La Guerra sulle Alpi: 1915 il terreno dello scontro tra Stelvio e Gavia

La Guerra sulle Alpi: 1915 il terreno dello scontro tra Stelvio e Gavia

Scheda

Là dove nel 1915 inziava il fronte si ergono i colossi montuosi dell'Ortles-Cevedale, gruppo che si collega alla catena delle Alpi vera e propria attraverso il passo dello Stelvio e la valle del Braulio. Le sue cime, tutte al di sopra dei 3.000 m. s.l.m. ricoperte di neve e ghiaccio, erano un baluardo difensivo formidabile, con la sola strada dello Stelvio adatta a sopportare il movimento di un esercito in guerra; per il resto il gruppo montuoso era valicato dai sentieri dei cacciatori di camosci.
Dal giogo dello Stelvio è ben visibile la lunga catena del Cristallo, la cui vetta raggiunge i 3.431 m., e le cime di Campo, la Punta degli Spiriti, la Punta Payer, la Punta delle Baite e il Madaccio di Dentro, tutte oltre i 3.000 metri; in fondo svetta la vedretta di Campo e la croda di Trafoi (3.552 m.). Il passo dei Camosci permette di arrivare alla vedretta dello Zebrù, con a vista il passo dell'Ortles che sbocca sulla vedretta del Circo e su quella di Solda ai piedi dell'Ortles stesso, e a seguire il Gran Zebrù (3.859 m.). A breve distanza si elevano il monte Cevedale (3.764 m.) collegato al Rosole, il Palon di Lamare, il monte Vioz (3.644 m.), la cima di Peio, la punta di Santa Caterina e dei Cadini i cui fianchi scendono fino al ghiacciaio dei Forni, collegandosi al monte San Matteo. A dominare il passo dello Stelvio è il monte Scorluzzo che coi suoi 3.091 m., la cima minore tra quelle ricordate.
La linea di difesa italiana faceva perno su Bormio; reparti posti al Lago delle Scale vigilavano il confine Svizzero, e attraverso il passo della Forcola le posizioni difensive si collegavano alla prima linea di Punta Rims per scendere poi alla strada dello Stelvio sotto allo Scorluzzo. Le trincee italiane proseguivano lungo la valle del Braulio al Filone del Mot, alla testata della valle dei Vitelli, al passo dell'Ables e la vedretta del Cristallo.
I reparti impegnati nella guerra a quelle altezze erano soprattutto Alpini, protetti da alcuni pezzi d'artiglieria da montagna posti dove maggiore era la minaccia nemica. All'inzio della guerra in linea vi era il solo battaglione Alpino Tirano con cinque compagnie, alle spalle due compagnie di volontari Alpini, pezzi di artiglieria all'Ables, alla Forcola, al monte delle Scale; operativo era pure il forte Dossaccio. Queste posizioni furono collegate a Bormio con camionabili di difficile manutenzione e attraverso una serie di teleferiche ben più affidabili (anche per gli austriaci le teleferiche erano la catena di congiunzione con le retrovie della Val Venosta).
La parte di montagne del gruppo Ortles-Cevedale occupato dagli austriaci era più abbordabile, e aveva permesso la costruzione di ripari in caverna e casermette a breve distanza dal confine italiano. A difesa del proprio territorio l'Austria schierava la 164° brigata di fanteria, dal confine con la Svizzera sino alla cime del Cevedale. Il compito di queste truppe era di sbarrare il passo dello Stelvio e i maggiori sentieri che da Bormio salivano alla sommità del Madaccio e più a sud al passo del Cevedale. Ai servizi di trasporto materiale e munizionamento fu chiamato il battaglione operai del 29° reggimento ungherese. Lo schieramento di artiglieria era più ampio di quello italiano e concentrato in posizioni da dove si batteva un lungo tratto della dorsale montuosa.
I pochi reparti militari italiani schierati a tali altezze, facevano parte della 1a Armata a cui Cadorna aveva affidato compiti esclusivamente difensivi, per il forte timore che il nemico ne approfittasse; ma la penuria di uomini colpì pure gli austriaci, tanto che in linea vennero inviati reparti di volontari territoriali locali. Le difficoltà logistiche, le altezze da superare per portare una minaccia ravvicinata al nemico, la scarsità di uomini e cannoni, obbligarono inizialmente ad una guerra di posizione.
Paolo Antolini

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Bibliografia
La guerra a tremila metri. Dallo Stelvio al Gavia
Luciano Viazzi, Ulrico Martinelli
1996 Chiari, Nordpress Edizioni
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