La scuola elementare a Medicina

La scuola elementare a Medicina

1900 | 1930

Scheda

I primi rilievi archivistici dell’istruzione elementare a Medicina risalgono al 1878. Il 15 luglio 1877 viene approvata a livello nazionale la legge Coppino che impone ai genitori di inviare i propri figli a scuola fino all’età di 9 anni. Ai Comuni vengono assegnati fondi per l’istituzione dell’istruzione elementare ma non vengono previste sanzioni nei confronti dei genitori che non inviano i loro figli a scuola per cui la legge rimane in larga parte inefficace e l’analfabetismo non diminuisce. Il Comune di Medicina si mostra estremamente virtuoso e già a partire dall’anno successivo viene avviata l’istruzione elementare obbligatoria.

Un forte impulso all’istruzione elementare derivò dalla legge elettorale del 1882. Secondo questa nuova legge potevano votare solo i maschi al compimento dei ventuno anni (prima era venticinque) e soprattutto soltanto coloro che avevano conseguito la licenza del biennio elementare statale, indipendentemente dal reddito. Per incrementare la base elettorale pertanto vi fu una forte spinta ad ottenere la licenza del biennio elementare. Solo il 7% della popolazione a quei tempi poteva votare e quindi il conseguire questa possibilità era molto ricercato e prezioso sia per il singolo che per i partiti. Per questo motivo vi fu un fiorire di classi serali e festive destinate proprio al conseguimento della licenza del biennio elementare, frequentate da persone appartenenti a classi sociali umili. I registri ci parlano di operai, contadini, calzolai, muratori che di sera o nei giorni di festa si preoccupavano di uscire dall’analfabetismo per acquisire il diritto di voto. L’età era per metà dai 12 ai 20 anni e per metà dai 20 ai 40 anni. La legge Orlando dell’8 luglio 1904 estese l’obbligo scolastico fino a 12 anni ed impose ai Comuni di istituire scuole almeno fino alla quarta classe.

Lo studio dell’istruzione, specie quella elementare destinata a tutti, permette di cogliere con estrema fedeltà lo spirito del tempo. Un esempio paradigmatico di questo lo possiamo cogliere nelle prove d’esame date agli studenti. Medicina nel 1916, ad esempio, era un paese essenzialmente rurale che stava vivendo di riflesso il dramma della Prima Guerra Mondiale e questi aspetti li troviamo, ad esempio, nella prova d’esame data alla classe III diretta dalla maestra Anita Civinini Alvise della scuola di Medicina il 28 giugno 1916: "TEMA Domenica verrà in licenza un nostro fratello che è sotto le armi, e in famiglia farete una piccola festa. Invitate la nonna a venire da voi". Per gli esami di promozione ed ammissione alla classe V del maestro Silvio Mingarini questa era la prova d’esame il 30 giugno 1916: "DETTATO Una grandinata fitta e inesorabile aveva distrutto tutto il raccolto dell’annata. I poveri contadini, che avevano riposto in esso tutte le loro speranze, vedevano in un attimo devastati i campi coltivati a cereali, in modo che il frumento, il granoturco, l’orzo e la segale erano gettati al suolo; vedevano abbattute la canapa ed il lino; sfrondati gli alberi fruttiferi; stroncati i pioppi e le querce; distrutti i legumi e gli ortaggi. E in mezzo a tanta desolazione le ultime nubi sparivano dall’orizzonte e il sole si ergeva caldo, maestoso, nell’azzurro del cielo". Una tematica costante è quella dei bachi da seta, delle balle di lana, del commercio dei tessuti. Questo è il tema dato dal maestro Silvio Mingarini il 25 giugno del 1917: "Scrivi a tua sorella lontana, informandola che quest’anno è andato male il prodotto dei bachi da seta". Tantissimi sono anche i problemi di aritmetica su questo tema. Molte generazioni di medicinesi di quell’epoca hanno imparato a far di conto sui bachi da seta. Agli esami del 1917 e 1918 l’esperienza tragica della guerra si riflette in tutti i temi d’esame: "Esame di promozione alla classe V, maestro Silvio Mingarini, 30 giugno 1917: DETTATO La mamma della Lina piange, perché da parecchi giorni non riceve notizie dal marito soldato. La buona fanciulla cerca di consolare la mamma. Le fa tante carezze, la bacia, le dice che presto arriverà la lettera desiderata, che babbo starà bene e cerca con altre buone parole di farle passare la malinconia. Che brava figliola è la Lina!" Classe VI diretta dal maestro Giulio Alvisi, 27 giugno 1918, "COMPOSIZIONE Il babbo è venuto in licenza. Lettera allo zio". Ancora più tragico nella seconda sessione il 13 settembre 1918: "COMPOSIZIONE Povero bimbo! Non ha più il babbo". Più ottimista la maestra Maria Plata che il 26 giugno 1918 dà questo dettato: "Suona la fanfara. Ida corre alla finestra; passano i soldati. Ella li guarda, li saluta col cuore, pensa che anche il suo babbo è alla guerra. Ma torneranno un giorno lieti e gloriosi i bei soldati forti£.

