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Operazione radium

Sabotaggio giugno-agosto 1944

Schede

Nel giugno 1944 - ma addirittura nel maggio, secondo altra versione - l'esecutivo del PdA di Bologna esaminò il problema del salvataggio della dotazione di radio dell'Istituto "Luigi Galvani" dell'Ospedale Sant’Orsola una delle più importanti nel nostro paese. Si trattava di un grammo abbondante di materiale radioattivo valeva oltre 100 milioni. Il proprietario - il Centro bolognese per lo studio e la cura del cancro - l’aveva dato in uso all’università per la cattedra di radiologia.
Massenzio Masia, responsabile del PdA, era del parere che dovesse essere salvato, dal momento che i tedeschi avevano già razziato le dotazioni degli istituti sanitari del centro e dell’Italia meridionale. La questione fu portata all'esame del CLNER, il quale incaricò il PdA di predisporre il salvataggio, in accordo con il personale dell'Istituto. Contemporaneamente - ma senza l'autorizzazione del CLNER - analoga operazione fu intrapresa da Alessandro Novaro e Rino Pancaldi del PCI che chiesero invano un incontro con il prof. Giovanni Giuseppe Palmieri direttore dell’Istituto.
Il PdA incaricò Mario Bastia, Filippo D'Ajutolo e Ferdinando Rozzi di mettere a punto il piano. Essendo medico, D'Ajutolo s’incontrò con i dirigenti dell'Istituto, mentre Rozzi curò l'organizzazione per mettere in salvo i sanitari e le loro famiglie. Verso la metà di giugno Bastia e D'Ajutolo incontrarono separatamente Palmieri e il suo aiuto Giovanni Ferdinando Gardini. Presso i due intervenne anche Armando Businco, un illustre clinico iscritto al PdA.
I primi approcci andarono a vuoto. Ha scritto D'Ajutolo che nonostante «la indefessa e logorante attività di Mario Bastia e dei suoi collaboratori, non potemmo ottenere nulla, per una riluttanza che a noi apparve per lo meno strana ad aderire alle nostre richieste». Quasi certamente, i dirigenti dell'Istituto non capirono e sottovalutarono il pericolo della razzia, anche se Palmieri ha scritto: «Fino dall’epoca immediatamente successiva all’armistizio dell’8 settembre 1943 e all’occupazione tedesca era balenato il dubbio di una possibile requisizione del radio e si era pensato anche ad un suo trasferimento e persino di un furto di esso». Inoltre, è più che probabile che Palmieri fosse restio ad intraprendere un'operazione che aveva tutti i crismi dell'illegalità, anche se il fine era nobile. Un altro ostacolo fu quello della sicurezza dei familiari del professore. Ha scritto Palmieri: «Io d’altronde non posi fin dall’inizio altra condizione, se non quella della salvaguardia dei miei». É pure probabile che Palmieri avesse avuto delle precise garanzie da qualche responsabile dell'università, il cui rettore era Goffredo Coppola, uno dei massimi dirigenti del PFR di Bologna. In proposito ha scritto che il radio «ad onta di assicurazioni datemi da quei mancatori di fede e per le quali avevo ingenuamente sperato, parve essere preso di mira dai tedeschi». Ebbe la certezza di essere sotto il mirino tedesco il 30 giugno 1944 quando «fui avvertito che mi sarebbe stata requisita una parte di questo: il dì seguente, sabato I° luglio, mi fu presentato l’ordine di requisizione, con l’annuncio che il ritiro sarebbe avvenuto in un giorno prossimo». Anche se tra Palmieri e Bastia - che aveva preso in mano la questione, con la supervisione di Masia - furono intensificati i contatti per mettere a punto un piano, parte del materiale andò perduto. Ha scritto Palmieri: «Lunedì 10 luglio - triste data negli annali del nostro istituto - mentre più fervevano i preparativi per sistemare le varie fasi del nostro “colpo”, vennero all’improvviso i tedeschi, con un’automobile armata di mitragliatrice, a prendersi la parte di radio requisita, cioè la metà della nostra intera dotazione». Palmieri - al termine di lunghi colloqui telefonici con Coppola - pretese che fosse presente un funzionario autorizzato dal rettore. Alla bisogna si prestò Cesare Gheduzzi, segretario capo dell'università e cugino di Palmieri. Prima di sottrarre questo bene pubblico all’università per consegnarlo ad un ufficiale dell’esercito invasore, Gheduzzi ebbe una telefonata con il rettore e pretese una lettera scritta e firmata. L’autorizzazione - ma Coppola esitò prima di firmare ed è probabile che abbia avuto pressioni dall’alto - gli fu data con lettera a lui indirizzata, su carta intestata dell’università. La missiva portava l’indicazione: Pos. 43, Prot. 1643 e la data 10 luglio ’44 XXII. Questo l’oggetto «Requisizione del radio da parte delle autorità tedesche». Il testo: «Vi dò atto che il giorno 10 luglio alle ore 15,30, poiché per incarico del Prof. Palmieri mi avete telefonato che i rappresentanti dell’autorità germanica esigevano l’immediata consegna del mezzo grammo di radio in dotazione all’istituto di radiologia e che nessuna altra dilazione era possibile, io vi ho autorizzato a prendere in consegna dal Prof. Palmieri stesso il detto quantitativo di radio e di consegnarlo alle autorità germaniche rappresentate dall’ing. Dessauer, dietro regolare ricevuta». Seguiva, a penna, la firma del rettore, sotto il suo nome scritto a macchina (ASB, Corte d’appello penale, Processi corte d’assise straordinaria, fas.249, 1945).
