck o degli Ottavio Leoni (1576 – 1628), e sciuparono più rame di quanto ne producessero le miniere di Toscana e Liguria. L’altro giorno ho voluto cercare nella nostra Biblioteca Comunale quel che c’è di cataloghi, di stampe, e di trattati sull’acquaforte; e, a proposito di ‘dilettanti’, ho fatto a modo mio qualche scoperta: ho trovato un’Accademia che potrebbe rallegrare Carlo Alfonso Petrucci da Roma, il quale ha scritto su l’acquaforte nella speciale ‘voce’ inserita nell’Enciclopedia Treccani. Bisogna che tu sappia che nelle ‘Notizia degli scrittori bolognesi raccolte da Giovanni Fantuzzi’, a pagina 15 del tomo primo (Bologna, 1781: Nella stamperia di San Tommaso d’Aquino), si legge che fra le molte Accademie che fiorirono a Bologna, vi fu anche quella degli Indomiti. ‘Fu istituita’ scrive il Fantuzzi ‘l’anno 1640, dal Commendatore Gio. Bortolotti in Casa di Gio. Francesco Negri, il quale fu uno de’ primi fondatori. Aveva per Impresa il Carro del Sole, col motto MODO DEXTER APOLLO, ed era composta di eruditi, Cavalieri, di Dottori, e di Poeti. Si hanno fra le altre cose pubblicate da quest’Accademia ‘Le Primizie Amorose degli Accademici Indomiti’, dedicate alle Dame di Bologna per Gio. Battista Ferroni nell’anno 1642. In fine di questo Libro, che si conserva nella Biblioteca de’ Gelati, vi è scritto di mano di Gio. Battista Capponi, in dett’Accademia l’Ostinato, così: -Fu dispensato il presente libretto a 72 Dame, che intervennero all’Accademia Pubblica eseguita la sera de… di marzo 1642 in Casa del Sig. Co. Carlo Sforza Attendoli Manzoli, con Discorsi degl’Illustriss. Co. Carlo Bentivoglio, e Gio. Orsi, numerose Composizioni, e musiche, con Personaggi apparenti, e con l’intervento dell’E.mo Durazzo Legato, e tutti i Cavalieri, e Gentiluomini della Città-. Si è voluto dare questa nota per far conoscere il genio della Città in tali maniere in quel secolo’. E sono incisioni.

(…) E’ un libretto di 59 fogli di carta a mezza colla, del formato di millimetri 185 per 145: il primo foglio è bianco, la terza pagina ha nel frontespizio un cavallo recalcitrante, cavalcato goffamente da un amorino alato; da un arco sfonda una veduta di Bologna con le solite due torri; è al piede di un pilastro la indicazione ‘Le Primizie Amorose degli Accademici Indomiti’. Nel libretto di 59 fogli vi sono 28 stampe dai rami di millimetri 113 per 95, e le incisioni si susseguono alternate a pagina pari o dispari, senza regola alcuna d’impaginazione. I rami sono incisi a bulino, e non all’acquaforte, come erroneamente è segnato nel Catalogo della Biblioteca Comunale; ma quel che rappresentano, o meglio, quel che vorrebbero rappresentare, sono di segno e disegno così brutti, freddi, mal composti, sciatti e noiosi, da chiedere a quegli Indomiti se l’Illustrissimo Conte Carlo Bentivoglio dai bei Discorsi, non aveva mai visto il ritratto del Cardinale Guido Bentivoglio dipinto dal Van Dych nel 1623, e riprodotto in incisione a bulino ed acquaforte da Jean Morin, il quale visse dal 1590 al 1650. E mai quelle elegantissime 72 Dame avevano visto una stampa dal bulino di Agostino Carracci, né dall’acquaforte del fratello Annibale, o del Guercino?

(…) Tu lo vedi in Pietro Pietra: disegna dipinge e incide, ed Una è la sua inclinazione: interpretare ogni movenza delle bestie, ogni singola forma e carattere. Ma quante vie per raggiungere l’intento… Guarda questi suoi ‘Tacchini’. Guarda questi suoi ‘Amici’ e ‘Mamma e figlio’. Con la punta a più morsure ha reso franco il segno, il colore ed il chiaroscuro negli ‘Amici’ e nei ‘Tacchini’; con maschia delicatezza di segno (ottenuta dal sapiente appoggio della forte grana della ‘carta smerigliata’, compressa con la punta d’osso ed acidata magistralmente) ha ottenuto in breve spazio questi mirabili ‘Mamma e figlio’. E’ la punta l’instrumento che egli preferisce, aiutata sempre nella stampa dalla naturale patina, o aumentata da una leggera mezzatinta ottenuta dai piccolissimi grani della colofonia, setacciata e scaldata sulla lastra, e poi coperta con finissimo gusto di pittore. Tu vedi ‘In Colonia’ il superbo scorcio del cammello in primo piano e lo stanco andare dell’asinello, che ricorda nel segno gli animali del bolognese Mitelli. Vedi in ‘carovana’ come è resa la maestà del grande cammello e come sono accennati squisitamente i cammelli lontani, ed il loro dondolìo, e come nell’aria spessa di calore e di sabbia scompaia il chiaroscuro nella distanza. In ‘Piccolo Mercato’ tu noti la giusta prospettiva negli animali di proporzioni diverse, e puoi stabilire come quel mercato non sia nelle Colonie nostre, perché tutte le pecore che Iddio ha posto su quelle terre hanno sempre la testa nera ed il mantello di color giallo sudicio terroso, che copre il bianco della buona lana. Ma non sempre il nostro Pietra incide all’acquaforte animali esotici: oltre i tacchini, vi sono qui i ‘Cavalli da tiro’ che ti dimostrano come egli intenda le buone bestie nostrane, e come le ami e le studi e le renda nelle loro masse muscolose agitate dallo sforzo. Io credo che Pietro Pietra sia il più forte animalista d’Italia; e ti posso dire che lo credono a Los Angeles, ove il nostro acquafortista espone con successo. Da noi deve battersi contro due indifferenze: il pubblico che non ama il ‘bianco e nero’, e la critica d’arte che s’affanna dietro gl’idoli, non soffermandosi davanti all’opera di un silenzioso.

Conosci tu le acqueforti di E. J. Detmold? In Inghilterra sono giustamente famose, e gli animali che egli disegna e incide con tanto amore, con altrettanto amore sono ricercati da quel pubblico. E gli animali di Ferdinand Karl Gold, e quelli di E. M. Lilien, e di Leonald Prinz? Ed i colossali, meravigliosi elefanti di M. A. J. Bauer? Tu vedi che io ritorno alle mie malinconie, e forse tu pensi che io mostri l’esempio di Pietro Pietra per allontanarti dallo studio dell’acquaforte. No, mio caro lettore, se tu fossi un dilettante (e lo vedrei nel viso, nell’abito, nel gesto) ti manderei alla malora, e on te non sarei amico mai; ma se tu sei un buon Italiano, tenace, forte e silenzioso, e dell’arte nostra ti fai uno scopo della vita: allora vieni al lavoro, sgobba anche tu, rimescola in questa bacinella l’acido che morde il metallo, tenta con la punta ed il rame e lo zinco, crea la forma dei tuoi fantasmi, della ‘verità’ che tu vedi con gli occhi tuoi; e se tu sei ‘animalista’, dònaci nella stampa dell’acquaforte uno di quei gioielli che, come nel sonetto di Carducci plasmano in quattordici righe un monumento al Bove.

Giulio Ricci (Acqueforti di Pietro Pietra)

Testo tratto da 'L’Acquaforte', in 'Il Comune di Bologna, novembre 1932.

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