A partire dal 1928 i registri scolastici si arricchiscono di una sezione dal titolo "Cronaca ed osservazioni dell’insegnante sulla vita della scuola", estremamente interessante, in cui l’insegnante, sotto forma di diario, riporta le sue riflessioni sui momenti più salienti dell’anno scolastico. Quello che se ne ricava è uno spaccato molto fedele e commovente della vita scolastica, e di riflesso, di quella civile di Medicina e della nazione in quegli anni. All’apertura dell’anno, il 10 settembre 1928, la maestra Maria Bragaglia scrive: "Ho già i miei alunni. Sono 40 marmocchietti provenienti dall’asilo infantile, salvo tre. Son tutti figli di poveri genitori. La maggioranza non ha ancora compiuti i sei anni; sono sudicetti ed irrequieti". Il 30 settembre 1928 il giudizio si fa ancora simpaticamente più critico: "I miei scolari sono vivacissimi, non stanno fermi e quieti nemmeno un secondo. Hanno tante cattive abitudini, parlan forte, cantano, si mettono le dita in bocca e i piedi in mano, si chiamano ad alta voce l’uno coll’altro e in dialetto come se fossero a casa loro. Mi par d’avere un serraglio di bestioline innocue, ma molto clamorose". Spesso il giudizio era molto diretto come in questa descrizione al 3 ottobre 1928: "Mi sono accorta di aver fra i miei bambini uno che è deficiente. Per quanto insista per farmi dire il suo nome non vuole aprire bocca, neppure per ripetere le mie parole. Ho interrogato gli altri bambini e mi hanno detto che anche all’asilo non voleva parlare". E il 26 novembre: "Mi sono accorta che una delle mie bambine ha il braccio destro più corto del sinistro. Avevo osservato che, quando scriveva, faceva alcuni segni passabilmente, poi riempiva la pagina di scarabocchi. Ieri, nel far ginnastica, mi accorsi del difetto del braccio destro; oggi ho interrogato la sorella maggiore che l’ha accompagnata a scuola e m’ha detto che ha avuto una paralisi infantile. Così anche questa, come il maschietto, non potranno seguire gli altri nell’apprendimento della scrittura". La gratificazione maggiore che la maestra potesse offrire agli allievi era “la passeggiata”, così al 29 novembre 1928: "Giornata splendida! Ho approfittato del bel tempo per condurre i miei scolari alla passeggiata. Siamo partiti alle ore 14,30 per andare alla Fabbrica, dove c’è il serbatoio per l’acquedotto. Ho cercato di far capire ai bambini come l’acqua contenuta là dentro, per mezzo di tubi sotterranei, vien condotta nelle nostre case.