Per la verità storica va detto che l’8 maggio 1945 il Palmieri, in un esposto al questore, ha scritto: «..ho appreso solo ora al mio ritorno, che il Rettore Coppola si era deciso, qualche giorno dopo il nostro ultimo colloquio, a firmare una dichiarazione retrodatata al 10 luglio.. » (ASB, Idem). In tema di trafugamento di radio - ma, certamente, si tratta di una seconda dotazione appartenente ad altro istituto - il prof. Guido Guerrini all’epoca Pro-rettore, ha scritto: «Un altro giorno che ero in Istituto mi capitò addosso un energumeno, un ufficiale delle S.S., il quale mi chiese di consegnargli il Radium che avevamo in dotazione. Gli dissi che di Radium in dotazione nell’Istituto non ne avevamo. Quello minacciò, se non obbedivo, di farmi arrestare dai suoi uomini che lo aspettavano di fuori. Gli risposi che ero desolato di non possedere la verga di Mosè per far nascere quello che non c’era e più io me ne stavo tranquillo, più l’energumeno si arrabbiava, fino a quando se ne andò sbattendo l’uscio e preannunciandomi che avrei passato un grosso guaio. Il guaio non venne, ma il bello è in ciò: che la capsula con dentro il Radium era lì sul tavolo che la si vedeva e l’energumeno non la vide». Nonostante la razzia del 10 luglio - ma quasi certamente avvenne l’11 - tra Bastia e i dirigenti dell'istituto non fu possibile trovare una soluzione sollecita, perché Palmieri si rifiutava di consegnare il materiale residuo. Ha scritto Rozzi che «era assillato fra il dovere e la sua responsabilità nei confronti dei propri familiari». Ma, alla fine, si convinse. Ha scritto D'Ajutolo: «Per riuscire a porre in salvo la metà residua occorsero nuove, molto e molto pesanti pressanti richieste e - mi fu detto - anche qualche minaccia». Fu Bastia a forzare la mano ai clinici e a costringerli al gran passo. In un primo tempo fu deciso che lui e Gino Onofri avrebbero dovuto presentarsi all'Istituto per prelevare il materiale. Poi il piano fu cambiato. Il 24 luglio Palmieri si recò a Villa Torri - la Casa di cura di Gardini in viale Filopanti 12 - con il prezioso e pericoloso materiale sotto il braccio. Ha scritto: «Io ero andato sulle 5 del pomeriggio all’Istituto per asportare il radio e le rispettive guaine d’oro platinato, il tutto già chiuso in appositi scrigni di piombo e in una scatoletta di latta, nascondendo provvisoriamente ogni cosa, sia pure a fatica, entro una comune busta di pelle per carte». In un eccesso di legalitarismo, Palmieri chiese e ottenne da Bastia questa dichiarazione scritta: «Ricevo dal Pr. Palmieri n.81 guaine di oro platinato e mg 503 Radio in astucci come da note controllate. Come delegato del P.d.A. (lo) ringrazio personalmente in questo momento tanto atteso di essersi prestato in modo tanto elevato per porre in salvo ciò che ancora restava nell'Istituto del Radio dopo il prelevamento tedesco. Farò noto immediatamente ciò al C.L.N. e m'impegno (per) la restituzione di tutto ciò al Pr. Palmieri a liberazione avvenuta. p. il P.d.A. Marroni». Era il nome di battaglia di Bastia. Ha scritto Palmieri: «A mia volta gli rilasciai una lettera a firma mia, destinata al Comitato di Liberazione, una specie di testamento morale, che poi cadde nelle mani delle brigate nere quando furono imprigionati (Luigi) Zoboli e (Armando) Quadri» Firmando quella lettera, Palmieri compì un atto nobile, ma non necessario - se non addirittura inopportuno in quelle tragiche circostanze - e gravido di pericoli. Una volta consegnato il materiale, Palmieri raggiunse Firenze su un'auto guidata da Mario Giurini. Era accompagnato dalla segretaria dell'istituto e da Gardini. Il giorno prima la madre, la moglie e le figlie avevano trovato ospitalità nel castello di Filippo Cavazza a San. Martino dei Manzoli (Minerbio). Il figlio Giovanni Battista, detto Gianni, non volle partire e si aggregò alla 36a brigata Bianconcini