La Settimana Rossa

La Settimana Rossa

10 giugno 1914

Scheda

Durante la Settimana Rossa, una rivolta che infiamma la Romagna e le Marche a seguito dell'uccisione ad Ancona di tre manifestanti, a Bologna è proclamato lo sciopero generale.
Nella notte tra l'8 e il 9 giugno un petardo nel sottopassaggio alla ferrovia di Porta Lame dà il segnale di inizio dello sciopero. Al mattino un migliaio di scioperanti tentano di forzare i cancelli della Manifattura Tabacchi per costringere gli operai ad uscire.
Nel primo pomeriggio sono sospese le corse dei tram: grossi macigni sono posti sui binari per impedire le poche corse fatte dai "crumiri", mentre la ferrovia Porrettana è bloccata tra Borgo Panigale e Casalecchio da travi messe sulla linea.
In piazza VIII Agosto si radunano diecimila lavoratori. Parlano l'anarchica Maria Rygier, Demos Altobelli, Armando Borghi, il socialista Genunzio Bentini e Argentina Altobelli per la Federterra.
Al termine un lingo corteo si snoda verso il centro. Alcune vetrine vanno in frantumi, così come le finestre del palazzo delle Poste in piazza Minghetti.
Gli scontri più cruenti tra manifestanti e forza pubblica si hanno in via Indipendenza. Nei giorni seguenti staffette cicliste vengono inviate in provincia per estendere l'agitazione.
Il 9 giugno a Imola sono incendiati il palazzo della Pretura e la stazione, occupata dai manifestanti. Per impedire il trasferimento delle truppe verso Ancona è divelto un tratto di binari. Nelle strade della cittadina si innalzano barricate.
Il 10 giugno scioperi e agitazioni sono segnalate a Molinella, Minerbio, Crevalcore, Budrio. Vi prendono parte oratori socialisti e anarchici come Massarenti, Borghi, Lizzoni.
A Bologna si accendono tumulti e scontri tra scioperanti contrari alla guerra di Libia e gruppi di nazionalisti.
Tra i denunciati per incitamento alla lotta armata è il futuro sindaco socialista Francesco Zanardi. Anche dopo l'ordine di cessazione dello sciopero generale da parte della C.G.L., continuano a confluire manifestanti dalle campagne, mentre in provincia si tengono comizi.

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Fu la più grande sollevazione popolare avutasi in Italia dopo l’Unificazione nazionale. Esplose per caso nel 1914 e si spense dopo una settimana.
Per quanto l’avessero auspicato da sempre, i partiti di sinistra - PSI e PRI in particolare, ma il discorso vale soprattutto per gli anarchici - si dimostrarono impreparati ad un simile evento rivoluzionario.
La scintilla, partita da Ancona, incendiò l’Emilia-Romagna, le Marche e la Toscana, lambì le altre regioni, soprattutto al nord, ma non infiammò la nazione.
Il 7.6.1914 - festa dello Statuto del regno - si tennero, come di consueto, numerose manifestazioni ufficiali. Per lo stesso giorno PSI, PRI e anarchici organizzarono una “Manifestazione nazionale contro le compagnie di disciplina”.
Queste compagnie erano reparti speciali dell’esercito, regolati da una disciplina durissima, nelle quali erano arruolati i “sovversivi”. Il governo non solo proibì le manifestazioni pubbliche, ma vietò la pubblicazione di un manifesto, così come fece sequestrare il periodico “La folla” di Milano, che lo aveva pubblicato.
I provvedimenti violavano la Costituzione che il governo intendeva celebrare proprio in quel giorno. In più, il governo ordinò tutta una serie d’arresti preventivi di “sovversivi”, per cui il clima politico divenne molto caldo. Proibite nelle piazze, le manifestazioni furono consentite in luoghi chiusi.
Ad Ancona ebbe luogo nel cortile della Villa rossa, la sede del PRI. Tra gli altri parlarono Pietro Nenni del PRI e il leader degli anarchici Errico Malatesta.
Al termine, i convenuti non poterono defluire liberamente dal cortile perché la strada era bloccata dalla polizia da entrambi i lati. Si ebbe uno scambio d’insulti tra le persone e le forze di polizia, perché queste ultime non volevano che i manifestanti sfollassero in direzione della città bensì della campagna, dove avrebbero dovuto disperdersi. Per cause imprecisate - ma diranno di essere stati colpiti dal lancio di sassi - poliziotti e carabinieri fecero fuoco. Bilancio: 3 morti e 4 feriti.
Il governativo “Giornale d’Italia” scrisse che gli agenti avevano «sparato senza necessità».
Ad Ancona fu proclamato lo sciopero generale. Analoga decisione, ma su scala nazionale, fu adottata da PSI e CGdL, subito seguiti da PRI, Federazione anarchica e USI. I promotori non erano concordi perché la CGdL avrebbe voluto limitarlo a 2 giorni - il 9 e il 10 - mentre gli altri lo volevano a tempo indeterminato. Lo sciopero nazionale fu caratterizzato da gravissimi scontri tra lavoratori e forze di polizia. Tragico il bilancio: 16 morti e 600 feriti tra gli scioperanti; un commissario morto e 400 feriti tra polizia e carabinieri.
In Romagna e nelle Marche lo sciopero non cessò la sera del 10.6, ma si protrasse sino al 12. In queste zone assunse un carattere rivoluzionario e insurrezionale e in molti centri fu innalzato l’albero della libertà. Ad Ancona furono assalite alcune armerie, dopo l’appello di Malatesta alla rivoluzione. Ad Imola furono incendiate la stazione ferroviaria e la pretura; ad Alfonsine (RA) la sede comunale, la chiesa, la stazione ferroviaria e la sede monarchica; a Fusignano (RA), Conselice (RA) e Massa Lombarda (RA) le chiese e la sede monarchica; a S. Agata sul Santerno (RA) la sede comunale e la chiesa; a Castel Bolognese (RA), Rimini (FO) e Cesena (FO) le stazioni ferroviarie. A Fabriano (AN) e a Senigallia (AN) le chiese e le stazioni. Quasi ovunque furono tagliati i fili del telegrafo e costituiti “Comitati d’azione”. Il giorno 11 Ravenna fu circondata da migliaia di lavoratori e rimase isolata. A Cervia (RA), un generale che stava ispezionando la costa, con 6 ufficiali, fu catturato dagli insorti e tenuto prigioniero per 5 ore.
Il giorno 11 lo sciopero cessò in Romagna e il 12 nelle Marche, quando ci si rese conto che la rivoluzione non si era estesa al resto del paese. La “settimana rossa” rappresentò il momento di massima unità tra i partiti di sinistra, anche se un mese dopo - con lo scoppio della prima guerra mondiale - si divisero nuovamente, essendo il PSI neutralista e il PRI interventista. [O] 

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L'anarchico Augusto Masetti
L'anarchico Augusto Masetti

Intervista del 1964 ad Augusto Masetti, l'anarchico che nel 1910 aveva sparato al suo colonnello inneggiando all'anarchia e contro la guerra di Libia.
Durante i giorni della 'Settimana Rossa' del 1914 fu preso come simbolo della lotta antimilitarista.