L’uso dei calamai e dell’inchiostro spesso poneva il problema di macchie e rovesciamenti (7 aprile 1929): "Una bimba, nel mettere il lavoro sulla cattedra, ha rovesciato il mio calamaio, gettandolo per terra. Il calamaio s’è rotto ed io avrei dovuto infliggere alla piccola il castigo annunciato dal proverbio: “Chi rompe paga e i cocci sono suoi”. Ma la bambina piangeva come una vite tagliata e mi ha fatto compassione, tanto più che il malestro è avvenuto proprio senza colpa. Perciò ho preferito infliggere il castigo al Comune o a me, se il Comune non provvederà un calamaio nuovo". A primavera era immancabile una gita scolastica e la meta classica era Bologna (12 maggio 1929): "Ieri non feci lezione e i miei alunni ebbero vacanza perché io, insieme alle maestre di quarta e quinta femminile, accompagnai le loro alunne a Bologna. Andammo a S. Luca, al Littoriale, alla Certosa; visitammo la chiesa del Corpus Domini dove si vede S. Caterina da Bologna, che dopo 400 anni dalla sua morte, conserva il corpo intatto, poi le chiese di S. Pietro e di S. Petronio. Le bambine si divertirono assai. Domani ci sarà la premiazione al Campo sportivo". Vi era una forte spinta meritocratica come testimoniano la solennità di queste premiazioni (7 maggio 1929), peraltro fortemente orientate all’indottrinamento politico: "Ieri ci fu la premiazione degli alunni più bravi durante l’anno scolastico 1927-28. La cerimonia avvenne al Campo sportivo alla presenza delle autorità comunali, scolastiche e religiose. Oltre alla distribuzione dei premi, venne distribuito un libretto della Cassa di Risparmio a ogni ragazzo iscritto all’associazione nazionale Balilla". Infine, a fine anno scolastico, avveniva la passeggiata più lunga (1 giugno 1929), che ci fa sentire profonda nostalgia di quando a Medicina passava la ferrovia: "Ho condotto per l’ultima volta i miei scolari alla passeggiata: una passeggiata lunga e divertente per loro. Prima siamo andati al cimitero a portarvi tutte le piante che avevamo in classe dentro i vasi. Poi abbiamo proseguito sulla strada di Ganzanigo fino alla ferrovia. Là siamo entrati nei campi percorrendo una cavedagna di proprietà privata e abbiamo veduto da vicino i campi di grano, di granoturco, le viti e tutte le altre piante, che sono ora in pieno rigoglio. I contadini stavano mietendo, ci han visti e hanno permesso il nostro passaggio. Siamo giunti alla chiesina della Muzzaniga di proprietà Volta e poscia ritornati per un viottolo parallelo alla via del Sillaro, troppo polverosa in questi giorni. A scuola i bambini, per auto-dettatura, hanno scritto la relazione della passeggiata". Tutto l’amore per gli allievi viene esternato l’ultimo giorno di scuola (8 giugno 1929): "È l’ultimo giorno di scuola e i miei piccoli sono più inquieti del solito. Forse sentono l’imminenza delle vacanze e vogliono anticiparne la venuta. Raccomando loro di leggere e di scrivere nelle vacanze e un coro di voci mi sorprende: Sì signora. Ma io presto così poca fede alle affermazioni di questi diavoletti che non sono troppo rassicurata. E faccio loro un’altra raccomandazione, seguita da minaccia perché sia più efficace: “Guai a chi sciupa il sillabario! Ritornerà in prima alla riapertura delle scuole”. Mi guardano un po’ impauriti qualcuno che ha già perduto o staccato qualche pagina; altri levano in alto il loro sillabario come un trofeo esclamando: Il mio è ancor bello! Cari demonietti, il giorno in cui sarò costretta a lasciarvi per sempre sarà il più triste di questa mia povera vita, che, soltanto per voi, si allieta di un raggio di sole".

L’impatto con la scuola era sempre molto forte ed impegnativo, anche perché spesso il bambino parlava solo dialetto in famiglia. Inoltre un’educazione autoritaria induceva nei bambini uno stato di profonda paura e soggezione nei confronti degli adulti estranei. In molti bambini la reazione era il mutismo nei confronti dell’insegnante che spesso interpretava questa reazione come mancanza d’intelligenza. Così scrive la maestra Ines Maria Plata il 16 novembre 1930: "Devo parlare molto lentamente perché molti purtroppo hanno un’intelligenza limitatissima. Debbo peraltro ricorrere ancora al dialetto. I bimbi sono abbastanza puliti. Sulle unghie dovrò insistere ancora". Era addirittura possibile che dall’inizio della scuola la maestra riuscisse a sentire la voce di un bambino soltanto il 25 gennaio (25 gennaio 1931): "Sono riuscita finalmente a sentire la voce di uno scolaro che è dominato continuamente da una timidezza invincibile che si trasforma in panico allorché è interrogato. Questo è un bimbo di una sensibilità eccezionale. Non è ancora stato possibile farlo scrivere e leggere alla lavagna, perché lo sgomenta fino ad avere chiare manifestazioni fisiche come il tremito delle labbra e delle mani". E soprattutto l’impaccio e l’immaturità nei comportamenti poteva portare a conseguenze grottescamente serie (3 ottobre 1930): "Durante la lezione la [omissis] si è messa un bottone dentro al naso (avevo poco prima rimproverato alla bimba pel vizio di mettersi le dita su per il naso). L’ho consegnata alla bidella perché la conduca all’ospedale. Che impressione su tutta la classe gli urli della piccina! Lezione occasionale sulle tristi conseguenze che può avere la brutta abitudine di introdurre oggetti nelle orecchie, nelle cavità nasali, in bocca". Peraltro la maestra era spesso coinvolta nella sorveglianza dell’igiene degli scolari (4 ottobre 1930): "Oggi tosatura di due alunne, che non hanno la testa pulita e per altre quattro con aceto e petrolio si sono… già purificate!" Il rimedio doveva sortire grandi effetti se la stessa maestra alcuni giorni dopo scriveva (13 ottobre 1930): "Noto gran pulizia. La “tosatura” ha fatto molto effetto. Un “buon esempio” è necessario ogni tanto!"