Garibaldi. Bastia portò il radio nell'abitazione di D'Ajutolo in via San Vitale 57. Dopo averlo trasferito per qualche giorno nella sua Casa di cura in via Torleone 17, il 7 agosto D'Ajutolo lo riportò nella sua abitazione e lo seppellì in cantina, sotto un cumulo di carbone, aiutato dalla sorella Maria, da Bastia e da Armando Quadri. Il 26 o 27 luglio un ufficiale tedesco si presentò all'istituto e chiese invano di parlare con Palmieri. Se ne andò, ma, come ha scritto l'infermiera Fernanda Fini - che, in precedenza, aveva tentato di presentare Pancaldi a Palmieri - qualche giorno dopo tornò «accompagnato da due militi fascisti armati di mitra e da uno scassinatore prelevato dalle carceri di San Giovanni in Monte» [...] «Il detenuto armeggiò a lungo nel tentativo di trovare la combinazione giusta, poi dovette ricorrere alla fiamma ossidrica. Finalmente la cassaforte si aprì e risultò completamente vuota». Anche l'appartamento di D'Ajutolo - oramai lontano da Bologna - fu perquisito invano. Il radio fu riconsegnato a Palmieri l'8 maggio 1945, nel corso di una cerimonia nell'appartamento di D'Ajutolo, alla quale non intervennero Bastia, Giurini, Masia, Onofri, Quadri, Luigi Zoboli e il figlio Giovanni Battista caduti durante la lotta di liberazione. Erano presenti Antonio Zoccoli presidente del CLNER, Palmieri, Gardini, D'Ajutolo, il prefetto Gianguido Borghese, il questore Romolo Trauzzi, Angelo Gheduzzi presidente del Centro bolognese per lo studio e la cura del cancro e padre di Cesare, Businco, il rettore Edoardo Volterra, Pietro Crocioni segretario del PdA, la signora Leda Orlandi vedova Bastia, la signora Amorina Testoni vedova Quadri, Verenin Grazia segretario del CLNER e gli ufficiali alleati col. Lendon Snedeker e cap. Willis E. Pratt. Il notaio Edoardo Pilati stese un atto voluto da Volterra, d'intesa con Palmieri, perché, come scrisse lo stesso Volterra, «Occorreva quindi trovare per la riconsegna un procedimento giuridico che constasse nella forma più rigorosa possibile la riconsegna, identificasse nel modo più assolutamente certo le cose che venivano consegnate all’università, scagionasse ed esentasse da ogni possibile responsabilità gli autori del salvamento ed anzi ponesse giuridicamente in luce il loro eroico comportamento e lo stato di necessità nel quale avevano dovuto agire. Nello stesso tempo fissasse in modo definitivo e sicuro in guisa da non potersi mai mutare, smentire, correggere o aggiungere i fatti che erano stati compiuti». Il radio fu riportato alla luce alla presenza di tutti gli intervenuti e riconsegnato a Palmieri e Gardini, i quali - come attestò il notaio nel documento - accertarono che si trattava dello stesso materiale consegnato a suo tempo a Bastia. Il prezioso materiale fece così ritorno - con una imponente scorta di agenti - all'Istituto Galvani. L'atto notarile - che riportava la versione dei sopravvissuti e che «non fece favorevole impressione» a Gardini - non evitò che, poco tempo dopo, fosse aperta una polemica, per chiarire meriti e responsabilità. "La Squilla", il settimanale socialista, il 21 luglio 1945 pubblicò una nota dal titolo "Sarà proprio vero?", nella quale pose molte domande al mondo accademico sull'opera di epurazione in corso e su altri argomenti tutti di carattere universitario. Tra l'altro, si chiese: «È vero che non tutto è limpido e convincente nella storia romanzata del radio?». "La Voce Liberale" - il settimanale del PLI al quale Palmieri e Gardini erano iscritti, mentre Gardini era il rappresentante liberale nel CLN dell'università - il 27 luglio 1945 pubblicò una lunga lettera a firma Palmieri, Gardini, Novaro e Pancaldi, nella quale era esposta la versione dei due clinici. La lettera, sotto il titolo Messa a punto sulla storia del radio, non era seguita da commenti. Anche "la lotta", il settimanale del PCI, pubblicò senza commenti la lettera, il 27 agosto, sotto il titolo "Storia romanzata del radio. Per la verità storica". L'11 agosto, su "Giustizia e libertà", il settimanale del PdA, apparve il testo del rogito notarile senza una riga di commento. Il 25 agosto "La Squilla" pubblicò una seconda nota dal titolo "Dubbi e quesiti sulla storia del radio (Non è per pignoleria e non è per amor di polemica!...)". Scrisse che Palmieri aveva minacciato di dare querela, ma non spiegato perché avesse impiegato quasi un mese per consegnare il radio a Bastia. Pose otto interrogativi a Palmieri e scrisse: «..esigiamo semplicemente, e crediamo di averne il diritto, una conoscenza precisa dei fatti e delle circostanze relative alla consegna fatta ai tedeschi del mezzo grammo di radio». Dopo un mese il CLN prese posizione con una nota apparsa sui quotidiani il 21 settembre, in seguito, sui settimanali. Il testo: «Il CLNR Emilia Romagna uditi i membri che facevano parte del C.L.N. nel periodo cospirativo, dichiara che il prof. Giangiuseppe Palmieri si è adoperato ad impedire che il radio venisse sottratto alla clinica universitaria di Bologna in quella quantità che, nelle condizioni del momento, in cui egli ha agito, era possibile impedire che venisse sottratta, facendo in pieno il proprio dovere e che altrettanto hanno fatto tutti gli altri a qualunque partito appartenessero, operando allo stesso fine su disposizione del Comitato di L. N. predetto». Il 29 settembre "La Squilla" pubblicò una terza nota, firmata Ingenuus, dal titolo "La storia del radio". Scrisse che Palmieri continuava a non rispondere e gli chiese se era corrispondente al vero che fosse «stato minacciato che si sarebbe ricorso alla maniera forte se non si fosse deciso a mettere in salvo il radio». Palmieri non rispose, ma il 10 ottobre fece una singolare dichiarazione quando Cesare Gheduzzi – arrestato il 3.maggio.1945 - comparve davanti all'Assise straordinaria per rispondere di otto reati, compreso quello di «collaborazionismo con il tedesco invasore» per avere consegnato il radio ai tedeschi. L'imputato si difese asserendo «che la parte da lui sostenuta si limitò a quella di comparsa e che la presenza all’atto di consegna del radio fu ordinato per telefono dall’allora Rettore prof. Coppola, il quale poi rilasciò una dichiarazione scritta che esonerava il Gheduzzi da qualsiasi responsabilità». Palmieri, Gardini e Novaro difesero Gheduzzi, la cui opera «non ha avuto alcuna influenza nella consegna del radio già stabilita in accordo con i rappresentanti del movimento cospirativo e che permise di occultare un’altra eguale quantità del prezioso medicamento». ("L'affare del radio alle Assise straordinarie", in il "Giornale dell'Emilia", 11 ottobre 1945). Il PdA prese le distanze dalla versione dei tre clinici. In un comunicato affermò che «nessuno dei propri componenti, né, per quanto gli risulti, nessuno di coloro che facevano capo al CLN, ha mai, nel periodo cospirativo, concordato o autorizzato sotto qualsiasi forma, la consegna del radio ai tedeschi. Il salvamento della seconda metà del radio avvenne, come risulta dalle concordi dichiarazioni dei rappresentanti dei vari Partiti, raccolte nell'atto a rogito del notaio dott. Pilati in data 9 maggio 1945, in maniera del tutto indipendente dall'avvenuta consegna ai tedeschi effettuata dalle autorità universitarie fasciste del tempo». (Precisazione del PdA nella questione del radio, in il "Giornale dell'Emilia", 13 ottobre 1945). La polemica non ebbe seguito per rispettare la memoria di Giovanni Battista Palmieri, caduto combattendo contro i tedeschi a Cà di Guzzo, sull'Appennino Imolese. La dotazione di radio sottratta dai tedeschi - con la complicità delle autorità fasciste e del rettore Coppola - fu ricuperata nel 1948 in Germania dall'esercito americano e restituita alla città di Bologna. [Nazario Sauro Onofri]