Come si è detto le distrazioni non erano tante e si limitavano a qualche passeggiata ma occasionalmente poteva accadere che a Medicina arrivasse il circo, come ci testimonia il maestro Domenico Rubboli nella cronaca dell’8 gennaio 1934: "Questa mattina tutti gli alunni delle classi di Medicina si sono recati, in compagnia dei loro insegnanti, al Circolo Equestre per assistere ad una rappresentazione data appositamente per i bambini della scuola. Il programma è stato abbastanza interessante anche perché molti numeri sono stati eseguiti da animali bene addomesticati. I nostri alunni, sempre composti e ordinati, hanno assistito allo spettacolo e dopo aver visitato tutte le gabbie delle belve feroci sono ritornati alle loro classi contenti e soddisfatti". L’insegnamento non era solo teorico ma verteva su molti aspetti della vita quotidiana. Ce lo testimonia questa divertente cronaca della maestra Alvisi Anita Civinini del 21 gennaio 1929: "Stamane mentre ero ad assistere alla lezione di lavoro nelle due classi femminili, la supplente mi ha avvertito dell’assenza dell’insegnante di agraria che doveva far lezione alla 7a maschile e mi ha chiesto di mandare la squadra, addetta al servizio di pulizia in detto giorno, nel pollaio. Io ho accondisceso, ma, sapendo di non essere sorvegliato, un alunno [omissis] ha commesso una delle sue solite monellerie: ha chiuso il compagno [omissis] nel pollaio. Non è un bambino di animo cattivo, ma scherza un po’ troppo in iscuola e turba così la disciplina. Appena rientrati alla mia lezione ha narrato il fatto e mi ha consegnato la chiave del pollaio. Io l’ho sgridato severamente, facendogli conoscere che il suo era stato uno scherzo di cattivo genere e l’ho mandato ad aprire la porta del pollaio. Appena il compagno è stato libero, prima ancora di venire in classe, è andato a riferire la cosa al signor Direttore, il quale peraltro l’ha rimandato a me, perché io pure ne fossi avvertita". Gli studenti di quei tempi ci sembrano molto diversi da quelli di oggi ma è molto interessante osservare che ogni generazione ha questa medesima percezione. Scrive il maestro Domenico Rubboli il 24 novembre 1933: "Quale differenza fra questi nostri bambini e quelli che abbiamo conosciuti, quando, bambini anche noi, frequentavamo le scuole elementari".

Oggi nel fanciullo tutto è sveltezza, tutto è vivacità, per conseguenza la compassione è maggiore. Anche l’opera della scuola è resa molto più facile da questa tempra di ragazzi nuovi i quali sentono di più la noia, il tormento di ciò che è muffito e vecchio. Riportare alla luce queste testimonianze non solo ci offre uno spaccato fresco e diretto della vita scolastica di Medicina nella prima metà del ‘900 ma ci insegna anche quanto grande e prezioso è stato ed è il contributo degli insegnanti nel processo di educazione e formazione dei futuri cittadini di Medicina. Un sentito ringraziamento alla Prof. Carmela Santopaolo, Dirigente dell’Istituto Comprensivo di Medicina, per la collaborazione.

Marco Costa

Testo tratto da "LA SCUOLA ELEMENTARE A MEDICINA NELLA PRIMA METÀ DEL ‘900 Cronache dei maestri, in "Brodo di serpe - Miscellanea di cose medicinesi", Associazione Pro Loco Medicina, n. 10, dicembre 2012.

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